Gatta Cenerentola – Napoli attraverso le immagini di Alessandro Rak

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gatta cenerentola poster

E’ ancora nelle sale ma paga il prezzo di una distribuzione non efficace. E’ il film perfetto di Alessandro Rak, già autore dell’Arte della Felicità e di un noto video dei Foja (‘O sciore e ‘o Viento). Come nell’Arte della Felicità (2013), anche nella colonna sonora di questo film ci sono i Foja, più altri pezzi di Ilaria Graziano e Alessandro Forni, confermando la maggior parte delle scelte stilistiche e musicali del primo film.
Ilaria Graziano è una cantante napoletana, non molto nota, ma che ha cantato anche in certe colonne sonore di Yoko Kanno (Ghost in the Shell, Cowboy Bebop). Nel cast ci sono un bel po’ di altri nomi famosi, come Gino Fastidio, Enzo Gragnaniello, Alessandro Gassman.

Gatta Cenerentola è una Cenerentola rivista in chiave goth, una favola che “appartiene” a Napoli, l’edizione più antica di Cenerentola è infatti ne Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, un libro di 50 favole del 1600 (precisamente del biennio 1634-1636) scritto in lingua napoletana, dal quale recentemente Matteo Garrone aveva attinto per Il racconto dei racconti (2015). Dal testo di Basile era stata tratta anche la famosa opera teatrale di Roberto De Simone, con Peppe Barra (1976).

Ma Gatta Cenerentola di Rak è un film d’animazione, dunque diverso da quanto già fatto finora da altri blasonati autori partenopei. Reca anche il bollino VM14. E’ ambientato in una Napoli post-apocalittica e inquieta, la Napoli di Rak è sempre buia, agitata, come quella dell’Arte della Felicità, in cui non faceva mai giorno (o come nei libri del nostrano Nicola Pugliese). Lo stile d’animazione è volutamente grezzo, acerbo, ricordando certi film d’animazione indipendente che avevo visto nel passato come De Profundis di Miguelanxo Prado. Ad alcuni ha ricordato cose fantastiche, Final Fantasy X, gli ologrammi di Zanarkand e varie altre reminiscenze di gioventù legate ad anime e videogame. C’è chi lo ha paragonato a Ghost in the Shell. Non è un mistero l’influenza nipponica in un lavoro del genere, confermato dalla presenza di Ilaria Graziano, ed è un chiaro omaggio a Miyazaki il corto all’inizio della proiezione, con riferimenti al Castello Errante di Howl, Porco Rosso, i piccoli makkurokurosuke, le caldaie…

Gatta Cenerentola è molto poetico, c’è sempre Capri sullo sfondo, ed è interessante vedere come qui siano interpretati alcuni luoghi di Napoli, il molo fascista, via Marina, il porto. Ogni città è dotata delle sue cose noiose che piacciono ai vecchi, e questo di Rak è un modo che mostra cosa voglia dire usarle bene, per arricchire una storia nuova che può interessare le generazioni venute dopo. A dire il vero, storia nuova non tanto, perché stiamo parlando di Cenerentola, tramandata per tradizione orale e scritta per la prima volta almeno nel 1600, ma il ragionamento resta valido, visto che si tratta comunque di coniugare una fiaba antica insieme a qualcosa di nuovo come videogiochi e animazione indipendente, mettendoci dentro della poesia alla Di Giacomo. Gli elementi utilizzati sono “tipici” e scaramantici di Napoli, gli stessi che aveva usato Pugliese, la pioggia in Malacqua (Einaudi, con prefazione di Italo Calvino, 1977) e La nave nera. Una nave che arriva improvvisamente, e non si sa bene cos’è e cosa faccia. La pioggia vista come elemento misterioso, oscuro, luttuoso.​

gatta cenerentola nave

Dell’Arte della Felicità si può trovare in libreria anche il fumetto, mentre il dvd di Gatta Cenerentola uscirà il 22 dicembre.

Una curiosità: in Lo cunto de li cunti già si parlava di pastiere e casatielli.

« E, venuto lo juorno destenato, oh bene mio: che mazzecatorio e che bazzara che se facette! Da dove vennero tante pastiere e casatielle? Dove li sottestate e le porpette? Dove li maccarune e graviuole? Tanto che nce poteva magnare n’asserceto formato. »

Tutte le favole del libro sono ambientate tra Campania e Basilicata, in particolare la favola di Raperonzolo in Lo cunto de lo cunti è ambientata al castello di Lagopesole (Basilicata, non molto distante dai laghi di Monticchio).

Altri video di Alessandro Rak:

24 Grana – Kanzone su Londra
Bisca – La paura
Foja – ‘O sciore e ‘o viento

Altri video/progetti di Rak:

A Skeleton Story – Trailer
See you later – Ugo Santangelo
Sigla della Settimana Internazionale della Critica di Venezia realizzato da Alessandro Rak

Ilaria Graziano (anche nota come ILA o Nanà):

Cowboy Bebop – Pearls

Ilaria Graziano & Francesco Forni – Lastrada

Gatta-Cenerentola-3

gatta cenerentola poster orizzontale

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L'arte della felicità di Alessandro Rak

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Film del compleanno, la ragazza nella nebbia di Donato Carrisi – Ma, in fondo, che gusto c’è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno?

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annalou-laragazzanellanebbia

“Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità. Ma, in fondo, che gusto c’è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno?”

la ragazza nella nebbia

Uscito il 26 ottobre nelle sale, La ragazza della nebbia è tratto dall’omonimo libro dello stesso autore e regista, Donato Carrisi (sua la miniserie Moana, del 2006), nel cast ci sono Toni Servillo (La grande bellezza), Jean Reno, Alessio Boni (La meglio gioventù, La bestia nel cuore) e ad interpretare Anna Lou, la sedicenne dai capelli rossi che scompare misteriosamente all’inizio del film, è al suo debutto la spezzina Ekaterina Buscemi (22 anni).

E’ lei la ragazza scomparsa nella nebbia del tranquillo paese di montagna di Avechot, dissolta in una miscela di Twin Peaks e Omicidio all’Italiana di Maccio Capatonda.

Si parte da uno stereotipo di cui nessuno inizierà di certo a lamentarsi, un paese fatto di casette in legno e di montagne, un po’ alla Shining: le citazioni a Twin Peaks sono molte di più di quelle che ci si potrebbe aspettare da un semplice omaggio alla serie di David Lynch/Marc Frost, ma non si tratta neanche di una copia, piuttosto La ragazza nella nebbia potrebbe essere considerato un remake o una interpretazione italiana di una delle atmosfere più affascinanti che la storia della televisione ricordi.

Anna Lou, la ragazza dai capelli rossi scomparsa, appartiene a una dubbia confraternita religiosa; è introversa, docile ed amante dei gatti, sotto la sua superficie di brava ragazza potrebbe aver avuto qualcosa da nascondere proprio come Laura Palmer all’inizio di Twin Peaks. A film avviato Anna Lou – così come Laura Palmer – è già morta e appare di lei solo il ricordo, una presenza impalpabile che in 127 minuti non si riflette mai in un personaggio vero, nonostante ogni altro tassello della storia le ruoti intorno.

Aperte le indagini a pochi giorni da Natale, il film propone diverse riflessioni su come venga seguito un caso del genere in Italia, quasi un’accusa a un certo sistema che impone forse troppa attenzione sull’orrore solo col fine di guadagnarci sopra. Chi sono i veri mostri?

“Non si nasce mostri. È come con l’amore: ci vuole la persona giusta.” 

alessio boni e galatea

“La giustizia non fa ascolti. La giustizia non interessa a nessuno.”

Carrisi usa la serietà e lo charme (anche se è come una cravatta poco abbinata a scarpe volgari lucidate con cromatina nera) per mostrare ciò che Maccio aveva fatto con ironia: ma in realtà la problematica è solo strumentale al compimento della trama e non vuole essere critica o denuncia o tantomeno avere pretese morali.

Lo psichiatra Jean Reno mentre parla delle trote

Jean Reno mentre parla delle trote. Non fidatevi del vostro psichiatra.

Certe scene a volte fanno chiedere: film d’autore o semplice assenza di senso del ridicolo? Ma nonostante tutto, La ragazza nella nebbia scorre più che bene, con immagini gradevoli agli occhi. E’ infarcito di frasi di un certo effetto, come una casa dai soprammobili curati, costellato da spunti di riflessione e altre piccole cose interessanti, come i suoi stessi personaggi che sono abbastanza profondi. In ognuno di questi ci si potrebbe scavare dentro, anche se nel film non si ha il tempo di farlo davvero per bene: un’ottima storia insomma, forse non sviluppata nel migliore dei modi, ma che raggiunge così un livello già alto, perciò non lamentiamoci ogni volta delle solite cose.

Il film è ambientato ad Avechot, che appare delle volte in alcuni cambi di scena dall’alto, sostituito con un modellino di plastica (ricordando, in questo, soap come Beautiful, che d’altronde avevano molto in comune con Twin Peaks). Un modo per risparmiare sulle riprese o un escamotage cinematografico, metafora di un paese talmente piccolo da poter essere spazzato via da un colpo di mano, ma così finto e pulito da nascondere ciò che vi accade?

Il film è girato a Nova Levante, in Trentino Alto Adige, provincia di Bolzano, paese di 1950 abitanti a 1.182 metri d’altezza, sotto le Dolomiti, e che comprende anche la località turistica Carezza al Lago (Karersee, 1620 m) dalla quale si può salire al massiccio del Catinaccio e al Latemar.

Nova Levante

Il paese di Nova Levante (BZ), dove è stato girato il film.

