Film horror di Amazon Prime

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Mentre non capisco se questo blog sia prossimo alla chiusura, finisco per pubblicarvi sempre più articoli. Davvero ottimo, dedicarsi con impegno e zelo a qualcosa che finirà nel cestino. Ma la mia necessità di incasellamento è più forte. Sulla chiusura, in realtà è più che altro un rinnovamento, ma resta tutto top secret (così secret che non lo so nemmeno io).

Così ecco qui una selection di film che onestamente sarebbe anche più conveniente non vedere.

Hagazussa la strega

Mentre lo stavo vedendo, continuavo a chiedermi perché lo stavo vedendo. Acclamato dalla critica (quale critica? forse due pecoroni del bosco in cui è stato girato).
Un film black metal quasi muto dove non succede niente. Vorrei dirvi che mi ha fatto fare gli incubi, ma sono sicura che non sia stato lui, ma le tavole di ero guru nonsense che ho visto nel pomeriggio. Voto: 5
Negli ultimi interminabili minuti in cui la protagonista sbranava sua figlia, continuavo a chiedermi “ma se ogni esperienza ti insegna qualcosa, cosa avrò imparato dalla visione di questo film?”. Ho imparato che “hagazussa” in tedesco arcaico vuol dire strega. Utile. Insomma.

Se volete leggere una recensione positiva di questo film, andate su My Mad Dreams, perché io non sono gentile.

Antrum

Trattasi di un film preceduto da un finto documentario che spiega che è stato ritrovato questo vecchio film maledetto che se lo vedi muori. Devo ammettere che il documentario è così ben fatto che un po’ sembra vero.

Ma sono ancora viva, quindi potete vederlo.

Una bella estetica, un ragazzino e sua sorella vanno in un bosco ad evocare il loro cagnolino morto. Poi vabbè succedono le solite cose, Belzebù, Astaroth, cannibali, etc. etc.

Janara

Qui ci ho dedicato un articolo a parte, pubblicato anche su un giornale locale. È un bel film, per giunta italiano, del regista Roberto Bontà Polito.

Mentre io stavo lì a pensare a quanto fossero interessanti i sabba sul fiume Sabato (noto fiume della Campania legato alla leggenda delle janare) e un po’ mi rattristavo del fatto che stessi parlando dell’ennesimo argomento di nicchia che non interessa a nessuno, qualcosa è successo: una “vera strega” si è palesata e mi ha invitato in un sabba segreto nella notte in un parco che purtroppo è stato annullato per Covid. True story.

Mi dispiace ma i miei film horror di Amazon Prime sono già finiti, prossimamente ci sarà l’elenco dei Film di generi a caso di Amazon Prime.

Wong Kar-wai

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Conoscere qualcuno, cosa vuol dire? La gente cambia. Oggi potrebbe piacergli l’ananas, e domani qualche altra cosa.

(Hong Kong Express)

Qualche mese fa mi sono imbattuta per caso in un videoclip amatoriale:

Al di là della canzone, le immagini mi hanno fatto impazzire e sono di un film di Wong Kar Wai, Fallen Angels. Già conoscevo questo regista per 2046, un film praticamente perfetto, che combina elementi di fantascienza a un amore perduto, i cui incontri avvenivano in una camera d’albergo numero 2046.

Wong Kar Wai è un regista cinese, forse tra i più noti in occidente. Devo ammettere che i ricordi 2046 sono un po’ sbiaditi. Ma di Wong Kar Wai avevo visto anche “My blueberry nights“, sempre molti anni fa, che aveva interpreti occidentali, tra cui Norah Jones, che in quel periodo andava di moda parecchio. Eravamo infatti nel 2007 e le era stata commissionata anche parte della colonna sonora. C’erano inoltre Jude Law, Rachel Weisz e Natalie Portman, insomma, un cast stellare per un film dalle belle immagini e che però mi risultò alquanto dimenticabile (fu una delle mie prime recensioni, mi astengo dal linkarvela). Eppure, non l’ho dimenticato, a dimostrazione che Wong Kar Wai anche quando fa delle schifezze, resta comunque un fuoriclasse.

Il regista ha descritto la pellicola come “la storia di una donna che prende la strada più lunga per incontrare l’uomo dei suoi sogni”.

