Volumi unici

Il cane che guarda le stelle di Takashi Murakami

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Un’edizione molto bella per un’opera di pregio. Il cane che guarda le stelle, vi avverto, è triste all’incirca quanto Una tomba per le lucciole. La qualità si paga: il prezzo da pagare, per leggere un manga che si alzi un po’ dal livello medio, appunto è proprio quello di dover sopportare una storia irrimediabilmente triste. L’ho paragonato a Una tomba per le lucciole anche se Una tomba è un capolavoro indiscusso, mentre Il cane che guarda le stelle è un’opera molto triste e basta, in ogni caso difficilmente ci si imbatte in cose così gratuitamente tristi che però riescono nel loro intento: comunicare qualcosa al lettore. Consigliato a chi è alla ricerca di tristezze e voglia di spararsi o di bei volumi unici da collezione.
Riassunto della storia: un uomo, abbandonato dalla moglie e dai figli, muore da solo insieme al suo cane dopo aver perso tutto e aver cercato di aiutare un bambino orfano che lo deruba degli ultimi soldi.

 

Il giardino delle parole di Makoto Shinkai, disegni di Midori Motohashi

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Makoto Shinkai è diventato uno dei miei registi preferiti così ogni manga collegato ad esso diventa subito mio appena viene reso disponibile in Italia. Il film è uno di quelli che meno ho preferito: immagini curatissime, ma nella parte finale vi è una risoluzione troppo rapida della storia.
In ogni caso, un bel volume unico da collezionare, con sovracopertina, Star Comics.

I bambini che inseguono le stelle – Viaggio verso Agharta di Makoto Shinkai.

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Nella mia breve incursione al Comicon di Napoli di quest’anno (breve, ma ricchissima: in meno di 2 ore ho visto Milo Manara, Tanino Liberatore, Don Rosa, Silvia Ziche e molti altri, oltre ad un paio di concerti fortuiti di Corde Oblique e un paio di giapponesine) ho portato a casa poche cose, ma mirate: una di queste è Viaggio verso Agharta, 3 volumi di Makoto Shinkai, disegni di Tomoko Mitani. Anche questa è una edizione molto bella, con sovracoperta e pagine a colori. Si tratta della versione manga di un altro dei film di Makoto Shinkai, anche questo purtroppo non dei miei preferiti: non ho particolare attrazione per il fantasy, questo è un dato di fatto. Nel film i fondali sono come sempre meravigliosi e curatissimi, ma la storia non è coinvolgente. Questo manga ha un tratto molto bello, che ricorda quello degli anni ’80-’90, e la disegnatrice/adattatrice Tomoko Mitani che se n’è occupata ha ricevuto i complimenti da Makoto Shinkai per aver superato in alcuni punti il film (a mio parere, non ci voleva molto). Molto bello e da collezione

5 Cm per Second – Makoto Shinkai

Ok, mi sto tradendo: non mi allontano molto da ciò che amo. 5 Cm per Second è il film perfetto per definizione. Anche di 5 Cm per Second è stato pubblicato il manga. E non potevo non possederlo. 2 volumi, Star Comics.

Purtroppo non è stato ancora pubblicato il manga di un altro film di Shinkai che trovo sia uno dei più belli (dopo 5 Cm per Second, ovviamente): Beyond the Clouds.

Davvero stupendo invece il manga di Voices of Distant Star, che riveste con le sue pagine tutti gli errori del film aumentandone la comprensione, fondendosi ad esso, in un’opera unica, composta da due parti, film e manga.

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Anime e manga collegati:

Una tomba per le lucciole

Il giardino delle parole (film)

Voices of a Distant Star di Makoto Shinkai

5 cm per second (film)

Altre visioni

Midori-ko

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Spaventoso. Un film d’animazione del 2010, grottesco, inquietante, confuso. Disturbante. Immaginate Eraserhead di Lynch unito alla Città Incantata di Miyazaki. E’ un bel prodotto, ma non so fino a che punto consigliarlo, è per cultori del genere. E’ sicuramente molto interessante, ma non mi ha trasmesso così tante emozioni, in ogni caso, si tratta di un prodotto fuori dal comune e già per questo merita attenzione. Di Keita Kurosaka.

Erased

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Uno dei migliori prodotti degli ultimi anni. Forse, proprio il migliore. Solo 12 episodi, ma equilibrati, una storia ben sviluppata, originale, splendide animazioni, fondali perfetti, personaggi caratterizzati correttamente. La storia è bilanciata sotto ogni aspetto: sentimenti, horror, indagini, paranormale. Mi ha ricordato, nel finale, il film Confessions di Tetsuya Nakashima. Erased è davvero stupendo. Lo consiglio molto.

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Ascension

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Solo 6 episodi per Ascension, un telefilm sci-fi che ad un primo impatto non sembra neanche sci-fi. Ascension è morbido e curato in ogni dettaglio, intriso d’un fascino onirico, pieno di gnocche alla maniera di Twin Peaks. Ha tutti gli elementi che a me interessano, se non fosse che taglia corto negli ultimi 2 episodi rovinando una serie pilota di per sé breve, sarebbe di estremo valore.

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Ancora non conosciamo il nome del fiore che abbiamo visto quel giorno

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Ano Hana – 11 episodi. E’ un anime molto noto del 2011, di cui avevo spesso sentito parlare e che avevo da tempo annotato. Doppiaggio Dynit, attualmente disponibile su VVVVD. Ano Hana non ha difetti, 11 episodi sono il numero giusto per realizzare questo tipo di storia, i personaggi sono ben caratterizzati, è coinvolgente, ha profondità, dà attenzione ai dettagli. L’unica cosa che posso criticare è questo suo “andare a colpo sicuro” con una storia fin troppo triste mandata avanti per 11 episodi. In inglese lo definiremmo un tearjerker, e in effetti è così. 11 episodi per parlare con il fantasma di Menma del più e del meno, una bambina morta molti anni prima annegata in un fiume e dal cui lutto nessuno si è ancora ripreso. I suoi amici dei tempi, che erano con lei il giorno della sua morte e che si sentono tutti in qualche modo responsabili, iniziano a rivedersi per accontentare il desiderio di Menma.