Forse l’immagine più forte di tutto il film è quella in cui Anna Lou è stesa come una trota in riva al lago, boccheggiando. E’ una di quelle scene che fanno chiedere: devo ridere o piangere? il regista non starà esagerando adesso? non sarà il suo scopo imbarazzarmi, mettermi alla prova fino a quando non mi indignerò e urlerò: “basta, questo film ha superato ogni limite” lasciando così la sala? Ma poi, sono queste le cose che rimangono impresse di un film. Come anche il paesino Avechot, con le sue inquadrature di plastica, che non si sa bene se sia un’idea bohemien che per un pelo non è stata seguita da scene in stop-motion con carta argentata e presepi o era del semplice cattivo gusto.

Riassumendo per l’ultima volta, qui è davvero tutto uguale a Twin Peaks:

Servillo –> Agente Cooper
Anna Lou –> Laura Palmer

Jean Reno interpreta lo psichiatra incaricato di interrogare Servillo all’inizio del film dopo che questo è stato ritrovato nella notte sotto shock con i vestiti macchiati di sangue. E’ dal racconto di Servillo che parte tutta la storia in flashback.
Alessio Boni nella parte del professore Loris Martini intanto è invischiato in delle strane storie amorose (che sia il James Hurley della situazione?), qui si ricreano le atmosfere scolastiche di Twin Peaks che procedono con una certa dissolutezza nascosta sotto il velo di pulizia e di perbenismo religioso del piccolo paese (una delle allieve, amica di Anna Lou, non sembra così pura, e pare provarci con il professore); un giovane e bravino Lorenzo Richelmy (agente Borghi) aiuterà Toni Servillo nelle indagini; Galatea Ranzi, moglie del professore, appariva in Tre metri sopra il cielo, in cui era madre di Babi; tra gli altri attori Michela Cescon e Antonio Gerardi nella parte dell’avvocato di Boni/Prof.Martini.

Curiosità: Ekaterina Buscemi (Anna Lou) non ha veramente i capelli rossi e ha dovuto tingerli per le riprese, la ragazza è una giovane modella di origine russa con la passione per la fotografia.

Link:

500px di Ekaterina Buscemi

Flickr di Ekaterina Buscemi

Altri film:

Omicidio all’italiano – Maccio Capatonda

cimiteroavachot

Un cimitero di montagna e la dottoressa Spruzzone, ah no, non è lei.

toni servillo e lo zainetto di anna lou

Lo zainetto di Anna Lou nei giorni del ciclo

Una mia foto di ritorno da Avechot: forse ve ne parlerò in un altro post.

La ragazza nella nebbia è stato il film del compleanno.

annalou-laragazzanellanebbia

Vittoria e Abdul, l’amicizia più sorprendente della storia

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Locandina di Vittoria e Abdul

Stephen Frears è un regista che mi è sempre stato simpatico dai tempi di Alta Fedeltà, uno dei film più belli degli ultimi 17 anni e che avevo visto in un periodo in cui abitavo sola, un po’ di tempo fa. Questo film era così buono specialmente per il fatto di avere una delle colonne sonore migliori di sempre: provate ad ascoltare Love – Always see your face e poi mi direte. All’epoca, quando vidi High Fidelity, ero in una stanza in affitto e risentivo Always see your face in continuazione, insieme a Gennaio dei Diaframma, che forse alla fine mi portò sfortuna (e fortuna allo stesso tempo):

Gennaio diceva più o meno così:

Parte dei soldi li spesi in assoluta allegria
quella stessa con cui li avevo guadagnati
ci voleva del fegato per ammettere
che come erano entrati così erano usciti

[…]

Nessun senso di colpa, non è importante per me.
Tu non stare in pensiero è solo un finto cuore.

Alla fine decisi di prendere casa in affitto
sempre meglio che vagare a lavarsi i panni al diurno.
La mia stanza era, entrando sulla sinistra
quella di Barbara a destra: c’eravamo rivolti,
a nostra insaputa, alla stessa agenzia.


Beh, in Vittoria e Abdul c’è veramente poco di Alta Fedeltà, che era tratto dal romanzo di Nick Hornby e seguiva le vicende sentimentali di Rob Gordon, il proprietario di un negozio di dischi.

Si ritrova un po’ di Alta Fedeltà nel fumetto La distanza di Baronciani-Colapesce (nella scena nel negozio di dischi, luogo nel quale il protagonista conosce due ragazze in mezzo a miratissime citazioni musicali) e se ne ritrova ancora un po’ nella mia vita di quegli anni, in cui uscivo con un giovane giornalista musicale, più piccolo di me, prima di scaricarlo e mettermi con un altro.

Ma di certo non si ritrova niente di Alta Fedeltà in Vittoria e Abdul. Ok, ammetto di conoscere veramente poco Stephen Frears, ma una cosa è certa: le figure femminili di un certo spessore sono qualcosa di ricorrente nei suoi film.

Philomena, con Judi Dench, nel 2013 aveva fatto abbastanza parlare di sé, ma anche The Queen (2006) non era passato inosservato. In Vittoria e Abdul, ritroviamo Judi Dench, un’eccellente attrice che tutti riconoscerete, prendendola in simpatia, e in cui sicuramente troverete anche voi una certa somiglianza con vostra nonna. E’ questa la chiave del successo di Judi Dench: è vostra nonna.

Frears ha lavorato con Judi Dench quattro volte: la prima per un film tv del 1983, “Saigon: Year of the Cat”, poi in Lady Henderson presenta (2005), Philomena nel 2013 ed ora i due ritornano insieme con Vittoria e Abdul.

Nonna Judi Dench era tra l’altro in tutti gli 007 di Daniel Craig: Casino Royale, Quantum of Solace, Skyfall, Spectre ma anche in molti altri film ben in vista che per qualche motivo necessitassero di una signora austera: Nine di Rob Marshall (ispirato ad 8 e 1/2 di Fellini), Marilyn (quello con Michelle Williams, del 2011), Orgoglio e Pregiudizio (2005), Chocolat, Shakespeare in Love (qui valso alla Dench un premio oscar come Miglior attrice non protagonista) e qualcos’altro.

Judi Dench è del ’34 e in effetti ha quasi l’età di mia nonna, insomma, ha più o meno la stessa età di un sacco di nonne. E’ la seconda volta che interpreta la regina Vittoria, dopo La mia regina/Mrs Brown nel 1997 (di John Madden, lo stesso regista di Shakespeare in Love).

Ma ritornando a Vittoria e Abdul, ecco perché vedere questo film:

  • Per avere un po’ di ripetizioni di storia. E’ ambientato in Inghilterra tra il 1887 e il 1901, quando l’impero britannico comprendeva anche le Indie.
  • Per avere una nuova interpretazione della storia che già sappiamo. Nel 2010 i diari di Abdul Karim vengono scoperti, e da qui viene estratto quanto narrato in questo film. E’ la storia dell’amicizia tra la Regina Vittoria d’Inghilterra e Abdul Karim, un servitore indiano.
  • Per scoprire e incuriosirsi su dettagli della cultura indiana così come ne era rimasta affascinata la regina Vittoria.

Ad esempio, sapete che in India, una cospicua parte della popolazione è musulmana?

O ancora, che l’hindi non è l’unica lingua parlata in India, ma quella riservata ai nobili è l’urdu? E’ infatti questo che Abdul inizialmente insegna alla regina Vittoria.

Sapete cos’è un munshi, e che Abdul diventa il munshi della regina? (Praticamente il suo maestro)

La regina Vittoria qui si presenta come una vecchia sovrana, oramai intristita ed annoiata dagli intrighi di corte e dalle inutili mansioni che deve svolgere quotidianamente (quasi tutte celebrative e prive di significato), Vittoria è rimasta sola, vedova e con dei figli interessati solo al potere, in questa vecchiaia ritrova sollievo e curiosità grazie a quest’amicizia con Abdul.

Ritratto del Munshi Abdul Karim

Diciamo che c’è anche un po’ di sospetto di gerontofilia in tutto questo film (non mancano gli apprezzamenti sull’aspetto di Abdul), ma Judi Dench in fondo è una brava nonna, e quando scopre che il suo servitore indiano è sposato, chiede subito che porti in Inghilterra anche sua moglie. Ma Abdul Karim è musulmano, e sua moglie si presenta avvolta da un velo nero proprio come le donne del Medio Oriente che siamo abituati a vedere in giro e in tv.

C’è da dire che alcune scene in particolare sono molto belle: il picnic sotto la pioggia in Scozia, con i tavolini nell’erba verde e un temporale in procinto di iniziare, ma anche il viaggio in treno a Firenze (una cosa hipsterissima, before it was cool). Non solo queste due.

C’è molto di inglese in certi paesaggi verdi che da soli valgono l’intera visione del film.

Il film però – nonostante sia molto, molto buono – bisogna ammettere che non sia adatto ai più giovani. 

E’ uno di quei film ben fatti, che non annoiano, proprio per niente, ma che vi entusiasma senza dubbio se avete dai 50 anni in su, didattico ed ideale ad essere proiettato nelle scuole. Chi è in cerca di emozioni forti, forse dovrebbe riversarsi su altro.

Ma non è forse un emozione forte anche quella di infilarsi in una sala vuota, praticamente godendosi una proiezione privata, immergendosi in una storia che se avessimo voluto cercarla o inventarla da soli non ci saremmo riusciti mai?

In fondo, Vittoria e Abdul è sicuramente un film singolare, che inserisce nell’immediato in un’atmosfera e in una poesia atipica (l’amicizia tra una vecchia signora e un negro indiano, e musulmano) senza annoiare. Senza farvi uscire dalla sala. Senza metterci del sesso o strani equivoci. Senza attori che siano attraenti. Guardate che non è poco.


Curiosità: Tratto dal libro di Shrabani Basu.
Regina Vittoria: (1819-1901)

The Place: un film oscuro, con un cast italiano

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the place bar

– Sei un mostro.
– Diciamo che do da mangiare ai mostri.

