Anteprima Cinema: Eddie The Eagle – Il Coraggio della Follia

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Eddie The Eagle – Il coraggio della follia, presentato al Sundance a gennaio del 2016, è già uscito negli Stati Uniti il 26 Febbraio 2016 e in Gran Bretagna il 1° Aprile 2016.

In Italia non è ancora uscito e sarà nelle sale solo a partire dal 2 Giugno 2016, tuttavia è stato possibile assistere al film in anteprima il 2 Maggio, esattamente un mese prima della sua data ufficiale di uscita, perciò posso qui parlarvene in anticipo.

E’ un film molto interessante, per almeno tre motivi:

1) E’ una storia vera, e dalle storie vere si impara sempre qualcosa. Per certi versi si ha più interesse a seguirle di quanto non lo siano quelle completamente inventate. Considerate i vantaggi della cosa: anche se il film non vi piacerà, almeno accrescerete la vostra conoscenza su qualcosa di reale, o perlomeno ne saprete l’esistenza. Ad esempio, con Eddie The Eagle potreste venire a sapere che nel 1988 le Olimpiadi Invernali si sono tenute a Calgary, cosa che probabilmente non sapevate se nel 1988 non eravate nemmeno nati o stavate andando su e giù per la casa all’interno di un girello.

2) E’ pieno di messaggi positivi. Se sarete in grado di raccoglierli, spaccherete il mondo. E anche questi sono tutti veri. Ma non solo, Eddie The Eagle è anche uno spunto per osservare una delle mille sfaccettature che può assumere l’animo umano: il profilo di una persona capace di un impegno continuo e dotata di un’assoluta determinazione, un ragazzino sicuramente ingenuo e forse poco talentuoso, ma mosso dal sogno che aveva da bambino, che poi, ricordiamocelo, a volte sono proprio i sogni a modificare le cose. Qualcuno di questi sogni si realizza, qualcun altro no, qualcuno a metà, ma intanto le nostre vite cambiano.

3) L’estetica anni ’80. Hugh Jackman. Eye of the Tiger. Li metto tutti insieme, tanto sono motivi futili. Ma più trainanti che mai.

Ma veniamo alla trama. Basato su una storia vera, Eddie The Eagle narra di Eddie Edwards, giovane ragazzo ossessionato dall’idea di partecipare alle Olimpiadi.
Dopo essersi dedicato a molti sport senza successo, in ultimo lo sci, Eddie ha l’intuizione di potersi cimentare nel salto con gli sci: il fatto che l’Inghilterra non abbia una squadra di salto con gli sci e che non aggiorni le regole del gioco da 52 anni lascia infatti ben sperare al ragazzo di avere qualche possibilità di essere ammesso alle Olimpiadi Invernali di Calgary del 1988.
Infatti l’idea di base di Eddie è solo quella di di partecipare alle Olimpiadi, non di vincerle o di classificarsi in una buona posizione, cosa che gli risulterebbe tra l’altro impossibile dato che un saltatore con gli sci professionista inizia a saltare dall’età di 5 o 6 anni mentre Eddie si approccia alla disciplina quando ne ha già 25. Determinato però a realizzare il suo obiettivo, Eddie si reca in Germania per iniziare a dedicarsi al salto.

E qui entra in gioco la vera stella del film, Hugh Jackman, che qui è un ex campione di salto con gli sci ora alcolizzato. Il personaggio di Jackman, con una carriera bruciata alle spalle, è dotato di una straordinario talento che non sfrutta, e si ritrova, senza volerlo, ad allenare Eddie.

Ciò che più caratterizzano il personaggio di Eddie sono l’ostinazione ed una buona dose di incoscienza. Se qualche volta, anche se per pochissimo tempo, Eddie si lascia scoraggiare dagli insuccessi, poco dopo riprende ad inseguire il suo obiettivo. Anche senza essere particolarmente dotato, egli è disposto a combattere, a rischiare, ad imparare e ad affrontare le prove che lo attendono con straordinario coraggio. Dopo ogni insuccesso Eddie si rialza sempre.

Il film, dotato in un’estetica molto anni ’80 sembra fin dall’inizio effettivamente senza troppe pretese. Non sono presenti immagini sensazionali anche se la scena si sposta tra Regno Unito, Germania, Austria, Canada, ciò nonostante è più apprezzabile così, nel suo essere naïf .

Sembra un film di fine anni ’80 realizzato negli anni ’80, ricordando un po’ nella sceneggiatura quello che ci sembrerebbe un film per la televisione. Eddie The Eagle come film ha un’apparenza superficiale, come potrebbe averla un prodotto televisivo, ma in profondità non è vuoto. La pellicola di Dexter Fletcher un’ossatura robusta, almeno nei contenuti.

Un film che risulta nel complesso leggero e spensierato, dotato di vivace scorrevolezza, in cui sono molto evidenti alcuni messaggi ultimamente più che mai tutt’altro che scontati, come quello nel dialogo finale tra Eddie Edwards, disposto a saltare su un trampolino di 90 metri per la prima volta alle Olimpiadi, e il finlandese volante, “The Flying Finn”, atleta candidato all’oro. Il finlandese volante definisce lui ed Eddie come l’1 e le 11 su un orologio, diversi ma più vicini tra loro di tutti gli altri, poiché per entrambi quello che conta non è vincere, ma aver fatto del proprio meglio.

“L’importante è partecipare” è una frase che spesso sentiamo dire o pronunciamo e che viene ripetuta spesso in questo film. Non sempre notiamo che per partecipare s’intende fare del proprio meglio, non arrendersi di fronte alle difficoltà ma rialzarsi sempre e riprovare, sfidando ogni volta i propri limiti.
Ciò che conta, alla fine di questo, non è l’effettivo risultato, ma quel risultato per noi, conta il fatto di essersi messi in gioco, sfruttando al massimo le proprie capacità.