Nel suo essere terribilmente triste, ma anche di ottima fattura, decisamente di pregio, non posso che notare l’ennesima operazione commerciale. E’ un anime molto bello creato appositamente per far piangere tantissimi otaku con la barba e ragazze sedicenni in cosplay che infilano collane in fimo da vendere sugli stand del Comicon. Perciò, per quanto bello, Ano Hana non mi avrà, con la sua bellezza scontata, con la sua tristezza facile, con la sua delicatezza estiva. No, Ano Hana, non mi avrai, io amo cose come Parasyte.

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Jintan. E’ il personaggio migliore. E’ un hikikomori, da diversi mesi non va più a scuola. E’ timido e insicuro, e neanche dopo anni dalla sua morte ammette quanto Menma gli piacesse, sentimento, tra l’altro, da sempre ricambiato. E’ l’unico che riesce a vedere il fantasma di Menma, destando le invidie degli altri.

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Anjou. E’ un personaggio molto interessante e molto ben caratterizzato, anche se rappresenta ciò che una ragazza non dovrebbe essere. Anjou è innamorata di Jintan, adora e detesta Menma allo stesso tempo. E’ invidiosa di Menma, vorrebbe essere come lei. E’ una ragazza timida, che si lascia influenzare dagli altri. Crescendo, inizia a vestire in modo succinto e a trovarsi in delle situazioni che non fanno parte della sua natura, facendosi avvistare nei pressi di alcuni hotel a ore, destando confusione in chi non la conosce bene. E’ spesso scortese e aggressiva, specialmente con Jintan. E’ bello seguire l’evoluzione del suo personaggio. In effetti Anjou è tanto dolce quanto pessima.

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Tsuruku. La noia fatta donna. E’ la prima della classe. Non si mangia un’emozione. E’ molto legata a Yukiatsu, che però è profondamente innamorato di Menma. Non lo lascia trasparire, ma anche lei invidia Menma. Pur di stare con Yukiatsu accetterebbe di essere un ripiego. Sembra non sbagliare mai nulla, ma spesso tratta le persone dall’alto in basso. Di nascosto indossa la mollettina che Yukiatsu voleva regalare a Menma.

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Yukiatsu. E’ innamorato di Menma che però non l’ha mai neanche lontanamente considerato, perché a Menma è sempre piaciuto Jintan. Yukiatsu non sopporta il fatto che sia solo Jintan a poter vedere il fantasma di Menma. Trascorre molto tempo con Tsuruku, ma è attratto da Anjou: vede in lei delle similitudini e prova più volte ad invitarla a uscire. Con lei è molto dolce. Anche lui ha dei risultati eccellenti nello studio.

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Menma. E’ una bambina stupenda, è sempre allegra e piena di buoni sentimenti, al punto da essere invidiata da tutti. Ha occhi solo per Jintan. Fin dal primo episodio si ostina nel dire di voler riunire “I Super Busters della Pace” (così chiamavano il loro gruppetto da bambini), eppure tra lei e Jintan c’è un rapporto esclusivo, diverso da quello con gli altri del gruppo. Annega nel fiume in un incidente dopo che Jintan non è riuscito ad ammettere che le piace. Jintan è l’unico che riesce a vedere il fantasma di Mema.

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Poppo. Un personaggio inutilissimo. E’ buono, non è innamorato di nessuno e non invidia né odia nessuno. E’ il classico compagno di avventure, divertente, ma che nella storia non serve a granché se non a spezzare la tensione e fare da mediatore tra tutti.

Insomma sono una massa di perdenti, a parte Jintan e Menma. Colpisce il fatto di come, sulla carta, Jintan fosse l’unico perdente (non va più a scuola da tempo, è un hikikomori), eppure è il più fortunato di tutti ed è invidiato dagli altri perché riesce a vedere Menma. Non solo: Anjou è innamorata di lui, mentre Yukiatsu non riceve le attenzioni né di Menma né di Anjou, pur essendo il primo della classe. Jintan è buono e ha un buon carattere, fin da piccolo era il capo dei Super Busters della Pace.

In effetti questo è ciò che lo accomuna a Menma: entrambi sono profondamente buoni, mentre gli altri bambini del gruppo fin da piccoli non sono puri come loro.

Shoujo e dintorni

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Sakamichi no Apollon – Kids on the Slope

Vorrei parlarvi di questo anime prima che finisca nel dimenticatoio per sempre.
Sakamichi no apollon – Kids On The Slope è una serie di 12 episodi, leggera, ambientata nel Giappone degli anni ’60, che potrà far felici i cultori del jazz. Ciò che non ho apprezzato, nonostante il tentativo di dare alla storia particolare profondità, è la banalità della trama e i risvolti implicitamente gay che nel finale mettono al primo posto l’amicizia uomo-uomo in senso romantico. Come in molti sappiamo, nei manga e negli anime si ama spessissimo giocare su queste cose in modo più o meno nascosto e in Sakamichi no Apollon a mio parere se ne ritrova un classico esempio.

Gradevole la OST, ed in particolare la versione di My favourite things.

La serie, del 2012, è tratta dall’omonimo manga del 2007 in 10 volumi edito da Panini Comics. Il tutto è sconsigliato a meno che non siate gay o filogay.

My Favourite Things – Sakamichi no Apollon

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Shigatsu wa kimi no uso – La tua menzogna nel mese di Aprile

Un altro anime dedicato agli amanti della musica. La serie ruota intorno alla musica classica. In realtà, chi studia musica per davvero non apprezzerà questa serie a causa della superficialità di cui è intrisa, sia per quanto riguarda le questioni tecniche che per quanto riguarda la storia. La trama è incentrata su di un protagonista represso e obbligato fin da piccolo a suonare il piano da una madre severa, solito cliché di quando si parla di danza o di pianoforte. La protagonista femminile vale la serie, che risulta relativamente coinvolgente e che troverei comunque nel complesso adatta a ragazze under 15. La cosa veramente bella è il titolo, che tradotto vuol dire “La tua menzogna nel mese di aprile”. E’ costituita da 22 episodi tratti dal’omonimo manga di 11 volumi ancora inedito in Italia. Non lo consiglio, tant’è che nemmeno io ho retto fino alla fine della serie.