E il suo talento si vede infatti in quello che è uno dei suoi titoli famosi, Hong Kong Express (1994), seguito da Fallen Angels (1995) che poi è quello del video che avevo trovato per caso, e che ho finito di vedere ieri. Sebbene nella trama siano abbastanza scollegati, i due film insieme costituiscono un dittico con alcuni riferimenti e personaggi che talvolta s’incrociano.

Perciò, se come me pensate di provare a vedere prima Fallen Angels, esaltati dalle scene dei baci al McDonald’s tra i due tipi cinesi indie, vi dico piuttosto di non farlo mai. Avevo fatto l’errore qualche tempo fa e sono subito tornata indietro sui miei passi, vedendo prima Hong Kong Express. Infatti, sebbene entrambi molto belli, Fallen Angels pecca molto in lentezza (ma vale la pena di seguirlo) e senza essere preceduto da Hong Kong, si mastica a fatica.

Fallen Angels, del suo precedessore, risulta praticamente una costola, cioè sono delle parti che erano state eliminate per non complicare ulteriormente la storia.

Non so esattamente da quando, ma sono diventata una persona prudente. Indosso sempre l’impermeabile e gli occhiali da sole, perché non si sa mai se potrà piovere o uscirà il sole.

(Hong Kong Express)


Hong Kong Express è costituito da due episodi principali. Nel primo, una misteriosa donna, legata al traffico della droga, dai capelli biondi, un impermeabile e occhiali da sole, s’incrocia con un giovane poliziotto lasciato da poco dalla sua ragazza. Il giovane, convinto che la sua fidanzata avesse posto sulla loro storia una data di scadenza, acquista decine di scatole di ananas con scadenza il 1° Maggio, giorno secondo il quale, se lei non avesse richiamato, lui avrebbe considerato la loro storia finita sul serio. Eppure, anche superata la data di scadenza, lui decide di consumare i barattoli di ananas (acquistati, talvolta, litigando con i commercianti, che gli consigliavano di prenderne di più freschi).

– Che brutta idea, dovevo continuare con la chef salad.
– Hai fatto bene invece, se non prova qualcos’altro come fa a sapere che tu sei il migliore?

Nel secondo episodio, un altro poliziotto, che si reca sempre in un locale da asporto ad acquistare la chef salad per la sua ragazza, una hostess d’aereo, viene convinto dal proprietario a prenderle qualcos’altro. Lui all’inizio è reticente, ma poi le prende oltre alla chef salad anche del pesce fritto. I due si lasciano, e il poliziotto viene corteggiato in uno strano modo da una ragazza quasi muta che lavora al locale di cibo take away, fissata con una vecchia canzone dei Mamas & Papas, California Dreamin’.

La sua operazione di seduzione (ma poi sarà stata davvero una seduzione? cosa voleva questa ragazza da lui?), consisteva di intrufolarsi di nascosto nella casa del poliziotto, pulirla, modificargli l’ordine degli oggetti, sostituirgli alcune cose con altre. Infatti, anche lui, da quando era stato lasciato, così come il protagonista del primo episodio, versava in uno stato di abbrutimento.

Da quando sono solo in questa casa gli oggetti sono diventati tristi. Non vado mai a dormire prima di averli consolati tutti.

Questa parte ricorda uno dei racconti presenti in Uomini senza donne di Murakami (2014). Non so se questi racconti siano precedenti al 2014, in ogni caso probabilmente questa di intrufolarsi nelle case è una fantasia che ricorre nelle narrazioni asiatiche e che si vede anche in altri film come Ferro3 – La casa vuota di Kim Ki Duk (ma anche nel più recente Parasite). La ragazza, comunque, sembrava solo incuriosita dalla vita del poliziotto e quando lui decide d’invitarla davvero – finalmente convinto di lasciarsi alle spalle la storia con la hostess – lei si ritrae, lasciandogli una lettera che lui aprirà troppo tardi.

Non è che non è venuta, è solo che è andata nel posto sbagliato. Quella sera eravamo in una California diversa.