Essere determinati, anzi, ostinati, e dotati di un sogno come quello di Eddie porta comunque a fare qualcosa, ed è quel qualcosa che una volta raccolto ci fa pensare: ehi, siamo persone migliori, lo siamo un po’ più di ieri, perché ogni giorno impariamo a fare qualcosa in più rispetto a quanto sapevamo fare il giorno prima.

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Taron Egerton e Hugh Jackman in una scena del film

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Il vero Micheal “Eddie” Edwards, che partecipò alle Olimpiadi Invernali di Calgary nel 1988.

Altri film con Hugh Jackman recensiti qui:

Scoop di Woody Allen (con Scarlett Johannson) (2006)
Australia (con Nicole Kidman) (2008)
X-Men: le origini – Wolverine (2009)
X-Men – L’inizio (2011)
X-Men: Wolverine – L’immortale (2013)

Molto bello anche X-Men – Giorni di un futuro passato (2014), che sembra abbia dimenticato di recensire.

Batman v Superman: Dawn of Justice

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I Cani vs Batman

Sabato tra il concerto dei Cani al Duel Beat e l’idea del cinema ha preso il sopravvento il cinema, così nel pomeriggio ci rechiamo al Centro Campania.

Qui, dopo aver acquistato da Tiger una casetta per gli uccelli da mettere in giardino, e acquistato un basket di pollo al Mc Donald’s e dei panini all’astice, con relativa delusione che il Mc Donald’s non sia proprio un ristorante gourmet, siamo andati al cinema.

Batman v Superman è un film di quelli che vengono attesi che però io non ho atteso.

Nonostante questo, Batman v Superman si prometteva migliore dei suoi corrispettivi Marvel come The Avengers 1 e 2, anche perché DC non è Marvel e Marvel non è DC e anche perché dopo il flop di The Dark Knight Rises non avevamo più molto da indignarci per un Batman che non è Christian Bale.

L’era del Cavaliere Oscuro di Nolan si è conclusa (anche se vediamo Nolan tra i direttori esecutivi) e così anche quella di un Batman interpretato da Christian Bale che non rivedremo più, come è giusto che sia, perché alle cose buone non bisogna abituarsi.

Sostituito da Ben Affleck, molto più simile al Batman interpretato da George Clooney, l’attore ha avuto la dignità di lasciarsi una leggera barba incolta destando meno irritazione di quanto predetto. Non ne ho mai voluto sapere niente di Batman / Ben Affleck e non ho voluto neanche pensarci, ma il risultato finale è stato migliore del previsto.

Solo che questo Batman v Superman “Lievamm a miez’ e mamm”, si potrebbe sottotitolare, a causa di una sceneggiatura degna delle risse delle scuole medie.

Niente male la Wonder Woman interpretata dalla modella iraniana Gal Gadot. Jesse Eisenberg/Lex Luthor fa il verso al Joker di Heat Ledger senza riuscirci, Henry Cavill è un buon Superman con tutti i difetti di un Superman al quale si perdona la monotonia più facilmente che a Batman.

La regia vistosa di Zack Snyder corregge i difetti di una storia e di una sceneggiatura piuttosto noiose, rendendo il film tutto sommato guardabile.

Consigliato agli appassionati del genere.

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Diana (Gal Gadot) e Bruce Wayne alla festa.

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Wonder Woman / Gal Gadot: sembra un cosplay riuscito bene (e temo che questo non sia proprio un complimento)

Batman V. Superman: Dawn Of Justice

Nel cast c’è anche Amy Adams, una buona attrice che passa sempre in secondo piano a causa di sue colleghe più vistose. Era già stata la compagna di Superman in Man of Steel (2013), sempre regia di Zack Snyder

Altri film di Zack Snyder recensiti qui:

Film di primavera di 7 anni fa: Watchmen

Sucker Punch: un bel beverone

Man of Steel (una riga, non c’è nessuna recensione)

Il regno di Ga’Hoole: non so se ho mai scritto di questo film, spero di no, l’unico motivo per cui lo possiedo in dvd è che dovevo provare il 3D e mi rifiutavo di dare soldi a Coraline di Henry Selick che adesso rimpiango. Non guardatelo mai.

Altri film con Amy Adams: Big Eyes, American Hustle, Man of Steel, Her, The Master, The Fighter.

 

Save me the last waltz

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Solitamente non scrivo di libri perché ne ho moltissimi e ne compro ancora, ma di questi pochi li leggo fino alla fine. Mi sono perciò imposta, da qualche tempo, di riscoprire il piacere di finire un libro. Da un po’ di anni li lasciavo sempre a metà. Con questa pratica, ho iniziato l’autunno scorso Norwegian Wood, e ho scoperto che un libro diventa più bello se lo leggi fino alla fine, anche se basta già leggere i primi capitoli per capire se ti piacerà o meno, e anche se è meglio leggere a metà 10 o 20 libri piuttosto che non leggerne nessuno.

Leggere a metà ti dà comunque l’idea di aver letto, che è decisamente meglio di rimanere totalmente ignoranti. In ogni caso, non riuscirò a leggere tutti i libri che voglio leggere in un anno, e a volte, anche se letti per intero, i libri vengono dimenticati lo stesso, specialmente i finali.

L’incompletezza però ti lascia un ricordo, quell’idea di aver voluto continuare a leggere, mentre chiudere un libro dopo essere giunti all’ultima pagina dà la possibilità, se l’inutilità del libro lo consente, di rimuoverlo dalle caselle della memoria utilizzate più di frequente.

Non è questo il caso di Save me the last waltz, l’unico romanzo di Zelda Fitzgerald che ho ordinato su Amazon dopo averlo cercato senza successo in più di una libreria. Non compro spesso libri online, solo le cose che voglio davvero e che non riesco a trovare in giro, “Lasciami l’ultimo valzer” era uno di queste. Obbligo morale per gli acquisti di questo tipo: leggerli davvero. Nessun problema.

Era la fine del 2011 quando su una bancarella mi sono imbattuta in “La morte della farfalla”, di Pietro Citati, un analisi sulla coppia Francis Scott / Zelda Fitzgerald, che avevo visto nello stesso anno, tratteggiata molto superficialmente, nella commedia leggera Midnight in Paris di Woody Allen, che neanche m’era piaciuta molto.