Fushigi Yuugi – Il gioco misterioso – Serie OAV

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Questo invece non è affatto un prodotto nuovo, ma del 1996, si tratta di alcuni OAV che si collocano dopo la prima serie tv di Fushigi Yugi (di 52 episodi)
Quando mi approcciai ai manga, ero ansiosa di comprare altri manga oltre a quei 2-3 che già leggevo (Inuyasha, Ranma e qualche serie breve) e alcune ragazze mi consigliarono Fushigi Yuugi. Fin da subito il manga mi colpì per i bei disegni e per l’innumerevole quantità di uomini che si contendevano solo un paio di ragazze, tant’è che su Animeclick è classificato come un reverse harem. Fushigi Yuugi è uno di quegli shoujo squisitamente destinati ad un pubblico solo femminile, fatto di ragazze indecise fra molti cavalieri tutti equivalentemente belli e devoti a loro. Mi annoiò presto al punto da abbandonarlo, e completai il manga solo molti anni dopo, riconoscendo a Fushigi Yuugi di essere comunque un’opera lunga e complessa, superiore a molti altri shoujo in circolazione sia per la storia che per i disegni e che sicuramente, trasformato in anime, non sarebbe stato poi così diverso da altri anime che avevo amato da bambina. Mi ricordava per certi versi le storie fantasy delle Clamp, come Rayearth, o altri loro manga. Tutto perfetto, disegni, storia, intreccio, eppure, nessun coinvolgimento: Fushigi Yuugi è piatto.
Ritrovando oggi su VVVVD questi OAV di Fushigi Yuugi, li vedo con piacere, eppure non ne consiglio a nessuno la visione senza aver letto il manga o visto i 52 episodi precedenti visto che si collocano a valle di tutti gli eventi.
La nota positiva è il fascino anni ’90 della serie, adatta ai nostalgici, a chi è alla ricerca di qualcosa di leggero, vintage ma non troppo. Sconsigliato.
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Toradora!

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Premetto: non è il mio genere. Eppure, merita attenzione e la notorietà che ha. I personaggi sono originali, ben caratterizzati, e la storia, pur rimescolando le solite carte (non c’è nessun elemento fantastico all’interno, è un semplice shoujo/shounen scolastico), si differenzia da quella degli altri anime del suo genere. 2008, 26 episodi.
Davvero consigliato. Ryuuji e Taiga sono fantastici.

Kiseiju – L’ospite indesiderato – Parasyte

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Che anime bellissimo. Kiseiju – L’ospite indesiderato mi ha dapprima attratto con la sua estetica di dubbio gusto per poi rivelarsi più profondo di quanto non sembrasse. Kiseiju non è uno shonen splatter pieno d’azione e di combattimenti come potrebbe sembrare, è una riflessione profonda sulla vita, sull’esistenza, sul pianeta. E’ incredibile come riesca a collocarsi ad un livello così elevato nonostante queste sue caratteristiche grottesche, inoltre, e forse è questo che lo rende assolutamente differente dagli altri anime del suo genere, nonostante sia una serie del 2014, è tratto da un manga degli anni ’90. Questo stile anni ’90, anche se il charachter design è rinnovato, si avverte distintamente nella storia, che ha un sapore diverso.
E’ difficile che mi appassioni ad un anime: ne ho visti così tanti che da tempo mi sembrano perlopiù tutti uguali. Kiseiju mi ha conquistato. Shinichi, e Migi, il parassita che vive nella sua mano destra, mi piacciono moltissimo. E’ incredibile riuscire ad affezionarsi così tanto a un parassita. Kiseiju è una visione inquietante e appassionante come poche. Un incubo che prende forma. Eppure, così ricco, sfaccettato e rassenerante allo stesso tempo.

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I personaggi, tutti ben confezionati. OST perfetta. Sigle di apertura e chiusura molto belle. Ah, in quest’anime così sanguinolento non mancano le storie d’amore.

Disponibile su VVVVD.

Stupendo.

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OST

Ma la mia preferita è questa, che si sente, in una versione un po’ più rapida, quando Kana guarda per la prima volta negli occhi di Shinichi e ci vede una sorta di universo:

https://www.youtube.com/watch?v=dezLzzu9QCE

Altri dei miei anime preferiti:

Higurashi No Naku Koro Ni

Elfen Lied

Per chi volesse recuperare il manga: la pubblicazione di Kiseiju in Italia è stata piuttosto travagliata, pubblicato incompleto da Magic Press (8 volumi di 10) ai tempi, è adesso edito in una perfect edition da Goen.

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Farcisentire Report @Scisciano, Stazione Circumvesuviana

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Il Farcisentire è un festival al quale sono profondamente affezionata. Forse perché mi ricorda l’estate dopo la maturità in cui uscì a sorpresa un canale televisivo sconosciuto di nome Flux, che poi cambiò nome in Qoob e velocemente venne oscurato. Mi ricorda Il Teatro degli Orrori, The Veils, The Spinto Band. Certi video di Bat for Lashes. Mi ricorda com’è essere indie in degli anni in cui la parola indie è rimasta indietro. Mi ricorda Berlino prima ancora che diventasse di moda fare le vacanze a Berlino, gli scioperi del liceo, i mercatini di orecchini fatti con materiale riciclato, le prime volte che si prendeva il treno, mi ricorda com’è densa la notte di mezza estate, con l’inceneritore di Acerra che come un mecha nel buio brilla più di tutte le altre cose. Ricorda com’è uscire la sera quand’è ancora giorno e come può essere spoglio un festival senza prato, eppure allo stesso tempo perfetto per più motivi, nel suo crescere negli anni. Un miracolo genuino nella periferia della periferia. Farcisentire risulta, secondo il mio personale parere, migliore di molti suoi corrispettivi lontani o a pagamento, perché autentico, intriso di un fascino di transizione post-adolescenziale, che mai straripa al punto da diventare farlocco, né cade come altre manifestazioni “di paese” che risultano essere solo una sfilata di band giovanissime locali che non sanno suonare. Senza niente togliere a chi s’impegna nel far fiorire festival ed eventi di questo tipo, che è sempre meglio che ci siano piuttosto che non ci siano, però il Farcisentire, che è sempre stato gratuito, nel 2014 ha portato a Scisciano, che per chi è della zona è praticamente dietro casa, artisti stranoti come i Marlene Kuntz, che possono piacere o non piacere, ma che per un piccolo festival indipendente sono sempre un gran risultato. Negli anni precedenti, tra i tanti che sono saliti sul palco del Farcisentire, ricordo Perturbazione, Il Teatro degli Orrori, A Toys Orchestra.

