My name is Emily

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Grazie Vodafone che mi regala gli abbonamenti a Mymovies e in questo non scherzo. E’ la seconda volta che lo rinnovo e mi ritrovo ad aver visto nell’ultimo mese un paio di film non male.

Uno di questi è My name is Emily che all’inizio mi sembrava bellissimo ma poi interrotto a metà e ripreso un po’ dopo. Non so come sia possibile che un film da capolavoro diventi insostenibile: ma d’altronde la frase ricorrente nel film è i fatti sono punti di vista. Trama molto allegra con una ragazza piuttosto bruttina a cui è morta la madre e con il padre chiuso in un manicomio. Scoprirà, dopo aver trascinato un ragazzino molto carino nella sua avventura, che il padre in realtà era sano ed era rimasto in manicomio per hobby.

Un po’ come vorrei fare anche io.
Nella trama di un libro.
Nella realtà, manco per il cazzo.

Consigliato: se in questo periodo non avete voglia di spararvi, sì.

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La cosa positiva o forse negativa è che mentre vedevo questo film, per non addormentarmi, ho fatto dei disegni così disturbati che avrei voglia di stracciarli.

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Tao Te Ching

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C’è qualcosa che è indistintamente perfetto,
E precede la nascita del cielo e della terra.
Quanto è calmo! E quanto è vuoto!
Autonomo e immutato, vaga in cerchio senza ostacoli.
Si può considerare la madre del mondo.
Non conosco il suo nome.
Lo definisco Senso.
E lo chiamo – ma è insufficiente -: Ciò che è grande.


Trenta raggi circondano un mozzo:
Sul Nulla si fonda qui l’effetto del carro.
Si fanno chiavi e vasi in forma di recipienti;
Sul Nulla si fonda l’effetto del recipiente.
Si praticano porte e finestre e stanze,
Sul nulla si fonda l’effetto della stanza.
Perciò: il Qualcosa crea realtà, 
Il Nulla crea effetto.


Lo si cerca con gli occhi e non lo si vede,
Ciò significa, espresso con un nome: ciò che è aereo.
Si tende l’orecchio e non lo si ode;
Ciò significa, espresso con un nome: il sottile.
Si tende la mano e non lo si afferra,
Ciò significa, espresso con un nome: l’incorporeo.
[…]
Significa la forma senza forma,
L’immagine senza cosa,
Significa il nebuloso svanito.
Se gli si va incontro non si vede il suo volto,
Se lo si segue non si vede il suo dorso.


Il Tao (“Senso”) causa le cose
In maniera nebbiosa, indistinta.
Così indistinte, così nebbiose
Sono in lui le immagini,
Così nebbiose, così indistinte
Sono in lui le cose…


Il senso in quanto massimo è semplicità senza nome.
Se principi e re potessero preservarlo così,
Tutte le cose si comporterebbero come ospiti
Il popolo raggiungerebbe da sé l’equilibrio senza bisogno di ordini.
Esso (il senso) non opera,
Eppure tutto viene da sé

E’ calmo
Eppure sa programmare.

La rete del cielo è così grande, così grande,
A maglie larghe, eppure non perde niente.


 

Il bacio più breve della storia

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Sul lungomare di Salerno camminavamo un’estate fa. Il pavimento era immobile tra i negozi che scorrevano come nastri. Le palme e i loro topi, gli scogli e i loro topi. La sabbia e i suoi topi, come nella Peste di Camus. Le luci che s’accendono e le persone che aumentano nell’accrescersi del sabato sera. La Feltrinelli che ha segnato le gioventù di tutti i ragazzi, con quella moltitudine di cd e quei libri. La Coin che non esiste più. Il ristorante greco. Il negozio di dischi con i Mazzy Star e le raccolte dei Joy Division in offerta. Il treno con i suoi finestrini luminosi dai quali vedere alberi di nocciole, gallerie, alberi di nocciole, gallerie, stazioni di brutti paesi, gallerie, e quadri che ritraggono pezzi di notte. Camminare mano nella mano come gli ultimi perfetti fidanzati del mondo, veloci, a passo svelto, e poi di nuovo tornare indietro per comprare due libri. Questo è ciò che accadeva un anno fa.

la meccanica del cuore bacio

E questo è quanto scrivevo di Malzieu alla fine dell’estate.

Ho finito di leggere Il bacio più breve della storia di Mathias Malzieu. Sembra un film in tecnica mista di Gondry. Con i pesci e l’acqua fatta di carta argentata in stop motion.

In libreria avevo notato mesi prima La meccanica del cuore, il suo libro più famoso e di quest’autore mi aveva colpito lo stile particolare. E’ molto francese, molto alla Amélie e a volte eccede al punto da essere disgustoso, eppure Il bacio più breve della storia è un libro scritto bene e dotato di una sua personalità in grado di irritare quanto compiacere le ragazze romantiche (come me). Assolutamente non approvati gli Amorcerotti, le poesie alla fine del libro. I capitoli scorrono leggeri e velocissimi, come un sogno notturno trasformato in romanzetto, allungato con acqua in una limonata interessante, fatta con limoni freschi di giardino e Gaudianello sfiatata. Attraverso continue metafore, Malzieu descrive i sentimenti umani fotografati alla fine e all’inizio di un amore, e il dissidio interiore dell’essere umano costretto a dover scegliere tra due persone. La storia potrebbe anche trattarsi di una metafora per descrivere un amore solo epistolare (la seconda ragazza, inizialmente, lui non riesce a vederla), ma questo è tutto da dimostrare. Se fosse così, perderebbe anche un po’ di poesia.

la meccanica del cuore

Così, colpita dallo stile interessante dell’autore, dopo Il bacio più breve della storia, che era stato un regalo ed è tutto sommato grazioso, ho insistito con il secondo libro, di fama maggiore, La meccanica del cuore (2007).
E’ stato come mettere il secondo cucchiaino di zucchero nel caffè. Lo stile di Malzieu, preso a lungo a termine, diventa disgustoso. Finirlo è stata una sofferenza, e mi ha dato l’impressione di trovarmi costretta a leggere una favola un po’ macabra per bambini delle medie. Preso singolarmente, senza aver letto nient’altro di simile prima, non credo mi avrebbe fatto lo stesso effetto, così come non sembra particolarmente spiacevole l’omonimo film d’animazione tratto dal libro, del 2013.

Il pregio principale di queste storie e di quest’autore credo sia infatti quello di essere coinvolto su più versanti diversi: libri, racconti, musica. Mathieu Malzieu è il frontman del gruppo musicale francese Dyonisos e si può dare uno sguardo ai suoi videoclip per ricordarsi di certe atmosfere alla Tim Burton.

Ma avere tanta carne al fuoco da analizzare non corrisponde sempre all’aver trovato qualcosa che corrisponde al 100% ai propri interessi e gusti, anche se ho sempre pensato che complessità e numero di collegamenti siano proporzionali, in qualche modo, a bellezza.

Malzieu ha comunque qualcosa di particolare che è difficile togliersi dalla testa, così come non si dimentica facilmente il piacere di aver letto un libro che s’era sempre visto e che si voleva leggere.

Crash e il feticismo per gli incidenti stradali: vi sfido a trovare una cosa più malata di questa.

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Di film malati ne ho visti parecchi, ma questo credo sia quello che vince proprio la palma. E’ incentrato sul feticismo degli incidenti stradali. Ok, direte voi, perché scandalizzarsi? In fondo ne abbiamo sentite, negli anni, di cotte e di crude: ci sono addirittura persone che amano leccare le maniglie, a quanto pare. Ma il feticismo degli incidenti stradali a mio parere è un po’ più complesso.

Il film, Crash (ora capite meglio il titolo, in mezzo a tante pellicole omonime?) è tratto da un libro del famoso J.G.Ballard, che in effetti non ha mai brillato in quanto a spensieratezza di contenuti. Per chi non lo conoscesse, Ballard è un autore di fantascienza che ha scritto diversi libri anche più o meno recenti, come Super Cannes (2000). Io, personalmente, di Ballard ne ho letto solo uno: il brevissimo Gioco di bambini, comprato al Libraccio ad un prezzo affare.

Una caratteristica degli autori di fantascienza, si sa, è quella di anticipare il futuro (è l’uomo a modellare la sua evoluzione seguendo la sua immaginazione, nel corso degli anni) e purtroppo Ballard, con le sue descrizioni asettiche e personaggi privi di sentimenti, un po’ mostra sul serio un tipo di società verso la quale stiamo andando. Perciò,anche il feticismo degli incidenti stradali potrebbe essere una mezza realtà. Di fatto, non è così difficile prendere delle fissazioni, così come venir coinvolti da quelle di altri: quello che succede alla coppia di protagonisti di Crash.

Ballard, che ha scritto il libro nel 1973, pare abbia preso un po’ le distanze dal film, affermando che i personaggi di Cronenberg sono più coinvolti in tale psicosi sessuale rispetto alle descrizioni nel suo libro, in cui voleva far risultare che fossero più che altro delle vittime di un fenomeno sfuggito al loro controllo.

Beh, io direi che comunque il libro di Ballard non lo leggerò, e la mia esperienza col feticismo degli incidenti stradali finirà qui, quindi torniamo a parlare del film.

Ad aprire la storia è una coppia: un regista (il suo nome è proprio Ballard), e sua moglie, i quali hanno una relazione aperta e per tenere vivo il rapporto si raccontano le reciproche esperienze con altre persone. E fin qui, non molto di nuovo in quanto a perversioni.

Tutto però cambia quando Ballard viene coinvolto in un incidente stradale e conosce uno strano individuo, Vaughan, che ha la passione di ricreare incidenti stradali famosi avvalendosi di stuntman. Tra gli altri personaggi del film, c’è anche una ragazza che vive con lui (insieme alla moglie) abbigliata in modo sexy e che presenta delle vistose protesi alle gambe.

Inizia così per la coppia Ballard-moglie un crescendo di perversioni assurde, quali la masturbazione in gruppo vedendo video di incidenti stradali, le protesi sono viste come feticci erotici e molti altri strani interessi.

Perché, ci si chiederebbe.
La risposta è che, secondo Vaughan, quando avviene un incidente stradale l’energia sessuale delle persone morte viene trasferita a quelli che restano in vita.

Ad un certo punto si parla anche di Camus (morto in un incidente nel 1960, la sua macchina era Facel Vega FV3B
) e di James Dean (morto nel 1955 mentre era al volante della sua  Porsche 550 Spyder), di cui Vaughan vorrebbe ricreare le dinamiche dell’incidente.

Nel film non ci si fa mancare niente e c’è anche qualche scena omosessuale, tatuaggi a tema incidenti stradali e gran finale con inseguimento in auto e sesso post incidente con macchina in fiamme. Un’altra perversione è ovviamente andare in un cimitero di auto incidentate di notte.

Sicuramente un ottimo film da vedere – neanche a volerlo fare apposta – nello stesso giorno dell’incidente sull’autostrada per Bologna.

Di cattivissimo gusto insomma, e per stomaci forti, ma meritevole d’esser visto per la sua atipicità.

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gaetano esposito palazzo donnannaCon le braccia incrociate dietro la testa, a guardare il grafico d’oro messaggio vibrante sulla parete, a pensare ai miei passi stasera nel rispettabile squallore di strade sconosciute, in una città senza Vesuvio e senza estati, dove i palazzi non finiscono sotto il mare, l’occhio affiorante dalla Foresta Vergine non ti minaccia nella tua integrità, e la Natura o una bella giornata non vince la Storia – col tempo regolato dall’orologio e dalla busta paga. Da qui puoi vedere ogni luce di speranza e d’intelligenza che spunta sulla faccia della terra, quelle luci che da Napoli si vedono così male.
(Ferito a Morte, La Capria)

Vari film su Mymovies: Easy, Love&Secrets, Hysteria, I 400 Colpi, The Story of Film

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La mia esperienza con Mymovies

Vodafone continua a regalarmi cose nella speranza che non cambi gestore: Infinity, Mymovies, Now TV, quindi adesso dopo Infinity vi parlo di Mymovies, prima che i film che ho visto negli ultimi giorni si perdano nel nulla dimenticati per sempre.

Purtroppo ci sono poche cose che mi mandano più in tilt della scelta fra cose simili: di Love & Secrets avevo scritto delle righe di commento due volte, e non sapendo cosa scegliere, ho rimandato la pubblicazione di questo post per mesi. Direte voi: “e che ce ne frega? non ce ne siamo neanche accorti”. Eh, avete ragione, ma a me non piace che il numero delle bozze cresca a dismisura. Anche se è un processo inevitabile, specie quando avete questa maledetta abitudine di voler scrivere e memorizzare sempre quello che vi accade o vi viene in mente, processo/perversione che rischierebbe di andare a discapito della vita vera, se non fosse che la vita vera reclama sempre il suo spazio (col cavolo che si possa star seduti per giorni a scrivere senza far nient’altro). Piccolo sfogo a parte – che poi in questo mondo reale converrebbe sempre mantenersi il più impersonali possibili e io ormai da un po’ non lo faccio – veniamo a Mymovies e ai film, che sono l’unica cosa interessante di questo sito.

Mymovies è migliore di Infinity: i titoli sono veramente belli, nonostante non siano presenti poi in gran numero. Ma quelli che ci sono, sono decisamente meno commerciali dei film di Infinity.