Non credevo in effetti sarei mai andata al cinema a vedere un film di Paolo Genovese (Immaturi, Tutta colpa di Freud). Il film è ambientato in The Place, un misterioso bar in cui un uomo senza nome, interpretato da Valerio Mastandrea (Notturno Bus, Il Caimano, Nine) incontra e parla per tutto il tempo con delle persone, annotando ogni volta il risultato delle loro conversazioni in un’agenda. Anche se non si comprende bene come queste persone siano giunte in The Place e da quest’uomo, perché non è spiegato, ciascuna di esse ha per lui una richiesta, che verrà esaudita se accetteranno di compiere alcune azioni che quest’uomo commissiona, pescandole apparentemente a caso dall’agenda. Il segnalibro posto lì in mezzo non pare in realtà mai muoversi e le azioni sembrano essere assegnate senza alcun filo logico. Nonostante l’uomo, Mastandrea, si limiti a parlare (o meglio ad ascoltare e a volte a fare domande), e non venga mai chiarita esplicitamente la sua figura, si tratta di un’ambigua incarnazione del diavolo; pur non influenzando mai davvero le persone e mantenendosi imparziale nei confronti delle cose, propone loro di attuare dei comportamenti quasi sempre riprovevoli.

L’uomo non rivela interesse nei confronti di ciò che accade o che propone, come se ne fosse abituato, né tantomeno mostra delle emozioni. E’ freddo, anche se tutto sommato pare triste e annoiato del suo lavoro. Quelli che propone sono quasi sempre atti orribili, come uccidere una bambina innocente, far lasciare una coppia, fare una rapina, mettere una bomba in un locale affollato. Le persone con cui Mastandrea parla reagiscono in modo diverso: alcune inizialmente rifiutano, altre accettano subito, molte, dopo aver iniziato, tentennano, altre ancora ci prendono gusto nella cosa e continuano il compito assegnatogli oltre il periodo del contratto. Gli obiettivi finiscono per intrecciarsi e influenzarsi fra loro. L’uomo dice di “non dare mai obiettivi impossibili”, ma alcuni si complicano o cambiano progressivamente, influenzati dall’operato di altri persone. Le stesse richieste di alcuni personaggi cambiano nel corso del film, come cambia la loro valutazione delle cose, delle cattive azioni e del loro senso di sé.

Il tutto è intervallato, a più riprese, dai dialoghi con una Ferilli che lavora in The Place. A forza di vedere Mastandrea in quel ristorante, la Ferilli crede che si tratti di un uomo solo, magari divorziato, forse uno psicologo. Non gli fa alcuna richiesta esplicita, ma cerca di approcciarlo, di farsi raccontare qualcosa, senza riuscirci.

E’ un film tutto incentrato sui personaggi e sui dialoghi, che purtroppo non brillano ma sono comunque molto efficaci alla costruzione della storia, come in un dramma teatrale. L’unica vera ambientazione è The Place, anche se nella mente si riescono ad immaginare gli altri luoghi di cui si parla, o dei personaggi che in realtà non compaiono mai.

Gli attori sono tutti italiani,  e anche la recitazione è “molto italiana” , poco emozionante, fatta eccezione per Suor Chiara (Alba Rorhwacher) che spicca per il modo in cui calza nel personaggio, mettendosi al di sopra degli altri. Non convince poi tanto Alessandro Borghi, nel difficile ruolo di un cieco che dovrà violentarla, abbastanza brava e bella Vittoria Puccini (Elisa di Rivombrosa, ma presente anche in diversi film come Paz!, Ma quando arrivano le ragazze? di Pupi Avati e Tutta colpa di Freud dello stesso Genovese), gradevole ed azzeccata la romana Silvia d’Amico (era in Non essere cattivo di Claudio Caligari), una cattiva ragazza che pur di diventare “più bella” accetta di derubare una sua amica.

Elemento di richiamo in The Place è Silvio Muccino, che citando una frase non mia, è ormai come Johnny Depp nei film in cui non è protagonista: appare per pochissimo tempo, fa la parte del cattivo ragazzo e ciò basta per attrarre in sala più donne possibili.

Il personaggio di Muccino spaccia acidi ed è complice di Silvia, ma dopo aver fatto l’amore con lei piange, insomma, il solito duro dal cuore tenero. Difficile il rapporto con il padre, che qui è Marco Giallini.

Altri nomi noti: Rocco Papaleo che è un meccanico che vorrebbe passare una notte con Amanda, una ragazza/attrice/pornoattrice della quale ha un poster in officina. Solo una notte e non di più, perché una relazione non saprebbe gestirla. Perciò gli viene commissionato di sorvegliare una bambina che non conosce, la stessa che Vinicio Marchioni (era in To Rome With Love) dovrà uccidere. Ma l’elemento chiave di The Place è senz’altro Giulia Lazzarini (la madre di Nanni Moretti in Mia madre, 83 anni), non proseguo oltre per non rivelarvi il finale.

Il film potrebbe essere letto a più livelli: in un’interpretazione meno ovvia, Mastandrea, che continua a essere nel bar anche oltre l’orario di chiusura, potrebbe essere un’invenzione della solitudine della Ferilli, la quale continua ad osservare il viavai di persone con i loro problemi, dall’esterno, e gli atti casuali, in teoria commissionati, potrebbero essere invece dettati da una sorta di destino (un destino legato al caso) senza che nessun uomo “fisico” li abbia mai davvero proposti. Ad esempio, la gelosia della Puccini per la fedeltà del suo vicino di casa nei confronti della moglie potrebbe aver scatenato la cattiveria di cui è stata capace: fingere che lui abbia tradito la moglie con lei, al fine di farli litigare, pure se l’atto sessuale non era stato consumato davvero. La stessa perdita di fede di Suor Chiara l’avrebbe portata a voler fare l’amore con un uomo e a rimanere incinta. Così, ogni atto crudele potrebbe avere una giustificazione, tutto quadrerebbe senza troppe forzature. Forse a volte si deve sprofondare prima di aver ciò che si vuole, e mettere in discussione tutto prima di capire quale sia veramente la cosa giusta da fare, riorganizzare i propri schemi di pensiero, e infatti ogni personaggio evolve e si modifica nel corso del film. Nel finale risolutivo la Ferilli sembra “abbracciare” la professione di Mastandrea, sostituendosi a lui, che smetterebbe così di essere il diavolo. Domanda: la solitudine, e l’osservazione degli altri, portano ad essere Satana? D’altronde, non viene mai detto esplicitamente cosa accade davvero e perché tutto ciò sia possibile.

Un’altra interpretazione, che poi è quella giusta, è che Mastandrea sia il diavolo. Ma il diavolo non esiste davvero, è una costruzione dell’uomo, ed è per questo che nel film non vengono fornite vere risposte: sta a noi se crederci o no, ciò che restano sono solo le azioni, giuste o sbagliate.

Però quest’uomo di The Place è sicuramente un Satana diverso da come lo immaginiamo nell’iconografia classica. E’ solo un osservatore, e non è responsabile. Egli non tenta: qualunque persona dotata di una certa fermezza potrebbe rifiutare. Abbiamo la libera scelta su come comportarci e il diavolo non fa solo che servirci le cose su di un piatto, anzi, quello di The Place sembra quasi scoraggiarle.

Per la serie: a me non frega un cazzo, e ne ho le palle piene di quello che fate.

Il film è ispirato alla serie televisiva statunitense The Booth at the End (10 episodi).

Gli ultimi due film di Alejandro Jodorowsky – E’ possibile vivere come poetas en acciòn

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In quella realtà in cui mi sentivo straniero, tutto si intrecciava con tutto, in una trama di sofferenza e piacere. (La Danza della Realtà)

dance of reality sea tocopilla

dance of realidad

Correva l’anno 2008 quando, dopo aver visto El Topo, Fando y Lis, La Montagna Sacra, Santa Sangre e addirittura l’evitabile Ladro dell’Arcobaleno cercavo in ogni modo di procurarmi l’ultimo suo film che mi mancava alla lista, Tusk, una pellicola del 1980 reperibile solo in francese e qualità video da vhs scassata, e che non sembrava neanche un granché in quanto a significato e sceneggiatura.

Quando poi, un bel giorno scopro, mentre mi ero distratta un attimo presa da altre cose, che dei vari progetti annunciati da Jodo negli ultimi anni non ce n’era neanche l’ombra, ma in compenso erano usciti nel 2013 e nel 2016 i primi due episodi tratti da La danza della realtà, la sua autobiografia del 2006 e che ovviamente avevo letto. La danza della realtà era un libro davvero buono, cosa piuttosto rara da verificare e poi ammettere quando si acquista un libro di un autore che non sia ancora morto. Inoltre nela trasposizione da vita vera a libro e successivamente da libro a film non si incorre poi nei soliti problemi che hanno i film tratti dai libri: qui autore del libro e regista del film coincidono, e così anche le “visioni” contenute in entrambi.

Questi due film-autobiografia, dai titoli “La danza della realtà” e “Poesia senza fine” sono uno il seguito dell’altro, ma affrontano due periodi slegati dell’autore risultando così completamente indipendenti l’uno dall’altro e diversi nei temi. E non coprendo affatto l’intero libro, ma solo le prime due parti, lasciano presagire che ne seguiranno altri. Per quanto visionari, essi sono anche intimi, religiosi, meno aspri e ribelli delle pellicole giovanili come El Topo e La montagna sacra. Nel bene e nel male, sono anche meno epocali e sembra che Alejandro voglia metterci la sua vita nelle nostre mani, per poi tirare con noi le somme. Non sto dicendo che questi due film siano convenzionali o facili da digerire, sia chiaro: sono pieni delle bizzarrie del poeta-scrittore-psicomago cileno, ma si tratta di stranezze più malleabili, come quelle di Santa Sangre, per intenderci. Non mancano scene capaci di lasciare perplesso lo spettatore bigotto di turno, ma nel complesso i due film risultano più che comprensibili. E anche se non cambieranno la storia del cinema, sono eccellenti, al punto che dopo aver visto questi potrebbe anche passarvi la voglia di vedere dell’altro per sei mesi.