Però sicuramente, ciò che conferisce al Farcisentire un fascino suo, è la location. I treni, la stazione della Vesuviana. La campagna mista alla disarmonia metropolitana. Quella di un interland napoletano, di una serie di fermate che molti di noi sono, o sono stati costretti, a vedere ogni santissimo giorno con rassegnazione, con odio, con insofferenza. Ma anche con un certo amore per ciò che siamo. La location del Farcisentire rappresenta più che mai la nostra identità. Rappresenta la possibilità della crescita, ed è una veduta su di una terra che da sempre è più che prolifica sotto aspetti diversissimi. E’ una fermata della Vesuviana, quella di Scisciano, per molti sconosciuta, tra gli alberi. Dal finestrino di quei treni, è un nastro che abbiamo visto riavvolgersi mille volte, noi studenti, lavoratori, con i suoi pregi, i suoi difetti. Non rinneghiamo niente. La stazione della Vesuviana di Scisciano è come un disco di Vasco Brondi prima che decidessimo di buttare Vasco Brondi nella spazzatura pur ammettendo fosse un prodotto dei nostri tempi, prima ancora che uscissero un po’ di dischi a descrivere quelle stesse sensazioni. Farcisentire è ancora una fotografia di quel tempo. Sa di internet 56k, di fumetti d’annata, quando il cielo rosso avvolge la provincia, quando ci sembra di essere in quel futuro che credevamo fosse dei film ed invece è vero, sappiamo che anche questo è parte di noi.

La sera dell’8 Luglio, così come nelle precedenti edizioni, quando arriviamo la notte è buia e le macchine sono parcheggiate. C’è molto verde e molto niente. E’ un festival che spesso ha proposto artisti che in Campania solo col tempo si sono inflazionati. Il Teatro degli Orrori nel 2008, quando certe cose bisognava “andarsele a cercare”, Gino Fastidio prima di Made in Sud, le magliette e gli orecchini con gli uccellini e le gabbie prima che Bershka e H&M ne riempissero i centri commerciali. E’ quella capacità di annusare influenze estere lontane che non tutti hanno, in una Campania dove non sempre è semplice, dove internet a tutti è arrivato tardi, dove il torpore estivo rallenta ogni cosa, dove la musica, il cinema d’autore, le cose buone, alcuni anni fa sembravano riservate (ma non lo sono mai state, attenzione) solo a chi aveva la verve di non accontentarsi. Allora un piccolo festival come Farcisentire, a Scisciano, è sempre stato un piccolo miracolo ma di quelli fatti bene, dove non c’è niente che non va, dove anche le persone nel pubblico, poche o molte che siano, sembrano comportarsi con un’onestà non indifferente, con un rigore quasi eccessivo. E’ un festival in cui sembra giusto dare considerazione alle band, che sono selezionate con attenzione, e che sono in quest’edizione 2016, a parte gli headliner, tutte campane.

Per venerdì 8 Luglio prima del toscano Francesco Motta ci sono Bludiklein, BluDiMetilene, La Rue Catalana. Sabato 9 Luglio 7Parsec, i salernitani Terzo Piano, i vivaci Kafka sulla Spiaggia e sul tardi il sardo Jacopo Incani, in arte Iosonouncane, originario di Buggerru. Il festival inizia tardi, tra le 22 e le 22.30. Per quanto non fossi particolare fan né di Motta né di Iosonouncane, il festival in quanto a programma fin da subito non mi sembra male.

Così venerdì, verso le 22.30, raggiungiamo in auto la stazione della Vesuviana di Scisciano.

In primis una persona, che non centrava moltissimo con il festival, ma la cui presenza in fondo va ancora va bene, ci chiede se vogliamo un braccialetto, di quelli luminosi da discoteca. Poi all’ingresso, a offerta libera, ci viene chiesto cosa vogliamo. Ci sono dei braccialetti verdi di gomma del Farcisentire, accendini del Farcisentire, magliette e tutte queste cose tipiche dei festival, quindi la raccolta braccialetti da festival continua.

Come dicevo prima, La rue catalana, Bludimetilene, Bludiklein “aprono” il concerto di Francesco Motta. Sono tutti bravi. La qualità del suono è ottima. I Bludiklein a fine esibizione distribuiscono materialmente il loro disco al pubblico. E’ un gesto gentile, onesto, questo di offrire il loro disco, sarò stata fortunata, ma tutti i dischi che ho ricevuto regalati a dei concerti da artisti “sconosciuti” che volevano pubblicizzarsi, erano belli. Quando non c’è la pretesa di vendere, ma la sicurezza di essere apprezzati anche senza essere noti, beh, di solito è qualcosa di positivo.