Il primo che ho visto è stato Easy. Mi capita davanti proprio dopo che mi è stato consigliato e lo vedo subito. Film italiano su un quasi handicappato che deve partire per l’Est Europa con l’intento di consegnare una salma ai suoi familiari. La pellicola è del 2017 e non sembra di gusto italiano, indubbiamente originale, trasuda malessere nei suoi 90 minuti fatti di molti silenzi, senza però riuscire ad appassionare. Easy vuole parlare senza parlare, il tutto per immagini, mostrando una storia decisamente triste.

easy

Love & Secrets

locandina

Cerco allora qualcosa di più leggero, e mi imbatto in Love & Secrets che credo una commedia sentimentale con Ryan Gosling. Anche questo volevo vederlo da un po’, come tutti i film di Ryan Gosling da un po’ di anni a questa parte (finiti quelli con Johnny Depp e Jim Carrey, dovevo passare a qualcun’altro). Love & Secrets parte come un film romantico indie – davvero indie – strepitoso, ma si trasforma progressivamente in uno psycho thriller alla Gone Girl. Per la serie “non sposate miliardari che sembrano perfetti”, è ispirato a degli avvenimenti davvero accaduti intorno al 1982 in America. Robert Dust ha ucciso un po’ di persone e a quanto leggo dalla sparizione della moglie ad oggi è stato spesso a piede libero, cavandosela in 2 o 3 processi. La moglie è interpretata da Kirsten Dunst.
Sebbene questo film non spicchi in originalità nella trama – ce ne sono molti, di simili a questo – ha diversi pregi:

1) Fascino e atmosfere indie
2) Tiene benissimo la tensione
3) E’ ispirato a fatti reali.

Quindi vi invito a preferirlo rispetto a qualche fiction televisiva a caso, tipo Carabinieri.

Davvero bello, del 2010.

Hysteria

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Quando questo film uscì, nel 2011, ne rimasi davvero colpita: mai film con una trama così bizzarra ed un genere tanto difficile avevo visto distribuito nelle sale. Credo che sia più facile recensire un porno, o scandalizzarsi meno di fronte alla volgarità di commedie americane alla American Pie. Hysteria affianca il perbenismo inglese a riflessioni morali e questioni d’emancipazione sociale, in un mix complicato. Commedia? Commedia romantica? Film intelligente? Hysteria fa arrossire un po’, narrando la storia dell’invenzione del vibratore, in un modo leggero e assolutamente non pornografico ma da far venire i brividi. Ne parla in senso quasi medico, infatti il protagonista è un medico della fine del 1800 che, deluso dai metodi antiquati che adottava la medicina dell’epoca (molti dei suoi colleghi non ritenevano neanche opportuno lavarsi le mani, la conoscenza dei batteri e della loro diffusione era scarsissima), decide di lavorare in uno studio privato dove viene curata l’isteria femminile, con metodi però alquanto ambigui (pur negando che la cosa sia in qualche modo legata al piacere sessuale). Anche l’isteria, “malattia non malattia”  che riguardava fondamentalmente ricche signore annoiate, non aveva un’univoca cura, e ognuno faceva un po’ a modo suo. In mezzo a questioni morali sull’utilità della professione di medico, e se su sia meglio salvare davvero delle vite o arricchirsi in uno studio privato in mezzo a signore che non hanno alcun reale problema, se non molta insoddisfazione sessuale e qualche ansia psicologica, alla fine il giovane medico – che non ne può più di crampi alla mano e polsi bloccati a causa delle terapie – decide di velocizzare il suo lavoro con l’invenzione del vibratore. Sullo sfondo, la storia con la figlia del medico con cui lavora, di cui s’innamora per la perfezione di comportamenti e per la castità. Si tratta infatti di una fanciulla che rispetta tutti i canoni della bellezza inglese. La ragazza ha una sorella – che è tutto il contrario di lei – che lavora in un ricovero per poveri, istintiva e passionale e dal rapporto conflittuale col padre, che non accetta l’impegno nel sociale della figlia.

Insomma, il film punta attenzione sulla scarsa conoscenza della sessualità femminile dei tempi (addirittura, si credeva che le donne non potessero neanche godere). Un film che fa vergognare – non si sa se più per il fatto che un tempo si vivesse così – o per il fatto che riesce a sbatterti tutte queste verità in modo così irriverente, e che è allo stesso tempo senza troppe pretese, se non quella di far divertire lo spettatore e un po’ stuzzicarlo.

La regista è Tanya Wexler, laureata in psicologia dei generi sessuali.

A chi consigliare questo film? Eh non lo so. A chi è in cerca di qualcosa di strano, veramente strano e un po’ imbarazzante.

Truffaut – I quattrocento colpi

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La storia di un bambino, Antoine, che viene continuamente sgridato dai genitori e non è molto bravo a scuola. Antoine decide di scappare. Per compensare una lacuna sul grande Truffaut, mi ritrovo a vedere questo film d’altri tempi tanto interessante quanto lento e un po’ pesante da vedere. Rimangono in testa le musiche.

The Story of Film

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15 episodi davvero ben fatti sulla storia del cinema. Nei primi episodi partono dall’invenzione della macchina da presa e sulle prime tecniche cinematografiche sperimentate: la corsa fantasma, il montaggio, il controcampo, il punctum (un dettaglio che rende “vera” la scena, come il planare di una falena mentre una ragazza di sera è intenta a scrivere seduta alla sua scrivania). Si parla di Florence Lawrence, la prima movie star, che si suicidò nel 1938 con del veleno, prima di lei gli attori erano degli sconosciuti e nessuno ricordava i loro nomi. Nei primi episodi s’insiste particolarmente su Il ladro di Bagdad, film considerato un capolavoro per la ricchezza delle scenografie.

Nasceva infatti in quel periodo Hollywood, una catena di produzione di sogni, una vera e propria industria: l’obiettivo di tutti era di fare soldi, ma nonostante questo pratico e volgare intento, si realizzavano meraviglie.

“La regia: una bugia per dire la verità. E’ l’arte di farci sentire come se fossimo lì.”

 

Jeune et jolie

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A diciassett’anni non si può esser seri.
– Una sera, al diavolo birre e limonata
e gli splendenti lumi di chiassosi caffè!
– Te ne vai sotto i verdi tigli a passeggiare.

Com’è gradevole il tiglio nelle sere di Giugno!

(Giugno, Rimbaud)

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Se vogliamo credere ad una rete di coincidenze che hanno un qualche significato particolare, qui ce ne sono diverse. Siamo nel mese di giugno, e il 18 scade il mio abbonamento a Mymovies: ho designato come ultimo film da vedere, prima di non avere più accesso al pacchetto, “Giovane e bella”  di François Ozon (2013).

Questa foto della locandina l’ho scattata nel 2013 ad Annecy: in vacanza m’è capitato più di una volta di fotografare locandine di film estivi non ancora usciti in Italia, e questa me la sono ritrovata davanti molti anni dopo mentre cercavo tutt’altra foto, dell’Abbazia di Hautecombe. Non ricordavo minimamente di aver fotografato la locandina di Jeune et jolie, ma evidentemente questo titolo mi rigirava nella mente da anni perché era da tempo che volevo vedere questo film e non sapevo neanche perché. Non mi ero informata né sul regista né sull’attrice, davo per scontato che sarebbe stato una bella pellicola francese, ma nel frattempo passavano gli anni e non lo vedevo mai, finiva sempre in secondo piano (mentre ho visto film ben peggiori solo perché adocchiati all’estero, come Cowboy & Aliens: non vedetelo mai).

Quindi, poco dopo aver programmato di vedere Jeune et jolie, mi ritrovo all’improvviso questa foto che non sapevo di aver scattato io con il telefono e ci rimango un po’ male. Se avessi voluto cercarla tra le mie foto, non l’avrei mai trovata. Volevo la foto di un gelato al lampone che avevo mangiato sui prati dell’abbazia di Hautecombe con un bicchiere di birra La Trappe, e insieme a ciò ho trovato centrali nucleari, paesaggi di periferia francese e film erotici che non avevo mai visto.

Jeune et jolie è una bella storia adolescenziale. Marine Vacht (Isabelle), del 1991, è meravigliosa. Il film indaga la psicologia di una diciassettenne, che dopo aver la sua prima volta al mare – del quale pare un po’ delusa e annoiata – e tornata a casa, inizia a prostituirsi con vecchi. Non ha problemi di soldi e non c’è nessun apparente motivo per cui lo faccia, ma Isabelle si annoia dei coetanei e preferisce proporsi su annunci. Un film che non è morale ma solo descrittivo, che cerca di dire qualcosa senza parlare, Ozon narra per immagini la complessa mente di un adolescente – che non avendo delle chiare formate – inizia a costruirsi uno stile di vita che non corrisponde ai canoni della società e a quelli previsti dalla sua famiglia, infilandosi in una situazione che non pare neanche farla soffrire e di cui non sa dare alcuna spiegazione.

Molte scene di nudo, ed intelligente. Splendida colonna sonora (con Françoise Hardy e gli M83). Consigliato.

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Notte di giugno! Diciassett’anni! Ti lasci inebriare.
La linfa è uno champagne che dà alla testa.
Divaghi e senti un bacio sulle labbra
che palpita come una bestiolina.

Mary e il fiore della strega, studio Ponoc

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<<Un film sponsorizzato dal Partenio.>> (Un ingegnere alpinista alla prima del film)

Film molto grazioso dello studio Ponoc, in sala dal 14 al 20 giugno e distribuito da Lucky Red. Nello studio Ponoc sono confluiti molti animatori dello Studio Ghibli, di conseguenza non sono pochi gli elementi che vi riporteranno ai classici Ghibli.
Il film è la trasposizione di un libro, La piccola scopa di Mary Stewart. Molto curato nelle animazioni, stende ai suoi spettatori una fiaba leggera ma non tediosa: Mary, bambina dai capelli rossi, trova un fiore magico nel bosco (precisamente al Campo di Summonte) inseguendo due gatti, Tip e Gib; il fiore magico le darà poteri e grazie a una scopa volante si ritroverà catapultata in un ateneo per apprendiste streghe.
Qui le verranno illustrati vari corsi di studio per maghi: il più difficile è una branca della magichimica, ingegneria chimica… Ops, volevo dire magia metamorfica. Con i suoi capelli rossi Mary è avvantaggiata: pare che disporre di un rosso malpelo sia garanzia per essere delle streghe di prim’ordine. Le cose però non scorrono come previsto, e dovrà salvare l’amico Peter e anche uno dei due gatti (quello grigio e che sembra il mio).

Dello stesso regista, Hiromasa Yonebayashi, ci sono Arrietty e Quando c’era Marnie.

Consigliato a:

– Ragazze con i capelli rossi che non amano i loro capelli
– Chi ha un debole per i capelli rossi
– Chi vuole sentirsi elegante vedendo un film d’animazione Ghibli&Co.
– Chi ama i film ambientalisti, perché ci sono molti scenari nella natura.

Insomma, è bello, ve lo consiglio. E il fiore della strega con un po’ di impegno sul Partenio lo troviamo.

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Morire è un’arte, io lo faccio in modo eccezionale.

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L’ho rifatto.
Un anno ogni dieci ci riesco –

Una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
splendente come un paralume nazi, un fermacarte il mio

piede destro, la mia faccia un anonimo, perfetto
lino ebraico

Via il drappo, o mio nemico!
Faccio forse paura? –

Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente in un giorno svanirà.

Presto, ben presto la carne
che il sepolcro ha mangiato
si sarà abituata a me

e io sarò una donna che sorride.

Non ho che trent’anni e come il gatto ho nove vite da morire.

Questa è la Numero Tre.

Quale ciarpame da far fuori a ogni decennio.

Che miriade di filamenti.

La folla sgranocchiante noccioline si accalca per vederecche mi sbendano mano e piede – il grande spogliarello.

Signore e signori, ecco qui le mie mani, i miei ginocchi.
Sarò anche pelle e ossa, ma sono pure la stessa, identica donna.
La prima volta che successe avevo dieci anni. Fu un incidente.

Ma la seconda volta ero decisa a insistere, a non recedere assolutamente.
Mi dondolavo chiusa come conchiglia. Dovettero chiamare e chiamare e staccarmi via i vermi come perle appiccicose.

Morire è un arte, come ogni altra cosa.

Io lo faccio in un modo eccezionale.

Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.

Ammetterete che ho la vocazione.

E’ facile abbastanza da farlo in una cella.
E’ facile abbastanza da farlo e starsene lì.

E’ il teatrale ritorno in pieno giorno a un posto uguale, uguale viso, uguale urlo divertito e animale: <<Miracolo!>>

E’ questo che mi ammazza. C’è un prezzo da pagare per spiare le mie cicatrici, per ascoltare il mio cuore – eh sì, batte.

E c’è un prezzo, un prezzo molto caro, per una toccatina, una parola, o un po’ del mio sangue o di capelli o un filo dei miei vestiti.

Eh sì, Herr Doktor.
Eh sì, Herr Nemico.

Sono il vostro opus magnum.
Sono il vostro gioiello, creatura d’oro puro che a uno strillo si liquefà.
Io mi rigiro e brucio.
Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.
Cenere, cenere – voi attizzate e frugate.
Carne, ossa non ne trovate – un pezzo di sapone, una fede nuziale, una protesi dentale.
Herr Dio, Herr Lucifero,
attento,
attento.

Dalla cenere io rinvengo con le mie rosse chiome e mangio uomini come aria di vento.

(Lady Lazarus, Sylvia Plath)

Tatami Galaxy

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tatami galaxy

Mi imbatto qualche tempo fa in un’interessante lista di anime che trattano il delicato tema della depressione, ed essendo un amante delle storie tendenzialmente deprimenti ve ne attingo uno praticamente a caso, tra quelli che non avevo già visto, Tatami Galaxy, complice anche il fatto che era facilmente reperibile sulla piattaforma di streaming gratuito VVVVID.