Il primo dei due, La danza della realtà (che è il titolo sia del libro che del primo film), è stato presentato al Festival di Cannes nel 2013 e copre tutta la parte dell’infanzia dell’autore. E’ immaginifico, mostra come gli occhi di un bambino possano confondere realtà e sogno, al punto da vivere, costantemente, in un mondo ibrido delle due cose. Questo è possibile e non è un escamotage letterario o cinematografico, ed è vero quanto è vero Jodorowsky. La sua città di origine, Tocopilla, è di una bruttezza che fa male, e al tempo stesso il suo malessere diventa una causa di bellezza. E’ dalla bruttezza che nascono i sogni, le aspirazioni, il tormento creativo. Quando in un cumulo di macerie, sbagliate, si riesce a vedere qualcosa di più, è lì che parte il processo della creazione.

Il secondo, Poesia senza fine (Poesia sin fin, Endless Poetry), anche questo presentato al festival di Cannes (nel 2016) è imbevuto di un’atmosfera diversa, quella cupa della notte e delle prime relazioni sentimentali di Alejandro. L’incontro con Stella, e al contempo con la poesia (Stella Dìaz Varìn è una poetessa cilena realmente esistita) è l’elemento portante della prima parte del film. Poesia sin fin suggerisce, nella sua bellezza e nella miriade di frasi degne di nota nei dialoghi, lo spunto per avvicinarsi anche ad altri due poeti cileni, Nicanor Parra e Enrique Lihn, con cui Jodorowsky strinse amicizia. Era proprio la sua Stella che aveva ispirato il famoso poema “La Vipera” di Nicanor Parra, e inizialmente Jodorowsky rimase molto colpito dal fatto di poter conoscere dal vivo Nicanor, che considerava una personalità irraggiungibile.

stella diaz varin

La poetessa cilena Stella Dìaz Varìn (1926-2006)

Nicanor Parra era della generazione precedente rispetto a Jodorowsky. Nato nel ’14 (Jodorowsky è del ’29) ed esponente dell’antipoesia, si contrapponeva alla poesia classica cilena che in quel periodo era rappresentata da Neruda. Jodorowsky, avvicinatosi all’ambiente creativo di Tocopilla tramite il cugino, conosce così il suo mito, Nicanor Parra, e la sua prima fidanzata, Stella (la quale gli dirà: “Tu sei vergine. Tu sei puro, come un pierrot romantico.”)
Nicanor, docente universitario di matematica e fisica, compare anche in una parte cruciale alla fine del film. Interpellato da Jodorowsky che lo cerca per chiedergli che cosa fare della propria vita, Nicanor gli darà un consiglio che Alejandro non ascolterà affatto. Nicanor Parra sosteneva infatti che Alejandro dovesse trovarsi un lavoro normale, come lui stesso aveva fatto: un lavoro come quello di professore che gli avrebbe permesso di sopravvivere e solo parallelamente dedicarsi alla poesia. Poesia senza fine si conclude con il rifiuto categorico di questo consiglio e con Alejandro che finalmente lascia l’oppressiva città di Tocopilla per recarsi in Europa, dove poi sappiamo che troverà numerose strade, e la sua fortuna.

L’altro poeta cileno realmente esistito che appare in Poesia senza fine è Enrique Lihn, che diventa amico di Alejandro nella seconda parte del film, dopo la conclusione della storia con Stella. Alejandro stima moltissimo la poesia di Lihn, e decide per questo di entrare in contatto con lui. Fra i due nasce una splendida amicizia, dovuta ad una chiara sintonia, e ravvivano la città di Tocopilla con il loro modo di vivere e di intendere la vita: essi sono poeti, poeti in azione (“poetas en acciòn). Il loro modo estroso di agire è quello di un surrealismo che entra a far parte della quotidianità, molto simile tra l’altro a certe azioni futuriste di quel periodo. Hanno una lite solo nel momento in cui Lihn e la sua ragazza rompono. Jodorowsky, dopo averla salvata da un momento di grave sconforto, consuma un rapporto con lei. “Il sangue è sacro”, dirà, constatando che la ragazza ha le mestruazioni. Una ragazza tra l’altro, affetta anche da nanosomia: la deformità è un’altra costante dei film di Jodorowsky.

Sia di Nicanor Parra che di Lihn tradotto in italiano non è reperibile quasi nulla. Sembra che la poesia cilena in Italia non vada molto oltre Neruda, a meno che non ci si voglia dedicare in autonomia alle traduzioni dallo spagnolo. Neanche di Stella Diaz Varìn non è facilmente reperibile niente. L’unico libro disponibile attualmente in commercio nelle librerie convenzionali è un volume di Medusa Edizioni di Nicanor Parra, “Le Montagne Russe“.

“Io ti perdono, padre, tu mi hai dato la forza di sopportare questo mondo dove non esiste la poesia.”

Forse Jodorowsky aveva ragione, dobbiamo sopportare un mondo dove non esiste la poesia, accettare esso e le sue mancanze, così come la mancanza della poesia cilena nelle librerie. La poesia non esiste, è fittizia. Ma se la realtà imposta è priva di poesia, non per questo è necessario vivere in essa. Non è necessario abbandonare il nostro mondo, quello che ci è più congeniale, che abbiamo creato, al quale sentiamo di appartenere. E’ un mondo che anche se non esiste davvero, come la poesia, straborda all’esterno. Anche se si trattasse solo di un sogno, di un limbo tra la realtà e l’immaginario, questo mondo alla fine va a contaminare in maniera tangibile il reale.

Siamo poetas en acciòn. Basta sceglierlo.
La realtà è quella che creiamo, quella che vogliamo.


Vi lascio con alcune frasi ed immagini tratte dai due film:

La danza della realtà

Un guerriero si disfa delle sue illusioni.

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« Per te, io non esisto ancora. Per me, tu non esisti più. Alla fine del tempo, quando la materia prende il cammino del ritorno al punto di origine, tu e io saremo stati solo ricordi, mai realtà. Qualcosa ci sta sognando. Abbraccia l’illusione! Vivi! »

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Poesia sin fin – Endless Poetry

Tutto sembrava magico, senza esserlo.

“Tu sei vergine. Tu sei puro, come un pierrot romantico.” (Stella ad Alejandro)

Non ho bisogno di deglutirti: tu sei la mia anima.

Sono diventato uno specchio che riflette solo la tua immagine, non voglio vivere nel caos che crei. (Alejandro a Stella)

Perchè sei invisibile, io ti disprezzo, diamante perfetto.


 

The death I am running, runs without running at my side.


 

Dialogo tra Alejandro ed Enrique:

 

Alejandro: Tutto questo bellissimo lavoro verrà perso.
Enrique: Tutto verrà perso! Le nostre anime verranno perse. Non importa. Anche i sogni si perdono, e noi stessi, poco a poco, ci dissolviamo. La poesia, come un’ombra di un’aquila in volo, non lascia traccia sulla terra. Un poema raggiunge la perfezione solo quando è consumato.
Alejandro: Non posso vedere un bel lavoro consumato

– Ho paura di contrariare gli altri.
– Non sei colpevole di vivere come sei.
– Potresti essere colpevole di vivere come gli altri vogliono che tu viva.
– Qual è il significato della vita?
– La vita!
– Il cervello fa domande, il cuore dà risposte.
– La vita non ha nessun significato, devi solo viverla. Fottila!
————-
La vita è un gioco
Possiamo ridere anche delle cose peggiori
Soffrire è inutile
Non sono un pagliaccio
Sono un poeta.
Non dandomi niente, mi hai dato tutto.
Mi hai insegnato la necessità dell’amore
Negandomi dio, mi hai insegnato il valore della vita.
Io ti perdono, padre, tu mi hai dato la forza di sopportare questo mondo dove non esiste la poesia.

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stella alejandro
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Omicidio all’italiana, perché il Molise è veramente come Maccio Capatonda lo descrive e perché vale la pena di farci una passeggiata

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omicidio all'italiana

Secondo film per Maccio Capatonda, dopo Italiano Medio nel 2015 che fu accolto tiepidamente dal pubblico: i suoi non sono film che sbancano al botteghino, seguiti dal popolo di internet più abituato a youtube che a recarsi in sala, siamo perciò lontani dagli incassi di Checco Zalone, eppure queste due pellicole di Maccio risultano notevolissime, molto più di quanto ci si potrebbe aspettare ad un primo impatto da un paio di film comici.

Il timore poi che Maccio ricicli sempre gli stessi personaggi e le stesse battute (cosa che effettivamente fa, ma con una grande abilità e finalmente unendo il tutto con un unico filo conduttore) ha fatto sì che i suoi film fossero lasciati in secondo piano anche dai suoi fan. Ed è questo un altro motivo per cui non tutti hanno passato le loro serate di primavera a parlare di Omicidio all’Italiana, scartato per dedicarsi ad altre uscite più vistose.Distribuito dal 2 Marzo 2017 al cinema, Omicidio all’Italiana è disponibile in dvd dal 22 Giugno. Anche se non è quello il suo intento primario, Maccio/Marcello Macchia, originario di Vasto, ci fornisce di nuovo una descrizione delle abitudini italiane e dei meccanismi nascosti all’interno della televisione. Non andando per niente lontano dalla realtà, passa da “Mastervip” a “Chi l’acciso“, programmi televisivi parodia della tv italiana che appaiono rispettivamente in Italiano Medio e Omicidio all’Italiana. Se Italiano Medio era stato un capolavoro di saggezza, poco gradito proprio agli italiani medi da Macchia descritti e che ricercano solitamente nei film una comicità che non li porti a riflettere (sì ai cinepanettoni, e no ai film che puntano il dito sui problemi, presentando come comiche situazioni che sono assolutamente vere), il secondo film di Maccio si concentra invece su situazioni molto più circoscritte, essendo ambientato ad Acitrullo, ipotetico paese del Molise di soli 16 abitanti.