Sul tardi, l’esibizione di Francesco Motta. Motta, ammettiamolo, è il nome del momento. Si presenta come un ragazzino ma ha 30 anni. Prima de “La fine dei vent’anni“, prodotto da Riccardo Sinigallia, ha pubblicato due album con la sua band livorno-pisana, i Criminal Jokers. Dotato di una grande forza e di una voce tagliente (graffiante è la parola più abusata ma anche la prima che viene inevitabilmente in mente, Motta potrebbe farne da esempio sul dizionario), ha all’attivo diverse collaborazioni, come quelle con Nada, Giovanni Truppi, Zen Circus. E’ dotato di una bravura che segna un distacco dagli altri artisti giovani con la quale teoricamente condivide il mercato. Sembra qualcosa a metà fra tuo cugino più piccolo e un vero artista. Si atteggia a star senza darlo un po’ a vedere, un po’ come tuo cugino, quando alle domande dei genitori sulla ragazza rispondeva “fatti miei”. L’ego, la bravura di Francesco Motta, non danno fastidio, ma sono giusti come quelli di chi ci sa fare. E’ la prima volta che suona al di sotto di Roma, ma s’incarta sul palco contraddicendosi più di una volta. La sua inesperienza sembra essere solo quella di parlare sul palco, cosa che gli conferisce tenerezza. Alla fine, dedica un momento a quelli che nel pubblico “non si sono avvicinati”. A palco spento, sembra di essere tornati ai momenti di occupazione del liceo, ricreando un’atmosfera non male. L’unico neo che posso osservare in Motta, live, è quello di rappresentare un’Italia che recepisce influenze forse perdendo qualcosa di sé per la strada, non mantenendo la propria integrità. In questo recepire, riuscendoci con talento, ricreando alla perfezione, il rock italiano sfrutta ogni sua arma, rincorre un sogno senza innovazioni.

2° giorno. Il festival sembra molto più tranquillo del giorno prima. Questo, prima di Iosonouncane. E’ un festival strano, un festival astemio, nonostante la presenza del birrificio Okorei, è un pubblico che non beve, non fuma, non sorride. Iniziano i 7Parsec, molto bravi, che cullano il Farcisentire in quest’atmosfera di nichilismo. Poi i Terzo Piano da Salerno, i Kafka Sulla Spiaggia riescono a smuovere un pubblico tranquillo e forse un po’ freddo, sfoderando delle capacità di intrattenimento vere, le prime che osserviamo dall’inizio del Farcisentire. Prima di Iosonouncane vi sono i vari ringraziamenti, agli sponsor, al sindaco, alle associazioni coinvolte.
Dopo, con l’arrivo di Iosonouncane si sente finalmente forte la sensazione che sia sabato. E’ qui che il Farcisentire cambia veste, sfoderando la sua carta più attiva. Viene trascinato in una nuova dimensione, si affolla, la musica pervade ogni cosa, diventa adulto. E io forse solo adesso ne rimango delusa, perché ciò che amo, del Farcisentire, è quella vena romantica del 2000 che rimpiange gli anni 90 che a sua volta ha nostalgia degli ’80.

Quell’essere ingabbiati in una storia di Brizzi e non riuscire a uscirne più fuori.

(Valentina Guerriero)

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Tutti vogliono qualcosa, Richard Linklater

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Seguito spirituale di Dazed & Confused (La vita è un sogno, 1994), “Tutti vogliono qualcosa” è il nuovo film di Richard Linklater, nelle sale italiane dal 17 giugno.

Nel suo genere leggero, presentandosi in apparenza come una commedia americana, “Everybody wants some” – “Tutti vogliono qualcosa” è più profondo di quanto non sembri, anche se in esso non si capisce esattamente il confine tra film d’evasione e pellicola d’autore. E’ certamente una descrizione dettagliata degli anni in cui è ambientato, gli anni ’80, con rifiniture accurate, con una ricca e ricercata colonna sonora, con i flipper, i locali, con un modo proprio di raccontare quel mondo fra uomini al quale le donne non hanno tipicamente accesso, fatto di giochi goliardici e prove di forza, di ricerca di sesso, di competizione. E’ un film con un messaggio di fondo combattivo, tipicamente americano, maschio e romantico. Everybody wants some è una chiara visione del romanticismo maschile, che non è detto che sia meno puro di quella femminile. Sicuramente diverso dagli altri film di Linklater, che sono meno veloci, più intimisti, o fantascientifici (come A scanner darklyUn oscuro scrutare, 1977, con Keanu Reeves, tratto dal romanzo di Philip K. Dick, o quasi quasi anche Waking Life, pellicola interamente realizzata con la tecnica del rotoscope). In quest’ultimo film non vi sono idee originali di fondo come in Boyhood (iniziato nel 2002, gli attori di Boyhood crescono insieme ai personaggi del film) o i Before Sunrise/Sunset/Midnight (tre film girati a dieci anni l’uno dall’altro che parlano della stessa storia d’amore a intervalli di tempo di dieci anni), ma quest’ultimo lavoro di Linklater, pur rispettando lo schema classico delle commedie americane, viene riempito di contenuti molto più ricchi e dettagliati di quelli che troveremmo in un film da cassetta, esattamente come uno stesso disegno potrebbe essere riempito di colore con una tecnica elementare oppure venire prima inchiostrato e poi colorato da un professionista, ombreggiato, arricchito nelle trame degli abiti, e così via.

“Le frontiere sono dove le vedi”, recita il messaggio alla fine del film, che si conclude con il primo giorno di lezioni al college per i protagonisti, quindi con un nuovo inizio, dopo un exploit di romanticismo tipico di Linklater la cui assenza avrebbe fatto sospettare, exploit che sembra in parte ingannare dando l’idea di trasformare improvvisamente una semplice commedia in qualcosa di più. Ma non basta questo purtroppo a far scattare Tutti vogliono qualcosa al livello di capolavoro, in quanto tutte le commedie americane possiedono un messaggio buonista di fondo che tende sempre a mettere una pezza sugli scherzi, sulle cose sbagliate, sugli errori, sul sesso, sulle insicurezze dell’adolescenza. Sembra quasi che Linklater, anche in questo, si voglia tenere volutamente su un livello basso, ovvero fare un film sulla vita al college mantenendosi (o perlomeno provare a mantenersi) negli schemi del film da college, ma girandolo con una mano che comunque fa la differenza, sfaccettandolo, colorandolo, ombreggiandolo. Quindi, mettendo da parte una certa naturale diffidenza, si aggiunge per forza anche Everybody wants some alla lista di film di generi diversi che un regista come Linklater è in grado di realizzare efficacemente. Probabilmente Everybody wants some non si eleva più di tanto, ma di certo eleva Linklater ancora una volta a regista superiore, dotato di un suo carattere, di un suo pacchetto di temi ricorrenti con i quali è però capace di fare film di generi diversi sempre validi. Il suo penultimo lavoro, Boyhood, aveva una trama volutamente naturale per descrivere la storia di una persona comune. Così Everybody wants some ha una trama volutamente leggera per descrivere la vita al college in America negli anni ’80. Credo sia facile creare una sceneggiatura da una trama forte, ma sottolineare dettagli importanti della vita quotidiana, è quello che distingue molto una persona con talento da uno che non ha. E’ facile osservare la bellezza dove la vedono tutti, i dettagli sono un’altra cosa. Vedere della bellezza o dei significati dove gli altri non riescono a coglierli, ed essere in grado di spiegarli, e trasmetterli, questo fa la differenza. E Linklater tenta sempre in questo.