Tatami Galaxy ricorda abbastanza NHK e pur essendo meno fresco e più complesso di quest’ultimo, parla comunque di uno studente non troppo brillante che alla lunga si riduce ad essere un hikikomori. Il mondo del protagonista risulta per la maggior parte delle ore confinato alla sua stanza da quattro tatami e mezzo di studente fuorisede. La caratteristica di Tatami Galaxy, forse abusata negli anime dell’ultimo periodo, è quella di avere ad ogni episodio un riavvolgimento indietro nella storia e l’esplorazione dei vari mondi possibili in cui il protagonista vive, differenziati dalla scelta, all’inizio dell’università, del circolo al quale iscriversi, decisione che avrebbe stabilito quali persone conoscere e a quali interessi dedicarsi.

Ma indipendentemente dalla scelta, lo studente senza nome si ritrova sempre più o meno al medesimo punto: nella merda, in quanto l’insuccesso della sua vita di studente (che non sarebbe poi così male, ma dal quale è ossessionato a causa di un punto di vista fondamentalmente pessimistico) non dipende dalla scelta iniziale del campus, ma dal suo modo di essere, negativo e fallimentare, che spesso non gli permette di sfruttare le occasioni che gli vengono proposte. Non dotato di grandi abilità sociali, fin da subito nota un evidente scollamento tra ciò che pensava di diventare (uno studente eccellente, circondato da splendide ragazze dai capelli corvini) e quello che in realtà è diventato, uno sfigato frustrato confinato nella sua stanza, e con una sfilza di voti pessimi.

I vari mondi esplorati sono simili ma con piccole differenze, principalmente la scelta del circolo all’inizio dell’università li distingue, ma sono tutti intrecciati fra loro, e le persone che lo studente senza nome incontra sono sempre le stesse. Gli episodi si ripetono con la medesima struttura, c’è sempre l’incontro con una vecchia cartomante che alza il prezzo ad ogni episodio e che gli dice che ha costantemente una possibilità appesa a un filo e che dovrà solo coglierla. La vecchia tra l’altro lo rabbonisce parlandogli delle sue capacità.

Beh qualche capacità la abbiamo tutti, ma ciò che distingue le persone è anche il modo di sfruttare ciò che gli viene dato. Il protagonista sembra non volersi addossare mai le proprie responsabilità, dando sempre la colpa alla scelta iniziale e all’influenza negativa che ha su di lui l’amico Ozu. In questo l’anime è didattico volendo incentivare proprio lo spettatore ad assumersi le proprie responsabilità, sappiamo infatti che una persona adulta non frigna e non dà la colpa agli altri o a ciò che accade per ciò che gli succede, s’impegna piuttosto per cambiare le cose. Perciò anche il suggerimento della vecchia, che egli non coglie mai, potrebbe stare a significare: datti da fare, cosa che nel corso dell’anime sembra non avvenire mai.

La possibilità appesa al filo a cui la vecchia si riferisce è un mochiguman che la sua amica Akashi ha perso. Akashi è una studentessa di ingegneria ed una parte di episodi si dilunga in delle vicende romantiche, non solo con Akashi ma con ben 3 donne.

Cose che mi sono piaciute, quindi: la rappresentazione del sesso e le 3 donne. Lo spazzolone e il non sense. Il ramen del gatto e il luogo interiore che il ragazzo ricerca. Le citazioni a Interstellar e a Kafka.

Un difetto è che parlano veloce e con i sottotitoli si fa fatica a star dietro alle immagini complesse e anche ai dialoghi. Si tratterebbe di un anime infatti da vedere almeno un paio di volte, per rispondere senza troppi dubbi alle varie domande che nasce spontaneo porsi, come:

Ma l’amico Ozu, chi è?

I tre personaggi maschili principali infatti sembrano essere uniti da un filo, o essere addirittura la stessa persona in mondi alternativi: lo studente dell’ottavo anno, cioè il maestro oramai fuori corso e che si mette con l’igienista, potrebbe essere lo stesso protagonista dopo molti anni di università. Ozu che esce con l’igienista potrebbe essere il protagonista. E che poi  si mette con Akashi. Lo stesso Ozu, che si mette con la bella ragazza figlia del presidente della società di prodotti bio, potrebbe essere il protagonista che in realtà ha avuto successo. Ma queste sono solo mie speculazioni.

Buona visione.

tatami galaxy 2

La lista di anime a cui facevo riferimento:

IL DELICATO TEMA DELLA DEPRESSIONE: 12 SERIE ANIME CHE NE PARLANO

Altri anime che ho visto di quella lista:

1) Welcome to NHK
2) Serial Experiments Lain
3) Neon Genesis Evangelion (Chi non l’ha visto?)
4) Narutaru

Come mi sono trovata con Infinity

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Primo esperimento con Infinity, che Vodafone ha deciso di regalarmi per 6 mesi proprio in corrispondenza del mio compleanno, vista la mia abilità nell’accumulare SORRISI.
Così entro anche io in questa moda del pay for stream, accorgendomi che Infinity nel catalogo non ha molto e assomiglia più al sito della RAI che a un servizio per il quale siamo disposti a pagare. Oltre ai contenuti inclusi nel pacchetto, c’è anche la possibilità di prendere alcuni film “A NOLEGGIO” e non so con quale criterio abbiano capito che ci sono persone disposte a pagare 4€ per delle cavolate ben peggiori dei film inclusi, che già sono quasi tutti bruttissimi.

Comunque ne ho approfittato per vedere alcuni film che mi ero persa intorno al 2011 e che sono considerati d’autore:

  1. Carnage di Oliver Stone.

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Non dura neanche un’ora e mezza ed è tutto ambientato in un salotto, con soli quattro personaggi, più che un film sembra una piéce teatrale e questo gli fa onore. La storia è completamente incentrata sui dialoghi con un cast niente male: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C.Reilly. Il film vorrebbe essere fatto di dialoghi brillanti e in effetti è acuto. Ma non troppo. E’ come se la storia non si fosse giocata tutte le sue carte, e alla fine rimane solo come una finestra aperta sull’ipocrisia umana.

2 – Cosmopolis di David Cronenberg (2012)

cosmopolis

Primo incontro ravvicinato con Cronenberg, dal quale risulta già evidente la sua fissazione per l’anale e la confusione sessuale. Non è uno dei suoi migliori film, ma ha un ché di interessante, specialmente alcune frasi che qui riporto:

– Le è capitato di uccidere?
– Secondo lei? … Tutti i giorni.

Tempo fa mi hai detto una cosa: il talento è più erotico quando è sprecato.

E più ti guardo più voglio fare sesso con te… Perché c’è un tipo di sesso che ha in sé un elemento di purificazione, è l’antidoto alla disillusione, è controveleno.

– Hai bisogno di sentirti eccitato, vero? E’ la tua natura.

Il futuro diventa insistente, ecco perché presto accadrà qualcosa.

3 – La zona morta

Ne ho già parlato qui sebbene non ci sia molto da parlarne.

Questo scrivevo ad ottobre, ingenuamente:

La verità è che sarà un inverno pieno di film sotto le coperte e meno interazioni. Ora ho una scusa: ho Infinity pagato e devo approfittare, e non posso uscire.

A marzo l’unico altro film che ho visto su Infinity è il seguente, questo la dice lunga su quanto l’ho usato.

4 – La teoria del tutto, 2014

la teoria del tutto

Film biografico su Stephen Hawking che all’epoca avevo evitato volontariamente per il suo dubbio valore cinematografico. Con la morte di Hawking tutti a vederlo. Il film ha delle belle immagini anche se è un polpettone come si supponeva. Da vedere per fare il punto sulla vita di Stephen Hawking della quale non sono mai stata una fan di prima linea nonostante l’astrofisica mi sia sempre interessata. Ora tutti a leggere Breve storia del tempo, il suo libro più famoso e che ha venduto dieci milioni di copie.

Il contratto non è ancora scaduto, magari vedrò degli altri film. Tutti gli altri che non ho inserito in questo elenco, fondamentalmente li ho usati per dormire. In ogni caso, sicuramente sono dei bei regali per gli appassionati di cinema.

Ora ho anche 3 mesi di MyMovies, quindi magari vi farò sapere.

 

Tokyo Ghoul: un film sui disturbi alimentari + The Shape of Water

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Tokyo Ghoul è come le elezioni, non sai per chi parteggiare. Ghoul? Esseri umani?
Piangono e vomitano tutto il tempo. Live action ispirato all’omonimo anime di 12 episodi, manga 14 volumi. Vi dirò: era da tempo che non vedevo un film COSI’ brutto. Se anche risulta molto più curato di altri live action visti (come quelli di Death Note e Nana), questo era visivamente disgustoso e la sceneggiatura completamente priva di modi per far interessare a ciò che sta succedendo. Piatto e orribile. Sala vuota con 5-6 uomini ed io l’unica ragazza presente. Scusate, ora devo andare a mettergli 1 su IMDB.

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Un mix di E.T. ed Amelie.

La forma dell’acqua: un misto di E.T. ed Amélie che incalza preciso mostrando cose orrende con l’atmosfera di una fiaba. Disabilità, mostri con cui accoppiarsi e gatti sbranati. Uffici disorganizzati e cattivi maniaci (Micheal Shannon). Dita mozzate, amici gay e storie d’amore. La forma dell’acqua merita gli Oscar presi. Elisa Esposito (Sally Hawkins) ha un volto molto interessante, l’ambientazione, questo buio laboratorio, sembra uscito da un sogno di quelli che non fanno paura. Non credo sarà uno di quei film che mi cambieranno la vita, ma non si può dire che non sia originale e sopra la media. Regia di Guillermo del Toro (Hellboy, Crimson Peak).

Elenchi

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Tutto oggi mi fa venire la nausea. Ed essendo martedì the new lunedì, vediamo un po’ di fare spazio ed il punto della situazione. Sono circondata ovunque da film e libri disturbati, e ciò non è molto sano. Tra l’altro sto passando ogni sera a vedere film di Cronenberg e questo forse un po’ alimenta il mio disgusto e malessere. Ma un regista interessante come Cronenberg era da tempo che non lo trovavo.

Vediamo un po’ cosa ho letto e cosa mi resta da leggere:

Shooting Star Lens

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Ho fatto, dopo anni, la tessera in fumetteria, la quale permette (oltre ad un certo sconto sugli acquisti) di aggiudicarti un fantastico fumetto in omaggio a scelta fra 4-5 tra i più brutti e invenduti di sempre. Non so se lo leggerò mai. Questa ragazzina mi guarda con occhi sbrilluccicosi e vorrei darle un po’ di attenzione, però poi ci ripenso sempre e Shooting Star Lens non verrà letto mai. Ciao. 10 volumi, 2010-2014

La città della luce – Inio Asano

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Entro in fumetteria per cercare questo, lo trovo, mi tessero per avere il 10% di sconto e poi lo leggo sul pullman. Scopro che è uno dei fumetti più deprimenti del mondo e parla solo di persone che vogliono suicidarsi. E dire che volevo leggere un fumetto per svagarmi un po’. Volume unico.

il poeta e il tempo

Marina Cvetaeva – Il poeta e il tempo

Adelphi. Comprato durante le feste di Natale a scatola chiusa in una libreria a Piazza S.Domenico per 5€. Un saggio sulla poesia russa. Uno di quei libri che posso leggere giusto io e altre 2-3 persone che dopo vanno a spararsi.

Appennino Meridionale / Attività CAI 2018 / cartina dei Monti Lattari

Ok questi non sono libri. Me li han dati mentre andavo a rinnovare l’iscrizione del CAI. Ma ora che me ne faccio, dove li metto? Ho troppe cose da fare.

La nausea – Sartre

Perché ritorni sempre giù dall’ultimo piano della libreria, dannato figlio di puttana?

David Foster Wallace – La ragazza dai capelli strani

Anche tu che subdolamente strisci dalla seconda fila in avanti, perché tanta confidenza?

J.G.Ballard – Un gioco da bambini
H.G.Wells – La macchina del tempo 

Beh voi siete anche brevi, un giorno vi leggo.

Aggiornamento: letto Un gioco da bambini dopo cena. Non era male ma vivevo anche senza. Un po’ cupo anche questo. Un mondo perfetto che rende mostri le persone.

Le mimose di Montemarano: no questo non è un libro, sono fiori di 20 giorni fa secchi là sopra che mi dimentico di buttare.

Emily Dickinson – Poesie: amo le scrittrici con malattie mentali, però adesso per un po’ basta.

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Alejandro Jodorowsky – Cabaret mistico: barzellette reinterpretate in chiave filosofica. Mentre lo leggerete, penserete di aver trovato davvero il senso della vita, un sollievo, la soluzione e una direzione. Non preoccupatevi: questa sensazione di benessere poi scompare.

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Choderlos de Laclos – L’educazione delle donne: per 2€ a piazza Dante. Mi piace molto Laclos, e Le relazioni pericolose è uno dei miei libri preferiti. Questo libricino è arguto e interessante.

dacia maraini l'età del malessere

L’età del malessere – Dacia Maraini. Un libro che fa venire il malessere. Molto bello. A Enrica muore la mamma, non ha soldi, si fa scopare da uno che non la ama che sposerà un’altra, la dà per noia a un compagno di classe sfigato e si prostituisce con un vecchio. La cosa migliore che le capita è essere assunta come segretaria da una tardona che va con i ragazzini. Viene molestata dal maggiordomo e dal padre del suo fidanzato. Suo padre invece è alcolizzato e viene sfrattato. Rimane anche incinta e deve andare ad abortire. Allegro. Davvero. Consigliato.

