Farcisentire Report @Scisciano, Stazione Circumvesuviana

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Il Farcisentire è un festival al quale sono profondamente affezionata. Forse perché mi ricorda l’estate dopo la maturità in cui uscì a sorpresa un canale televisivo sconosciuto di nome Flux, che poi cambiò nome in Qoob e velocemente venne oscurato. Mi ricorda Il Teatro degli Orrori, The Veils, The Spinto Band. Certi video di Bat for Lashes. Mi ricorda com’è essere indie in degli anni in cui la parola indie è rimasta indietro. Mi ricorda Berlino prima ancora che diventasse di moda fare le vacanze a Berlino, gli scioperi del liceo, i mercatini di orecchini fatti con materiale riciclato, le prime volte che si prendeva il treno, mi ricorda com’è densa la notte di mezza estate, con l’inceneritore di Acerra che come un mecha nel buio brilla più di tutte le altre cose. Ricorda com’è uscire la sera quand’è ancora giorno e come può essere spoglio un festival senza prato, eppure allo stesso tempo perfetto per più motivi, nel suo crescere negli anni. Un miracolo genuino nella periferia della periferia. Farcisentire risulta, secondo il mio personale parere, migliore di molti suoi corrispettivi lontani o a pagamento, perché autentico, intriso di un fascino di transizione post-adolescenziale, che mai straripa al punto da diventare farlocco, né cade come altre manifestazioni “di paese” che risultano essere solo una sfilata di band giovanissime locali che non sanno suonare. Senza niente togliere a chi s’impegna nel far fiorire festival ed eventi di questo tipo, che è sempre meglio che ci siano piuttosto che non ci siano, però il Farcisentire, che è sempre stato gratuito, nel 2014 ha portato a Scisciano, che per chi è della zona è praticamente dietro casa, artisti stranoti come i Marlene Kuntz, che possono piacere o non piacere, ma che per un piccolo festival indipendente sono sempre un gran risultato. Negli anni precedenti, tra i tanti che sono saliti sul palco del Farcisentire, ricordo Perturbazione, Il Teatro degli Orrori, A Toys Orchestra.

Però sicuramente, ciò che conferisce al Farcisentire un fascino suo, è la location. I treni, la stazione della Vesuviana. La campagna mista alla disarmonia metropolitana. Quella di un interland napoletano, di una serie di fermate che molti di noi sono, o sono stati costretti, a vedere ogni santissimo giorno con rassegnazione, con odio, con insofferenza. Ma anche con un certo amore per ciò che siamo. La location del Farcisentire rappresenta più che mai la nostra identità. Rappresenta la possibilità della crescita, ed è una veduta su di una terra che da sempre è più che prolifica sotto aspetti diversissimi. E’ una fermata della Vesuviana, quella di Scisciano, per molti sconosciuta, tra gli alberi. Dal finestrino di quei treni, è un nastro che abbiamo visto riavvolgersi mille volte, noi studenti, lavoratori, con i suoi pregi, i suoi difetti. Non rinneghiamo niente. La stazione della Vesuviana di Scisciano è come un disco di Vasco Brondi prima che decidessimo di buttare Vasco Brondi nella spazzatura pur ammettendo fosse un prodotto dei nostri tempi, prima ancora che uscissero un po’ di dischi a descrivere quelle stesse sensazioni. Farcisentire è ancora una fotografia di quel tempo. Sa di internet 56k, di fumetti d’annata, quando il cielo rosso avvolge la provincia, quando ci sembra di essere in quel futuro che credevamo fosse dei film ed invece è vero, sappiamo che anche questo è parte di noi.

La sera dell’8 Luglio, così come nelle precedenti edizioni, quando arriviamo la notte è buia e le macchine sono parcheggiate. C’è molto verde e molto niente. E’ un festival che spesso ha proposto artisti che in Campania solo col tempo si sono inflazionati. Il Teatro degli Orrori nel 2008, quando certe cose bisognava “andarsele a cercare”, Gino Fastidio prima di Made in Sud, le magliette e gli orecchini con gli uccellini e le gabbie prima che Bershka e H&M ne riempissero i centri commerciali. E’ quella capacità di annusare influenze estere lontane che non tutti hanno, in una Campania dove non sempre è semplice, dove internet a tutti è arrivato tardi, dove il torpore estivo rallenta ogni cosa, dove la musica, il cinema d’autore, le cose buone, alcuni anni fa sembravano riservate (ma non lo sono mai state, attenzione) solo a chi aveva la verve di non accontentarsi. Allora un piccolo festival come Farcisentire, a Scisciano, è sempre stato un piccolo miracolo ma di quelli fatti bene, dove non c’è niente che non va, dove anche le persone nel pubblico, poche o molte che siano, sembrano comportarsi con un’onestà non indifferente, con un rigore quasi eccessivo. E’ un festival in cui sembra giusto dare considerazione alle band, che sono selezionate con attenzione, e che sono in quest’edizione 2016, a parte gli headliner, tutte campane.

Per venerdì 8 Luglio prima del toscano Francesco Motta ci sono Bludiklein, BluDiMetilene, La Rue Catalana. Sabato 9 Luglio 7Parsec, i salernitani Terzo Piano, i vivaci Kafka sulla Spiaggia e sul tardi il sardo Jacopo Incani, in arte Iosonouncane, originario di Buggerru. Il festival inizia tardi, tra le 22 e le 22.30. Per quanto non fossi particolare fan né di Motta né di Iosonouncane, il festival in quanto a programma fin da subito non mi sembra male.

Così venerdì, verso le 22.30, raggiungiamo in auto la stazione della Vesuviana di Scisciano.

In primis una persona, che non centrava moltissimo con il festival, ma la cui presenza in fondo va ancora va bene, ci chiede se vogliamo un braccialetto, di quelli luminosi da discoteca. Poi all’ingresso, a offerta libera, ci viene chiesto cosa vogliamo. Ci sono dei braccialetti verdi di gomma del Farcisentire, accendini del Farcisentire, magliette e tutte queste cose tipiche dei festival, quindi la raccolta braccialetti da festival continua.

Come dicevo prima, La rue catalana, Bludimetilene, Bludiklein “aprono” il concerto di Francesco Motta. Sono tutti bravi. La qualità del suono è ottima. I Bludiklein a fine esibizione distribuiscono materialmente il loro disco al pubblico. E’ un gesto gentile, onesto, questo di offrire il loro disco, sarò stata fortunata, ma tutti i dischi che ho ricevuto regalati a dei concerti da artisti “sconosciuti” che volevano pubblicizzarsi, erano belli. Quando non c’è la pretesa di vendere, ma la sicurezza di essere apprezzati anche senza essere noti, beh, di solito è qualcosa di positivo.