Omicidio all’Italiana si presenta più adatto al grande pubblico rispetto al suo gemello (si tratta, ovviamente, di gemelli eterozigoti) Italiano Medio, comprendendo in sé temi meno gravosi ma non per questo meno reali: il Molise, luogo che “non esiste”, è al centro della storia e se vi è mai capitato di fare un giro per alcune zone centrali d’Italia vi renderete conto di come il paese di Acitrullo creato da Maccio sia verosimile, con le sue discese e le sue salite, le strade disagiate e impercorribili, qui Campobasso e i suoi apericena sono visti come sogni quasi irraggiungibili, che in confronto la vita sulla 7bis Nolana, che un po’ noi discriminiamo, sembra quella della California. Infatti da paesi come Acitrullo anche solo raggiungere Isernia e Campobasso può diventare un’impresa, e la descrizione di questo viaggio è proprio il modo in cui inizia il film, con protagonista un corriere che cerca di raggiungere il paese per consegnare un computer ed un modem 56k.

Anche se ufficialmente Acitrullo è collocato in Molise, in realtà il film è stato girato a Corvara, in provincia di Pescara, 269 abitanti. In effetti Abruzzo e Molise in alcuni aspetti sono molto affini e guarda caso qualche tempo fa un amico aveva per me girato dei numerosi video-documentari della sua vita in Abruzzo. Tra i paesi che mi mostrava con perplessità mentre andava in auto a Pescara per il sushi-apericena accompagnato da cover band di dubbia qualità di Rihanna e Pink Floyd, c’era proprio Corvara che avrei rivisto più avanti nel film di Maccio.

Il mio amico faceva 100 km per un sabato sera “decente”, mentre qui ci lamentiamo con snobismo della scelta dei bar.

La metropoli di Pescara, centro più vicino a Corvara, dove è stato girato il nuovo film di MaccioLa metropoli di Pescara, centro più vicino a Corvara, dove è stato girato il nuovo film di Maccio

La metropoli di Pescara, centro più vicino a Corvara, dove è stato girato il nuovo film di Maccio

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La metropoli di Pescara, centro più vicino a Corvara, dove è stato girato il nuovo film di Maccio

In pratica le giornate degli abitanti di questi paesi molisani-abruzzesi oscillano tra un’esistenza lenta e il sogno di una civiltà lontana.

Una civiltà che risulta comunque non essere mai alla loro portata e si ferma a città di media grandezza (50 000 abitanti per Campobasso, 120 000 per Pescara, 21 000 per Isernia) ma che perlomeno offrono dei bar e delle gelaterie. Non a caso, quando nel film l’ispettrice Pertinente dice di venire da Roma, Herbert Ballerina le risponde: “Ah, estero.”

Anche se isolati, non è necessario guardare con giudizio negativo Acitrullo & friends, che per certi aspetti sono profondamente affascinanti per la tranquillità nella quale sono immersi. Ma noi siamo di questi centri solo osservatori esterni. Per le persone che invece sono nate e cresciute in queste zone – e che ovviamente sono state costrette a trasferirsi altrove per motivi di lavoro e di studio e guarda caso non ci sono mai più tornate – il futuro di questi paesi è un serio argomento di discussione e mi è capitato di prendere parte a volte a delle conversazioni sul futuro di paesi come Bojano o Cerro al Volturno.
C’è chi sostiene che questi centri verranno abbandonati, altri che verranno ripopolati e avranno futuro, perché sono belli. Sono belli in effetti, non mettiamo in dubbio ciò, ma ripopolare questi luoghi e trovare pure qualcosa da farci è una speranza di chi questi posti li ha amati, ci ha vissuto e poi li ha abbandonati, insomma, si tratta di discorsi mossi dai sensi di colpa, perché in fondo il mondo si muove in una direzione diversa e nonostante l’affezione alle proprie radici tutti sognano almeno un paio di gelaterie, Zara e le mutande di Tezenis.

In ogni caso, nel film di Maccio ci si sente maledettamente coinvolti. Non so come possano reagire gli abitanti di uno di questi paesi nei confronti di Omicidio all’italiana, se questo film potrebbe destare in loro irritazioni. Ma in un paese come Acitrullo non avrebbero comunque un cinema per vedere il film di Maccio e non riuscirebbero neanche a comprarsi il dvd in una Feltrinelli o una Mondadori, quindi il problema non si pone. Per chi invece in quei posti c’è solo capitato e mai abitato, scatta un immediato e assoluto feeling con tutta la storia. Sembra di essere proprio in uno di quei paesi in cui tutti abbiamo vagato, in quelle strade sterrate suggerite dal navigatore, di cui ci eravamo compiaciuti nonostante fossero sbarrate dalle mucche o dai lavori in corso. Un inverno in cui dovevamo raggiungere Campobasso le strade erano interrotte venendo praticamente da qualsiasi direzione, e alla fine, senza volerlo, nella notte, ci ritrovammo a Isernia. Sembrava di essere in una barzelletta sul Molise, e invece era realtà: ma ne valeva la pena, quel “vuoto” tra i paesi era seducente, tutta quell’erba anche e gli animali sulla strada ci guardavano con occhi rotondi e dolci, nei piccoli paesi si sentiva l’odore di case lavate e nei pochi negozi si trovavano cose che non c’erano da nessun’altra parte.

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Pecore sulla strada per Campitello Matese (CB)

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Insomma, quel che voglio dire e che continuo a ripetere, è che in Omicidio all’italiana è tutto vero.

Sembra una caricatura della realtà, ma è la realtà stessa. La contessa filantropa, i paesi con le salite e le discese, gli spostamenti in trattore, IL BABBACCHIONE – dolce tipico di Acitrullo – e altre cose, sono tutte maledettamente vere. Come anche il sogno della vita dissoluta a Campobasso. Lo sapete che Campobasso è una città universitaria? Un luogo di movida estrema. Davvero. True story.

Se non avete niente da fare, prendete la macchina e partite per un paese situato in un posto a caso in mezzo a Pescara – Campobasso – Isernia: sarà come essere nel film, come viaggiare nel tempo e nello spazio. Troverete cose che non avreste neanche immaginato potessero esistere. E comunque, avrete sempre modo di fare foto agli animali, cosa che di solito vale da sé il costo del viaggio.

Ma vediamo uno ad uno gli elementi più rilevanti e il perché sono veri

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IL BABBACCHIONE. Ricorda la mitologica Luisona del Bar Sport di Stefano Benni. In ogni bar scadente che si rispetti, esistono dei dolci che non andrebbero mai mangiati, spesso messi solo per esposizione. La Luisona di Benni fu inavvertitamente mangiata da un ignaro passante che non conosceva da quanto tempo la Luisona stesse sopravvivendo nella teca dei dolci. Il Babbacchione però è di più di una Luisona qualsiasi: è il dolce tipico di Acitrullo, da accompagnare rigorosamente con l’Amaraccio, il liquore tipico di Acitrullo. Ammettiamolo: non è realtà solo la Luisona da esposizione, ma anche questi dolci tipici che sicuramente esistono e sovente fanno pure schifo.

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Un bar a Sepino

La contessa filantropa intorno alla quale ruota l’intero film, assassinata all’inizio della storia: true story, in questi paesi ci sono contesse che riparano gli orologi della città e cose del genere, con cui andare a cena in ristoranti e castelli e che alla fine vi lasciano anche qualcosa in eredità se gli avete potato per bene il giardino.

L’apericena a Campobasso. Mi è capitato di andare a Campobasso non molto tempo fa, per una – diciamo – riunione, non specificherò di che tipo per la privacy delle persone coinvolte, le quali erano estremamente colpite dal lungo viaggio che avevamo intrapreso per loro e ci avevano definito I FORESTIERI (continuando a ripetere, colpitissimi, “I SIGNORI VENGONO DA NAPOLI!!!” come se da chissà quale posto lontano venissimo). In questa occasione Campobasso si è rivelata molto fashion, con centri commerciali ed un elegantissimo bar, ed era ovunque piena di studenti abbigliati come spagnoli ventenni in Erasmus. Da visitare: il castello Monforte e il Museo Sannitico.

La metropoli di Campobasso vista dall’alto, luogo in cui emigrano la maggior parte dei molisani in cerca di lavoroLa metropoli di Campobasso vista dall’alto, luogo in cui emigrano la maggior parte dei molisani in cerca di lavoro

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La metropoli di Campobasso vista dall’alto, luogo in cui emigrano la maggior parte dei molisani in cerca di lavoro

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Il castello Monforte di Campobasso, il cui custode, Nicola Tudino, è autore di uno splendido libro in cui descrive la sua malattia mentale: Cuore di terra – Nicola Tudino, edito da Aletti, e che vi consiglio. 

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Acitrullo-Corvara, paese in cui è stato girato il film di Maccio

– Le salite e le discese. Provate a fare un giro a Colli al Volturno, o a Bojano, o dove vi pare.