Fiore e semi di magnolia: la devo smettere di collezionare la munnezza.

Wu Magazine, Sorrisi e Canzoni, Silhouette: la coerenza. Cantautori indie, Sanremo e dieta post feste di Natale. Speranza di interessarmi sul serio a qualcuna delle tre cose: nessuna. Passato il santo, passata la festa.

QuiNapoli: volantino di eventi brutti per gente che non ha niente da fare.

Pennelli a serbatoio Pentel: regalo di un fidanzato che ha deciso di spendere 20€ per 3 pennelli in plastica confidando nelle mie capacità artistiche. Ovvio che lui non sa neanche disegnare un omino con le mazzarelle per poter credere in me.

Basilico morto: hey basilico, lo sai anche tu che la solitudine è una brutta bestia.

Collane da metallara: volevo metterle ma poi sono diventata yuppie.

Occhi: eh boh a che servono degli occhi adesivi?

Scatolino del profumo di KATY PERRY e interno del cestino dell’immondizia con immondizia che non viene mai buttata da mesi e recuperata sempre: è ora. Ciao calzini Disney bucati.

La solitudine fa schifo se non è condivisa. 

Dove ho sentito questa frase?

Dopo aver buttato carte per due ore:

Ma è davvero così importante il passato? Crogiolarsi in mondi che non esistono?

Io voglio andare a lavorare in fabbrica e mangiare un panino del Mc Donald’s. Ne ho le palle piene di ‘sta roba.

(Elenco scritto qualche settimana fa nella speranza di riordinare.)

Da quel libro della Cvetaeva:

Amare – ma chi? Per un poco non vale la fatica, ed è impossibile amare in eterno…
(Lermontov, E noia, e tristezza)

De André Principe Libero ed altri film di cattivo gusto: la solitudine fa schifo, quando non è condivisa.

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“Non contano quelli come me, che devono spiegarti come dormire: conta come stai comodo tu.”

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Fabrizio De André – Principe Libero, 2018

De Andrè aveva davvero bisogno di questa cosa? Sceneggiato in due episodi su Fabrizio De André, interpretato da Luca Marinelli. A parte l’ovvia constatazione che non sia tanto opportuno far interpretare un genovese ad un romano, lo scemeggiato è ben recitato, accompagnato da canzoni e ripercorre la vita del Faber. Utile per tutte quelle persone che non hanno voglia di leggersi una biografia perché non han mai pensato che la cosa poteva cambiare loro la vita. E’ ben descritto l’uomo che c’è dietro le sue canzoni. Alcolizzato, anarchico e amante della campagna.

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Fabrizio De Andrè – Amico fragile: Una biografia su De André che possiedo e che mi regalarono a un compleanno, e che in effetti non ho mai letto.


marinelli

“La solitudine fa schifo, quando non è condivisa.”

“E’ questo il patto fra di noi. Io che faccio la parte della cretina e tu che torni. E’ così che si fa.” (La prima moglie di De André, a De Andrè)

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marinelli e dori ghezzi


Scanners, 1981

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Scanners: ci ho messo davvero troppo tempo per i miei gusti a trovare un’immagine che non facesse venire il mal di stomaco con teste che esplodono e carne spappolata.

Ormai Cronenberg è per me il regista del momento. Scanners forse l’avevo già visto anni fa o più o meno all’epoca (insomma, sempre un po’ dopo, non ero nata…). Parla di telepati incompresi ed emarginati ed inizia bene con cervelli che esplodono. Racchiude in sé la problematica sociale di discriminazione del diverso un po’ alla maniera di X-Men e sicuramente si sono ispirati da qui per i vettori di Elfen Lied. Purtroppo, sceneggiatura un po’ debole ed obsoleta anche se in sostanza si tratta di un film interessante da vedere, che pure se è una cagata, è una cagata gradevole.

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La mosca, 1986

La mosca non ha questo problema: la mosca è OTTIMO. Una giornalista conosce un genio che sta mettendo a punto il teletrasporto e lei decide di lavorarci su, in più sensi. Per scrivere un articolo sulla scoperta i due iniziano a stare sempre insieme, ed in effetti ‘sto scienziato, Seth Brundle, è carino. Però la giornalista ha già un fidanzato e lei, per andare a mollarlo, lascia Seth da solo per mezza serata, che ha la brillante idea di ubriacarsi e teletrasportarsi per errore insieme a una mosca. Così l’uomo inizia a trasformarsi progressivamente in una mosca. Beh lei ha sempre l’ex, che non è male, peccato che alla fine del film la mosca spappola all’ex un braccio ed un piede con la sua saliva. Poi la mosca viene sparata in testa. Urla e pianti. Bellissimo. Per la serie: niente più uomo mosca ma si può sempre ritornare con l’ex disabile. Insomma una ragazza sfortunata davvero, che magari se faceva meno la troia non succedeva ‘sto casino.

Il film è un remake de L’esperimento del dottor K, del 1958, e a sua volta ha ispirato tantissimi altri film.

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– Lui ancora ti ama?
– Chi glielo impedisce.

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– Data e firma qui, Valentina. Lei ha dimestichezza con i numeri. E anche con le formule chimiche, d’altronde.
– Non ho dimestichezza con il tempo però. Specialmente, con il presente.

I film dell’inverno

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Anche se le mimose fioriscono con mesi d’anticipo, spontanee e non invitate, con sfrontatezza prendono il posto dei fiori di melograno recisi quest’estate, a quanto ne so è ancora inverno. Mi piacciono le mimose, non m’è mai piaciuta la festa delle donne. Penso a quelle mimose come un regalo che sorge nell’immondizia, laddove la campagna e la perfezione sono state distrutte per far posto a venti pianti di morbida bruttezza, allora un semino è sfuggito alla devastazione e ha detto: tié, voi volete recidermi e io sono ancora qui. Giovane, un po’ testardo.

Ovviamente non sono io l’autrice di tutto questo, ovvero dell’abbattimento delle mimose, del ramo di melograno, del radere al suolo le campagne. Sono quelli là fuori. Io sono qui per parlare dei film d’inverno.

Se un anno fa m’ero chiusa in casa a vedere film di Jerry Calà, soddisfatta di aver fatto una scelta davvero alternativa e mi piaceva osservare le reazioni delle persone a cui lo dicevo, ora le cose sono un po’ diverse. Mi sono capitati davanti dei gran bei film, devo dire.

Maurizio Nichetti, Ratataplan, 1979.

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Maurizio Nichetti, 1979, Ratataplan. Un uomo finito nel dimenticatoio, che ha girato, alla fine degli anni ’70, un autentico capolavoro. Un film quasi muto che si apre con questa scena (che rappresenta in qualche minuto la mia vita): https://www.youtube.com/watch?v=f-9m61_x4ww
Il protagonista è un ingegnere, con doti sbagliate nei posti sbagliati. Ma che gusto ci sarebbe ad essere nel posto giusto? E’ in ritardo. Rappresentativo l’incipit dell’albero, che però esprime solo una piccola parte dei contenuti e delle potenzialità del figlio. Il protagonista si circonda di sue strambe invenzioni, vive in un mondo assurdo e opprimente, fatto di nonsense continui. Epica la scena del bicchier d’acqua, consegnato da un ‘bancariello’ di bibite siciliano – dove ovviamente Nichetti non è proprietario, ma un semplice garzone – fino ad un posto al di là del duomo di Milano. Il bicchiere, dopo mille peripezie, giunge a destinazione imbevuto di un potere miracoloso, proprio a causa delle vicissitudini subite (calce caduta al suo interno, contaminazioni varie…). Nichetti, nonostante ne sia l’inventore, non ne vedrà riconosciuto alcun merito. Molto bella anche la scena del Magic Show, un circo tra le galline. Alla fine Nichetti, ovvero l’ingegner Colombo, troverà la sua metà e si rotoleranno insieme tra gli stracci, in una specie di discarica, loro che erano entrambi sognatori e innamorati di ciò che si poteva trovare nell’immondizia.



eXistenZ, David Cronenberg, 1999.

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eXistenZ. Era tra i film che possedevo da più di un decennio, sapevo che era bello, eppure non l’avevo mai visto. E’ più comodo veder film brutti, senza aspettative. Invano mi era stato consigliato da persone diverse nel corso degli anni. Un film che ha “anticipato” molti temi con cui ampiamente si lavora adesso, nel cinema di fantascienza: la realtà virtuale. Uscito nello stesso anno di Matrix, 1999, non ha niente da spartire con questo. Ed è anche per un pubblico diverso, quello che riesce a sopportare il cattivo gusto, anzi, lo cerca e poi quando lo trova (cattivo gusto però accompagnato da trame solide e temi importanti) lo custodisce con amore. Morte al demone Allegra Geller! Certe cose sono così vintage e fuori moda – pettinature anni 2000, ma in versione futuristica – da farmi sospirare. E’ fantastico. E’ fantastico. E’ fantastico. Voglio quella salamandra e portarla a casa. Con me. Ma la scena delle scene è quella al ristorante cinese, dove bisogna ordinare LO SPECIALE. Sa tutto, terribilmente, di già vissuto, con affianco un ragazzo che mangerebbe anche quello. (Lo Speciale non è altro che un piatto disgustoso con questa salamandra cucinata…)

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Anche qui c’è un mondo claustrofobico e senza senso, in cui realtà e sogno si confondono. Dove si va? Chi ha messo quelle persone nel gioco e nella storia? Qual è lo scopo? E’ giusto rifugiarsi in un mondo che non esiste? Ma cosa esiste davvero? E perché è così opprimente quando non succede niente?

“Tu vuoi tornare al ristorante cinese perché qui non succede niente. Siamo al sicuro.”

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“Qual è lo scopo del gioco?”
“Devi partecipare al gioco per scoprire perché stai partecipando al gioco. E’ il futuro Pikul.”


Il giorno della marmotta, Groundhog Day, 1993.

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Un altro film molto vecchio che non capisco come mi possa esser sfuggito: ad un primo impatto sembra una di quelle cose che non smettono mai di trasmettere nel periodo di Natale, come Serendipity, L’amore non va in vacanza e tante altre cazzate.

Ma:

  • Non è un film di Natale, anche se c’è l’inverno di mezzo. Il giorno della marmotta è il 2 Febbraio, si dice che se la marmotta si sveglia ed esce nella neve in questo giorno, verrà prima la primavera. Se non accade così, ci saranno altre tre settimane d’inverno. Anche qui ci sono dei temi che saranno ampiamente sfruttati in seguito per film da multisala blockbuster e patatine, come Live, Die, Repeat (con Tom Cruise, 2014, anche conosciuto come Edge of Tomorrow – Senza domani). Anche qui una struttura “a videogame”, in cui gli eventi si reiterano e il protagonista è costretto a rivivere all’infinito uno stesso odioso giorno della sua vita: il giorno della marmotta. Tradotto il titolo in italiano con “Ricomincio da capo”, ne è stato fatto anche un remake italiano con Antonio Albanese, “E’ già ieri”, del 2004 (che ho provato a vedere ma non m’ha convinto molto).

Tra l’altro, mi son ricordata che delle marmotte le ho viste davvero. In un viaggio mi son ritrovato un assurdo e improvviso museo-casa della marmotta (non avendo purtroppo il tempo di visitarlo, era chiuso). E spesso le ho fotografate in montagna. Ciao marmotte.

Da wiki:

La tradizione vuole che in questo giorno si debba osservare il rifugio di una marmotta. Se questa emerge e non riesce a vedere la sua ombra perché il tempo è nuvoloso, l’inverno finirà presto; se invece vede la sua ombra perché è una bella giornata, si spaventerà e tornerà di corsa nella sua tana, e l’inverno continuerà per altre sei settimane.

In effetti, una giornata di cielo limpido nell’inverno nordamericano è spesso associata a temperature molto basse.

« If Candlemas Day is bright and clear, there’ll be two winters in the year. » « Se alla Candelora il cielo è limpido, ci saranno due inverni nell’anno. »

https://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_della_marmotta


Betty Blue (37°2 le matin), Francia, 1986.

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Betty Blue. Film francese che in effetti non si sa bene da dove sia spuntato fuori e che già probabilmente non vedeva quasi nessuno all’epoca (un po’ come ripescare Blue Valentine fra 10 anni: quanti se ne ricorderanno non lo so). Affronta il delicato tema della malattia mentale. Me l’ha consigliato la stessa persona che ha tirato fuori Ratataplan. Una storia d’amore atipica tra una ragazza straordinariamente bella ed un uomo anche lui di bella presenza (Béatrice DalleJean-Hugues Anglade, sono tutti e due francesi).

Zorg fa l’idraulico e vive da solo in una casetta sul mare. Per caso Betty finisce nella vita di Zorg e i due fanno l’amore tutto il tempo come dei ricci. Il ragazzo ha nel cassetto un manoscritto che non ha mai fatto leggere a nessuno, quando Betty lo trova desidera a tutti i costi che venga pubblicato e s’impegna ogni giorno per batterlo a macchina, convinta che Zorg sia uno straordinario scrittore. Betty e Zorg non possiedono quasi nulla a parte la giovinezza e la bellezza, però si trovano molto bene insieme, e per lo spettatore sembra una storia d’amore felice, un sogno in cui le cose scorrono facili nonostante alcuni imprevisti. I due mostrano una notevole dose di adattabilità in molte situazioni diverse (cambieranno più volte luogo in cui vivere, lavoro, etc.). Betty però mostra già il seme della sua follia, mostrando spesso dei comportamenti assurdi, degli scatti d’ira irrefrenabili e la tendenza a distruggere oggetti.