Vi allego i titoli dell’ottima colonna sonora del film.

Everybody wants some OST

My Sharona – The Knack
Heart Of Glass – Blondie
Take Your Time (Do It Right) – SOS Band
Heartbreaker – Pat Benatar
Alternative Ulster – Stiff Little Fingers
Every 1’s A Winner – Hot Chocolate
Everybody Wants Some! – Van Halen
Let’s Get Serious – Jermaine Jackson
Pop Muzik – M
Because The Night – Patti Smith
I Want You To Want Me  – Cheap Trick
Hand In Hand – Dire Straits
Whip It – Devo
Romeo’s Tune – Steve Forbert
Good Times Roll – The Cars
Rapper’s Delight – The Sugar Hill Gang
Rough Boys – Pete Townshend
Ain’t Talkin’ ‘Bout Love -Van Halen
Bad Girls -Donna Summer
I’m Bad (I’m Nationwide) -ZZ Top
Maybe I’m a Fool -Eddie Money
Give Up the Funk (Tear the Roof Off the Sucker) – Parliament
Driver’s Seat Cars – Sniff ‘n’ The Tears
Good Times Roll – The Cars
Rapper’s Delight – The Sugar Hill Gang

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Narutaru – Shadow Star

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Adocchiai questa serie già molti anni fa, per le similitudini che aveva con Elfen Lied e Higurashi no naku koro ni. Disponibile solo fansub, Narutaru è un anime del 2003 tratto dall’omonimo manga di Mohiro Kito del 1998. Mohiro Kitoh non è un autore noto quanto potrebbe, è uno di quei ricordi degli anni ’90 messi da parte da tempo, complice anche il fatto che le sue opere a causa di contenuti violenti e a volte sessualmente espliciti non sono proprio fruibili a tutti. Quest’autore infatti combina un’estetica delicata e lineare a delle storie dotate di una gravosità non indifferente; le sue opere più famose sono Narutaru (1998) e Bokurano – Il nostro gioco  (2004), ma lo stesso dualismo si ritrova anche ne Le Ali di Vendemiaire (1996), un manga ibrido, raffinato e orrorifico al tempo stesso, dal tratto tenue che accompagna una lettura decisamente non leggera e non scorrevole. Incentrato su bambole meccaniche, Le ali di Vendemiaire è purtroppo velocemente scivolato nell’oblio perché adombrato da produzioni sci-fi tanto più vistose quanto inconsistenti. Delle due serie lunghe di Kitoh, Narutaru e Bokurano, è forse più nota la seconda. Bokurano è un manga del 2004 in 11 volumi, dal quale è stato tratto un anime nel 2007, di 24 episodi, disponibili fansub, e che credo prossimamente di vedere. Narutaru infatti, a quanto pare, si tratta di una versione più acerba di Bokurano. L’anime di Narutaru (2003), tratto dal fumetto del 1998 (12 volumi), presenta gli stessi temi di Bokurano, temi che purtroppo in soli 13 episodi non riesce a snodare e spiegare correttamente, rendendo evidente il collasso su se stessa di una trama decisamente troppo complessa e impegnativa. Ci si rende conto, nella visione dell’anime di Narutaru, di trovarsi di fronte ad un’opera vasta non adeguatamente sviluppata, in cui gli eventi dopo la prima metà della serie vengono sbrigati in modo approssimativo, riportando lo spettatore necessariamente alla ricerca del manga. Narutaru rischiava di essere inserito in quella lista di anime che non ricordo nemmeno più di aver visto, pur avendo dei personaggi assolutamente strepitosi, come Hoshimaru (la stella marina).

In sostanza, quindi, un anime che consiglio sicuramente se siete amanti del genere, ma senza il quale potete ugualmente vivere, così come potevo vivere anche io (e lo scrivo a malincuore, perché con un po’ di cura in più poteva essere l’anime perfetto).

Nota per chi volesse vederlo: io lo trovai disponibile solo sub eng, non so se ci sia in italiano.

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Bokurano – Il nostro gioco

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Le ali di vendemiaire

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Piccole storie di Mohiro Kitoh, volume unico, 2004 (Star Comics)

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Meeting del Mare, report da Marina di Camerota

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Il Meeting del Mare alle 20.30 del sabato sera.