Non nego quindi che il cinema negli anni è stato complice dell’attrazione nei confronti di una coppia nella quale un po’ mi riconosco e il romanzo di Zelda Fitzgerald, autobiografico, descrive gli eventi più di quanto possa fare “La morte della farfalla”, esterno alle vicende.

I romanzi del marito Francis Scott Fitzgerald, molto più noti (Belli e dannati, Il grande Gatsby, Tenera è la notte), poco hanno a che vedere con Lasciami l’ultimo valzer, dotato di uno stile meno americano, ricco e fine, capace di riempire i vuoti emotivi della storia e della sceneggiatura che si risolve in alcuni momenti freddamente. Zelda Fitzgerald, che la guidino artificio o emozioni, oppure entrambe le cose, sa scrivere e descrivere i suoi luoghi in modo personale, il mondo di Zelda è ricco di profumi e di immagini oniriche, fa sentire meno soli coloro che si perdono nelle visioni come quelle di Zelda.

Regalo ne L’Ultimo Valzer, è l’ambientazione degli ultimi capitoli della storia proprio a Napoli (come se le descrizioni della Francia, di cittadine dove sono stata anche io, non mi fossero già piaciute). Zelda ricevette infatti un invito a far parte del balletto del San Carlo di Napoli, invito che rifiutò a causa della gelosia del marito e per non separarsi dalla famiglia. Ma nel romanzo la sua alter ego Alabama accetta e si trasferisce a Napoli da sola. Le descrizioni di Napoli sono state così verosimili da farmi ricercare con più di una semplice attenzione se fossero vere, ma Zelda rifiutò l’incarico, anche se sicuramente passò a Napoli con il marito e la figlia nei suoi viaggi, in particolare a Capri.

Altre descrizioni che sono state come una lucida carezza nei ricordi, sono state quelle relative alla Svizzera, al lago di Ginevra, Losanna, Montreaux. Riporto qui alcuni passi che mi sono piaciuti, ma l’intero libro è così, e ciò vi può dare un’idea di cosa fosse realmente Zelda Fitzgerald, le cui doti di scrittrice sono sempre state adombrate dalla fama e dal successo del marito.

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Descrivendo Napoli:

“Alla signorina piacerà Napoli – disse a un tratto. – La voce della città è dolce come quella della solitudine. La vettura si allontanò rumorosamente tra le luci rosse e verdi che costellavano la baia come pietre incastonate in una tazza da veleno rinascimentale. La melassa stillante di quel Sud punteggiato di mosche trasudava nella brezza che soffiava sulla trasparenza acquamarina fino a estinguere ogni emozione.”

Come Alabama vedeva il corpo di ballo del San Carlo:

Le ragazze erano diverse dalle russe. Avevano il collo sporco e venivano in teatro con sacchetti di carta pieni di panini ben imbottiti. Mangiavano aglio, erano più grasse delle russe e avevano gambe più corte. Danzavano con le ginocchia piegate e le loro calzamaglie di seta italiana si raggrinzavano sulla piega del ginocchio. […] Le ragazze erano per la maggior parte brutte, e alcune vecchie. Avevano visi vacui e talmente segnati dalla fatica che sembravano cadere a pezzi, non fosse stato per quei muscoli resistenti come corde sviluppati in anni di respirazione controllata. Le magre avevano colli segaligni e ritorti, come imbastiti con un sozzo filo da rammendo; nelle grasse, la carne pendeva dalle ossa come l’impasto da dolci lievitato che fuoriesce dagli stampi di carta. Avevano capelli neri, ma senza riflessi che potessero dilettare stanchi sensi.

[…]

Madame Sirgeva baciò Alabama colma di gratitudine.

– Sei stata brava! Quando faremo il programma per tutto l’anno, sarai tu la prima ballerina. Queste ragazze sono troppo brutte. Non si può fare nulla con loro.

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La Svizzera scritta da Zelda:

– Ti sei divertita?

David andò a prendere Bonnie sotto i meli di un color rosa esplosivo, laddove il lago di Ginevra stendeva la sua rete sotto le acrobazie ondulate dei monti. Di fronte alla stazione di Vevey un ponte che pareva schizzato a matita si stagliava piacevolmente sul fiume; le montagne emergevano dall’acqua facendo leva sugli steli della Dorothy Perkins e della clematide viola. La natura aveva imbottito di fiori ogni spaccatura, ogni fenditura. I narcisi striavano i monti come una via lattea, le case si ancoravano alla terra con mucche al pascolo e vasi di gerani. Nella piazza della stazione, signore in pizzo con parasoli, signore in lino e scarpe bianche, signore con sorrisi color mandarino trattavano gli elementi con superiorità. Il lago di Ginevra, martellato per troppe estati da una luminosità crudele, agitava il pugno al cielo, inveendo contro Dio protetto dalla sicurezza della Repubblica Svizzera.

[…]

La pioggia sgocciolava lenta e fulgida come se provenisse da un sole lacrimoso. Le pedane di legno intorno al palco erano bagnate e intrise dal colorante rilasciato dalla serpentina e dal pastone appiccicoso dei coriandoli. Una luce fresca e bagnata splendeva attraverso i funghi rossi e arancio degli ombrelli come in un negozio di lampadari. Un pubblico alla moda riluceva negli impermeabili di cellophane dai colori vivaci.

[…]

L’estate scese fremente da Losanna a Ginevra, decorando il lago come il bordo delicato di un piatto di porcellana; i campi ingiallivano sotto la calura; le montagne davanti alle loro finestre non offrivano altri dettagli, neanche nelle giornate più limpide.