Fallen Angels procede con questa struttura ad episodi. Un killer professionista è deciso a troncare i rapporti con la sua socia – con la quale ha anche un legame sentimentale – che giudica “professionalmente perfetta, ma non il genere di persona con cui passare una vita insieme”. I due si conoscono molto bene. Per caso, il killer incontra una ragazza dai capelli corti e biondi (quella del videoclip con gli Sports in sottofondo), che lo seduce. Lei è evidentemente su di giri – forse drogata – o comunque le manca un venerdì. Quando lui ritorna, dopo aver incontrato per l’ultima volta la sua socia, la nuova ragazza piange e s’offende, chiamandolo lurido bugiardo perché avrebbe preferito non s’incontrasse più con la sua ex. Lui va via. È strano perché era tornato da lei, dicendo “credevo che ci fosse un’intesa”, ma poi quando lei lo rifiuta, indietreggia senza rimorsi. Ma in fondo, di che stiamo parlando? Di professione fa il serial killer.

Nella colonna sonora c’è anche una canzone di Laurie Anderson, Speak my language.

L’ultimo film uscito di Wong Kar Wai è The Grandmaster (2013), che passò anche nei cinema italiani. Apprendo inoltre che 2046 è considerato il seguito di altri due film: Days of being wild (1991) e In the mood of love (2000).

E per i più curiosi: la chef salad è un’insalata americana con uova, carne di pollo, etc. Ci credo che la ragazza si è annoiata e l’ha lasciato. Mi sto annoiando anche io solo a pensarci.

Su Bakunin

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L’aspetto stesso era d’uomo che accettava tutto e respingeva tutto. Anarchico, ragionava per universali astratti e non mirava meno che al mondo e all’assoluto; perciò la sua dottrina era evasiva, e messo alle strette avrebbe confessato di volere una cosa sola: nulla e tutto. E poiché voler tutto è esattamente come non voler niente, il risultato era quel che allora si incominciava a chiamare, dopo I Padri e i Figli di Turgenev, il nichilismo.

(Il diavolo a Pontelungo, Riccardo Bacchelli)

L’appuntamento domenicale

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Puoi essere convinto di scappare da qualcosa, in realtà la stai portando con te.

(Ladybird)

Burattini

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Perché voglia parlarvi di burattini non lo ho ben chiaro. Credo che tutto sia iniziato quando nel 2010, per caso, mi imbattei in un museo dei burattini nella città di Lubecca.

Ciò che ricordo di Lubecca era la lunga strada che collegava il posto dove alloggiavo dal centro storico: ero a casa di una gaudente signora tedesca, in una stanza con bagno in comune che neanche si chiudeva, ma la signora era così gentile, tutti erano così discreti e gentili che alla fine mi sentii quasi adottata. Quando scendevo da questo grande palazzo, percorrevo questa lunga strada che ricordo come se fosse ieri, stampata nella mia memoria: c’era un rivenditore di materassi, con un grande cartello a forma di dito in movimento, una graziosa cartoleria che vendeva orsetti TY Beans (e all’epoca non erano diffusi in Italia come oggi). Sembrava tutto fuorché una città turistica. Poi si varcava una porta e si entrava a Lubecca.

Era una città alquanto strana, ci rimasi, a causa di un insieme di coincidenze, un periodo molto lungo di tempo, così che mi ero abituata a quella larga strada che percorrevo ogni giorno e di cui ricordavo ogni particolare.

A Lubecca tutto si fondava sul marzapane: c’erano animali di marzapane, castelli di marzapane. Mi misi a impastare marzapane anche io, un ragazzo biondo dalle dita lunghe mi spiegò come fare.

Poi finii nel museo dei burattini. Lì i miei genitori mi diedero per dispersa: non prima, non dopo. Mia madre credeva che il motivo per cui io non ritornassi più a casa fosse che il crudele proprietario del museo dei burattini mi avesse rapito.

Io, in effetti, come entrai in quel museo di burattini, rimasi affascinata da tutte quelle figure inanimate da non riuscire più a uscire. Mia madre, che continuava a chiamarmi senza successo lì da Napoli da dove provenivo, un pomeriggio trovò un cellulare squillare sul marciapiede, abbandonato da qualcuno, così che si convinse che quello era stato uno strano messaggio venuto da non so dove e io probabilmente ero stata rapita e forse anche uccisa, probabilmente dal gestore del museo dei burattini, in quello stesso pomeriggio.