L’estate è caratterizzata dai festival estivi e il Meeting del Mare è sempre stato uno dei più appariscenti delle nostre coste. E’ l’idea di festival che in un profondo sud, per generazioni nate e cresciute dopo gli anni ’80 e ’90, è sempre qualcosa di lontano e distante, da ritrovare al di fuori dei nostri confini, soggetto a rielaborazioni, reintrepretazioni a misura dei nostri anni. Il Meeting del Mare in fondo ci ha provato, negli anni, a dare quell’atmosfera di festival che al sud nel dopoduemila non ci appartiene praticamente mai. Cose come l’Heineken Jammin’ Festival, il Wacken, il Gods of Metal, il Monster of Rock, lo Sziget, ma anche il ‘semplicissimo’ Miami, sono distanti anni luce da noi al punto da non ricordarci a volte nemmeno della loro esistenza. Il Sud Italia, la Campania in particolare, vive di piccoli festival indipendenti e quasi sempre gratuiti che negli anni hanno conquistato la loro dimensione, si sono ingranditi, sono diventati meglio degli stessi concerti a pagamento con gli stessi identici artisti che sono organizzati durante l’inverno nelle città. Il Meeting del Mare è uno di questi, uno dei capisaldi del programma estivo, presente da oramai vent’anni sulle coste del Cilento. Dal 2 al 4 giugno, a Marina di Camerota, si sono svolti 3 giorni di festival, con le tende sulla spiaggia, tutto rigorosamente gratuito, con i giovani, molti di loro minorenni, la musica, la sabbia, i gelati, spendere pochissimo, la democrazia. Marina di Camerota è vincente. Abbiamo intervistato molti dei ragazzi che erano arrivati lì al Meeting del Mare: non venivano da molto lontano, la quasi totalità dei ragazzi veniva dalla Campania. Da Salerno, Napoli, Avellino, qualcuno dalla Basilicata. Un piccolo gruppo da Reggio Calabria. Una buona percentuale veniva dalla provincia di Avellino, da piccoli paesi dove c’è ancora entusiasmo per le idee pure, come quella di accamparsi quattro giorni, o come quella di ascoltare musica, qualunque essa sia. Ragazzi di paesi come San Mango, Grottaminarda, Tufo, erano quelli che popolavano il Meeting del Mare. Ma molti venivano anche dai licei di Napoli e di Salerno. Pagelle raccolte, tutti promossi, liceo chiuso, ci si vede a settembre. L’età media? Dai 16 ai 23 anni. Qualche over 30, ma decisamente una minoranza, nonostante si tratti di una fascia di età numericamente sempre molto presente ai festival. Ma non qui. D’altronde il programma era quello che era: un festival più che altro destinato a gruppi emergenti, anche questi giovanissimi.

Fatta eccezione per I Cani, dall’alto dei 30 anni di Niccolò Contessa, sul palco sabato 4 giugno come headliner. Un nome di punta ma neanche così tanto, che di certo non riesce da solo a essere di richiamo per tutto il Sud Italia. Una band che negli anni ha riscosso un ottimo successo della critica, dopo un esordio un po’ più anomalo e travagliato avvenuto nell’estate del 2011, in cui Il sorprendente album d’esordio dei cani fece parlare molto di sé e non necessariamente bene, preceduto dall’uscita improvvisa del singolo Hipsteria su Youtube, arrogante, provocatorio, che non si sapeva a che gioco volesse giocare, e che di certo un po’ cavalcava le mode e sembrava utilizzarle per raggiungere uno scopo personale.

Il progetto di Niccolò Contessa, che era partito con la descrizione e l’analisi di comportamenti e disillusioni delle ultime generazioni (Il sorprendente album d’esordio dei cani, 2011) e che s’è risolto progressivamente in una ricerca di qualcosa di più all’interno di se stessi (nei successivi dischi, Glamour, Aurora) ha conquistato uno spazio man mano sempre più ampio di quello di partenza, dimostrando di non avere poi così tanto da dividere con le meteore del mercato indie del momento e collaborando anche alla colonna sonora di alcuni film,  quali “La felicità è un sistema complesso” di Gianni Zanasi e “The Pills – Sempre meglio che lavorare“, nel quale è stato incluso “Questo nostro grande amore”, primo brano di Aurora, che è l’ultimo e terzo e ultimo album de I Cani, uscito a fine gennaio 2016.

Sebbene I Cani abbiano fatto quasi tutto sold out alle date di Livorno, Firenze e alle altre due o tre date immediatamente successive all’uscita di Aurora, il Sud Italia – e forse è un bene – è ancora distaccato da generi di nicchia come questo, ricerca cose più semplici, di cui Marina di Camerota è fondamentalmente l’espressione. Il mare, i bar, i locali, una città a misura di giovani (in potenza, una Gallipoli 2.0, che è considerata, fra i giovani, la città dei giovani).

Al Meeting del Mare, per le sue proporzioni, per il suo potenziale, ammettiamolo, c’era pochissima gente. Quasi nessuno ad ascoltare i primi gruppi del sabato sera. “Il festival? Sì, mi sono divertito, ma non mi piaceva il genere.” In molti hanno risposto così. “Ma siete venuti per il festival?” “Sì, siamo venuti per il festival.” Ma il festival inteso come luogo d’incontro, non come musica. “I Cani? Suonano da Cani”. Non a tutti il concerto interessava davvero, il Meeting del Mare è stato per alcuni poco più di un pretesto. La divisione che una volta avveniva tra i cultori della musica dance e gli amanti della musica rock oggi è più che altro una convenzione. I ragazzi, indifferentemente dal genere musicale d’appartenenza, oggi vogliono le stesse cose. La musica è un contorno. E’ un’occasione per stare insieme, spesso in gruppi rigorosamente di soli ragazzi o di sole ragazze. Ma c’erano anche i fan di Niccolò Contessa, specialmente nelle prime file, ragazze giovanissime che resistevano al pogo alle loro spalle per le canzoni de I Cani. Nel pogo tutti bravi ragazzi, anche loro giovanissimi, ma con boccioni di vino, bottiglie e tutto ciò che potesse contribuire ad arricchire il loro personale cliché di concerto, che avevano immaginato a lungo mentre erano ancora a scuola, a lezione all’università ai primi anni, mentre erano nei loro piccoli paesi di poco più di 1000 abitanti, seduti ai piedi della fontana di pietra nella piazza principale, mentre lo dicevano ai cugini, mentre erano sul pullman che li portava in Cilento, loro quel festival, quei giorni, già li scrivevano nei loro pensieri. Gli addetti della sicurezza controllavano costantemente che non accadesse niente, e in effetti non accadeva quasi niente. Si facevano talvolta restituire le bottiglie vuote che avrebbero potuto creare problemi nella folla. Il pogo era vivace ma gestibile, innocuo, ingenuo. Fermarlo sarebbe stato come sgridare un cane che vuole saltare addosso al padrone per fargli le feste, e questo il sindaco di Camerota, gli organizzatori, la sicurezza, l’hanno capito bene. Un esempio? Alla luce del giorno seguente un ragazzo ci mostra un morso sul braccio, asserendo di averlo ricevuto da una ragazza che tentava di difendersi nel pogo. La ragazza era assorta nel concerto, lui era felice nel pogo prima e dopo il morso, comprendendo che era stata un’onesta tecnica di autodifesa. Nessuna preoccupazione. Nessun problema. Non ci si riesce a preoccupare di nulla a Marina di Camerota, si riesce solo a rilassarsi, mentre si mangia sul mare senza ansie a prezzi contenuti, e speriamo resti così per tutta l’estate e per i prossimi vent’anni.