Finirà per cavarsi un occhio da sola, e quando giungerà per Zorg la notizia della pubblicazione del romanzo le cose saranno oramai compromesse.
Molti nudi, anche maschili. Un po’ lungo (3 ore) ma ne vale la pena.
Bellissimo. Mi spiace con questa sintesi di non avergli reso molta giustizia ma mi sento svogliata.

« Il mondo le va stretto »
(Zorg)

–  Come ti sembra?
– Devo dire la verità, un po’ volgare.
– Grazie, mi hai tolto un peso.

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La zona morta, David Cronenberg, 1983.

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Film molto anni ’80 con Christopher Walken che sa tantissimo anche lui di anni ’80. Volevo vedere qualche altro film di Cronenberg e sfruttare l’abbonamento ad Infinity che mi ha regalato la Vodafone: non fatelo mai. Ci sono solo i peggiori film di ogni regista o tutti quei film che avete già visto o che al tempo vi siete rifiutati di vedere perché non vi convincevano. Tratto da un romanzo di Stephen King, per sempliciotti, Cronenberg lo interpreta senza esagerare. L’unico pregio è che è 80issimo (ottantissimo). Nuovo termine che ho appena inventato e che potrebbero anche aggiungere al dizionario e che vuol dire “dal sapore di anni 80.”


Dumbo, 1941.

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Ok questo l’abbiamo visto tutti. Ma forse non vi ricorderete che c’è una scena in cui Dumbo SI SBRONZA per errore e finalmente dopo di questo nella sua vita inizia ad essere tutto chiaro. Inoltre è un film triste, ma così triste, da meritare di essere rivisto: è la storia di un elefantino discriminato. Poi il tutto è ambientato in un circo, quindi perché vedere Santa Sangre sì e Dumbo no? Se proprio volete piangere dopo continuate con Il brutto anatroccolo.

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Beh questo non centra niente ma me ne è venuta un’improvvisa nostalgia. E’ uno dei personaggi che amo di più: No-Face (Kaonashi) di Spirited Away.

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Bene, ora vado a comprare IL CD DI SANREMO e ciao.

Tanti altri film di Cronenberg, che mi sta piacendo davvero molto, nel prossimo post.

 

 

Gatta Cenerentola – Napoli attraverso le immagini di Alessandro Rak

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E’ ancora nelle sale ma paga il prezzo di una distribuzione non efficace. E’ il film perfetto di Alessandro Rak, già autore dell’Arte della Felicità e di un noto video dei Foja (‘O sciore e ‘o Viento). Come nell’Arte della Felicità (2013), anche nella colonna sonora di questo film ci sono i Foja, più altri pezzi di Ilaria Graziano e Alessandro Forni, confermando la maggior parte delle scelte stilistiche e musicali del primo film.
Ilaria Graziano è una cantante napoletana, non molto nota, ma che ha cantato anche in certe colonne sonore di Yoko Kanno (Ghost in the Shell, Cowboy Bebop). Nel cast ci sono un bel po’ di altri nomi famosi, come Gino Fastidio, Enzo Gragnaniello, Alessandro Gassman.

Gatta Cenerentola è una Cenerentola rivista in chiave goth, una favola che “appartiene” a Napoli, l’edizione più antica di Cenerentola è infatti ne Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, un libro di 50 favole del 1600 (precisamente del biennio 1634-1636) scritto in lingua napoletana, dal quale recentemente Matteo Garrone aveva attinto per Il racconto dei racconti (2015). Dal testo di Basile era stata tratta anche la famosa opera teatrale di Roberto De Simone, con Peppe Barra (1976).

Ma Gatta Cenerentola di Rak è un film d’animazione, dunque diverso da quanto già fatto finora da altri blasonati autori partenopei. Reca anche il bollino VM14. E’ ambientato in una Napoli post-apocalittica e inquieta, la Napoli di Rak è sempre buia, agitata, come quella dell’Arte della Felicità, in cui non faceva mai giorno (o come nei libri del nostrano Nicola Pugliese). Lo stile d’animazione è volutamente grezzo, acerbo, ricordando certi film d’animazione indipendente che avevo visto nel passato come De Profundis di Miguelanxo Prado. Ad alcuni ha ricordato cose fantastiche, Final Fantasy X, gli ologrammi di Zanarkand e varie altre reminiscenze di gioventù legate ad anime e videogame. C’è chi lo ha paragonato a Ghost in the Shell. Non è un mistero l’influenza nipponica in un lavoro del genere, confermato dalla presenza di Ilaria Graziano, ed è un chiaro omaggio a Miyazaki il corto all’inizio della proiezione, con riferimenti al Castello Errante di Howl, Porco Rosso, i piccoli makkurokurosuke, le caldaie…

Gatta Cenerentola è molto poetico, c’è sempre Capri sullo sfondo, ed è interessante vedere come qui siano interpretati alcuni luoghi di Napoli, il molo fascista, via Marina, il porto. Ogni città è dotata delle sue cose noiose che piacciono ai vecchi, e questo di Rak è un modo che mostra cosa voglia dire usarle bene, per arricchire una storia nuova che può interessare le generazioni venute dopo. A dire il vero, storia nuova non tanto, perché stiamo parlando di Cenerentola, tramandata per tradizione orale e scritta per la prima volta almeno nel 1600, ma il ragionamento resta valido, visto che si tratta comunque di coniugare una fiaba antica insieme a qualcosa di nuovo come videogiochi e animazione indipendente, mettendoci dentro della poesia alla Di Giacomo. Gli elementi utilizzati sono “tipici” e scaramantici di Napoli, gli stessi che aveva usato Pugliese, la pioggia in Malacqua (Einaudi, con prefazione di Italo Calvino, 1977) e La nave nera. Una nave che arriva improvvisamente, e non si sa bene cos’è e cosa faccia. La pioggia vista come elemento misterioso, oscuro, luttuoso.​

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Dell’Arte della Felicità si può trovare in libreria anche il fumetto, mentre il dvd di Gatta Cenerentola uscirà il 22 dicembre.

Una curiosità: in Lo cunto de li cunti già si parlava di pastiere e casatielli.

« E, venuto lo juorno destenato, oh bene mio: che mazzecatorio e che bazzara che se facette! Da dove vennero tante pastiere e casatielle? Dove li sottestate e le porpette? Dove li maccarune e graviuole? Tanto che nce poteva magnare n’asserceto formato. »

Tutte le favole del libro sono ambientate tra Campania e Basilicata, in particolare la favola di Raperonzolo in Lo cunto de lo cunti è ambientata al castello di Lagopesole (Basilicata, non molto distante dai laghi di Monticchio).

Altri video di Alessandro Rak:

24 Grana – Kanzone su Londra
Bisca – La paura
Foja – ‘O sciore e ‘o viento

Altri video/progetti di Rak:

A Skeleton Story – Trailer
See you later – Ugo Santangelo
Sigla della Settimana Internazionale della Critica di Venezia realizzato da Alessandro Rak

Ilaria Graziano (anche nota come ILA o Nanà):

Cowboy Bebop – Pearls

Ilaria Graziano & Francesco Forni – Lastrada

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gatta cenerentola poster orizzontale

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L'arte della felicità di Alessandro Rak

Film del compleanno, la ragazza nella nebbia di Donato Carrisi – Ma, in fondo, che gusto c’è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno?

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“Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità. Ma, in fondo, che gusto c’è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno?”

la ragazza nella nebbia

Uscito il 26 ottobre nelle sale, La ragazza della nebbia è tratto dall’omonimo libro dello stesso autore e regista, Donato Carrisi (sua la miniserie Moana, del 2006), nel cast ci sono Toni Servillo (La grande bellezza), Jean Reno, Alessio Boni (La meglio gioventù, La bestia nel cuore) e ad interpretare Anna Lou, la sedicenne dai capelli rossi che scompare misteriosamente all’inizio del film, è al suo debutto la spezzina Ekaterina Buscemi (22 anni).

E’ lei la ragazza scomparsa nella nebbia del tranquillo paese di montagna di Avechot, dissolta in una miscela di Twin Peaks e Omicidio all’Italiana di Maccio Capatonda.

Si parte da uno stereotipo di cui nessuno inizierà di certo a lamentarsi, un paese fatto di casette in legno e di montagne, un po’ alla Shining: le citazioni a Twin Peaks sono molte di più di quelle che ci si potrebbe aspettare da un semplice omaggio alla serie di David Lynch/Marc Frost, ma non si tratta neanche di una copia, piuttosto La ragazza nella nebbia potrebbe essere considerato un remake o una interpretazione italiana di una delle atmosfere più affascinanti che la storia della televisione ricordi.

Anna Lou, la ragazza dai capelli rossi scomparsa, appartiene a una dubbia confraternita religiosa; è introversa, docile ed amante dei gatti, sotto la sua superficie di brava ragazza potrebbe aver avuto qualcosa da nascondere proprio come Laura Palmer all’inizio di Twin Peaks. A film avviato Anna Lou – così come Laura Palmer – è già morta e appare di lei solo il ricordo, una presenza impalpabile che in 127 minuti non si riflette mai in un personaggio vero, nonostante ogni altro tassello della storia le ruoti intorno.

Aperte le indagini a pochi giorni da Natale, il film propone diverse riflessioni su come venga seguito un caso del genere in Italia, quasi un’accusa a un certo sistema che impone forse troppa attenzione sull’orrore solo col fine di guadagnarci sopra. Chi sono i veri mostri?

“Non si nasce mostri. È come con l’amore: ci vuole la persona giusta.” 

alessio boni e galatea

“La giustizia non fa ascolti. La giustizia non interessa a nessuno.”

Carrisi usa la serietà e lo charme (anche se è come una cravatta poco abbinata a scarpe volgari lucidate con cromatina nera) per mostrare ciò che Maccio aveva fatto con ironia: ma in realtà la problematica è solo strumentale al compimento della trama e non vuole essere critica o denuncia o tantomeno avere pretese morali.

Lo psichiatra Jean Reno mentre parla delle trote

Jean Reno mentre parla delle trote. Non fidatevi del vostro psichiatra.

Certe scene a volte fanno chiedere: film d’autore o semplice assenza di senso del ridicolo? Ma nonostante tutto, La ragazza nella nebbia scorre più che bene, con immagini gradevoli agli occhi. E’ infarcito di frasi di un certo effetto, come una casa dai soprammobili curati, costellato da spunti di riflessione e altre piccole cose interessanti, come i suoi stessi personaggi che sono abbastanza profondi. In ognuno di questi ci si potrebbe scavare dentro, anche se nel film non si ha il tempo di farlo davvero per bene: un’ottima storia insomma, forse non sviluppata nel migliore dei modi, ma che raggiunge così un livello già alto, perciò non lamentiamoci ogni volta delle solite cose.

Il film è ambientato ad Avechot, che appare delle volte in alcuni cambi di scena dall’alto, sostituito con un modellino di plastica (ricordando, in questo, soap come Beautiful, che d’altronde avevano molto in comune con Twin Peaks). Un modo per risparmiare sulle riprese o un escamotage cinematografico, metafora di un paese talmente piccolo da poter essere spazzato via da un colpo di mano, ma così finto e pulito da nascondere ciò che vi accade?

Il film è girato a Nova Levante, in Trentino Alto Adige, provincia di Bolzano, paese di 1950 abitanti a 1.182 metri d’altezza, sotto le Dolomiti, e che comprende anche la località turistica Carezza al Lago (Karersee, 1620 m) dalla quale si può salire al massiccio del Catinaccio e al Latemar.

Nova Levante

Il paese di Nova Levante (BZ), dove è stato girato il film.

Forse l’immagine più forte di tutto il film è quella in cui Anna Lou è stesa come una trota in riva al lago, boccheggiando. E’ una di quelle scene che fanno chiedere: devo ridere o piangere? il regista non starà esagerando adesso? non sarà il suo scopo imbarazzarmi, mettermi alla prova fino a quando non mi indignerò e urlerò: “basta, questo film ha superato ogni limite” lasciando così la sala? Ma poi, sono queste le cose che rimangono impresse di un film. Come anche il paesino Avechot, con le sue inquadrature di plastica, che non si sa bene se sia un’idea bohemien che per un pelo non è stata seguita da scene in stop-motion con carta argentata e presepi o era del semplice cattivo gusto.

Riassumendo per l’ultima volta, qui è davvero tutto uguale a Twin Peaks:

Servillo –> Agente Cooper
Anna Lou –> Laura Palmer

Jean Reno interpreta lo psichiatra incaricato di interrogare Servillo all’inizio del film dopo che questo è stato ritrovato nella notte sotto shock con i vestiti macchiati di sangue. E’ dal racconto di Servillo che parte tutta la storia in flashback.
Alessio Boni nella parte del professore Loris Martini intanto è invischiato in delle strane storie amorose (che sia il James Hurley della situazione?), qui si ricreano le atmosfere scolastiche di Twin Peaks che procedono con una certa dissolutezza nascosta sotto il velo di pulizia e di perbenismo religioso del piccolo paese (una delle allieve, amica di Anna Lou, non sembra così pura, e pare provarci con il professore); un giovane e bravino Lorenzo Richelmy (agente Borghi) aiuterà Toni Servillo nelle indagini; Galatea Ranzi, moglie del professore, appariva in Tre metri sopra il cielo, in cui era madre di Babi; tra gli altri attori Michela Cescon e Antonio Gerardi nella parte dell’avvocato di Boni/Prof.Martini.

Curiosità: Ekaterina Buscemi (Anna Lou) non ha veramente i capelli rossi e ha dovuto tingerli per le riprese, la ragazza è una giovane modella di origine russa con la passione per la fotografia.