Sul tardi, l’esibizione di Francesco Motta. Motta, ammettiamolo, è il nome del momento. Si presenta come un ragazzino ma ha 30 anni. Prima de “La fine dei vent’anni“, prodotto da Riccardo Sinigallia, ha pubblicato due album con la sua band livorno-pisana, i Criminal Jokers. Dotato di una grande forza e di una voce tagliente (graffiante è la parola più abusata ma anche la prima che viene inevitabilmente in mente, Motta potrebbe farne da esempio sul dizionario), ha all’attivo diverse collaborazioni, come quelle con Nada, Giovanni Truppi, Zen Circus. E’ dotato di una bravura che segna un distacco dagli altri artisti giovani con la quale teoricamente condivide il mercato. Sembra qualcosa a metà fra tuo cugino più piccolo e un vero artista. Si atteggia a star senza darlo un po’ a vedere, un po’ come tuo cugino, quando alle domande dei genitori sulla ragazza rispondeva “fatti miei”. L’ego, la bravura di Francesco Motta, non danno fastidio, ma sono giusti come quelli di chi ci sa fare. E’ la prima volta che suona al di sotto di Roma, ma s’incarta sul palco contraddicendosi più di una volta. La sua inesperienza sembra essere solo quella di parlare sul palco, cosa che gli conferisce tenerezza. Alla fine, dedica un momento a quelli che nel pubblico “non si sono avvicinati”. A palco spento, sembra di essere tornati ai momenti di occupazione del liceo, ricreando un’atmosfera non male. L’unico neo che posso osservare in Motta, live, è quello di rappresentare un’Italia che recepisce influenze forse perdendo qualcosa di sé per la strada, non mantenendo la propria integrità. In questo recepire, riuscendoci con talento, ricreando alla perfezione, il rock italiano sfrutta ogni sua arma, rincorre un sogno senza innovazioni.

2° giorno. Il festival sembra molto più tranquillo del giorno prima. Questo, prima di Iosonouncane. E’ un festival strano, un festival astemio, nonostante la presenza del birrificio Okorei, è un pubblico che non beve, non fuma, non sorride. Iniziano i 7Parsec, molto bravi, che cullano il Farcisentire in quest’atmosfera di nichilismo. Poi i Terzo Piano da Salerno, i Kafka Sulla Spiaggia riescono a smuovere un pubblico tranquillo e forse un po’ freddo, sfoderando delle capacità di intrattenimento vere, le prime che osserviamo dall’inizio del Farcisentire. Prima di Iosonouncane vi sono i vari ringraziamenti, agli sponsor, al sindaco, alle associazioni coinvolte.
Dopo, con l’arrivo di Iosonouncane si sente finalmente forte la sensazione che sia sabato. E’ qui che il Farcisentire cambia veste, sfoderando la sua carta più attiva. Viene trascinato in una nuova dimensione, si affolla, la musica pervade ogni cosa, diventa adulto. E io forse solo adesso ne rimango delusa, perché ciò che amo, del Farcisentire, è quella vena romantica del 2000 che rimpiange gli anni 90 che a sua volta ha nostalgia degli ’80.

Quell’essere ingabbiati in una storia di Brizzi e non riuscire a uscirne più fuori.

(Valentina Guerriero)

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Tutti vogliono qualcosa, Richard Linklater

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Seguito spirituale di Dazed & Confused (La vita è un sogno, 1994), “Tutti vogliono qualcosa” è il nuovo film di Richard Linklater, nelle sale italiane dal 17 giugno.

Nel suo genere leggero, presentandosi in apparenza come una commedia americana, “Everybody wants some” – “Tutti vogliono qualcosa” è più profondo di quanto non sembri, anche se in esso non si capisce esattamente il confine tra film d’evasione e pellicola d’autore. E’ certamente una descrizione dettagliata degli anni in cui è ambientato, gli anni ’80, con rifiniture accurate, con una ricca e ricercata colonna sonora, con i flipper, i locali, con un modo proprio di raccontare quel mondo fra uomini al quale le donne non hanno tipicamente accesso, fatto di giochi goliardici e prove di forza, di ricerca di sesso, di competizione. E’ un film con un messaggio di fondo combattivo, tipicamente americano, maschio e romantico. Everybody wants some è una chiara visione del romanticismo maschile, che non è detto che sia meno puro di quella femminile. Sicuramente diverso dagli altri film di Linklater, che sono meno veloci, più intimisti, o fantascientifici (come A scanner darklyUn oscuro scrutare, 1977, con Keanu Reeves, tratto dal romanzo di Philip K. Dick, o quasi quasi anche Waking Life, pellicola interamente realizzata con la tecnica del rotoscope). In quest’ultimo film non vi sono idee originali di fondo come in Boyhood (iniziato nel 2002, gli attori di Boyhood crescono insieme ai personaggi del film) o i Before Sunrise/Sunset/Midnight (tre film girati a dieci anni l’uno dall’altro che parlano della stessa storia d’amore a intervalli di tempo di dieci anni), ma quest’ultimo lavoro di Linklater, pur rispettando lo schema classico delle commedie americane, viene riempito di contenuti molto più ricchi e dettagliati di quelli che troveremmo in un film da cassetta, esattamente come uno stesso disegno potrebbe essere riempito di colore con una tecnica elementare oppure venire prima inchiostrato e poi colorato da un professionista, ombreggiato, arricchito nelle trame degli abiti, e così via.

“Le frontiere sono dove le vedi”, recita il messaggio alla fine del film, che si conclude con il primo giorno di lezioni al college per i protagonisti, quindi con un nuovo inizio, dopo un exploit di romanticismo tipico di Linklater la cui assenza avrebbe fatto sospettare, exploit che sembra in parte ingannare dando l’idea di trasformare improvvisamente una semplice commedia in qualcosa di più. Ma non basta questo purtroppo a far scattare Tutti vogliono qualcosa al livello di capolavoro, in quanto tutte le commedie americane possiedono un messaggio buonista di fondo che tende sempre a mettere una pezza sugli scherzi, sulle cose sbagliate, sugli errori, sul sesso, sulle insicurezze dell’adolescenza. Sembra quasi che Linklater, anche in questo, si voglia tenere volutamente su un livello basso, ovvero fare un film sulla vita al college mantenendosi (o perlomeno provare a mantenersi) negli schemi del film da college, ma girandolo con una mano che comunque fa la differenza, sfaccettandolo, colorandolo, ombreggiandolo. Quindi, mettendo da parte una certa naturale diffidenza, si aggiunge per forza anche Everybody wants some alla lista di film di generi diversi che un regista come Linklater è in grado di realizzare efficacemente. Probabilmente Everybody wants some non si eleva più di tanto, ma di certo eleva Linklater ancora una volta a regista superiore, dotato di un suo carattere, di un suo pacchetto di temi ricorrenti con i quali è però capace di fare film di generi diversi sempre validi. Il suo penultimo lavoro, Boyhood, aveva una trama volutamente naturale per descrivere la storia di una persona comune. Così Everybody wants some ha una trama volutamente leggera per descrivere la vita al college in America negli anni ’80. Credo sia facile creare una sceneggiatura da una trama forte, ma sottolineare dettagli importanti della vita quotidiana, è quello che distingue molto una persona con talento da uno che non ha. E’ facile osservare la bellezza dove la vedono tutti, i dettagli sono un’altra cosa. Vedere della bellezza o dei significati dove gli altri non riescono a coglierli, ed essere in grado di spiegarli, e trasmetterli, questo fa la differenza. E Linklater tenta sempre in questo.

Vi allego i titoli dell’ottima colonna sonora del film.