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Cerro al Volturno (IS)

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Rocchetta a Volturno (IS) – Rocchetta Alta – resti del castello e del centro abitato

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Colli al Volturno (1343 abitanti) è considerato un centro dello shopping per i paesi vicini

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Castel San Vincenzo, 516 abitanti. Il paese gode di una bellissima vista sull’omonimo lago artificiale

– Il turbamento. Per darvi un’idea di quanto sia effettivamente sperduto il Molise, vi dico che quando dovevo imbarcarmi a Termoli (CB) per le Tremiti, in circa 70 km vi era un’unica area di servizio, la Biferno, e all’ingresso del bagno, all’alba, ci ho trovato un cucciolo di pipistrello morto. L’unico altro posto sulla strada in cui ci si sarebbe potuto fermare, tendenzialmente per camionisti, era chiuso. Anche trovare i croissant nei bar non è qualcosa di scontato, e nella maggior parte dei paesi si può avere solo qualche prodotto semilavorato (che importa fare cornetti, quando c’è il BABBACCHIONE)

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La tecnologia. Il film di Maccio si apre con l’introduzione ad Acitrullo di un computer e di un modem con connessione 56k, portati dal corriere con grande difficoltà. In questi paesi in effetti a volte appaiono evidenti segni di tentativi di modernismo: il cartellone luminoso “Benvenuti a Sepino” incontrato quando andai a visitare gli scavi di Saepinum sembrava davvero di una tecnologia immane se paragonato all’offerta del resto del paese (anche se era davvero un bel paese, piacevole e perfettamente ristrutturato).

Non ha avuto la stessa sorte di “perfezione” la Civita Superiore di Bojano, completamente abbandonata a se stessa, sebbene sede di rinomati ristoranti come il Borgo Antico di Filindo, a detta del proprietario frequentato anche da Paul McCartney.

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Insomma, per non allontanarci del tutto e proseguire all’infinito con una guida rossa del Molise e ritornare al film di Maccio, posso dirvi che comunque un premio l’ha anche incassato: Nastro d’Argento a Sabrina Ferilli, che interpreta la conduttrice Donatella Spruzzone. Ci tengo a ripetere che anche se questi film ad un primo impatto pare potrebbero essere evitati, inducendoci a pensare che non ci sia niente di nuovo e venga riproposta la solita comicità, Italiano Medio e Omicidio all’Italiana non deludono e sono davvero molto più intelligenti di quel che vorrebbero sembrare: il formato “lungometraggio” conferisce a Maccio un’epicità che nei suoi prodotti brevi andava a perdersi nel tempo, mentre negli anni questi due film rimarranno, fotografia di un’Italia post 2000 che in maniera così sapiente non era stata ancora descritta.

Letture consigliate: Cuore di terra – Nicola Tudino, edito da Aletti
Film consigliati: Italiano medio – Assassinio all’italiana – Maccio Capatonda
Ristoranti consigliati: Borgo Antico – Civita Superiore di Bojano (Filindo)

Altri film con Sabrina Ferilli: The Place

Altro sul Molise: Punta Giulia, la punta più alta della Campania

 

Guida sentimentale della Campania: Napoli nelle pagine di Milo Manara – I Borgia

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Non tutti sapranno che in alcune pagine dei Borgia di Milo Manara la storia si svolge a Napoli.

La discesa in Italia di Carlo VIII di Francia, forte oppositore dei Borgia (data di inizio: 3 settembre 1494) continuò infatti fino a Napoli, dove, tanto per cambiare, i soldati entrarono senza incontrare praticamente alcuna opposizione. Era il 22 febbraio 1495, l’allora re di Napoli, Ferdinando II di Napoli detto Ferrandino, abbandonò immediatamente la situazione bollente rifugiandosi a Ischia e poi a Messina.
Paradossalmente la vittoria a Napoli segnò la disfatta di Carlo VIII, perché la presa di Napoli suscitò nelle altre nazioni la necessità di ostacolare l’espansione francese.Già a maggio il re Ferrandino, aiutato da suo cugino Ferdinando II d’Aragona re di Spagna e di Sicilia, ebbe modo di riorganizzarsi e di riconquistare Napoli, risalendo da Messina a Reggio e da Reggio a Napoli. Entrato a febbraio, Carlo VIII, dopo neanche tre mesi, fu costretto a lasciare la città riconsegnandola al sovrano filo-spagnolo.

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Insomma, anche se per poche pagine, in questo volume ritroviamo Milo Manara a disegnare la città di Napoli.

Realizzato in quattro parti tra il 2004 e il 2011 e successivamente edito in volume unico, I Borgia è incentrato sugli efferati intrecci che ruotano intorno alla figura di papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia), osservati attraverso la fitta sceneggiatura del regista/scrittore/psicomago cileno Alejandro Jodorowsky, per il quale Milo Manara ha prestato la mano.

Il volume dei loro Borgia si conclude proprio così, dopo anni di attesa, con la discesa di Carlo VIII a Napoli che “chiude” la storia. Così la presa di Napoli non segna solo la disfatta del re francese, ma anche l’epilogo del volume in questione; i nuovi equilibri che si andranno a formare in seguito a questa sconfitta non fanno più parte dell’opera Manara/Jodorowsky, attualmente impegnati in altri lavori: Manara in una serie su Caravaggio (è uscito il primo volume Caravaggio – La tavolozza e la spada nel 2015) e Jodorowsky con le sue robe jodorowskiane, poco adatte alle masse.

Le pagine di “commiato”, in netto contrasto con quelle vivissime e veloci nella parte centrale del volume smorzano bene un finale che avrebbe potuto sembrarci per certi versi ripido. Ogni personaggio riceve la sua definitiva collocazione nel giro di qualche pagina, dopo uno sperpetuo di sangue e avvelenamenti durato un intero volume.
Per quanto precipitoso, un finale del genere è decisamente giustificato dal crescendo di eventi che portano ad un punto di non ritorno e lascia anche una sorta di malinconia polverosa: la storia (del volume) è finita, anche se la storia (quella vera) continua, con altri 500 anni di guerre e di intrighi assurdi prima di arrivare ad oggi.

Come ben sappiamo la storia non si ferma mai. Ad ogni guerra ne succede sempre un’altra, ad ogni regnante un successore, ed in particolare questo periodo storico mostra una notevole complessità degli intrecci familiari tra i vari sovrani delle potenze del tempo, senza i quali non si sarebbe mosso quasi niente.

È un fumetto che non consiglierei a tutti. È terribile. Penultimo uscito di Manara, era uno dei pochi che non avevo ancora letto, pur possedendo l’intera produzione.
Un’altra sua opera, molto recente, che mi ero procurata appena uscì, è X-Men – Ragazze in fuga (2009). Ma i Borgia ha raggiunto la sua conclusione solo dopo il 2009, e pur vedendolo da anni ed anni in libreria, mi ritrovo a leggerlo solo ora.

La sceneggiatura è di Jodorowsky ed è quindi terribile in un modo diverso: l’erotico si confonde nell’horror storico, degno appunto solo dei film di Jodorowsky.
Jodorowsky è un regista cileno che ho sempre molto apprezzato. Il suo film più famoso è sicuramente La montagna sacra (1973), un cult che vidi in una torrida estate del 2008, ma il primo suo film al quale mi avvicinai fu El Topo, un altro dei più famosi.
Il primo impatto con El Topo non fu semplice. El Topo ai tempi mi sembrava un film così disturbato che inizialmente non compresi perché avrei dovuto sottopormi alla tortura di una tale visione.

Ma alla fine i suoi film li ho visti tutti ed è diventato uno dei miei registi preferiti di sempre.

Anche se ricordo El Topo come il titolo più estremo, iniziare da The Holy Mountain non sarebbe stato meglio. E infatti, in The Holy Mountain/La montagna sacra, ci sono testicoli in barattolo come i peni raccolti dai Borgia. Ma se le immagini di un film si susseguono in modo rapido, nelle tavole di Manara esse sono fisse e immobili nella loro atrocità. Visiva e morale. Innocenti guardiani di cani squartati in quattro parti. Cadaveri di gatti usati per bagnare di sangue gli umani. Necrofilia. Incesti, incesti in continuazione. Anche le donne, non sono immuni alla crudeltà: oche ammazzate per gioco in convento. Ma la violenza è specialmente sugli umani. Dopo un primo impatto, il lettore, stordito, pensa: vabbè è Jodorowsky, che mi aspettavo? e prende l’opera per quello che è, senza lasciarsi scalfire, e l’opera è una visione della storia, vista da due talenti, Manara e Jodorowsky, vorticosa, cruda, coinvolgente, ricca di pathos, nuova. Una visione che riporta i fatti, una moltitudine, e di personaggi, ancora di più, senza mai renderli comparse, vuoti o immotivati. Nessuna crudeltà è fine se stessa. È come un frenetico gioco, ed in effetti così è la storia. E’ un frenetico gioco, proprio come la storia dell’umanità.

Attenzione, però. I Borgia di Manara/Jodorowsky non sono fedeli alla storia, anche se di certo i due non ci vanno tanto lontano: i due maestri ci hanno un po’ fantasticato su, con abbastanza coerenza, dopotutto. Se proprio volete, con le dovute correzioni, I Borgia non va così male per ripetere per le interrogazioni del liceo.