Il sindaco, sul palco, ha ringraziato i ragazzi che erano con le tende lì sulla spiaggia da alcuni giorni per il loro comportamento corretto, per non aver creato nessun danno, per non aver lasciato nulla sulla spiaggia. Dopo il concerto, la città ha continuato a vivere fino alle 4, alle 5 di mattina, come se fosse stato giorno, in assoluta tranquillità. Bar, ristoranti, gelaterie aperte, come in un paese dell’estero popolato dai soli studenti di una scuola estiva, che bevono un po’ ma non diventano mai veramente tristi né violenti. Un paese dell’estero per i ragazzi, quelli bravi, quelli che provano a non esserlo, con alcool, camping e (poche) droghe leggere, ma che in fondo lo sono sempre, perché per essere cattivi ci vuole ben altro.

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X-Men: Apocalypse

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Ennesimo film di una lunga serie, si conferma come al solito un prodotto di buona qualità in cui effetti speciali e profondità della storia raggiungono un discreto equilibrio. Continuando il discorso iniziato con X-Men – L’inizio (2011) e X-Men – Giorni di un futuro passato (2014), ritroviamo in questo capitolo gli X-Men della scuola del Professor Xavier, Magneto e l’eroina Raven Darkhölme/Mystica destinati a confrontarsi con un individuo che raccoglie in sé molti dei poteri degli X-Men e che, tanto per essere prevedibili, ha intenzione di distruggere la civiltà umana per dare spazio a una nuova era in cui i mutanti popoleranno il mondo. Se la scelta di basare X-Men – Apocalypse sulla distruzione della Terra non è del tutto originale, non manca in quest’ultimo capitolo Marvel il classico approfondimento psicologico, tipico dei film sugli X-Men e che li distingue dalle produzioni supereroistiche analoghe. E’ indagato ancora una volta ed esaurientemente il passato di Magneto, aggiungendo ancora un altro tassello alla sua storia; è esplorata poi l’iniziazione ai poteri di Ciclope, fratello di Havok. Parallelamente in Germania, fanno la loro comparsa altri due X-Men celebri, Nightcrawler e Angelo. Un altro importante personaggio che viene introdotto in X-Men – Apocalypse è quello di Phoenix, giovanissima telepate nella scuola del Professor Xavier. Interpretata da Sophie Turner, nota a chi segue le serie tv per essere Sansa Stark, principessa del regno di Grande Inverno in Game of Thrones. Si ha l’impressione con la comparsa di Phoenix di assistere ad un passaggio di testimone, esaurito infatti il controverso compito di Raven/Mystica di spiegare quanto c’è di complesso nell’universo degli X-Men, con temi come la diversità, l’accettazione, l’insicurezza, indagati a fondo con un personaggio intenso come quello di Mystica (anche in questo capitolo interpretata dalla splendida Jennifer Lawrence), è adesso il personaggio di Phoenix quello che ora più mostra il suo potenziale vergine e che nel futuro della saga cinematografica degli X-Men avrà qualcosa da aggiungere. Per quanto riguarda il resto del cast, è lo stesso dei precedenti film: l’ottimo Fassbender (Bastardi senza gloria, A Dangerous Method, Shame, Macbeth, Steve Jobs) nel ruolo di MagnetoJames McAvoy nei panni del Professor Xavier, ancora Nicholas Hoult ad interpretare Bestia. Nuovi il giovane Tye Sheridan / Ciclope (che aveva esordito nel 2011 nell’acclamato Tree of Life di Malick) e Kodi Smit-McPhee / Nightcrawler. Già era apparso invece in Giorni di un futuro passato Evan Peters – Pietro / Quicksilver, protagonista tra l’altro di una delle migliori scene di questo film, quella accompagnata da Sweet Dreams degli Eurythmics e che ha richiesto un notevole tempo di realizzazione, rivedremo sicuramente anche Pietro.

 Kodi Smit-McPhee / Nightcrawler

 Evan Peters – Pietro / Quicksilver

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Phoenix in un’illustrazione di Greg Land. Il personaggio è stato creato da Jack Kirby nel 1963

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Jean Grey-Fenice/Sophie Turner. E’ famosa per aver interpretato Sansa Stark in Game of Thrones, Principessa del Regno di Grande Inverno o come si chiama.

 

 

 

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A quanto pare Phoenix si fa le storie sia con Wolverine che con Magneto e in Apocalypse un po’ si nota.

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Phoenix in un combattimento con Magneto.

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E la storia anche con Ciclope. Nel film sembra avviata a flirtare con lui, oltre che avere un po’ troppo feeling con Xavier. Con tutti insomma.

 

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Phoenix, Cyclops e altri X-Men.

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Il solito Professor Xavier che anche se disabile e poi calvo rimane sempre uno dei personaggi più interessanti.

Ok, sembra Beautiful. Però molto più interessante perché sono tutti fighi e un po’ tristi a causa dei loro superpoteri.

Altri film sugli X-Men recensiti qui:

Mutante, e fiera di esserlo. X-Men: L’inizio (2011)

Wolverine – L’immortale – Ciò che mi hanno fatto, ciò che sono, non si può cambiare.

“Sono il migliore in quello che faccio. Ma quello che faccio non è piacevole.” (Wolverine)

Perchè la luna si sente così sola?

Manca, tra le recensioni, quella di X-Men – Giorni di un futuro passato, che è uno dei miei preferiti e anche migliore di Apocalisse.

In sintesi, gli X-Men sono veramente fighi. E per quanto i film di supereroi Marvel e DC abbiano nel tempo decisamente iniziato a rompere al punto anche di saltarne diversi, gli X-Men fanno eccezione. Vedeteli. (Se vi piace il genere)

 

 

 

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