Everybody wants some OST

My Sharona – The Knack
Heart Of Glass – Blondie
Take Your Time (Do It Right) – SOS Band
Heartbreaker – Pat Benatar
Alternative Ulster – Stiff Little Fingers
Every 1’s A Winner – Hot Chocolate
Everybody Wants Some! – Van Halen
Let’s Get Serious – Jermaine Jackson
Pop Muzik – M
Because The Night – Patti Smith
I Want You To Want Me  – Cheap Trick
Hand In Hand – Dire Straits
Whip It – Devo
Romeo’s Tune – Steve Forbert
Good Times Roll – The Cars
Rapper’s Delight – The Sugar Hill Gang
Rough Boys – Pete Townshend
Ain’t Talkin’ ‘Bout Love -Van Halen
Bad Girls -Donna Summer
I’m Bad (I’m Nationwide) -ZZ Top
Maybe I’m a Fool -Eddie Money
Give Up the Funk (Tear the Roof Off the Sucker) – Parliament
Driver’s Seat Cars – Sniff ‘n’ The Tears
Good Times Roll – The Cars
Rapper’s Delight – The Sugar Hill Gang

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Narutaru – Shadow Star

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Adocchiai questa serie già molti anni fa, per le similitudini che aveva con Elfen Lied e Higurashi no naku koro ni. Disponibile solo fansub, Narutaru è un anime del 2003 tratto dall’omonimo manga di Mohiro Kito del 1998. Mohiro Kitoh non è un autore noto quanto potrebbe, è uno di quei ricordi degli anni ’90 messi da parte da tempo, complice anche il fatto che le sue opere a causa di contenuti violenti e a volte sessualmente espliciti non sono proprio fruibili a tutti. Quest’autore infatti combina un’estetica delicata e lineare a delle storie dotate di una gravosità non indifferente; le sue opere più famose sono Narutaru (1998) e Bokurano – Il nostro gioco  (2004), ma lo stesso dualismo si ritrova anche ne Le Ali di Vendemiaire (1996), un manga ibrido, raffinato e orrorifico al tempo stesso, dal tratto tenue che accompagna una lettura decisamente non leggera e non scorrevole. Incentrato su bambole meccaniche, Le ali di Vendemiaire è purtroppo velocemente scivolato nell’oblio perché adombrato da produzioni sci-fi tanto più vistose quanto inconsistenti. Delle due serie lunghe di Kitoh, Narutaru e Bokurano, è forse più nota la seconda. Bokurano è un manga del 2004 in 11 volumi, dal quale è stato tratto un anime nel 2007, di 24 episodi, disponibili fansub, e che credo prossimamente di vedere. Narutaru infatti, a quanto pare, si tratta di una versione più acerba di Bokurano. L’anime di Narutaru (2003), tratto dal fumetto del 1998 (12 volumi), presenta gli stessi temi di Bokurano, temi che purtroppo in soli 13 episodi non riesce a snodare e spiegare correttamente, rendendo evidente il collasso su se stessa di una trama decisamente troppo complessa e impegnativa. Ci si rende conto, nella visione dell’anime di Narutaru, di trovarsi di fronte ad un’opera vasta non adeguatamente sviluppata, in cui gli eventi dopo la prima metà della serie vengono sbrigati in modo approssimativo, riportando lo spettatore necessariamente alla ricerca del manga. Narutaru rischiava di essere inserito in quella lista di anime che non ricordo nemmeno più di aver visto, pur avendo dei personaggi assolutamente strepitosi, come Hoshimaru (la stella marina).

In sostanza, quindi, un anime che consiglio sicuramente se siete amanti del genere, ma senza il quale potete ugualmente vivere, così come potevo vivere anche io (e lo scrivo a malincuore, perché con un po’ di cura in più poteva essere l’anime perfetto).

Nota per chi volesse vederlo: io lo trovai disponibile solo sub eng, non so se ci sia in italiano.

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Bokurano – Il nostro gioco

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Le ali di vendemiaire

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Piccole storie di Mohiro Kitoh, volume unico, 2004 (Star Comics)

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Meeting del Mare, report da Marina di Camerota

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Il Meeting del Mare alle 20.30 del sabato sera.

L’estate è caratterizzata dai festival estivi e il Meeting del Mare è sempre stato uno dei più appariscenti delle nostre coste. E’ l’idea di festival che in un profondo sud, per generazioni nate e cresciute dopo gli anni ’80 e ’90, è sempre qualcosa di lontano e distante, da ritrovare al di fuori dei nostri confini, soggetto a rielaborazioni, reintrepretazioni a misura dei nostri anni. Il Meeting del Mare in fondo ci ha provato, negli anni, a dare quell’atmosfera di festival che al sud nel dopoduemila non ci appartiene praticamente mai. Cose come l’Heineken Jammin’ Festival, il Wacken, il Gods of Metal, il Monster of Rock, lo Sziget, ma anche il ‘semplicissimo’ Miami, sono distanti anni luce da noi al punto da non ricordarci a volte nemmeno della loro esistenza. Il Sud Italia, la Campania in particolare, vive di piccoli festival indipendenti e quasi sempre gratuiti che negli anni hanno conquistato la loro dimensione, si sono ingranditi, sono diventati meglio degli stessi concerti a pagamento con gli stessi identici artisti che sono organizzati durante l’inverno nelle città. Il Meeting del Mare è uno di questi, uno dei capisaldi del programma estivo, presente da oramai vent’anni sulle coste del Cilento. Dal 2 al 4 giugno, a Marina di Camerota, si sono svolti 3 giorni di festival, con le tende sulla spiaggia, tutto rigorosamente gratuito, con i giovani, molti di loro minorenni, la musica, la sabbia, i gelati, spendere pochissimo, la democrazia. Marina di Camerota è vincente. Abbiamo intervistato molti dei ragazzi che erano arrivati lì al Meeting del Mare: non venivano da molto lontano, la quasi totalità dei ragazzi veniva dalla Campania. Da Salerno, Napoli, Avellino, qualcuno dalla Basilicata. Un piccolo gruppo da Reggio Calabria. Una buona percentuale veniva dalla provincia di Avellino, da piccoli paesi dove c’è ancora entusiasmo per le idee pure, come quella di accamparsi quattro giorni, o come quella di ascoltare musica, qualunque essa sia. Ragazzi di paesi come San Mango, Grottaminarda, Tufo, erano quelli che popolavano il Meeting del Mare. Ma molti venivano anche dai licei di Napoli e di Salerno. Pagelle raccolte, tutti promossi, liceo chiuso, ci si vede a settembre. L’età media? Dai 16 ai 23 anni. Qualche over 30, ma decisamente una minoranza, nonostante si tratti di una fascia di età numericamente sempre molto presente ai festival. Ma non qui. D’altronde il programma era quello che era: un festival più che altro destinato a gruppi emergenti, anche questi giovanissimi.

Fatta eccezione per I Cani, dall’alto dei 30 anni di Niccolò Contessa, sul palco sabato 4 giugno come headliner. Un nome di punta ma neanche così tanto, che di certo non riesce da solo a essere di richiamo per tutto il Sud Italia. Una band che negli anni ha riscosso un ottimo successo della critica, dopo un esordio un po’ più anomalo e travagliato avvenuto nell’estate del 2011, in cui Il sorprendente album d’esordio dei cani fece parlare molto di sé e non necessariamente bene, preceduto dall’uscita improvvisa del singolo Hipsteria su Youtube, arrogante, provocatorio, che non si sapeva a che gioco volesse giocare, e che di certo un po’ cavalcava le mode e sembrava utilizzarle per raggiungere uno scopo personale.