Link:

500px di Ekaterina Buscemi

Flickr di Ekaterina Buscemi

Altri film:

Omicidio all’italiano – Maccio Capatonda

cimiteroavachot

Un cimitero di montagna e la dottoressa Spruzzone, ah no, non è lei.

toni servillo e lo zainetto di anna lou

Lo zainetto di Anna Lou nei giorni del ciclo

Una mia foto di ritorno da Avechot: forse ve ne parlerò in un altro post.

La ragazza nella nebbia è stato il film del compleanno.

annalou-laragazzanellanebbia

Vittoria e Abdul, l’amicizia più sorprendente della storia

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Locandina di Vittoria e Abdul

Stephen Frears è un regista che mi è sempre stato simpatico dai tempi di Alta Fedeltà, uno dei film più belli degli ultimi 17 anni e che avevo visto in un periodo in cui abitavo sola, un po’ di tempo fa. Questo film era così buono specialmente per il fatto di avere una delle colonne sonore migliori di sempre: provate ad ascoltare Love – Always see your face e poi mi direte. All’epoca, quando vidi High Fidelity, ero in una stanza in affitto e risentivo Always see your face in continuazione, insieme a Gennaio dei Diaframma, che forse alla fine mi portò sfortuna (e fortuna allo stesso tempo):

Gennaio diceva più o meno così:

Parte dei soldi li spesi in assoluta allegria
quella stessa con cui li avevo guadagnati
ci voleva del fegato per ammettere
che come erano entrati così erano usciti

[…]

Nessun senso di colpa, non è importante per me.
Tu non stare in pensiero è solo un finto cuore.

Alla fine decisi di prendere casa in affitto
sempre meglio che vagare a lavarsi i panni al diurno.
La mia stanza era, entrando sulla sinistra
quella di Barbara a destra: c’eravamo rivolti,
a nostra insaputa, alla stessa agenzia.


Beh, in Vittoria e Abdul c’è veramente poco di Alta Fedeltà, che era tratto dal romanzo di Nick Hornby e seguiva le vicende sentimentali di Rob Gordon, il proprietario di un negozio di dischi.

Si ritrova un po’ di Alta Fedeltà nel fumetto La distanza di Baronciani-Colapesce (nella scena nel negozio di dischi, luogo nel quale il protagonista conosce due ragazze in mezzo a miratissime citazioni musicali) e se ne ritrova ancora un po’ nella mia vita di quegli anni, in cui uscivo con un giovane giornalista musicale, più piccolo di me, prima di scaricarlo e mettermi con un altro.

Ma di certo non si ritrova niente di Alta Fedeltà in Vittoria e Abdul. Ok, ammetto di conoscere veramente poco Stephen Frears, ma una cosa è certa: le figure femminili di un certo spessore sono qualcosa di ricorrente nei suoi film.

Philomena, con Judi Dench, nel 2013 aveva fatto abbastanza parlare di sé, ma anche The Queen (2006) non era passato inosservato. In Vittoria e Abdul, ritroviamo Judi Dench, un’eccellente attrice che tutti riconoscerete, prendendola in simpatia, e in cui sicuramente troverete anche voi una certa somiglianza con vostra nonna. E’ questa la chiave del successo di Judi Dench: è vostra nonna.

Frears ha lavorato con Judi Dench quattro volte: la prima per un film tv del 1983, “Saigon: Year of the Cat”, poi in Lady Henderson presenta (2005), Philomena nel 2013 ed ora i due ritornano insieme con Vittoria e Abdul.

Nonna Judi Dench era tra l’altro in tutti gli 007 di Daniel Craig: Casino Royale, Quantum of Solace, Skyfall, Spectre ma anche in molti altri film ben in vista che per qualche motivo necessitassero di una signora austera: Nine di Rob Marshall (ispirato ad 8 e 1/2 di Fellini), Marilyn (quello con Michelle Williams, del 2011), Orgoglio e Pregiudizio (2005), Chocolat, Shakespeare in Love (qui valso alla Dench un premio oscar come Miglior attrice non protagonista) e qualcos’altro.

Judi Dench è del ’34 e in effetti ha quasi l’età di mia nonna, insomma, ha più o meno la stessa età di un sacco di nonne. E’ la seconda volta che interpreta la regina Vittoria, dopo La mia regina/Mrs Brown nel 1997 (di John Madden, lo stesso regista di Shakespeare in Love).

Ma ritornando a Vittoria e Abdul, ecco perché vedere questo film:

  • Per avere un po’ di ripetizioni di storia. E’ ambientato in Inghilterra tra il 1887 e il 1901, quando l’impero britannico comprendeva anche le Indie.
  • Per avere una nuova interpretazione della storia che già sappiamo. Nel 2010 i diari di Abdul Karim vengono scoperti, e da qui viene estratto quanto narrato in questo film. E’ la storia dell’amicizia tra la Regina Vittoria d’Inghilterra e Abdul Karim, un servitore indiano.
  • Per scoprire e incuriosirsi su dettagli della cultura indiana così come ne era rimasta affascinata la regina Vittoria.

Ad esempio, sapete che in India, una cospicua parte della popolazione è musulmana?

O ancora, che l’hindi non è l’unica lingua parlata in India, ma quella riservata ai nobili è l’urdu? E’ infatti questo che Abdul inizialmente insegna alla regina Vittoria.

Sapete cos’è un munshi, e che Abdul diventa il munshi della regina? (Praticamente il suo maestro)

La regina Vittoria qui si presenta come una vecchia sovrana, oramai intristita ed annoiata dagli intrighi di corte e dalle inutili mansioni che deve svolgere quotidianamente (quasi tutte celebrative e prive di significato), Vittoria è rimasta sola, vedova e con dei figli interessati solo al potere, in questa vecchiaia ritrova sollievo e curiosità grazie a quest’amicizia con Abdul.

Ritratto del Munshi Abdul Karim

Diciamo che c’è anche un po’ di sospetto di gerontofilia in tutto questo film (non mancano gli apprezzamenti sull’aspetto di Abdul), ma Judi Dench in fondo è una brava nonna, e quando scopre che il suo servitore indiano è sposato, chiede subito che porti in Inghilterra anche sua moglie. Ma Abdul Karim è musulmano, e sua moglie si presenta avvolta da un velo nero proprio come le donne del Medio Oriente che siamo abituati a vedere in giro e in tv.

C’è da dire che alcune scene in particolare sono molto belle: il picnic sotto la pioggia in Scozia, con i tavolini nell’erba verde e un temporale in procinto di iniziare, ma anche il viaggio in treno a Firenze (una cosa hipsterissima, before it was cool). Non solo queste due.

C’è molto di inglese in certi paesaggi verdi che da soli valgono l’intera visione del film.

Il film però – nonostante sia molto, molto buono – bisogna ammettere che non sia adatto ai più giovani. 

E’ uno di quei film ben fatti, che non annoiano, proprio per niente, ma che vi entusiasma senza dubbio se avete dai 50 anni in su, didattico ed ideale ad essere proiettato nelle scuole. Chi è in cerca di emozioni forti, forse dovrebbe riversarsi su altro.

Ma non è forse un emozione forte anche quella di infilarsi in una sala vuota, praticamente godendosi una proiezione privata, immergendosi in una storia che se avessimo voluto cercarla o inventarla da soli non ci saremmo riusciti mai?

In fondo, Vittoria e Abdul è sicuramente un film singolare, che inserisce nell’immediato in un’atmosfera e in una poesia atipica (l’amicizia tra una vecchia signora e un negro indiano, e musulmano) senza annoiare. Senza farvi uscire dalla sala. Senza metterci del sesso o strani equivoci. Senza attori che siano attraenti. Guardate che non è poco.


Curiosità: Tratto dal libro di Shrabani Basu.
Regina Vittoria: (1819-1901)

The Place: un film oscuro, con un cast italiano

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the place bar

– Sei un mostro.
– Diciamo che do da mangiare ai mostri.

Non credevo in effetti sarei mai andata al cinema a vedere un film di Paolo Genovese (Immaturi, Tutta colpa di Freud). Il film è ambientato in The Place, un misterioso bar in cui un uomo senza nome, interpretato da Valerio Mastandrea (Notturno Bus, Il Caimano, Nine) incontra e parla per tutto il tempo con delle persone, annotando ogni volta il risultato delle loro conversazioni in un’agenda. Anche se non si comprende bene come queste persone siano giunte in The Place e da quest’uomo, perché non è spiegato, ciascuna di esse ha per lui una richiesta, che verrà esaudita se accetteranno di compiere alcune azioni che quest’uomo commissiona, pescandole apparentemente a caso dall’agenda. Il segnalibro posto lì in mezzo non pare in realtà mai muoversi e le azioni sembrano essere assegnate senza alcun filo logico. Nonostante l’uomo, Mastandrea, si limiti a parlare (o meglio ad ascoltare e a volte a fare domande), e non venga mai chiarita esplicitamente la sua figura, si tratta di un’ambigua incarnazione del diavolo; pur non influenzando mai davvero le persone e mantenendosi imparziale nei confronti delle cose, propone loro di attuare dei comportamenti quasi sempre riprovevoli.

L’uomo non rivela interesse nei confronti di ciò che accade o che propone, come se ne fosse abituato, né tantomeno mostra delle emozioni. E’ freddo, anche se tutto sommato pare triste e annoiato del suo lavoro. Quelli che propone sono quasi sempre atti orribili, come uccidere una bambina innocente, far lasciare una coppia, fare una rapina, mettere una bomba in un locale affollato. Le persone con cui Mastandrea parla reagiscono in modo diverso: alcune inizialmente rifiutano, altre accettano subito, molte, dopo aver iniziato, tentennano, altre ancora ci prendono gusto nella cosa e continuano il compito assegnatogli oltre il periodo del contratto. Gli obiettivi finiscono per intrecciarsi e influenzarsi fra loro. L’uomo dice di “non dare mai obiettivi impossibili”, ma alcuni si complicano o cambiano progressivamente, influenzati dall’operato di altri persone. Le stesse richieste di alcuni personaggi cambiano nel corso del film, come cambia la loro valutazione delle cose, delle cattive azioni e del loro senso di sé.

Il tutto è intervallato, a più riprese, dai dialoghi con una Ferilli che lavora in The Place. A forza di vedere Mastandrea in quel ristorante, la Ferilli crede che si tratti di un uomo solo, magari divorziato, forse uno psicologo. Non gli fa alcuna richiesta esplicita, ma cerca di approcciarlo, di farsi raccontare qualcosa, senza riuscirci.

E’ un film tutto incentrato sui personaggi e sui dialoghi, che purtroppo non brillano ma sono comunque molto efficaci alla costruzione della storia, come in un dramma teatrale. L’unica vera ambientazione è The Place, anche se nella mente si riescono ad immaginare gli altri luoghi di cui si parla, o dei personaggi che in realtà non compaiono mai.

Gli attori sono tutti italiani,  e anche la recitazione è “molto italiana” , poco emozionante, fatta eccezione per Suor Chiara (Alba Rorhwacher) che spicca per il modo in cui calza nel personaggio, mettendosi al di sopra degli altri. Non convince poi tanto Alessandro Borghi, nel difficile ruolo di un cieco che dovrà violentarla, abbastanza brava e bella Vittoria Puccini (Elisa di Rivombrosa, ma presente anche in diversi film come Paz!, Ma quando arrivano le ragazze? di Pupi Avati e Tutta colpa di Freud dello stesso Genovese), gradevole ed azzeccata la romana Silvia d’Amico (era in Non essere cattivo di Claudio Caligari), una cattiva ragazza che pur di diventare “più bella” accetta di derubare una sua amica.

Elemento di richiamo in The Place è Silvio Muccino, che citando una frase non mia, è ormai come Johnny Depp nei film in cui non è protagonista: appare per pochissimo tempo, fa la parte del cattivo ragazzo e ciò basta per attrarre in sala più donne possibili.

Il personaggio di Muccino spaccia acidi ed è complice di Silvia, ma dopo aver fatto l’amore con lei piange, insomma, il solito duro dal cuore tenero. Difficile il rapporto con il padre, che qui è Marco Giallini.

Altri nomi noti: Rocco Papaleo che è un meccanico che vorrebbe passare una notte con Amanda, una ragazza/attrice/pornoattrice della quale ha un poster in officina. Solo una notte e non di più, perché una relazione non saprebbe gestirla. Perciò gli viene commissionato di sorvegliare una bambina che non conosce, la stessa che Vinicio Marchioni (era in To Rome With Love) dovrà uccidere. Ma l’elemento chiave di The Place è senz’altro Giulia Lazzarini (la madre di Nanni Moretti in Mia madre, 83 anni), non proseguo oltre per non rivelarvi il finale.

Il film potrebbe essere letto a più livelli: in un’interpretazione meno ovvia, Mastandrea, che continua a essere nel bar anche oltre l’orario di chiusura, potrebbe essere un’invenzione della solitudine della Ferilli, la quale continua ad osservare il viavai di persone con i loro problemi, dall’esterno, e gli atti casuali, in teoria commissionati, potrebbero essere invece dettati da una sorta di destino (un destino legato al caso) senza che nessun uomo “fisico” li abbia mai davvero proposti. Ad esempio, la gelosia della Puccini per la fedeltà del suo vicino di casa nei confronti della moglie potrebbe aver scatenato la cattiveria di cui è stata capace: fingere che lui abbia tradito la moglie con lei, al fine di farli litigare, pure se l’atto sessuale non era stato consumato davvero. La stessa perdita di fede di Suor Chiara l’avrebbe portata a voler fare l’amore con un uomo e a rimanere incinta. Così, ogni atto crudele potrebbe avere una giustificazione, tutto quadrerebbe senza troppe forzature. Forse a volte si deve sprofondare prima di aver ciò che si vuole, e mettere in discussione tutto prima di capire quale sia veramente la cosa giusta da fare, riorganizzare i propri schemi di pensiero, e infatti ogni personaggio evolve e si modifica nel corso del film. Nel finale risolutivo la Ferilli sembra “abbracciare” la professione di Mastandrea, sostituendosi a lui, che smetterebbe così di essere il diavolo. Domanda: la solitudine, e l’osservazione degli altri, portano ad essere Satana? D’altronde, non viene mai detto esplicitamente cosa accade davvero e perché tutto ciò sia possibile.