Il sesso non è molto, addirittura accessorio, non erotico, ancora meno di altre angosciose opere di Manara, ma spesso blasfemo. A partire dal primo incontro con Vannozza, futura amante di Rodrigo Borgia (papa Alessandro VI) e madre dei suoi figli, scoperta ad adorare sessualmente la statua di un santo. I due, Rodrigo e Vannozza, consumeranno l’atto sull’altare, così come Rodrigo farà, anni dopo, con la sua stessa figlia, ad un ballo in maschera senza averla riconosciuta.
Insomma sicuramente molte libere interpretazioni, ma non inverosimili per quegli anni bui: inutile scandalizzarsi.
Libera interpretazione tra l’altro proprio per la discesa di Carlo VIII a Napoli che Jodorowsky fa morire in cima al Vesuvio, sul quale era salito dopo aver richiesto la più bella puttana del regno. Distratto da questa, Carlo VIII non si accorge di un’improvvisa eruzione del Vesuvio, e così scompaiono entrambi nella lava.
Episodio storicamente scorretto: come abbiamo già detto all’inizio, Carlo VIII, fu scacciato dopo alcuni mesi dal precedente re di Napoli, e non morì a Napoli, anche se ebbe qualche discreto problema a tornare a casa (l’esercito italiano provò a sbarrargli la strada il 6 luglio 1495 a Fornovo, in provincia di Parma) ed ebbe anche vita breve: morì solo 3 anni dopo, nel 1498, a 27 anni a causa di un incidente a cavallo.
Nei Borgia ci sono bellissime vedute anche di altre città: Roma su tutte. Ogni dettaglio è curatissimo, non solo i luoghi. A chi Napoli non bastasse (in effetti, tutto questo parlare per tre pagine di fumetto) consiglio una passeggiata nei Musei Vaticani a Roma, che comprendono, tra le innumerevoli cose, anche gli appartamenti dei Borgia, decorati dal Pinturicchio.
Sottolineo ancora che il rapido epilogo della storia (in poco tutti sono morti, tutto è risolto, tutto è spiegato) non è forzato, mostrando un’ultima difficoltà superata che consacra I Borgia al capolavoro. Atroce, ma perfetto e capolavoro.

Libri consigliati:
La danza della realtà – Autobiografia di Alejandro Jodorowsky

Film consigliati di Alejandro Jodorowksy: Fando y Lis, El Topo, La montagna sacra, Santa Sangre

Altri fumetti con la sceneggiatura di Jodorowsky: L’Incal, illustrato da un altro fuoriclasse del fumetto europeo, Moebius.

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Gli appartamenti dei Borgia a Roma, decorati dal Pinturicchio (Musei Vaticani)

Liebster Award – Discover new blogs!

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Dopo l’Hipsteria del 1° Maggio a Matera (con tanto di concerto), e un po’ di articoli sul Partenio (alcuni sono pubblicati, al momento, come promemoria, su Guida sentimentale della Campania, oltre che sul mio quotidiano di riferimento), scopro di essere stata nominata da Valcuvia Express a questo simpatico giochino.

ll Liebster award è un riconoscimento che si dà ai blog con meno di 200 follower al fine di aumentare gli scambi e i commenti e anche per fornire una scusa per parlare un po’ a ruota libera. Prima di ricadere nella non-pubblicazione di ciò che scrivo, una cosa che su Detersivi alla Spina mi sta capitando spesso, partecipo subito.
Non preoccuparti, wwayne, sono ancora qua! :-)

Il gioco consiste nel rispondere alle 11 domande formulate dal blog che ti ha invitato, nominare altri 11 blog con meno di 200 followers e formulare delle nuove 11 domande per gli invitati. Questo ovviamente ricordandosi di spiegare le regole del gioco e pubblicare il logo del Liebster Award. E ricordarsi di informare i blog invitati con un messaggio. Ringrazio ancora Valcuvia Express per avermi coinvolto. Mi colpì ai tempi sul suo blog questo video, inquietante, ispirato al Maestro e Margherita di Bulgakov. Ecco le mie risposte :-)

1) La tua città preferita e quella che non sopporti

Tra le cose da fare c’è da tempo quella di stilare una lista ordinata delle città più brutte in cui sono stata. St.Julian’s nell’isola di Malta potrebbe vincere a spada tratta, ma per farmi nemici gratuiti posso dire che in Italia per ora anche Cosenza e Terni sono ai vertici, o perlomeno sono due posti che mi vengono in mente. Odiai Berlino quando la vidi per la prima volta ma ora la ricordo con nostalgia: la sua bruttezza, la ricostruzione, e i monumenti anneriti tra i grattacieli orrendi avevano un fascino decadente che mi riporta alla mente il 2006, le canzoni dei Phoenix, The Veils, Spinto Band, e altre cose indie che andavano in quei tempi. Amo i centri della Toscana, la mia Napoli e le città del nord. Eleggo a città preferita Heidelberg, per i ricordi in cima a quel castello, per com’ero in quei tempi e per la dolcezza del vento in quel giardino che s’affacciava dall’alto sulla città.

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2) Libro cartaceo o ebook?
Libro cartaceo tutta la vita. Scavo nei mercatini e negli scatoloni della gente morta o che la gente butta per collezionarli. Poi li disinfetto, non vi preoccupate.

3) Quando hai aperto il blog e perché.
Il blog l’ho aperto al liceo quando erano spuntati fuori gli MSN Spaces e tutti iniziavano a fare un blog. Trovai fin da subito stupido l’idea di un blog solamente personale (raccontare di sé mette a nudo, non trovate?)  e diventò immediatamente un sito di recensioni di film e fumetti. Quando gli MSN Spaces sono stati chiusi è diventato un blog WordPress, e su suggerimento di un amico ha preso questo nome strano. Eravamo entrambi amanti delle birre alla spina… Ma è diventato Detersivi per una storia di una lavanderia automatica nel nord della Francia che prima o poi dovrei raccontarvi.

lavanderia automatica

La lavanderia automatica di Fougéres

4) Che cosa ne pensi dei social network?
Li odio, perché sembrerà strano, ma io non voglio comunicare. Allo stesso tempo mi piace organizzare in album le mie foto, o condividere ciò che scrivo. E’ un po’ un paradosso. Mi piace avere una finestra sul mondo, ma non dovrebbe essere social, perlomeno non nel modo dei social network.

5) Che cosa volevi diventare da piccolo? Volevo diventare una scrittrice, of course. E invece sono un’ingegnere chimico (…come dice la canzone dei Bluvertigo).

6) Racconta una tua piccola mania
Colleziono peluche. Di recente li ho organizzati in un archivio. Finora ne ho contati 695. Ma ce ne sono ancora.

7) Hai animali?
Ho un gatto di nome Arancino. Amo i gatti rossi.

8) Qual è il tuo soprannome? Koomori, che in giapponese significa pipistrello. Ma anche Lady Justice, dall’album dei Metallica “And Justice for All.”
Sì, sono stata e sono ancora a tratti una schifosa metallara.

9) Il rosso o il nero. Non posso rinunciare a nessuno dei due.

10) Chi è il tuo eroe/la tua eroina di sempre? Ho sempre adorato Napoleone. E tra gli attori, Jim Carrey, fin da quando ero piccola. Ho visto praticamente tutti i suoi film.

11) Che cosa ti piacerebbe dire al web ora? Che anche se non mi leggerà nessuno (in fondo cosa per me preferibile), non smetterò mai di scrivere. Mai. Mai. Mai.

E che la condivisione di informazioni intelligenti, o delle proprie passioni, lascia sempre una sensazione piacevole in chi vi capita per caso: a me capita così. I siti costruiti per fare visite, i giornali spazzatura, lasciano il tempo che trovano.

NOMINATION

https://theemeraldforest.wordpress.com/
https://ciakmovie.com/
https://occhiliquidi.wordpress.com/
https://lachiamavanoserenab.wordpress.com/
https://cinefatti.com/
https://ilblogvuotodinidellaneum.wordpress.com/
https://avreivolutosposareunlunapop.wordpress.com/
http://nuovocinemalebowski.it/
https://rossallergia.wordpress.com/
https://dccomicsmultiverse.wordpress.com/
http://sweetstefy.com/

Essendo il mio blog principalmente sul cinema…

Le domande alle quali rispondere sono:

1) Il film che ti ha cambiato la vita, non necessariamente il più bello
2) Multisala o cinema città?
3) Manga o fumetti occidentali: quali scegli e perché?
4) Cosa rappresenta per te scrivere?
5) Il tuo genere musicale preferito
6) Ti piace andare a concerti?
7) Scatti fotografie?
8) Scrivere e leggere ruba tempo alla vita vera?
9) Ti piace stare in mezzo alle persone?
10) Da quanti anni esiste il tuo blog?
11) Pensi di essere cambiato negli ultimi anni e cosa è cambiato nel tuo blog negli anni eventualmente trascorsi?

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Perché ho scritto, Enrique Lihn

Capita che forse, in un anno di calma,
pensi: la poesia a questo mi è servita:
non ho potuto essere felice, quello mi fu negato,
però ho scritto.

Ho scritto: fui la vittima
della mendicità e dell’orgoglio mischiati
e giustiziai anche qualche lettore;
stesi la mano in porte che mai, mai ho visto;
una ragazza cadde, in un altro mondo, ai miei piedi.

Però ho scritto: avevo questa rara certezza,
l’illusione di tenere il mondo tra le mani
— che illusione perfetta! come un cristo barocco
con tutta la sua inutile crudeltà —
Ho scritto, la mia scrittura fu come erbaccia
di fiori azzimi, pur sempre fiori,
il pane quotidiano di terre incolte:
una corazza di spine e radici

Dalla vita ho preso tutte queste parole
come un bambino orpello, ciottoli vicino al fiume:
cose magiche, perfettamente inutili
però continuano a rinnovare il loro incanto.

La specie di follia per cui un vecchio
vola dietro le colombe imitandole
mi fu data per servire a qualcosa.
Mi condannai scrivendo così che tutti dubiteranno
della mia vita reale,
(giorni della mia scrittura, terreno straniero).
Tutti quelli che servirono e quelli che furono serviti
dico che passeranno perché ho scritto
e farlo significa lavorare con la morte
gomito a gomito, rubarle tanti segreti.
Alla sorgente il fiume è una vena d’acqua
– lì, per un momento, nemmeno, su questa altura –
poi, alla fine, un mare che nulla vede
di quanti stanno nuotando sbracciandosi nella vita.
Perché ho scritto sono stato l’odio imbarazzante,
ma il mare forma parte della mia stessa scrittura:
linea dell’onda dove un verso diventa schiuma
e posso reiterare la poesia.