Il progetto di Niccolò Contessa, che era partito con la descrizione e l’analisi di comportamenti e disillusioni delle ultime generazioni (Il sorprendente album d’esordio dei cani, 2011) e che s’è risolto progressivamente in una ricerca di qualcosa di più all’interno di se stessi (nei successivi dischi, Glamour, Aurora) ha conquistato uno spazio man mano sempre più ampio di quello di partenza, dimostrando di non avere poi così tanto da dividere con le meteore del mercato indie del momento e collaborando anche alla colonna sonora di alcuni film,  quali “La felicità è un sistema complesso” di Gianni Zanasi e “The Pills – Sempre meglio che lavorare“, nel quale è stato incluso “Questo nostro grande amore”, primo brano di Aurora, che è l’ultimo e terzo e ultimo album de I Cani, uscito a fine gennaio 2016.

Sebbene I Cani abbiano fatto quasi tutto sold out alle date di Livorno, Firenze e alle altre due o tre date immediatamente successive all’uscita di Aurora, il Sud Italia – e forse è un bene – è ancora distaccato da generi di nicchia come questo, ricerca cose più semplici, di cui Marina di Camerota è fondamentalmente l’espressione. Il mare, i bar, i locali, una città a misura di giovani (in potenza, una Gallipoli 2.0, che è considerata, fra i giovani, la città dei giovani).

Al Meeting del Mare, per le sue proporzioni, per il suo potenziale, ammettiamolo, c’era pochissima gente. Quasi nessuno ad ascoltare i primi gruppi del sabato sera. “Il festival? Sì, mi sono divertito, ma non mi piaceva il genere.” In molti hanno risposto così. “Ma siete venuti per il festival?” “Sì, siamo venuti per il festival.” Ma il festival inteso come luogo d’incontro, non come musica. “I Cani? Suonano da Cani”. Non a tutti il concerto interessava davvero, il Meeting del Mare è stato per alcuni poco più di un pretesto. La divisione che una volta avveniva tra i cultori della musica dance e gli amanti della musica rock oggi è più che altro una convenzione. I ragazzi, indifferentemente dal genere musicale d’appartenenza, oggi vogliono le stesse cose. La musica è un contorno. E’ un’occasione per stare insieme, spesso in gruppi rigorosamente di soli ragazzi o di sole ragazze. Ma c’erano anche i fan di Niccolò Contessa, specialmente nelle prime file, ragazze giovanissime che resistevano al pogo alle loro spalle per le canzoni de I Cani. Nel pogo tutti bravi ragazzi, anche loro giovanissimi, ma con boccioni di vino, bottiglie e tutto ciò che potesse contribuire ad arricchire il loro personale cliché di concerto, che avevano immaginato a lungo mentre erano ancora a scuola, a lezione all’università ai primi anni, mentre erano nei loro piccoli paesi di poco più di 1000 abitanti, seduti ai piedi della fontana di pietra nella piazza principale, mentre lo dicevano ai cugini, mentre erano sul pullman che li portava in Cilento, loro quel festival, quei giorni, già li scrivevano nei loro pensieri. Gli addetti della sicurezza controllavano costantemente che non accadesse niente, e in effetti non accadeva quasi niente. Si facevano talvolta restituire le bottiglie vuote che avrebbero potuto creare problemi nella folla. Il pogo era vivace ma gestibile, innocuo, ingenuo. Fermarlo sarebbe stato come sgridare un cane che vuole saltare addosso al padrone per fargli le feste, e questo il sindaco di Camerota, gli organizzatori, la sicurezza, l’hanno capito bene. Un esempio? Alla luce del giorno seguente un ragazzo ci mostra un morso sul braccio, asserendo di averlo ricevuto da una ragazza che tentava di difendersi nel pogo. La ragazza era assorta nel concerto, lui era felice nel pogo prima e dopo il morso, comprendendo che era stata un’onesta tecnica di autodifesa. Nessuna preoccupazione. Nessun problema. Non ci si riesce a preoccupare di nulla a Marina di Camerota, si riesce solo a rilassarsi, mentre si mangia sul mare senza ansie a prezzi contenuti, e speriamo resti così per tutta l’estate e per i prossimi vent’anni.

Il sindaco, sul palco, ha ringraziato i ragazzi che erano con le tende lì sulla spiaggia da alcuni giorni per il loro comportamento corretto, per non aver creato nessun danno, per non aver lasciato nulla sulla spiaggia. Dopo il concerto, la città ha continuato a vivere fino alle 4, alle 5 di mattina, come se fosse stato giorno, in assoluta tranquillità. Bar, ristoranti, gelaterie aperte, come in un paese dell’estero popolato dai soli studenti di una scuola estiva, che bevono un po’ ma non diventano mai veramente tristi né violenti. Un paese dell’estero per i ragazzi, quelli bravi, quelli che provano a non esserlo, con alcool, camping e (poche) droghe leggere, ma che in fondo lo sono sempre, perché per essere cattivi ci vuole ben altro.

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X-Men: Apocalypse

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Ennesimo film di una lunga serie, si conferma come al solito un prodotto di buona qualità in cui effetti speciali e profondità della storia raggiungono un discreto equilibrio. Continuando il discorso iniziato con X-Men – L’inizio (2011) e X-Men – Giorni di un futuro passato (2014), ritroviamo in questo capitolo gli X-Men della scuola del Professor Xavier, Magneto e l’eroina Raven Darkhölme/Mystica destinati a confrontarsi con un individuo che raccoglie in sé molti dei poteri degli X-Men e che, tanto per essere prevedibili, ha intenzione di distruggere la civiltà umana per dare spazio a una nuova era in cui i mutanti popoleranno il mondo. Se la scelta di basare X-Men – Apocalypse sulla distruzione della Terra non è del tutto originale, non manca in quest’ultimo capitolo Marvel il classico approfondimento psicologico, tipico dei film sugli X-Men e che li distingue dalle produzioni supereroistiche analoghe. E’ indagato ancora una volta ed esaurientemente il passato di Magneto, aggiungendo ancora un altro tassello alla sua storia; è esplorata poi l’iniziazione ai poteri di Ciclope, fratello di Havok. Parallelamente in Germania, fanno la loro comparsa altri due X-Men celebri, Nightcrawler e Angelo. Un altro importante personaggio che viene introdotto in X-Men – Apocalypse è quello di Phoenix, giovanissima telepate nella scuola del Professor Xavier. Interpretata da Sophie Turner, nota a chi segue le serie tv per essere Sansa Stark, principessa del regno di Grande Inverno in Game of Thrones. Si ha l’impressione con la comparsa di Phoenix di assistere ad un passaggio di testimone, esaurito infatti il controverso compito di Raven/Mystica di spiegare quanto c’è di complesso nell’universo degli X-Men, con temi come la diversità, l’accettazione, l’insicurezza, indagati a fondo con un personaggio intenso come quello di Mystica (anche in questo capitolo interpretata dalla splendida Jennifer Lawrence), è adesso il personaggio di Phoenix quello che ora più mostra il suo potenziale vergine e che nel futuro della saga cinematografica degli X-Men avrà qualcosa da aggiungere. Per quanto riguarda il resto del cast, è lo stesso dei precedenti film: l’ottimo Fassbender (Bastardi senza gloria, A Dangerous Method, Shame, Macbeth, Steve Jobs) nel ruolo di MagnetoJames McAvoy nei panni del Professor Xavier, ancora Nicholas Hoult ad interpretare Bestia. Nuovi il giovane Tye Sheridan / Ciclope (che aveva esordito nel 2011 nell’acclamato Tree of Life di Malick) e Kodi Smit-McPhee / Nightcrawler. Già era apparso invece in Giorni di un futuro passato Evan Peters – Pietro / Quicksilver, protagonista tra l’altro di una delle migliori scene di questo film, quella accompagnata da Sweet Dreams degli Eurythmics e che ha richiesto un notevole tempo di realizzazione, rivedremo sicuramente anche Pietro.