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Un dialogo sulla nave che porta Alabama e David in Europa:

– Il tuo quadro della nave era sbagliato. Quei fumaioli sono delle dame che ballano un minuetto molto aggraziato – commentò Alabama.
– Può darsi. La luna rende le cose molto diverse. Non mi piace.
– Perché no?
– Rovina l’oscurità.
– Oh, ma è così profana! – Alabama si alzò in piedi. Contraendo il collo, si alzò sulle punte.
– David, volerò per te, se tu mi amerai!
– Vola, allora.
– Non so volare, ma amami lo stesso.
– Povera bambina senza ali!
– E’ molto difficile amarmi?
– Credi di essere facile, mia illusoria proprietà?
– Ho sempre desiderato tanto essere pagata, in un certo senso, per la mia anima.
– Chiedi i soldi alla luna: troverai l’indirizzo nella guida di Brooklyn e Queens.
– David! Io ti amo anche quando sei attraente.
– Il che non accade troppo spesso.
– Sì, accade spesso, e non dipende da te.

Alabama si era abbandonata tra le sue braccia sentendo che lui era più adulto di lei. Non si mosse. Il motore della nave produceva scoppiettando una bassa ninnananna.
– Era tanto che non facevamo un viaggio come questo.
– Secoli. Facciamone uno ogni sera.
– Ho composto una poesia per te.
– Sentiamo.

Perché sono fatta così, perché mai?
Perché io e me stessa litighiamo sempre?
Qual è la me più ragionevole e logica?
Qual è quella che dovrebbe desiderare d’essere?

David rise. – Dovrei rispondere?
– No.
– Abbiamo raggiunto l’età della cautela in cui tutto, persino le nostre reazioni più personali, deve passare il vaglio del nostro intelletto.
– E’ molto stancante.

[…]

Alabama uscì imitando un passo che aveva ammirato una volta da qualche parte.

– Ma vi avverto – disse – sono veramente me stessa solo quando divento qualche altro personaggio che ho creato, dotato di meravigliose qualità che provengono dalla mia immaginazione.

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Uomini e no, Elio Vittorini

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“Sai” egli le disse “che cosa sembra?”

“Che cosa?” Disse Berta

“Che io abbia un incantesimo in te.”

“E io in te. Non l’ho anche io in te?”

“Questa è la nostra cosa.”

“C’è altro fra noi?”

“Pure sembra che ci sia altro.”

“Che altro?”

“Che io debba vederti quando sono al limite.”

“Come, al limite?”

“Quando ho voglia di perdermi.”

Berta lo stava guardando, i suoi occhi gli stessi che avevano guardato i morti.

“Tu hai voglia di perderti?”

“Ora?” disse Enne 2. “Ora è il contrario. E questo dico che sembra un incantesimo. Che appena ho raggiunto il limite debba ritrovarti e avere il contrario.”

“E’ così ogni volta che mi vedi? Lo è stato sempre?”

“Quasi ogni volta. Come se un incantesimo che io abbia in te e ti faccia tornare perché io ricominci.”

“E prima è voglia di perderti?”

“Perdermi con coloro che vedo perdersi. Smettere di dibattermi.”

“Ma perché?” Berta esclamò. “Nessuno si perde. Chi vedi perdersi?”

“Lo so” disse Enne 2. “Quando tu ci sei non vedo nulla che sia perduto.”

“E perché non mi cerchi?” Berta esclamò. “Perché non vuoi mai cercarmi? Perché tutti questi giorni non mi hai cercato? Perché puoi non cercarmi?”

“Tu volevi che ti cercassi?”

“Sono venuta tutti i giorni a Milano.”

“Ad aspettare che ti cercassi?”

“Che mi cercassi. Che mi telefonassi. Io ti ho cercato.”

“Mi hai cercato?”

“Anche ora ti cercavo. Che cosa credi che facessi qui? Ti cercavo.”

[…]

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[…]

Che cosa era stata? Che cosa era stata? Vedeva il ghiaccio celeste sulle montagne, l’inverno in quel ghiaccio, e l’inverno sui tetti ch’erano sotto le finestre, su Milano ignuda, sui campi spogli intorno a Milano, nel sole di foglie morte, e vedeva ogni cosa che lei era stata ed era, tutto quello che lui diceva, ma ancora si chiedeva che cosa fosse stata con quell’altro. Che cosa era stata? Vedeva il vestito ch’era stato dietro la porta, questo pure era stato lei, era vecchio di dieci anni, e lei era stata dieci anni con quell’altro. Perché era stata dieci anni con un altro? Che cosa era stata?

[…]

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Disse Enne 2: “E di nuovo è come sempre. Di nuovo è come sempre?”

“No” Berta rispose. “Non è come sempre.”

“E’ la stessa cosa che è stata sempre.”

“Non è la stessa cosa.”

“E’ come quando mi hai lasciato il vestito. La stessa cosa.”

“No. Non la stessa.”

“Eri venuta come oggi, e mi lasciasti il vestito. E’ come fu allora.”

“Non è come fu allora.”

“E’ come ogni volta che sei venuta.”

[…]

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“Non pensare che sia come le altre volte.”

“E’ come le altre volte.”

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“E’ diverso. Non volermi male.”

“E’ come le altre volte, e hai visto i morti.”

“Ma è diverso” Berta disse. “Tornerò subito.”

“Tornerai sempre e sarà sempre la stessa cosa” disse Enne 2

“No” disse Berta. “Non è la stessa cosa.”

“Hai visto i morti, ma è la stessa cosa” disse Enne 2.

(Uomini e no, Elio Vittorini, cap.79-84)

Immagini dal film di Valentino Orsini, colonna sonora di Ennio Morricone

Ho dormito una notte all’Emporio di Minnie

Emporio di Minnie

Ovvero la dura vita tra i ghiacci e le foreste dell’America nel cinema del 2016

Stanotte ho dormito all’Emporio di Minnie. Chi ha visto The Hateful Eight mi capirà.

Abbiamo attraversato Valle Scura nella notte, illuminati solo dalla luna piena. Portavamo con noi quattro assassini, morti e vivi. Al paese vicino di Monte San Giacomo li avremmo consegnati alle autorità (lo sceriffo di Monte San Giacomo) e dopo processo, sarebbero stati messi alla forca. Ma non è andata così. La neve e la notte fonda ci hanno richiamato a loro. In fondo abbiamo legato con gli assassini. Richiamati dalla notte, abbiamo risalito la valle dell’Acqua che suona e siamo arrivati al rifugio, all’Emporio di Minnie.