In realtà non andò così, sebbene il gestore mi trattenne a lungo a parlare, insistendo su quanto fosse fantastico Pulcinella, e che loro, maledettamente, lì nel loro museo non avevano un Pulcinella. 

Perché mia madre abbia pensato questo – una mente di solito abbastanza logica e razionale – dovrebbe essermi stato chiaro fin da subito, ma la sua mi sembrò una strana reazione. Io che amavo i peluche, non potevo che essere interessata a un museo di pupazzi, e lei avrebbe dovuto capirlo. Non ci trovavo niente d’inquietante in un museo dei burattini.

Coincidenza vuole che in quello stesso anno, uscendo con un’amica, essa portò con sé una seconda ragazza, che quel pomeriggio in cui noi passeggiavamo distrattamente parlando, lei si rifiutò categoricamente di entrare nella villa comunale, a causa di una paura immotivata dei burattini. C’era in quel momento, infatti, tra i prati verdi, un innocuo spettacolo di burattini per bambini, che alla sola vista, in lontananza, la stava facendo visibilmente sudare freddo.

Ho scoperto molto dopo che esistono delle parole specifiche per definire quella che è una fobia ben codificata e – strano a dirlo – piuttosto comune, quella di bambole e burattini. Chiamata automatonofobia o pediofobia, mi sono accorta negli anni che conoscevo molte persone che ne soffrissero, molte più di quante avrei creduto.

Anche un altro mio amico, infatti, a cui volevo mostrare alcune bambole di porcellana della mia collezione (non ne ho molte, ma ne ho alcune a cui tengo abbastanza), ne rimase assolutamente terrorizzato al punto da dover distogliere lo sguardo.

A volte anche chi dice di non soffrire di questa paura e magari di giorno sorride tranquillamente di fronte a un orsetto, si può ritrovare a nasconderli in un armadio durante la notte, sostenendo che altrimenti “l’avrebbero guardato con i loro occhi vitrei”, e questo è il caso di un’altra persona che conosco bene.
Nei paesi più piccoli, inoltre, le persone che hanno le case piene di oggetti di forma animale o antropomorfa, con migliaia di occhi che guardano da ogni dove, sono considerate usualmente delle streghe.

Ricordo la casa di un’artigiana molto capace, nel borgo Casertavecchia, che venne considerata con timore da una persona adulta e istruita, madre di una mia amica, a causa delle migliaia di piccoli occhi dei prodotti in legno e ceramica esposti nella sua casa-negozio.
 
Ancora, la stessa Marie Kondo – esperta del riordino – ammette che la cosa più difficile di tutte è buttare pelouche e bambole, perché, usando le sue parole, quando questi ci guardano con i loro piccoli occhi sembra che ci chiedano di non buttarli, sembrano vivi, e questo è un grande ostacolo. Perciò, per riuscire a disfarsene, bisogna coprire i loro occhi e buttarli via senza pensarci.

Sembra che gli occhi, veri o finti che siano, vengano percepiti dall’essere umano come veri. Occhio = vivo, questa è l’equazione.

E così scopro infatti che il problema è stato analizzato anche da Freud, nel suo saggio “Il Perturbante”, in cui prende come esempio, per facilitare l’analisi, il testo di un racconto del suo contemporaneo E.T.A. Hoffmann, intitolato “Il mago sabbiolino” (tradotto anche come “L’uomo della sabbia”): io trovo che il mago sabbiolino come nome sia ancora più perturbante. È inserito nella raccolta Notturni, ma lo trovate facilmente in qualunque raccolta di Hoffmann, io consiglio quella che ho preso anche io, edita da Mondadori, “L’uomo della sabbia e altri racconti”, dove sono presenti anche molte altre cose interessanti, come “S.Silvestro”. Se non sapete chi è Hoffmann, non preoccupatevi, perché sicuramente lo conoscete: tutti abbiamo sentito parlare de Lo Schiaccianoci, specialmente a Natale. Inviti a teatro a vedere balletti, gadget natalizi e favole di dubbio gusto ci hanno circondato nel periodo invernali nel corso degli anni. Beh, Hoffmann è l’autore della famosa favola de Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi (sì, hanno fatto anche un film di Barbie), che guardate, proprio una favola non è. Si rilegge fra le pagine di questo apparentemente innocuo racconto, che inizia con l’apertura dei doni di Natale – la presenza di un oscuro amico di famiglia “creatore di giochi” in grado di animarsi. E questo ricorda proprio il perturbante personaggio dell’Uomo nella Sabbia analizzato da Freud, poiché anche qui amico di famiglia e figura mostruosa vanno a sovrapporsi. Ci sono elementi ricorrenti in questi racconti di Hoffmann, come oggetti inanimati che prendono vita e l’incosapevolezza – lasciata al lettore – di cosa sia vero e cosa no.