 Kodi Smit-McPhee / Nightcrawler

 Evan Peters – Pietro / Quicksilver

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Phoenix in un’illustrazione di Greg Land. Il personaggio è stato creato da Jack Kirby nel 1963

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Jean Grey-Fenice/Sophie Turner. E’ famosa per aver interpretato Sansa Stark in Game of Thrones, Principessa del Regno di Grande Inverno o come si chiama.

 

 

 

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A quanto pare Phoenix si fa le storie sia con Wolverine che con Magneto e in Apocalypse un po’ si nota.

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Phoenix in un combattimento con Magneto.

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E la storia anche con Ciclope. Nel film sembra avviata a flirtare con lui, oltre che avere un po’ troppo feeling con Xavier. Con tutti insomma.

 

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Phoenix, Cyclops e altri X-Men.

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Il solito Professor Xavier che anche se disabile e poi calvo rimane sempre uno dei personaggi più interessanti.

Ok, sembra Beautiful. Però molto più interessante perché sono tutti fighi e un po’ tristi a causa dei loro superpoteri.

Altri film sugli X-Men recensiti qui:

Mutante, e fiera di esserlo. X-Men: L’inizio (2011)

Wolverine – L’immortale – Ciò che mi hanno fatto, ciò che sono, non si può cambiare.

“Sono il migliore in quello che faccio. Ma quello che faccio non è piacevole.” (Wolverine)

Perchè la luna si sente così sola?

Manca, tra le recensioni, quella di X-Men – Giorni di un futuro passato, che è uno dei miei preferiti e anche migliore di Apocalisse.

In sintesi, gli X-Men sono veramente fighi. E per quanto i film di supereroi Marvel e DC abbiano nel tempo decisamente iniziato a rompere al punto anche di saltarne diversi, gli X-Men fanno eccezione. Vedeteli. (Se vi piace il genere)

 

 

 

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Tornano i grandi concerti dell’estate all’Arena Flegrea di Napoli

Se la mia presenza sulla presente pagina è diminuita è perché parte del tempo che dedico alla scrittura di articoli “impersonali” è ora destinato a Bassa Irpinia News, quotidiano online registrato in tribunale. Poiché si tratta di argomenti che spesso davvero m’interessano e che vorrei arricchire a volte con dettagli e fotografie più personali del dovuto, finché la cosa non andrà in conflitto con il giornale, li proporrò anche qui (anche per tenerne traccia).

Questo ne è un esempio. Sperando possa essere utile a qualcuno! :)

(C’è un calendario di concerti rielaborato con i prezzi dei biglietti all’interno.)

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Forse una delle location più suggestive della nostra città, e sicuramente tra le più caratterizzanti, l’Arena Flegrea negli anni ha visto un quasi regolare alternarsi di grandi artisti, che era però di tanto in tanto intervallato da medi-lunghi periodi in cui Napoli giaceva addormentata. L’estate del 2016 ha un calendario ricco, ricco specialmente se lo relazioniamo a ciò che Napoli a volte rischia di diventare: una città del sud immobile e annodata nei suoi problemi, non un luogo d’incontro, di scambio e di manifestazioni.

Pubblichiamo qui di seguito le date e i prezzi dei principali concerti che si terranno quest’estate all’Arena Flegrea o più in generale in “zona flegrea”.

I grandi nomi del jazz ci sono tutti, quasi tutti quelli possibili al punto da chiedermi se per caso non mi sia svegliata per errore in un giorno di giugno del 2006 o del 2007, tante sono le somiglianze che vedo con quell’estate. Lo stesso luccichio strano di un giugno adombrato da qualche cirro, che si ripresenta ciclicamente negli anni che scorrono, non in tutti, solo in alcuni. Molti degli artisti nel programma sono già stati a Napoli e in particolare sui palchi flegrei, alla Mostra d’Oltremare. Saltano all’occhio i Massive Attack, tassello fondamentale per la comprensione della musica elettronica / trip hop e che erano già stati a Napoli nel 2008 portati dal Neapolis Festival. Ma anche Robert Plant, voce dei Led Zeppelin, all’Arena Flegrea questo 22 Luglio, era stato la ricercata scelta del Neapolis Festival 2006, che prevedeva nella stessa serata Iggy Pop, Carlos Santana e Robert Plant. Con un costo del biglietto che oggi considereremo irrisorio, in una delle migliori location di Napoli, la Mostra d’Oltremare, Robert Plant aveva cantato molto della sua produzione solista, dando la sensazione-convinzione che anche Napoli era capace di ospitare – di nuovo – qualcosa di fuori dalle righe. Sicuramente anche Iggy Pop aveva contribuito in larga misura a questo. Non tanto Santana, che già era stato qualche tempo prima a Piazza del Plebiscito, in un concerto gratuito, insieme a Pino Daniele, e che si era “limitato” a consacrare il Neapolis 2006 con la sua musica vera, solida, trasversale. Più trasversale di sicuro di una figura come Plant, da lì a poco sarebbe uscito il nuovo, per l’epoca, album Nine Lives (2006), a nome suo e della band che era con lui: si chiamavano Robert Plant & The Strange Sensations. A 10 anni da allora, Robert Plant è il 22 Luglio 2016 all’Arena Flegrea.

Molti sono i nomi del jazz, anche quelli riportano molto indietro la memoria di chi ha sempre ricercato concerti. Diana Krall, regina del piano e la cui immagine mi rimanda agli specchi del Teatro Bellini altri dieci anni fa, Pat Metheny e le immense distese del Missouri che ritrovo descritte nelle sue canzoni, che si perdevano come lucciole nella profondità del belvedere di San Leucio, sotto un grande cielo, tra le luci vibranti della città, come una pioggia solo immaginata, che non bagna, che cade da un cielo sgombro come la mente appena sveglia, detersa dopo un sogno estivo. E poi Chick Corea, il jazz, la fusion, un uomo del 1941, un pezzo di storia, e allora mi ritorna in mente come all’Arena Flegrea, sempre nel 2005 o 2006, ero stata a un concerto di Keith Jarrett, un’altra personalità intoccabile, inarrivabile, del jazz, del piano. Anche lì la notte, l’aria di luglio, vibravano insieme all’esibizione, come se fossimo stati tutti presenti ad un piccolo miracolo, un miracolo che piano piano si espandeva e conquistava uno spazio sempre più grande e non se ne vedevano più i confini, che in fondo erano liquidi e lontani, e s’infiltravano nella terra e tra le radici degli alberi, confini che poi ritrovavo anni dopo in un racconto di David Foster Wallace, La ragazza dai capelli strani, con la descrizione degli eventi che accadevano proprio dentro e fuori un concerto di Keith Jarrett.