Un’altra interpretazione, che poi è quella giusta, è che Mastandrea sia il diavolo. Ma il diavolo non esiste davvero, è una costruzione dell’uomo, ed è per questo che nel film non vengono fornite vere risposte: sta a noi se crederci o no, ciò che restano sono solo le azioni, giuste o sbagliate.

Però quest’uomo di The Place è sicuramente un Satana diverso da come lo immaginiamo nell’iconografia classica. E’ solo un osservatore, e non è responsabile. Egli non tenta: qualunque persona dotata di una certa fermezza potrebbe rifiutare. Abbiamo la libera scelta su come comportarci e il diavolo non fa solo che servirci le cose su di un piatto, anzi, quello di The Place sembra quasi scoraggiarle.

Per la serie: a me non frega un cazzo, e ne ho le palle piene di quello che fate.

Il film è ispirato alla serie televisiva statunitense The Booth at the End (10 episodi).

Gli ultimi due film di Alejandro Jodorowsky – E’ possibile vivere come poetas en acciòn

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In quella realtà in cui mi sentivo straniero, tutto si intrecciava con tutto, in una trama di sofferenza e piacere. (La Danza della Realtà)

dance of reality sea tocopilla

dance of realidad

Correva l’anno 2008 quando, dopo aver visto El Topo, Fando y Lis, La Montagna Sacra, Santa Sangre e addirittura l’evitabile Ladro dell’Arcobaleno cercavo in ogni modo di procurarmi l’ultimo suo film che mi mancava alla lista, Tusk, una pellicola del 1980 reperibile solo in francese e qualità video da vhs scassata, e che non sembrava neanche un granché in quanto a significato e sceneggiatura.

Quando poi, un bel giorno scopro, mentre mi ero distratta un attimo presa da altre cose, che dei vari progetti annunciati da Jodo negli ultimi anni non ce n’era neanche l’ombra, ma in compenso erano usciti nel 2013 e nel 2016 i primi due episodi tratti da La danza della realtà, la sua autobiografia del 2006 e che ovviamente avevo letto. La danza della realtà era un libro davvero buono, cosa piuttosto rara da verificare e poi ammettere quando si acquista un libro di un autore che non sia ancora morto. Inoltre nela trasposizione da vita vera a libro e successivamente da libro a film non si incorre nei soliti problemi che hanno i film tratti dai libri: qui autore del libro e regista del film coincidono e così anche le visioni contenute in entrambi.

Questi due film-autobiografia, dai titoli “La danza della realtà” e “Poesia senza fine” sono uno il seguito dell’altro, ma affrontano due periodi slegati dell’autore risultando così completamente indipendenti e diversi nei temi. E non coprendo affatto l’intero libro, ma solo le prime due parti, lasciano presagire che ne seguiranno altri. Per quanto visionari, essi sono anche intimi, religiosi, meno aspri e ribelli delle pellicole giovanili come El Topo e La montagna sacra. Nel bene e nel male, sono anche meno epocali e sembra che Alejandro voglia mettere la sua vita nelle nostre mani per poi tirare con noi le somme. Non sto dicendo che questi due film siano convenzionali o facili da digerire, sia chiaro: sono pieni delle bizzarrie del poeta-scrittore-psicomago cileno, ma si tratta di stranezze più malleabili, come quelle di Santa Sangre, per intenderci. Non mancano scene capaci di lasciare perplesso lo spettatore bigotto di turno, ma nel complesso i due film risultano più che comprensibili. E anche se non cambieranno la storia del cinema, sono eccellenti, al punto che dopo aver visto questi potrebbe anche passarvi la voglia di vedere dell’altro per sei mesi.

Il primo dei due, La danza della realtà (che è il titolo sia del libro che del primo film), è stato presentato al Festival di Cannes nel 2013 e copre tutta la parte dell’infanzia dell’autore. E’ immaginifico, mostra come gli occhi di un bambino possano confondere realtà e sogno, al punto da vivere, costantemente, in un mondo ibrido delle due cose. Questo è possibile e non è un escamotage letterario o cinematografico, ed è vero quanto è vero Jodorowsky. La sua città di origine, Tocopilla, è di una bruttezza che fa male, e al tempo stesso il suo malessere diventa una causa di bellezza. E’ dalla bruttezza che nascono i sogni, le aspirazioni, il tormento creativo. Quando in un cumulo di macerie, sbagliate, si riesce a vedere qualcosa di più, è lì che parte il processo della creazione.

Il secondo, Poesia senza fine (Poesia sin fin, Endless Poetry), anche questo presentato al festival di Cannes (nel 2016) è imbevuto di un’atmosfera diversa, quella cupa della notte e delle prime relazioni sentimentali di Alejandro. L’incontro con Stella, e al contempo con la poesia (Stella Dìaz Varìn è una poetessa cilena realmente esistita) è l’elemento portante della prima parte del film. Poesia sin fin suggerisce, nella sua bellezza e nella miriade di frasi degne di nota nei dialoghi, lo spunto per avvicinarsi anche ad altri due poeti cileni, Nicanor Parra e Enrique Lihn, con cui Jodorowsky strinse amicizia. Era proprio la sua Stella che aveva ispirato il famoso poema “La Vipera” di Nicanor Parra, e inizialmente Jodorowsky rimase molto colpito dal fatto di poter conoscere dal vivo Nicanor, che considerava una personalità irraggiungibile.

stella diaz varin

La poetessa cilena Stella Dìaz Varìn (1926-2006)

Nicanor Parra era della generazione precedente rispetto a Jodorowsky. Nato nel ’14 (Jodorowsky è del ’29) ed esponente dell’antipoesia, si contrapponeva alla poesia classica cilena che in quel periodo era rappresentata da Neruda. Jodorowsky, avvicinatosi all’ambiente creativo di Tocopilla tramite il cugino, conosce così il suo mito, Nicanor Parra, e la sua prima fidanzata, Stella (la quale gli dirà: “Tu sei vergine. Tu sei puro, come un pierrot romantico.”)
Nicanor, docente universitario di matematica e fisica, compare anche in una parte cruciale alla fine del film. Interpellato da Jodorowsky che lo cerca per chiedergli che cosa fare della propria vita, Nicanor gli darà un consiglio che Alejandro non ascolterà affatto. Nicanor Parra sosteneva infatti che Alejandro dovesse trovarsi un lavoro normale, come lui stesso aveva fatto: un lavoro come quello di professore che gli avrebbe permesso di sopravvivere e solo parallelamente dedicarsi alla poesia. Poesia senza fine si conclude con il rifiuto categorico di questo consiglio e con Alejandro che finalmente lascia l’oppressiva città di Tocopilla per recarsi in Europa, dove poi sappiamo che troverà numerose strade, e così la sua fortuna.

L’altro poeta cileno realmente esistito che appare in Poesia senza fine è Enrique Lihn, che diventa amico di Alejandro nella seconda parte del film, dopo la conclusione della storia con Stella. Alejandro stima moltissimo la poesia di Lihn e decide per questo di entrare in contatto con lui. Nasce una splendida amicizia dovuta ad una chiara sintonia fra i due, che ravvivano la città di Tocopilla con il loro modo di vivere e di intendere la vita: essi sono poeti, poeti in azione (“poetas en acciòn). Il loro modo estroso di agire è quello di un surrealismo che entra a far parte della quotidianità, molto simile tra l’altro a certe azioni futuriste di quel periodo. Hanno una lite solo nel momento in cui Lihn e la sua ragazza rompono. Jodorowsky, dopo averla salvata da un momento di grave sconforto, consuma un rapporto con lei. “Il sangue è sacro”, dirà, constatando che la ragazza ha le mestruazioni. Una ragazza che è affetta anche da nanosomia: la deformità è un’altra costante dei film di Jodorowsky.

Sia di Nicanor Parra che di Lihn, tradotto in italiano non è reperibile quasi nulla. Sembra che la poesia cilena in Italia non vada molto oltre Neruda, a meno che non ci si voglia dedicare in autonomia alle traduzioni dallo spagnolo. Neanche di Stella Diaz Varìn non è facilmente reperibile niente.

L’unico libro disponibile attualmente in commercio nelle librerie convenzionali è un volume di Medusa Edizioni di Nicanor Parra, “Le Montagne Russe“.

“Io ti perdono, padre, tu mi hai dato la forza di sopportare questo mondo dove non esiste la poesia.”

Forse Jodorowsky aveva ragione, dobbiamo sopportare un mondo dove non esiste la poesia, accettare esso e le sue mancanze, così come la mancanza della poesia cilena nelle librerie. La poesia non esiste, è fittizia. Ma se la realtà imposta è priva di poesia, non per questo è necessario vivere in essa. Non è necessario abbandonare il nostro mondo, quello che ci è più congeniale, che abbiamo creato, al quale sentiamo di appartenere. E’ un mondo che anche se non esiste davvero, come la poesia, straborda all’esterno. Anche se si trattasse solo di un sogno, di un limbo tra la realtà e l’immaginario, questo mondo alla fine va a contaminare in maniera tangibile il reale.

Siamo poetas en acciòn. Basta sceglierlo. La realtà è quella che creiamo, quella che vogliamo.

never reality

casa ukraina 2


Vi lascio con alcune frasi ed immagini tratte dai due film:

La danza della realtà

Un guerriero si disfa delle sue illusioni.

realidad skull

« Per te, io non esisto ancora. Per me, tu non esisti più. Alla fine del tempo, quando la materia prende il cammino del ritorno al punto di origine, tu e io saremo stati solo ricordi, mai realtà. Qualcosa ci sta sognando. Abbraccia l’illusione! Vivi! »

danza de la realidad alejandrito

 el porvenir


Poesia sin fin – Endless Poetry

Tutto sembrava magico, senza esserlo.

stella alejandro

“Tu sei vergine. Tu sei puro, come un pierrot romantico.” (Stella ad Alejandro)

“Non ho bisogno di deglutirti: tu sei la mia anima.”

Sono diventato uno specchio che riflette solo la tua immagine, non voglio vivere nel caos che crei. (Alejandro a Stella)

Perchè sei invisibile, io ti disprezzo, diamante perfetto.

The death I am running, runs without running at my side.


stella poesia sin fin

Dialogo tra Alejandro ed Enrique:

Alejandro: Tutto questo bellissimo lavoro verrà perso.

Enrique: Tutto verrà perso! Le nostre anime verranno perse. Non importa. Anche i sogni si perdono, e noi stessi, poco a poco, ci dissolviamo. La poesia, come un’ombra di un’aquila in volo, non lascia traccia sulla terra. Un poema raggiunge la perfezione solo quando è consumato.
Alejandro: Non posso vedere un bel lavoro consumato.

– Ho paura di contrariare gli altri.
– Non sei colpevole di vivere come sei. Potresti essere colpevole di vivere come gli altri vogliono che tu viva.
– Qual è il significato della vita?
– La vita!
– Il cervello fa domande, il cuore dà risposte.
– La vita non ha nessun significato, devi solo viverla. Fottila!

La vita è un gioco
Possiamo ridere anche delle cose peggiori
Soffrire è inutile
Non sono un pagliaccio
Sono un poeta.
Non dandomi niente, mi hai dato tutto.
Mi hai insegnato la necessità dell’amore
Negandomi dio, mi hai insegnato il valore della vita.
Io ti perdono, padre, tu mi hai dato la forza di sopportare questo mondo dove non esiste la poesia.
poesia-sin-fin-poster

Guida sentimentale della Campania: Napoli nelle pagine di Milo Manara – I Borgia

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napoli manara

Non tutti sapranno che in alcune pagine dei Borgia di Milo Manara la storia si svolge a Napoli.

La discesa in Italia di Carlo VIII di Francia, forte oppositore dei Borgia (data di inizio: 3 settembre 1494) continuò infatti fino a Napoli, dove, tanto per cambiare, i soldati entrarono senza incontrare praticamente alcuna opposizione. Era il 22 febbraio 1495, l’allora re di Napoli, Ferdinando II di Napoli detto Ferrandino, abbandonò immediatamente la situazione bollente rifugiandosi a Ischia e poi a Messina.
Paradossalmente la vittoria a Napoli segnò la disfatta di Carlo VIII, perché la presa di Napoli suscitò nelle altre nazioni la necessità di ostacolare l’espansione francese.Già a maggio il re Ferrandino, aiutato da suo cugino Ferdinando II d’Aragona re di Spagna e di Sicilia, ebbe modo di riorganizzarsi e di riconquistare Napoli, risalendo da Messina a Reggio e da Reggio a Napoli. Entrato a febbraio, Carlo VIII, dopo neanche tre mesi, fu costretto a lasciare la città riconsegnandola al sovrano filo-spagnolo.

napoli capri ischia

Insomma, anche se per poche pagine, in questo volume ritroviamo Milo Manara a disegnare la città di Napoli.