Minnie non c’era. Dicevano che era partita per andare a trovare la madre, insieme a Sweet Dave. Quattro persone si erano sostituite a lei, tra cui un messicano.
Il messicano, Oswaldo, Joe Gage il boia, il generale Sanford Smithers, erano tutti già nel rifugio. Minnie dov’era? C’era solo il suo stufato, buonissimo, come sempre. Con ceci e verza. Ma Minnie non avrebbe mai messo la verza. Minnie non badava a spese. Lei metteva solo carne, carne a volontà. Qualcosa non quadrava.

Ma forse è il caso di ripartire dall’inizio.

The Hateful Eight è l’ultimo film di Quentin Tarantino, secondo western dopo Django Unchained, anche se di western non c’è poi così tanto, a parte la colonna sonora – premio Oscar – di Ennio Morricone, che ad 88 anni continua a comporre. Non è un mistero di come Quentin Tarantino sia legato ai western di Sergio Leone.
The Hateful Eight sembra un esperimento, una pièce teatrale, otto personaggi, molti dialoghi, portati avanti fino allo stremo, lo stremo è per gli Hateful Eight, gli otto pieni di odio, che porta a una risoluzione elegante quanto sanguinaria. La violenza di Tarantino non è mai gratuita, è giustificata dall’odio, dallo sporco, dalla tensione, dall’attesa, esattamente come accadeva in Bastardi senza Gloria. E dopo tanto parlare, in Hateful 8 non si può che dire: sono d’accordo, sono d’accordo. Squartatevi pure.

Se non fosse per la sua ingestibile vena efferata, Tarantino potrebbe essere consumato con più tranquillità dalle masse. Ma a parte le persone che abbandonavano la sala, e i bambini messi di fronte a luridi dialoghi su peni negri (non fraintendete: le tematiche sessuali non fanno praticamente mai parte dei film di Tarantino), Hateful può piacere a molti. Addirittura, statisticamente ho osservato che riesce a piacere molto di più ai non-fan di Tarantino che ai suoi fan. Hateful Eight è un ottimo film, ma non brilla in modo particolare in una scala in cui quasi tutti i suoi film sono considerati eccellenti. E’ vero che il panorama cinematografico è vario e non esiste solo Tarantino. Ma Tarantino piace sempre, anche a 22 anni da Pulp Fiction, 12 da Kill Bill, 7 da Bastardi senza Gloria. I suoi fan da quindicenni sono diventati trentenni. Non posso non apprezzare il suo modo di fare a pezzi le persone, psicologicamente e materialmente, la sua ossessione per la figura dei “neri” (il personaggio “nero” è ricorrente) quel vizio di creare dialoghi che non centrano niente che affiancano la barbara normalità dello stile di vita dei suoi personaggi (come quello sul Quarter Pounder di Pulp Fiction).

Nel cast di Hateful Eight: Samuel L. Jackson, Kurt Russel, Jennifer Jason Leigh, Tim Roth, Michael Madsen (Mr.Blonde), Bruce Dern.

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Il rifugio Cervati alle prime luci dell’alba

Monte Cervati

Così quando sabato 20 febbraio dopo aver risalito il sentiero dell’Acqua Che Suona alla luce della luna piena, siamo giunti in una piana innevata a 1600 metri ho pensato subito al rifugio di Hateful Eight, dove il maggiore Warren e John Ruth trovano riparo per sfuggire a una tempesta di neve.

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Sembrerà strano, ma sì, in Campania esiste un rifugio a 1600 metri, non raggiungibile in auto (al massimo con fuoristrada nel periodo da giugno a novembre) ma dotato di acqua corrente ed energia elettrica (prodotta attraverso pannelli fotovoltaici, perciò è consigliabile non abusarne, infatti alla mezzanotte viene spento tutto e vengono accese le candele). Da Monte San Giacomo, dopo 13 km in auto, il rifugio dista circa un’ora e trenta di cammino in assenza di neve. Al rifugio Cervati è possibile cenare e dormire in letti a castello, in camerata. La nuova gestione, inaugurata poco più di un anno fa (a quanto ho capito, il 25 gennaio 2015), è simile a quella dei rifugi che è possibile trovare sulle Alpi, dove la montagna è una passione molto più diffusa di quanto non sia nel profondo sud, che in fondo di Alpi non ha.

Il Monte Cervati, nel Cilento, in provincia di Salerno, ha il primato, anche se non senza qualche ambiguità, di essere il monte più alto della Campania, con i suoi 1898 m, sempre se non vogliamo considerare Punta Giulia, la parte di cima della Gallinola (1923 m) situata in Campania (sul confine con il Molise) che l’amico Carlo Pastore ha dedicato alla scomparsa compagna Giulia D’Angerio.

Così, con un mese di anticipo, prenotiamo l‘escursione in notturna organizzata dal CAI di Salerno. L’appuntamento con gli altri è a Monte San Giacomo, piccolo paese alle pendici del Monte Cervati, di 1600 abitanti. Potrebbe essere Telluride, in Colorado, che ha poco più di 2000 abitanti ed è capoluogo della Contea di San Miguel, che in tutto di abitanti ne fa 6000. E’ qui che – ten miles West of Telluride – nel Ranch Schmid sono state ospitate le riprese di Quentin Tarantino.

http://www.schmidranchtelluride.com/

Anche qui in Cilento non c’è proprio nessuno. Siamo al confine con la Basilicata e non sembra neanche Campania.

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Il Ranch Schmid in estate

Capitolo 1: L’ultima diligenza per Red Rock (L’ultima diligenza per Monte San Giacomo)

Con l’auto attraversiamo Sala Consilina: è la prima volta che ci passiamo dentro, fino ad allora era sempre stato solo un cartello sull’autostrada. Palazzoni inspiegabili. A Monte San Giacomo si ha la sensazione di essere arrivati all’ultimo paese sulla mappa. Avete presente quando si gioca ad un gdr, che la mappa viene creata via che il personaggio avanza in zone inesplorate? Oltre, solo nebbia, i contorni sono sfumati. Solo il bosco fitto ovunque intorno a noi.