Un ultimo concerto, che mi sento di segnalare, non all’Arena Flegrea ma all’Ippodromo di Agnano, con i Subsonica, 99 Posse e Jovine, sicuramente un evento giovane creato per i giovani, complice anche il prezzo del biglietto accessibile a tutti. (Valentina Guerriero)

In ordine di data, i concerti all’Arena Flegrea di quest’estate 2016:

25 Giugno – Subsonica – 99 Posse – Jovine – Ippodromo di Agnano
12€

1 Luglio – Sergio Cammeriere, Gino Paoli, Danilo Rea – Arena Flegrea

Cavea alta: 35€
Cavea bassa: 40€

5 Luglio – Jack Savoretti – Arena Flegrea

Definito da alcuni critici come il nuovo Bob Dylan, Jack Savoretti, classe 1983, origini anglo-italiane ma residente a Lugano. Ha 4 album all’attivo, l’ultimo è Written in Scars.

Cavea alta: 30€
Cavea bassa: 35€

11 Luglio – Diana Krall – Arena Flegrea

Cavea panoramica: 33€
Cavea alta: 55€
Cavea bassa: 88€

12 Luglio – Pat Metheny, Ron Carther – Arena Flegrea

Panoramica: 30€
Cavea Alta: 35€
Cavea Bassa: 45€

16 Luglio – Chick CoreaArena Flegrea

Cavea alta: 33€
Cavea bassa: 44€

19 Luglio – Stefano Bollani – Arena Flegrea

Cavea alta: 30€
Cavea bassa: 35€

22 Luglio – Robert Plant & The Sensational Space Shifters – Arena Flegrea

Le altre due date italiane sono ad Assago – Summer Arena (20 Luglio) e a Taormina, Teatro Antico (24 Luglio)

Panoramica: 65€
Cavea Alta: 75€
Cavea Bassa: 85€

27 Luglio – Massive Attack – Arena Flegrea

Solo tre date italiane, le altre due ad Assago – Summer Arena (23 Luglio) e Firenze – Ippodromo del Visarno (24 Luglio)

Cavea Panoramica: €44
Cavea Alta: €50
Cavea Bassa: €58

28 Luglio – Rufus Wainwright, Emma Marrone – Arena Flegrea

Cavea alta: 35
Cavea bassa: 45€

1 Agosto – Paolo Fresu, Omar Sosa, Jaques Morelenbaum – Arena Flegrea

Cavea alta: 30€
Cavea bassa: 38€

5 Agosto – Amore che vieni, amore che va, De André in Jazz – Arena Flegrea

30 Agosto – Vivaldi’s Four Season by Max Richter – Arena Flegrea

Anteprima Cinema: Eddie The Eagle – Il Coraggio della Follia

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Eddie The Eagle – Il coraggio della follia, presentato al Sundance a gennaio del 2016, è già uscito negli Stati Uniti il 26 Febbraio 2016 e in Gran Bretagna il 1° Aprile 2016.

In Italia non è ancora uscito e sarà nelle sale solo a partire dal 2 Giugno 2016, tuttavia è stato possibile assistere al film in anteprima il 2 Maggio, esattamente un mese prima della sua data ufficiale di uscita, perciò posso qui parlarvene in anticipo.

E’ un film molto interessante, per almeno tre motivi:

1) E’ una storia vera, e dalle storie vere si impara sempre qualcosa. Per certi versi si ha più interesse a seguirle di quanto non lo siano quelle completamente inventate. Considerate i vantaggi della cosa: anche se il film non vi piacerà, almeno accrescerete la vostra conoscenza su qualcosa di reale, o perlomeno ne saprete l’esistenza. Ad esempio, con Eddie The Eagle potreste venire a sapere che nel 1988 le Olimpiadi Invernali si sono tenute a Calgary, cosa che probabilmente non sapevate se nel 1988 non eravate nemmeno nati o stavate andando su e giù per la casa all’interno di un girello.

2) E’ pieno di messaggi positivi. Se sarete in grado di raccoglierli, spaccherete il mondo. E anche questi sono tutti veri. Ma non solo, Eddie The Eagle è anche uno spunto per osservare una delle mille sfaccettature che può assumere l’animo umano: il profilo di una persona capace di un impegno continuo e dotata di un’assoluta determinazione, un ragazzino sicuramente ingenuo e forse poco talentuoso, ma mosso dal sogno che aveva da bambino, che poi, ricordiamocelo, a volte sono proprio i sogni a modificare le cose. Qualcuno di questi sogni si realizza, qualcun altro no, qualcuno a metà, ma intanto le nostre vite cambiano.

3) L’estetica anni ’80. Hugh Jackman. Eye of the Tiger. Li metto tutti insieme, tanto sono motivi futili. Ma più trainanti che mai.

Ma veniamo alla trama. Basato su una storia vera, Eddie The Eagle narra di Eddie Edwards, giovane ragazzo ossessionato dall’idea di partecipare alle Olimpiadi.
Dopo essersi dedicato a molti sport senza successo, in ultimo lo sci, Eddie ha l’intuizione di potersi cimentare nel salto con gli sci: il fatto che l’Inghilterra non abbia una squadra di salto con gli sci e che non aggiorni le regole del gioco da 52 anni lascia infatti ben sperare al ragazzo di avere qualche possibilità di essere ammesso alle Olimpiadi Invernali di Calgary del 1988.
Infatti l’idea di base di Eddie è solo quella di di partecipare alle Olimpiadi, non di vincerle o di classificarsi in una buona posizione, cosa che gli risulterebbe tra l’altro impossibile dato che un saltatore con gli sci professionista inizia a saltare dall’età di 5 o 6 anni mentre Eddie si approccia alla disciplina quando ne ha già 25. Determinato però a realizzare il suo obiettivo, Eddie si reca in Germania per iniziare a dedicarsi al salto.

E qui entra in gioco la vera stella del film, Hugh Jackman, che qui è un ex campione di salto con gli sci ora alcolizzato. Il personaggio di Jackman, con una carriera bruciata alle spalle, è dotato di una straordinario talento che non sfrutta, e si ritrova, senza volerlo, ad allenare Eddie.

Ciò che più caratterizzano il personaggio di Eddie sono l’ostinazione ed una buona dose di incoscienza. Se qualche volta, anche se per pochissimo tempo, Eddie si lascia scoraggiare dagli insuccessi, poco dopo riprende ad inseguire il suo obiettivo. Anche senza essere particolarmente dotato, egli è disposto a combattere, a rischiare, ad imparare e ad affrontare le prove che lo attendono con straordinario coraggio. Dopo ogni insuccesso Eddie si rialza sempre.

Il film, dotato in un’estetica molto anni ’80 sembra fin dall’inizio effettivamente senza troppe pretese. Non sono presenti immagini sensazionali anche se la scena si sposta tra Regno Unito, Germania, Austria, Canada, ciò nonostante è più apprezzabile così, nel suo essere naïf .

Sembra un film di fine anni ’80 realizzato negli anni ’80, ricordando un po’ nella sceneggiatura quello che ci sembrerebbe un film per la televisione. Eddie The Eagle come film ha un’apparenza superficiale, come potrebbe averla un prodotto televisivo, ma in profondità non è vuoto. La pellicola di Dexter Fletcher un’ossatura robusta, almeno nei contenuti.