Ero ammalato, senza posto per i dubbi
e non solo di insonnia,
anche di idee fisse che mi facevano leggere
con oscena attenzione tanti psicologi,
però ho scritto e il crimine fu minore,
l’ho scontato verso a verso fino a scriverlo,
perché tra la parola che si adatta e l’abisso
sorge un po’ di oscura intelligenza
e a questa luce molti mostri non sono giustiziati.

Perché ho scritto non rimasi nella casa della carnefice
né mi lasciai portare dall’amore di Dio
né accettai che gli uomini fossero dei
né mi feci desiderare come scrittore
né la povertà mi parve atroce
né il potere una cosa desiderabile
né mi lavai né mi sporcai le mani
né furono vergini le mie migliori amiche
né presi per amico un fariseo
né malgrado la collera
volli sbaragliare il mio nemico.

Però ho scritto e muoio per conto mio,
perché ho scritto, perché ho scritto io sono vivo.

(Perché ho scritto, Enrique Lihn)

Manga misteriosi che non leggerebbe mai nessuno

Titolo fittizio perché se sono editi, sicuramente qualcuno li leggerà. Più che altro ciò che sarebbe lecito chiedersi è: perché scegliere questi titoli anziché altri fra migliaia di shoujo in circolazione? Letto uno, letti tutti, si sa. La risposta a questo quesito non è fornita, in quanto i seguenti titoli li ho ricevuti in regalo. Li recensisco per non dimenticarmi di averli letti.

Orange Kiss

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Si tratta di un volume unico, edito da Flashbook e risalente al 2003. In quel periodo Flashbook pubblicava titoli ricercati e al Lucca Comics presi “Cuori Colpiti”, un manga che mi riporta alla mente una fiera piovosa di tredici anni fa. Cuori Colpiti è infatti pubblicizzato nelle ultime pagine di Orange Kiss. Si tratta di una casa editrice che ho sempre trovato degna di una certa stima. Questo volume ha sovraccopertina, una bellissima carta, e per essere quello che è, non è male. Ma… cos’è?
E’ il solito manga a più episodi, delicati e ingenui, che parlano di amore adolescenziale. Insomma è uno di quei volumi che ogni ragazza che legge manga da un po’ di anni, ne ha letti almeno altri 70 tutti uguali. Resta che questo volume unico è molto gradevole e varrebbe la pena di preferirlo ad altri, ma è difficile che accada vista la sua scarsa diffusione.

Gli episodi al suo interno:

Orange Kiss: dà il titolo al volume. Storia: Aki sogna di baciare il suo compagno di classe Shimizu al tramonto. Al risveglio risulta turbata, perché i due si sono sempre volontariamente ignorati, senza conoscere il motivo di quest’antipatia reciproca. Sono i capelli arancio di Shimizu a dare il titolo alla storia; nel giro di poche pagine i due si metteranno insieme, rendendo realtà il sogno di Aki.

Parole di felicità: secondo episodio. Saiko è una modella ed è più alta della maggior parte delle sue coetanee, attirando molte invidie. Un giorno, per sviare le avances di un compagno di scuola che non le piaceva, dice di essere attratta da Hajime, un ragazzo che conosce solo di vista e che suona il violoncello nell’orchestra della scuola. Dopo essersi presentati, fra i due nasce una bella amicizia. Hajime insegna a Saiko un rito che lui svolge con i suoi compagni dell’orchestra prima di ogni esibizione, in modo da scaricare la tensione: consiste nell’elencare ciò che li rende felici. Prima di un provino importante che la renderà una modella ufficiale per una rivista, Saiko farà lo stesso: la parola che dirà è proprio “Hajime”, riconoscendo che è Hajime che la rende felice. Hajime è la sua parola di felicità.
Mi sono annoiata a morte a raccontarlo, ditemi se a voi è venuta voglia di leggerlo. Io penso proprio di no, roba da sputarci su.

L’ultimo treno: una corsa nel cielo notturno. Un ragazzo e una ragazza si conoscono alla fermata del treno. I due frequentano scuole differenti, il liceo di lui <nomeacaso> è più prestigioso e frequentato da ragazzi che andranno all’università, mentre quello di Sae non è così buono. Sae si sente sciocca e stupida in confronto al tipo che ha rimorchiato alla fermata del treno. Quando lei gli chiede, dopo poco tempo, se vogliono mettersi insieme, lui accetta, ma le insicurezze di Sae restano, alimentate anche dalle amiche di Sae che le mettono in testa che presto si lasceranno. In effetti lui parla poco ed è sfuggente, così un giorno Sae si presenta all’uscita del doposcuola per stare con lui. Come spesso capita, lui cerca di evitarla. La ragazza, ostinata, lo segue sul treno, pur non sapendo quale sia la destinazione del ragazzo. In questo viaggio i due, che erano già fidanzati, finalmente si conosceranno meglio, e Sae scoprirà che lui era turbato a causa di alcuni problemi familiari e dell’esistenza di una sorella che neanche sapeva di avere.

Verso Orange Kiss, poco prima di Orange Kiss: ultimo episodio. Alcune pagine che mostrano la storia di Orange Kiss (il primo episodio del volume) attraverso gli occhi del protagonista maschile. Onestamente queste pagine non sanno di niente, sono troppo poche e messe alla fine del volume perdono di senso.

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Dillo alla luna

Anche questo si tratta di un volume unico edito da Flashbook Edizioni nel 2003. Stesso discorso fatto per Orange Kiss: ogni ragazza che legge manga è abituata a questo genere di storie.

Dillo alla luna è comunque un bel volume con una storia piacevole da leggere e non fatta male, come tanti altri manga che si trovano sui banconi delle fumetterie, ma tra gli ultimi volumi ho preferito Orange Kiss.

I disegni dell’autrice di Dillo alla luna sono un po’ acerbi e la storia segue il destino di tre amici d’infanzia ai quali si è aggiunta una nuova ragazza. E’ difficile appassionarsi a questa storia proprio a causa di questa protagonista femminile che è la classica ragazza che “attende” un amore non ricambiato, stereotipo che non amo. Neanche gli altri personaggi sono un granché: una che fa l’amante di un uomo già impegnato e più grande; un potenziale playboy e un cretino che non capisce niente.
Bel finale buonista con tutti che si sposano.

Consigliato a chi ama le storie tristi.

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Ragione e sentimento

Si tratta di Ragione e sentimento di Jane Austen versione manga. Quando l’ho visto, in dono insieme a Dillo alla luna e Orange Kiss, sono rimasta un po’ così, anche perché i disegni lasciano piuttosto a desiderare.
Dopo diversi mesi l’ho però rivisto in fumetteria, e dimenticando di possederlo, ne sono rimasta attratta.

Mi piace molto Jane Austen e ho letto molti suoi libri, è quello il problema.

Il manga è di categoria josei, un tipo di manga romantici per donne adulte. Per riuscire a condensare Ragione e sentimento in un solo volume gli eventi accadono molto in fretta e non è esattamente il massimo, ma i fan di Jane Austen una cosa del genere se la procurano lo stesso. Esiste anche un altro Ragione e sentimento versione manga, ma non ricalca il libro. It’s the only one.

Godetevelo, se ne avete il coraggio.

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REX

Volume unico delle CLAMP comprato per 1 euro a un mercatino dei libri nel chiostro di un convento. Sono sempre stata attratta dalle CLAMP le quali purtroppo mi hanno praticamente quasi sempre deluso (fatta eccezione per Chobits). A legarmi alle CLAMP è ovviamente il ricordo degli anni ’90 e di serie che seguivo alle elementari, come Rayearth, ma esse, nonostante i disegni vistosi (dico vistosi, non necessariamente di livello) purtroppo producono quasi sempre storie senza spessore, pur partendo da trame estremamente elaborate. Tutto sommato credo che continuerò a comprare volumi delle CLAMP e Rex probabilmente è uno dei migliori loro che abbia letto perché almeno è un po’ più originale e mette allegria, con questa storia incentrata su di un piccolo dinosauro.

Va bene se avete tipo 6 anni.

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Sarà perché mi piaci

Dall’autrice di Piccoli Problemi di Cuore (Wataru Yoshizumi), miniserie in due volumi.

Dopo i precedenti manga elencati, mi è sembrata un capolavoro.
Pubblicata da Planet Manga nel 2005, adesso non è più facilmente reperibile in fumetteria, ma ho acquistato entrambi i volumi per 4€ su Ebay, dopo aver trovato solo il volume 1 nel convento di cui vi dicevo sopra.

La storia è interessantissima. La protagonista è innamorata di un ragazzo che è capace di legarsi solo a ragazze già fidanzate, e lei non lo è, anche se in un momento trae in inganno tutti mostrandosi in compagnia del fratello, che viene scambiato per il suo fidanzato.

Sarà perché mi piaci riesce a coinvolgere (cosa che non fanno altri shoujo) ed è molto dolce, inoltre, i due si conoscono in biblioteca scambiandosi un libro sui Preraffaelliti, quindi i due teoricamente sono anche raffinati, forse, e offrono al lettore la possibilità di acculturarsi..

Ok, non aspettatevi troppo.

Inizio a capire meglio, però, perché Wataru Yoshizumi sia considerata una principessa degli shoujo manga: in confronto alle sue concorrenti, almeno è in grado di coinvolgere.

Credo mi procurerò altri suoi manga prossimamente. Non l’ho mai amata molto, anzi, la disprezzavo leggermente, ma oltre a questo possiedo Piccoli problemi di cuore (di cui non mi disferei mai per motivi affettivi) e la one shot Cappuccino.

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The Valkyrie’s Vigil (1906) di Edward Robert Hughes

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