Per quanto il Ranch Schmid si trovi nella realtà in Colorado, Hateful Eight è ufficialmente ambientato in Wyoming, allora ok, diciamo che siamo in Wyoming. E che dobbiamo raggiungere Red Rock, il paese che consegnerà alla forca Daisy Domergue, una feroce assassina che abbiamo catturato.

A Monte San Giacomo c’è un solo bar, stracolmo di brutti ceffi. Hanno barbe, occhi arrossati, un vociare assordante. Mentre campi stellati si affacciano dal finestrino dell’auto, ci ritroviamo alle 19 a Valle Scura e ci incamminiamo a piedi alla luce della luna piena.”Spegnete le lampade”, ci dicono alcune donne, così seguiamo solo la luna. Man mano che si avanza inizia a comparire la neve, prima sciolta e morbida, poi ghiacciata, tutt’uno con il terreno come unguento di uno stregone o come decorso naturale della sua esistenza e di tutte le cose, ovvero la morte della neve; poi inizia ad apparire di nuovo pallida e immobile come la luna che ci sta indicando la strada, fissa e sempre equidistante da noi. Seguite la luna, ci dice lo stesso spirito della foresta che ha usato la neve per i suoi unguenti, e la luna ci confonde, regina del suo regno bianco e trafitto da alberi sottilissimi e altissimi ai nostri lati. Al Piano degli Zingari la neve è molta e inaspettata: in fondo non credevamo di trovarne affatto quando eravamo partiti da Monte San Giacomo.
A febbraio il tempo era stato mite e non aveva mai piovuto.
Le ciaspole erano rimaste tutte nei bagagliai.

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Telluride, Colorado

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Monte San Giacomo, UGUALE.

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Un’altra vista di Monte San Giacomo, ehm, Telluride

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Capitolo 2: Figlio d’un cane (Figlia di volpe)

Il sentiero dell’Acqua che suona prende questo nome perché costeggia un ruscello, e perciò è accompagnato costantamente dalla sua melodia. In breve tempo, siamo all’Emporio di Minnie ovvero al Rifugio Cervati, che è circondato da una timida neve e dal cielo della notte, ricco di stelle. Tornerò a vederlo, penso, ma in fondo non uscirò più, se non per pochi minuti, senza cappotto, per dare da mangiare a una volpe. “E’ una volpe addomesticata” dice un ragazzo affianco a me di cui non ricordo il volto, e penso alla Volpe del Piccolo Principe, ma in realtà la volpe a me sembrava timida e scontrosa, considerando che in fondo le volpi un po’ s’avvicinano sempre.

(Sappiate che mi sto odiando da sola per questa banale citazione)

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L’emporio di Minnie in Hateful Eight – Ranch Schmid, Telluride, Colorado

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Capitolo 3: L’emporio di Minnie

Stasera si mangia: Gnocchetti paesani di Minnie con patate, verza, ceci. Secondo: Salsiccia, pancetta, broccoli, tarallini, formaggi, salumi, numerosi bicchieri di vino.
Il messicano ci invita a scrivere il nostro nome sul bicchiere e ci spiega a voce alta come funziona il rifugio. Non abbiamo bisogno di inchiodare la porta rotta come in Hateful Eight, ma ci servirà farlo il giorno dopo, che veniva continuamente aperta facendo entrare il freddo mentre stavamo pranzando, a causa del continuo via vai del secondo gruppo di viaggiatori.
I nostri cavalli – gli scarponi – sono rimasti all’ingresso, subito l’ambiente nel rifugio viene diviso in sezioni, diversi tavoli, ognuno sceglie la divisione con le persone di cui sente più di potersi fidare. Nordisti o sudisti? Noi siamo a una lunga tavolata, e i bicchieri di vino vengono riempiti uno dopo l’altro.

THE HATEFUL EIGHT

Noi sediamo al tavolo lungo.

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Le salsicce cotte dal messicano e dalle altre persone che ci hanno accolto al rifugio non sono cotte come avrebbe fatto Minnie: ma ci pensa uno dei nostri cacciatori di taglie a correggere il tiro.

E’ tutto piuttosto buono e ci complimentiamo con il messicano e tutti gli altri, addirittura anche il colonnello vegano, che al suo ritorno avrebbe preso servizio come sceriffo di Red Rock, rinuncia ad essere vegano per mezz’ora e si ciba, a sua detta, di cadaveri. “Amo i sapori vegetali, sono avvantaggiato”, ci dice più volte, e come non volergli bene, anche se io i cavolfiori non li toccherei mai e ho guardato con invidia Leonardo Di Caprio cibarsi di carne di bufalo cruda in The Revenant .
Nel frattempo c’è qualcuno che continua a riempire a tutti bicchieri di vino: è uno dei più spietati di cacciatori di taglie del Wyoming, ma ha un buon cuore.

“Vado a trovare mia madre per il suo compleanno, sono qui di passaggio”, ci dice invece il vaccaro, e lì inizia il nostro sospetto: non sembri un tipo che va a trovare sua madre per il suo compleanno, gli diciamo. Sembri uno che neanche ce l’ha la famiglia.
A fine cena ci portano il caffè con un biscotto fatto a mano da una signora del Wyoming, il messicano urla a gran voce, e gli altri ci servono il caffè. Che sia avvelenato? ci chiediamo, ma se non fosse stato per il rifugio avremmo dormito all’addiaccio nella neve o perlomeno avremmo dovuto dormire al rifugio Panormo senza la cura di nessuno e cucinarci da soli.