Un film che risulta nel complesso leggero e spensierato, dotato di vivace scorrevolezza, in cui sono molto evidenti alcuni messaggi ultimamente più che mai tutt’altro che scontati, come quello nel dialogo finale tra Eddie Edwards, disposto a saltare su un trampolino di 90 metri per la prima volta alle Olimpiadi, e il finlandese volante, “The Flying Finn”, atleta candidato all’oro. Il finlandese volante definisce lui ed Eddie come l’1 e le 11 su un orologio, diversi ma più vicini tra loro di tutti gli altri, poiché per entrambi quello che conta non è vincere, ma aver fatto del proprio meglio.

“L’importante è partecipare” è una frase che spesso sentiamo dire o pronunciamo e che viene ripetuta spesso in questo film. Non sempre notiamo che per partecipare s’intende fare del proprio meglio, non arrendersi di fronte alle difficoltà ma rialzarsi sempre e riprovare, sfidando ogni volta i propri limiti.
Ciò che conta, alla fine di questo, non è l’effettivo risultato, ma quel risultato per noi, conta il fatto di essersi messi in gioco, sfruttando al massimo le proprie capacità.

Essere determinati, anzi, ostinati, e dotati di un sogno come quello di Eddie porta comunque a fare qualcosa, ed è quel qualcosa che una volta raccolto ci fa pensare: ehi, siamo persone migliori, lo siamo un po’ più di ieri, perché ogni giorno impariamo a fare qualcosa in più rispetto a quanto sapevamo fare il giorno prima.

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Taron Egerton e Hugh Jackman in una scena del film

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Il vero Micheal “Eddie” Edwards, che partecipò alle Olimpiadi Invernali di Calgary nel 1988.

Altri film con Hugh Jackman recensiti qui:

Scoop di Woody Allen (con Scarlett Johannson) (2006)
Australia (con Nicole Kidman) (2008)
X-Men: le origini – Wolverine (2009)
X-Men – L’inizio (2011)
X-Men: Wolverine – L’immortale (2013)

Molto bello anche X-Men – Giorni di un futuro passato (2014), che sembra abbia dimenticato di recensire.

Batman v Superman: Dawn of Justice

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I Cani vs Batman

Sabato tra il concerto dei Cani al Duel Beat e l’idea del cinema ha preso il sopravvento il cinema, così nel pomeriggio ci rechiamo al Centro Campania.

Qui, dopo aver acquistato da Tiger una casetta per gli uccelli da mettere in giardino, e acquistato un basket di pollo al Mc Donald’s e dei panini all’astice, con relativa delusione che il Mc Donald’s non sia proprio un ristorante gourmet, siamo andati al cinema.

Batman v Superman è un film di quelli che vengono attesi che però io non ho atteso.

Nonostante questo, Batman v Superman si prometteva migliore dei suoi corrispettivi Marvel come The Avengers 1 e 2, anche perché DC non è Marvel e Marvel non è DC e anche perché dopo il flop di The Dark Knight Rises non avevamo più molto da indignarci per un Batman che non è Christian Bale.

L’era del Cavaliere Oscuro di Nolan si è conclusa (anche se vediamo Nolan tra i direttori esecutivi) e così anche quella di un Batman interpretato da Christian Bale che non rivedremo più, come è giusto che sia, perché alle cose buone non bisogna abituarsi.

Sostituito da Ben Affleck, molto più simile al Batman interpretato da George Clooney, l’attore ha avuto la dignità di lasciarsi una leggera barba incolta destando meno irritazione di quanto predetto. Non ne ho mai voluto sapere niente di Batman / Ben Affleck e non ho voluto neanche pensarci, ma il risultato finale è stato migliore del previsto.

Solo che questo Batman v Superman “Lievamm a miez’ e mamm”, si potrebbe sottotitolare, a causa di una sceneggiatura degna delle risse delle scuole medie.

Niente male la Wonder Woman interpretata dalla modella iraniana Gal Gadot. Jesse Eisenberg/Lex Luthor fa il verso al Joker di Heat Ledger senza riuscirci, Henry Cavill è un buon Superman con tutti i difetti di un Superman al quale si perdona la monotonia più facilmente che a Batman.

La regia vistosa di Zack Snyder corregge i difetti di una storia e di una sceneggiatura piuttosto noiose, rendendo il film tutto sommato guardabile.

Consigliato agli appassionati del genere.

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Diana (Gal Gadot) e Bruce Wayne alla festa.

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Wonder Woman / Gal Gadot: sembra un cosplay riuscito bene (e temo che questo non sia proprio un complimento)

Batman V. Superman: Dawn Of Justice

Nel cast c’è anche Amy Adams, una buona attrice che passa sempre in secondo piano a causa di sue colleghe più vistose. Era già stata la compagna di Superman in Man of Steel (2013), sempre regia di Zack Snyder

Altri film di Zack Snyder recensiti qui:

Film di primavera di 7 anni fa: Watchmen

Sucker Punch: un bel beverone

Man of Steel (una riga, non c’è nessuna recensione)

Il regno di Ga’Hoole: non so se ho mai scritto di questo film, spero di no, l’unico motivo per cui lo possiedo in dvd è che dovevo provare il 3D e mi rifiutavo di dare soldi a Coraline di Henry Selick che adesso rimpiango. Non guardatelo mai.

Altri film con Amy Adams: Big Eyes, American Hustle, Man of Steel, Her, The Master, The Fighter.

 

Save me the last waltz

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Solitamente non scrivo di libri perché ne ho moltissimi e ne compro ancora, ma di questi pochi li leggo fino alla fine. Mi sono perciò imposta, da qualche tempo, di riscoprire il piacere di finire un libro. Da un po’ di anni li lasciavo sempre a metà. Con questa pratica, ho iniziato l’autunno scorso Norwegian Wood, e ho scoperto che un libro diventa più bello se lo leggi fino alla fine, anche se basta già leggere i primi capitoli per capire se ti piacerà o meno, e anche se è meglio leggere a metà 10 o 20 libri piuttosto che non leggerne nessuno.

Leggere a metà ti dà comunque l’idea di aver letto, che è decisamente meglio di rimanere totalmente ignoranti. In ogni caso, non riuscirò a leggere tutti i libri che voglio leggere in un anno, e a volte, anche se letti per intero, i libri vengono dimenticati lo stesso, specialmente i finali.

L’incompletezza però ti lascia un ricordo, quell’idea di aver voluto continuare a leggere, mentre chiudere un libro dopo essere giunti all’ultima pagina dà la possibilità, se l’inutilità del libro lo consente, di rimuoverlo dalle caselle della memoria utilizzate più di frequente.

Non è questo il caso di Save me the last waltz, l’unico romanzo di Zelda Fitzgerald che ho ordinato su Amazon dopo averlo cercato senza successo in più di una libreria. Non compro spesso libri online, solo le cose che voglio davvero e che non riesco a trovare in giro, “Lasciami l’ultimo valzer” era uno di queste. Obbligo morale per gli acquisti di questo tipo: leggerli davvero. Nessun problema.

Era la fine del 2011 quando su una bancarella mi sono imbattuta in “La morte della farfalla”, di Pietro Citati, un analisi sulla coppia Francis Scott / Zelda Fitzgerald, che avevo visto nello stesso anno, tratteggiata molto superficialmente, nella commedia leggera Midnight in Paris di Woody Allen, che neanche m’era piaciuta molto.

Non nego quindi che il cinema negli anni è stato complice dell’attrazione nei confronti di una coppia nella quale un po’ mi riconosco e il romanzo di Zelda Fitzgerald, autobiografico, descrive gli eventi più di quanto possa fare “La morte della farfalla”, esterno alle vicende.