Realizzato in quattro parti tra il 2004 e il 2011 e successivamente edito in volume unico, I Borgia è incentrato sugli efferati intrecci che ruotano intorno alla figura di papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia), osservati attraverso la fitta sceneggiatura del regista/scrittore/psicomago cileno Alejandro Jodorowsky, per il quale Milo Manara ha prestato la mano.

Il volume dei loro Borgia si conclude proprio così, dopo anni di attesa, con la discesa di Carlo VIII a Napoli che “chiude” la storia. Così la presa di Napoli non segna solo la disfatta del re francese, ma anche l’epilogo del volume in questione; i nuovi equilibri che si andranno a formare in seguito a questa sconfitta non fanno più parte dell’opera Manara/Jodorowsky, attualmente impegnati in altri lavori: Manara in una serie su Caravaggio (è uscito il primo volume Caravaggio – La tavolozza e la spada nel 2015) e Jodorowsky con le sue robe jodorowskiane, poco adatte alle masse.

Le pagine di “commiato”, in netto contrasto con quelle vivissime e veloci nella parte centrale del volume smorzano bene un finale che avrebbe potuto sembrarci per certi versi ripido. Ogni personaggio riceve la sua definitiva collocazione nel giro di qualche pagina, dopo uno sperpetuo di sangue e avvelenamenti durato un intero volume.
Per quanto precipitoso, un finale del genere è decisamente giustificato dal crescendo di eventi che portano ad un punto di non ritorno e lascia anche una sorta di malinconia polverosa: la storia (del volume) è finita, anche se la storia (quella vera) continua, con altri 500 anni di guerre e di intrighi assurdi prima di arrivare ad oggi.

Come ben sappiamo la storia non si ferma mai. Ad ogni guerra ne succede sempre un’altra, ad ogni regnante un successore, ed in particolare questo periodo storico mostra una notevole complessità degli intrecci familiari tra i vari sovrani delle potenze del tempo, senza i quali non si sarebbe mosso quasi niente.

È un fumetto che non consiglierei a tutti. È terribile. Penultimo uscito di Manara, era uno dei pochi che non avevo ancora letto, pur possedendo l’intera produzione.
Un’altra sua opera, molto recente, che mi ero procurata appena uscì, è X-Men – Ragazze in fuga (2009). Ma i Borgia ha raggiunto la sua conclusione solo dopo il 2009, e pur vedendolo da anni ed anni in libreria, mi ritrovo a leggerlo solo ora.

La sceneggiatura è di Jodorowsky ed è quindi terribile in un modo diverso: l’erotico si confonde nell’horror storico, degno appunto solo dei film di Jodorowsky.
Jodorowsky è un regista cileno che ho sempre molto apprezzato. Il suo film più famoso è sicuramente La montagna sacra (1973), un cult che vidi in una torrida estate del 2008, ma il primo suo film al quale mi avvicinai fu El Topo, un altro dei più famosi.
Il primo impatto con El Topo non fu semplice. El Topo ai tempi mi sembrava un film così disturbato che inizialmente non compresi perché avrei dovuto sottopormi alla tortura di una tale visione.

Ma alla fine i suoi film li ho visti tutti ed è diventato uno dei miei registi preferiti di sempre.

Anche se ricordo El Topo come il titolo più estremo, iniziare da The Holy Mountain non sarebbe stato meglio. E infatti, in The Holy Mountain/La montagna sacra, ci sono testicoli in barattolo come i peni raccolti dai Borgia. Ma se le immagini di un film si susseguono in modo rapido, nelle tavole di Manara esse sono fisse e immobili nella loro atrocità. Visiva e morale. Innocenti guardiani di cani squartati in quattro parti. Cadaveri di gatti usati per bagnare di sangue gli umani. Necrofilia. Incesti, incesti in continuazione. Anche le donne, non sono immuni alla crudeltà: oche ammazzate per gioco in convento. Ma la violenza è specialmente sugli umani. Dopo un primo impatto, il lettore, stordito, pensa: vabbè è Jodorowsky, che mi aspettavo? e prende l’opera per quello che è, senza lasciarsi scalfire, e l’opera è una visione della storia, vista da due talenti, Manara e Jodorowsky, vorticosa, cruda, coinvolgente, ricca di pathos, nuova. Una visione che riporta i fatti, una moltitudine, e di personaggi, ancora di più, senza mai renderli comparse, vuoti o immotivati. Nessuna crudeltà è fine se stessa. È come un frenetico gioco, ed in effetti così è la storia. E’ un frenetico gioco, proprio come la storia dell’umanità.

Attenzione, però. I Borgia di Manara/Jodorowsky non sono fedeli alla storia, anche se di certo i due non ci vanno tanto lontano: i due maestri ci hanno un po’ fantasticato su, con abbastanza coerenza, dopotutto. Se proprio volete, con le dovute correzioni, I Borgia non va così male per ripetere per le interrogazioni del liceo.

Il sesso non è molto, addirittura accessorio, non erotico, ancora meno di altre angosciose opere di Manara, ma spesso blasfemo. A partire dal primo incontro con Vannozza, futura amante di Rodrigo Borgia (papa Alessandro VI) e madre dei suoi figli, scoperta ad adorare sessualmente la statua di un santo. I due, Rodrigo e Vannozza, consumeranno l’atto sull’altare, così come Rodrigo farà, anni dopo, con la sua stessa figlia, ad un ballo in maschera senza averla riconosciuta.
Insomma sicuramente molte libere interpretazioni, ma non inverosimili per quegli anni bui: inutile scandalizzarsi.
Libera interpretazione tra l’altro proprio per la discesa di Carlo VIII a Napoli che Jodorowsky fa morire in cima al Vesuvio, sul quale era salito dopo aver richiesto la più bella puttana del regno. Distratto da questa, Carlo VIII non si accorge di un’improvvisa eruzione del Vesuvio, e così scompaiono entrambi nella lava.
Episodio storicamente scorretto: come abbiamo già detto all’inizio, Carlo VIII, fu scacciato dopo alcuni mesi dal precedente re di Napoli, e non morì a Napoli, anche se ebbe qualche discreto problema a tornare a casa (l’esercito italiano provò a sbarrargli la strada il 6 luglio 1495 a Fornovo, in provincia di Parma) ed ebbe anche vita breve: morì solo 3 anni dopo, nel 1498, a 27 anni a causa di un incidente a cavallo.
Nei Borgia ci sono bellissime vedute anche di altre città: Roma su tutte. Ogni dettaglio è curatissimo, non solo i luoghi. A chi Napoli non bastasse (in effetti, tutto questo parlare per tre pagine di fumetto) consiglio una passeggiata nei Musei Vaticani a Roma, che comprendono, tra le innumerevoli cose, anche gli appartamenti dei Borgia, decorati dal Pinturicchio.
Sottolineo ancora che il rapido epilogo della storia (in poco tutti sono morti, tutto è risolto, tutto è spiegato) non è forzato, mostrando un’ultima difficoltà superata che consacra I Borgia al capolavoro. Atroce, ma perfetto e capolavoro.

Libri consigliati:
La danza della realtà – Autobiografia di Alejandro Jodorowsky

Film consigliati di Alejandro Jodorowksy: Fando y Lis, El Topo, La montagna sacra, Santa Sangre

Altri fumetti con la sceneggiatura di Jodorowsky: L’Incal, illustrato da un altro fuoriclasse del fumetto europeo, Moebius.

Borgia
appartamento borgia

Gli appartamenti dei Borgia a Roma, decorati dal Pinturicchio (Musei Vaticani)

Liebster Award – Discover new blogs!

In evidenza

liebster

Dopo l’Hipsteria del 1° Maggio a Matera (con tanto di concerto), e un po’ di articoli sul Partenio (alcuni sono pubblicati, al momento, come promemoria, su Guida sentimentale della Campania, oltre che sul mio quotidiano di riferimento), scopro di essere stata nominata da Valcuvia Express a questo simpatico giochino.

ll Liebster award è un riconoscimento che si dà ai blog con meno di 200 follower al fine di aumentare gli scambi e i commenti e anche per fornire una scusa per parlare un po’ a ruota libera. Prima di ricadere nella non-pubblicazione di ciò che scrivo, una cosa che su Detersivi alla Spina mi sta capitando spesso, partecipo subito.
Non preoccuparti, wwayne, sono ancora qua! :-)

Il gioco consiste nel rispondere alle 11 domande formulate dal blog che ti ha invitato, nominare altri 11 blog con meno di 200 followers e formulare delle nuove 11 domande per gli invitati. Questo ovviamente ricordandosi di spiegare le regole del gioco e pubblicare il logo del Liebster Award. E ricordarsi di informare i blog invitati con un messaggio. Ringrazio ancora Valcuvia Express per avermi coinvolto. Mi colpì ai tempi sul suo blog questo video, inquietante, ispirato al Maestro e Margherita di Bulgakov. Ecco le mie risposte :-)

1) La tua città preferita e quella che non sopporti

Tra le cose da fare c’è da tempo quella di stilare una lista ordinata delle città più brutte in cui sono stata. St.Julian’s nell’isola di Malta potrebbe vincere a spada tratta, ma per farmi nemici gratuiti posso dire che in Italia per ora anche Cosenza e Terni sono ai vertici, o perlomeno sono due posti che mi vengono in mente. Odiai Berlino quando la vidi per la prima volta ma ora la ricordo con nostalgia: la sua bruttezza, la ricostruzione, e i monumenti anneriti tra i grattacieli orrendi avevano un fascino decadente che mi riporta alla mente il 2006, le canzoni dei Phoenix, The Veils, Spinto Band, e altre cose indie che andavano in quei tempi. Amo i centri della Toscana, la mia Napoli e le città del nord. Eleggo a città preferita Heidelberg, per i ricordi in cima a quel castello, per com’ero in quei tempi e per la dolcezza del vento in quel giardino che s’affacciava dall’alto sulla città.

myheidelberg-koomori

2) Libro cartaceo o ebook?
Libro cartaceo tutta la vita. Scavo nei mercatini e negli scatoloni della gente morta o che la gente butta per collezionarli. Poi li disinfetto, non vi preoccupate.

3) Quando hai aperto il blog e perché.
Il blog l’ho aperto al liceo quando erano spuntati fuori gli MSN Spaces e tutti iniziavano a fare un blog. Trovai fin da subito stupido l’idea di un blog solamente personale (raccontare di sé mette a nudo, non trovate?)  e diventò immediatamente un sito di recensioni di film e fumetti. Quando gli MSN Spaces sono stati chiusi è diventato un blog WordPress, e su suggerimento di un amico ha preso questo nome strano. Eravamo entrambi amanti delle birre alla spina… Ma è diventato Detersivi per una storia di una lavanderia automatica nel nord della Francia che prima o poi dovrei raccontarvi.

lavanderia automatica

La lavanderia automatica di Fougéres

4) Che cosa ne pensi dei social network?
Li odio, perché sembrerà strano, ma io non voglio comunicare. Allo stesso tempo mi piace organizzare in album le mie foto, o condividere ciò che scrivo. E’ un po’ un paradosso. Mi piace avere una finestra sul mondo, ma non dovrebbe essere social, perlomeno non nel modo dei social network.

5) Che cosa volevi diventare da piccolo? Volevo diventare una scrittrice, of course. E invece sono un’ingegnere chimico (…come dice la canzone dei Bluvertigo).

6) Racconta una tua piccola mania
Colleziono peluche. Di recente li ho organizzati in un archivio. Finora ne ho contati 695. Ma ce ne sono ancora.

7) Hai animali?
Ho un gatto di nome Arancino. Amo i gatti rossi.

8) Qual è il tuo soprannome? Koomori, che in giapponese significa pipistrello. Ma anche Lady Justice, dall’album dei Metallica “And Justice for All.”
Sì, sono stata e sono ancora a tratti una schifosa metallara.

9) Il rosso o il nero. Non posso rinunciare a nessuno dei due.

10) Chi è il tuo eroe/la tua eroina di sempre? Ho sempre adorato Napoleone. E tra gli attori, Jim Carrey, fin da quando ero piccola. Ho visto praticamente tutti i suoi film.

11) Che cosa ti piacerebbe dire al web ora? Che anche se non mi leggerà nessuno (in fondo cosa per me preferibile), non smetterò mai di scrivere. Mai. Mai. Mai.

E che la condivisione di informazioni intelligenti, o delle proprie passioni, lascia sempre una sensazione piacevole in chi vi capita per caso: a me capita così. I siti costruiti per fare visite, i giornali spazzatura, lasciano il tempo che trovano.

NOMINATION

https://theemeraldforest.wordpress.com/
https://ciakmovie.com/
https://occhiliquidi.wordpress.com/
https://lachiamavanoserenab.wordpress.com/
https://cinefatti.com/
https://ilblogvuotodinidellaneum.wordpress.com/
https://avreivolutosposareunlunapop.wordpress.com/
http://nuovocinemalebowski.it/
https://rossallergia.wordpress.com/
https://dccomicsmultiverse.wordpress.com/
http://sweetstefy.com/

Essendo il mio blog principalmente sul cinema…

Le domande alle quali rispondere sono:

1) Il film che ti ha cambiato la vita, non necessariamente il più bello
2) Multisala o cinema città?
3) Manga o fumetti occidentali: quali scegli e perché?
4) Cosa rappresenta per te scrivere?
5) Il tuo genere musicale preferito
6) Ti piace andare a concerti?
7) Scatti fotografie?
8) Scrivere e leggere ruba tempo alla vita vera?
9) Ti piace stare in mezzo alle persone?
10) Da quanti anni esiste il tuo blog?
11) Pensi di essere cambiato negli ultimi anni e cosa è cambiato nel tuo blog negli anni eventualmente trascorsi?

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