All’improvviso, mentre facevamo amicizia con il nuovo sceriffo di Red Rock e con il riempitore di bicchieri seriale, vengono spente le luci. ORA SI DORME! Urla il messicano. Senza se e senza ma. E’ finita la festa, veniamo cacciati. Ci sono 3 stanze. Una è di sole donne. Tra di loro c’è di sicuro anche Daisy, l’assassina, ma non so dove dorme, oramai tutte le luci sono spente e non vedo più niente. Per cercare il pigiama devo usare la lampada frontale. Quando arrivo nella stanza sono già quasi tutte nel letto, con le coperte tirate fin sopra la testa, e non ho idea di se e come loro siano riuscite a mettere il pigiama al buio. Metto il mio pigiama in pile enorme con i pinguini che niente centra con un posto del genere, e mi infilo anche io sotto le coperte. Noto due sottilissime strisce di luce tra le imposte di legno della finestra sopra il mio letto ed intuisco la neve, la luna, gli alberi al di là del vetro. Dormiamo 3 o 4 ore con gli occhi sbarrati, con gli occhi aperti. Nessuna dice una parola. Alle 4 tutte si alzano per salire in cima al Cervati all’alba, fanno un’ora di fila per andare in bagno, solo una di loro rimane a dormire senza uscire all’alba, oltre me, che però mi alzo, e scendo giù dove c’è il camino ad osservare l’aria che tira. Io salirò in mattinata, come da programma.

Capitolo 4: Daisy ha un segreto

Li vedo armarsi, partire, con il buio fuori dalla porta. C’è il caffè, c’è il camino acceso. Qualcuno torna indietro, qualcun altro ha dimenticato parte dell’armamentario, vorremmo rimanere intorno al camino a parlare della guerra tra nordisti e sudisti, ma il messicano ci dice di andare via, di andare a dormire, che le luci devono essere spente. Sono le 6 passate, ormai, ci sembrava sufficientemente tardi per essere in montagna, ma dobbiamo di nuovo sgombrare il campo.

Quando inizia ad esserci la luce apro un po’ la finestra della camerata, ormai quasi vuota, ed è come immaginavo. C’è un mondo stupendo e deserto al di là del vetro.

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Scendo di nuovo al pianterreno, esco senza scarpe e rimango sulla soglia, in calzini, per qualche attimo ad osservare lo spettacolo. Poi mi do una mossa, mi vesto, recupero i cavalli (le scarpe) ed esco fuori. Fa abbastanza freddo, i monti alle spalle del rifugio si tingono di rosa, il sole sorge. Gli alberi come coda di volpe al sole vengono increspati da carezze contropelo. Si scioglie altra neve, e iniziano a scorrere microscopici ruscelli, nascono sentieri che si svolgono tra grovigli di rami, abbassandosi, contraendosi fra i raggi di luce che scoprono la loro esistenza. Non c’è più traccia della volpe, né di quella luna che regale dominava la notte, solo la sua impronta, uno spettro tra le tracce dei lupi in lontananza.

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La colazione al rifugio

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Discussioni sulla guerra civile americana davanti al camino alle 6 del mattino.

Capitolo 5: I viaggiatori

Il rifugio Cervati fu costruito inizialmente come ricovero per pastori. I ragazzi del CAI Salerno ci raccontano che l’ultima volta che erano saliti al Cervati in notturna, un paio d’anni prima, avevano dormito al rifugio Panormo, del quale avevano preso in consegna le chiavi. Qui nessuno ad accoglierli, niente fuoco acceso, un sacco di neve da spalare e a loro il compito di cucinare. Il rifugio Cervati non esisteva. Purtroppo non sappiamo niente di Minnie.

Poiché John Ruth e il maggiore Warren non escono mai dall’emporio per farsi un giretto, la parte dell’ascesa al Cervati non avrebbe nessun ruolo nella storia.

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Si sale da qui.

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Arrivati qui inizia il percorso lungo le creste: un vento di pazzi. Potevo volare via.

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Un dinosauro di pietra dorme sul profilo dopo essersi abbeverato al ghiacciaio. Si ciba di divinità, di Madonne, di vento e di pietre.

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La prima cima, Capo di Testa

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The Hateful Eight

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La chiesa della Madonna della Neve in lontananza

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Cima del Cervati

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Mi accingo a firmare il libro di vetta dopo aver estratto dalla cassetta un libro e una penna completamente bagnati.

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Si prosegue verso la Madonna della Neve, dopo aver improvvisato tra i circhi glaciali, ci ricongiungiamo ad un sentiero ben tracciato.

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Infine, la discesa per Chiaia AmaraIMG_5550

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Dall’alto già vediamo il nostro rifugio: la discesa per Chiaia Amara è velocissima

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Al ritorno, la neve intorno al rifugio si è completamente sciolta.

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Per un po’ non possiamo entrare al rifugio, nonostante dovessimo pranzare: tengono in ostaggio un altro gruppo, il cui pranzo era prenotato alle 12, mentre il nostro alle 14.
Ad aver prenotato il pranzo alle 12 sono le stesse persone che abbiamo incontrato in cima al Cervati.

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Dei motociclisti malvisti dai viaggiatori.

Capitolo 6, ultimo capitolo: Uomo nero, inferno bianco (L’ammutinamento)

La storia sembrerebbe conclusa dopo l’ascesa al Cervati e il ritorno al rifugio, dove un altro pranzo attendeva i viaggiatori, ma in realtà restava ancora di riscendere all’auto per il sentiero dell’Acqua che suona. E qui il gruppo – che mostrava già qualche divergenza – si è scisso, una parte avrebbe proseguito per visitare un altro sito, i Gravittoni, e una parte molto più numerosa sarebbe discesa direttamente a Valle Scura. Ma qui, la trappola: ci ritroviamo tutti ai Gravittoni, a tradimento. E’ insurrezione generale. Per fortuna si sfugge alla trappola dei Gravittoni (per principio) e ritorniamo alla macchina, dove ci salutiamo, felici.