I romanzi del marito Francis Scott Fitzgerald, molto più noti (Belli e dannati, Il grande Gatsby, Tenera è la notte), poco hanno a che vedere con Lasciami l’ultimo valzer, dotato di uno stile meno americano, ricco e fine, capace di riempire i vuoti emotivi della storia e della sceneggiatura che si risolve in alcuni momenti freddamente. Zelda Fitzgerald, che la guidino artificio o emozioni, oppure entrambe le cose, sa scrivere e descrivere i suoi luoghi in modo personale, il mondo di Zelda è ricco di profumi e di immagini oniriche, fa sentire meno soli coloro che si perdono nelle visioni come quelle di Zelda.

Regalo ne L’Ultimo Valzer, è l’ambientazione degli ultimi capitoli della storia proprio a Napoli (come se le descrizioni della Francia, di cittadine dove sono stata anche io, non mi fossero già piaciute). Zelda ricevette infatti un invito a far parte del balletto del San Carlo di Napoli, invito che rifiutò a causa della gelosia del marito e per non separarsi dalla famiglia. Ma nel romanzo la sua alter ego Alabama accetta e si trasferisce a Napoli da sola. Le descrizioni di Napoli sono state così verosimili da farmi ricercare con più di una semplice attenzione se fossero vere, ma Zelda rifiutò l’incarico, anche se sicuramente passò a Napoli con il marito e la figlia nei suoi viaggi, in particolare a Capri.

Altre descrizioni che sono state come una lucida carezza nei ricordi, sono state quelle relative alla Svizzera, al lago di Ginevra, Losanna, Montreaux. Riporto qui alcuni passi che mi sono piaciuti, ma l’intero libro è così, e ciò vi può dare un’idea di cosa fosse realmente Zelda Fitzgerald, le cui doti di scrittrice sono sempre state adombrate dalla fama e dal successo del marito.

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Descrivendo Napoli:

“Alla signorina piacerà Napoli – disse a un tratto. – La voce della città è dolce come quella della solitudine. La vettura si allontanò rumorosamente tra le luci rosse e verdi che costellavano la baia come pietre incastonate in una tazza da veleno rinascimentale. La melassa stillante di quel Sud punteggiato di mosche trasudava nella brezza che soffiava sulla trasparenza acquamarina fino a estinguere ogni emozione.”

Come Alabama vedeva il corpo di ballo del San Carlo:

Le ragazze erano diverse dalle russe. Avevano il collo sporco e venivano in teatro con sacchetti di carta pieni di panini ben imbottiti. Mangiavano aglio, erano più grasse delle russe e avevano gambe più corte. Danzavano con le ginocchia piegate e le loro calzamaglie di seta italiana si raggrinzavano sulla piega del ginocchio. […] Le ragazze erano per la maggior parte brutte, e alcune vecchie. Avevano visi vacui e talmente segnati dalla fatica che sembravano cadere a pezzi, non fosse stato per quei muscoli resistenti come corde sviluppati in anni di respirazione controllata. Le magre avevano colli segaligni e ritorti, come imbastiti con un sozzo filo da rammendo; nelle grasse, la carne pendeva dalle ossa come l’impasto da dolci lievitato che fuoriesce dagli stampi di carta. Avevano capelli neri, ma senza riflessi che potessero dilettare stanchi sensi.

[…]

Madame Sirgeva baciò Alabama colma di gratitudine.

– Sei stata brava! Quando faremo il programma per tutto l’anno, sarai tu la prima ballerina. Queste ragazze sono troppo brutte. Non si può fare nulla con loro.

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La Svizzera scritta da Zelda:

– Ti sei divertita?

David andò a prendere Bonnie sotto i meli di un color rosa esplosivo, laddove il lago di Ginevra stendeva la sua rete sotto le acrobazie ondulate dei monti. Di fronte alla stazione di Vevey un ponte che pareva schizzato a matita si stagliava piacevolmente sul fiume; le montagne emergevano dall’acqua facendo leva sugli steli della Dorothy Perkins e della clematide viola. La natura aveva imbottito di fiori ogni spaccatura, ogni fenditura. I narcisi striavano i monti come una via lattea, le case si ancoravano alla terra con mucche al pascolo e vasi di gerani. Nella piazza della stazione, signore in pizzo con parasoli, signore in lino e scarpe bianche, signore con sorrisi color mandarino trattavano gli elementi con superiorità. Il lago di Ginevra, martellato per troppe estati da una luminosità crudele, agitava il pugno al cielo, inveendo contro Dio protetto dalla sicurezza della Repubblica Svizzera.

[…]

La pioggia sgocciolava lenta e fulgida come se provenisse da un sole lacrimoso. Le pedane di legno intorno al palco erano bagnate e intrise dal colorante rilasciato dalla serpentina e dal pastone appiccicoso dei coriandoli. Una luce fresca e bagnata splendeva attraverso i funghi rossi e arancio degli ombrelli come in un negozio di lampadari. Un pubblico alla moda riluceva negli impermeabili di cellophane dai colori vivaci.

[…]

L’estate scese fremente da Losanna a Ginevra, decorando il lago come il bordo delicato di un piatto di porcellana; i campi ingiallivano sotto la calura; le montagne davanti alle loro finestre non offrivano altri dettagli, neanche nelle giornate più limpide.

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Un dialogo sulla nave che porta Alabama e David in Europa:

– Il tuo quadro della nave era sbagliato. Quei fumaioli sono delle dame che ballano un minuetto molto aggraziato – commentò Alabama.
– Può darsi. La luna rende le cose molto diverse. Non mi piace.
– Perché no?
– Rovina l’oscurità.
– Oh, ma è così profana! – Alabama si alzò in piedi. Contraendo il collo, si alzò sulle punte.
– David, volerò per te, se tu mi amerai!
– Vola, allora.
– Non so volare, ma amami lo stesso.
– Povera bambina senza ali!
– E’ molto difficile amarmi?
– Credi di essere facile, mia illusoria proprietà?
– Ho sempre desiderato tanto essere pagata, in un certo senso, per la mia anima.
– Chiedi i soldi alla luna: troverai l’indirizzo nella guida di Brooklyn e Queens.
– David! Io ti amo anche quando sei attraente.
– Il che non accade troppo spesso.
– Sì, accade spesso, e non dipende da te.

Alabama si era abbandonata tra le sue braccia sentendo che lui era più adulto di lei. Non si mosse. Il motore della nave produceva scoppiettando una bassa ninnananna.
– Era tanto che non facevamo un viaggio come questo.
– Secoli. Facciamone uno ogni sera.
– Ho composto una poesia per te.
– Sentiamo.

Perché sono fatta così, perché mai?
Perché io e me stessa litighiamo sempre?
Qual è la me più ragionevole e logica?
Qual è quella che dovrebbe desiderare d’essere?

David rise. – Dovrei rispondere?
– No.
– Abbiamo raggiunto l’età della cautela in cui tutto, persino le nostre reazioni più personali, deve passare il vaglio del nostro intelletto.
– E’ molto stancante.

[…]

Alabama uscì imitando un passo che aveva ammirato una volta da qualche parte.

– Ma vi avverto – disse – sono veramente me stessa solo quando divento qualche altro personaggio che ho creato, dotato di meravigliose qualità che provengono dalla mia immaginazione.

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