Prossima escursione: The Revenant (e lì sono cazzi)

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Per evitare equivoci, esplicito che la quasi totalità delle cose scritte ha solo il fine di creare un parallelo tra l’emporio di Minnie e il Rifugio Cervati: il caffè non era velenoso, anzi, piuttosto buono e l’ospitalità ottima, ancora di più considerando che si tratta di un rifugio “in quota”. Mi auguro che sempre più persone ne facciano utilizzo, anche spinte da un po’ di sana curiosità, in modo da poterlo trovare sempre aperto ogni volta che mi troverò al Cervati.

Ciao Emporio di Minnie!

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Foto di Chowen Photography

Altri articoli di questo tipo, in cui sono abbinati film a luoghi reali: Quando c’era Marnie – Sila Sound  e Stealin’ Beauty (con il vero set del film)

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“Tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i grandi bastardi sono quelli che impiccano.”

John “Il Boia” Ruth

 

Altri film di Quentin Tarantino sottomano: Jackie Brown, True Romance (sceneggiatura di Tarantino), Reservoir Dogs (Le Iene), Django Unchained (non sapete quante volte ho rischiato di scrivere Django Unchained al posto di Hateful Eight in quest’articolo)

 

Le memorie di Emanon

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Uno dei migliori volumi unici che mi siano capitati fra le mani. Probabilmente per il tratto, ma anche la storia non è da meno, che fa parte di quel filone di fantascienza romantica che amo in particolar modo. Il prezzo è di 12.90€, ma per l’edizione e il pregio del prodotto, li vale sicuramente. Questo one shot, del 2008, nasconde un’insidia, che è in realtà una fortuna: il manga di Shinji Kajio prosegue con I viaggi di Emanon, altri 3 volumi che saranno pubblicati a breve sempre da Panini Comics.

Molto molto bello.

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Star Wars – Il risveglio della forza

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Ovviamente non potevo sottrarmi ad un evento epocale come Star Wars al cinema. Dopo un obbligatorio rewatch di tutti e 6 capitoli della saga, stavolta in ordine cronologico, e non di uscita, ovvero: I – II – III – IV – V – VI, ordine che forse non condivideranno i fan “puristi” ma che ho trovato assolutamente efficace se si riesce ad andare oltre La minaccia fantasma senza sentirsi completamente male, mi sono approcciata al primo capitolo di questa nuova trilogia (facendo prima passare accuratamente una decina di giorni), che si colloca dopo Episodio VI ed è quindi propriamente un episodio VII. Il film è stato ovviamente prodotto per far gioire i fan nerdissimi degli anni passati, nonne, bambini, etc, riuscendoci perfettamente.
Il regista, J.J.Abrams, lo stesso di due film di Star Trek che ho particolarmente apprezzato (ne trovate le recensioni qui e qui), sceneggiatore di Lost e di altre serie tv random (Alias, Fringe), si potrebbe eleggere cavaliere del “commerciale che non fa schifo” e ne dà prova in Star Wars – Il risveglio della forza, il cui compito di regia, oscillando tra le effettive possibilità di guadagno facile e disastro incalcolabile, risulta tranquillamente migliore di Episodio I, Episodio II e forse anche della prima metà di Episodio III, almeno visivamente.
Chiariamoci, però: Il risveglio della forza nasce per celebrare e non per cambiare la storia del cinema. I fasti di Episodio IV – Episodio V – Episodio VI non torneranno più. Questo è Star Wars prodotto nel 2015, e ci sono Harrison Ford e Carrie Fisher ad ammiccare ai fan. Ci sono nuovi personaggi ed un plot che non nasconde il più spavaldo dell’autocitazionismo.
Ma non pretendete niente e riceverete.
Non pretendete da ciò che è d’evasione per definizione.
E poi J.J.Abrams gioca sporco mettendo un tenero droide come BB-8 fin dall’inizio del film. Sarà questo che influenza tutto. E’ CARINISSIMO.
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(Qualche spoiiler qua e là che però non influisce sulla qualità della visione)

Per quanto riguarda il cast, come anticipavo, Harrison Ford e Carrie Fisher (Han Solo e Leia Organa della trilogia classica) ripetono un cliché in cui avevo già visto Harrison Ford, quando Indiana Jones reincontra Marion / Karen Allen nel poco riuscito film del 2008 Indiana Jones e il teschio di cristallo, quarto film di un’altra trilogia storica di George Lucas. Storia d’amore tra vecchi che si reincontrano, e quando si tratta di Harrison Ford e delle sue pupe, invece di inorridire – come giustamente dovremmo fare – siamo FELICI. Anche qui, Harrison Ford e la sua bambolina con la pensione, hanno un figlio, che è però diventato CATTIVO, Ben Solo, bamboccione buono a nulla piuttosto irascibile. Anche se nessuno sarà mai più come Darth Vader e Ben Solo non vale un decimo del suo charme, i cattivi sono sempre la cosa migliore del film.

La mia scena preferita? Il discorso del Primo Ordine, in divise nere.

Per quanto riguarda incassi e critica, Il risveglio della forza sta ovviamente sbancando, e batterà probabilmente i record di tutti i tempi, avendo già superato Jurassic World e si prevede superi anche gli incassi di Avatar (che non mi è piaciuto, e trovate recensito qui). Non vorrei scrivere incorrettezze, anche perché le cose cambiano di giorno in giorno, tireremo le somme quando Il risveglio della forza verrà tolto dalle sale (fra quanti mesi?), di certo i risultati ottenuti nel primo weekend sono stati spettacolari.
La critica l’ha accolto positivamente, e anche i fan, giustamente scettici, sono in gran parte convinti. Almeno a grandi linee. Ma vedremo nel tempo cosa resterà della nuova trilogia di Star Wars oltre al bellissimo merchandising che ci invade ovunque. (Già in mio possesso: una penna rossa lato oscuro e una felpa)

In sintesi, la domanda che in molti si pongono: vedere questo film, sì o no? Non so, non chiedetelo a me. Il rapporto che ogni fan o profano ha con Star Wars è qualcosa di intimo e personale. Non so come potreste reagire. Ma i dati parlano chiaro. E poi non importa. Ci siamo già sciroppati La minaccia fantasma più volte. E’ Star Wars.

Gem Boy – Cattivo