L’ho fatto io!


Nel racconto Il Mago Sabbiolino infatti è presente una bambola (o forse una donna?) di nome Olimpia, figlia del professor Spallanzani. Il protagonista ne è attratto, al punto da dimenticare la sua fidanzata Clara, che gli è sempre stata vicina. Giocano un ruolo centrale nel libro gli occhi, sul cui significato indaga Freud nel suo saggio. Il Mago Sabbiolino, per l’appunto – viene raccontato al personaggio principale, Nathanael – è una figura che si presenta per buttare sabbia negli occhi ai bambini quando non s’addormentano; in età adulta Nathanael conosce un molesto ottico di origini italiane, Coppola, che vuol vendergli un binocolo per forza. Per tutto il racconto è incomprensibile se il mago Sabbiolino esiste e se davvero s’incarna nel malvagio amico di famiglia Coppelius, ci si chiede chi è davvero l’ottico Coppola, nonché il professor Spallanzani padre della bambola (o donna?) Olimpia e se il protagonista sia malato di mente oppure davvero vittima di una maledizione. 
Inutile dire che il racconto è molto cupo, inizia in forma epistolare, ed è comunque è impossibile che sfoci nel banale nonostante si consumi in una manciata di pagine.

Freud spiega che l’elemento perturbante appare quando non è chiaro cosa sia vero e cosa non lo sia, perciò le favole ordinarie – come Biancaneve, per intenderci – non risultano perturbanti perché seppur lugubri, gli elementi fantastici si presentano come dati di fatto, per assodato. Se siamo in un mondo “magico”, il lettore dà per scontato che tutto possa capitare. Ma quando c’è ambiguità, si presenta la sensazione di perturbante. Inoltre, una caratteristica del perturbante è unirsi a ricordi d’infanzia, a ricordi molto lontani, già presenti nel lettore: ad esempio le tipiche favole che si raccontano ai bambini per farli andare a dormire, collegate alla paura del buio.

Perturbante è ciò che si rivela e che non dovrebbe essere rivelato; ad esempio la presenza non rimossa, in età adulta, di paure infantili. Ma anche credenze magiche, nascoste nell’inconscio, che a livello razionale la mente rifiuterebbe. 

Per farvi un esempio nel quotidiano, potrebbe essere perturbante trovare un pelo nel vostro piatto, perché è qualcosa che si rivela e non dovrebbe essere rivelato. Dimostra una sporcizia in chi ha cucinato, combina familiare (il cibo, qualcosa di piacevole) e non-familiare. Ma potreste trovare molti altri elementi così. Pensate a ciò che vi turba e analizzatelo.

Il saggio di Freud è molto interessante, anche se si dilunga parecchio sulla parola Das Unheimliche (Perturbante) che in tedesco assume più significati e non riesce ad essere tradotta completamente in italiano. Essa significa sia “familiare” che “non familiare”.

Parola che si accosta molto bene all’immagine di una bambola di porcellana (familiare, poiché legata ai giochi che tutti abbiamo avuto, da bambini) riproposta in età adulta (e qui c’è un elemento che stona: perché una bambola dovrebbe interessare a un adulto? inoltre essa riproduce le figure umane, senza essere umana, viene così valutata non più con la fantasia e la giocosità del bambino, ma con il metro degli adulti, che vede nella raffigurazione degli occhi, degli occhi veri, nella raffigurazione di braccia, braccia vere, etc). Ecco cosa fa tanto inorridire il mio amico o i lettori al cospetto di Olimpia, bambola-figlia del professor Spallazani.

D’altronde, come dice anche il buon Jodorowsky, per l’inconscio i simboli sono realtà, ed è questo il motivo per cui la sua Psicomagia funziona tanto bene: la rappresentazione di desideri inespressi tramite atti simbolici porta sempre, nei suoi libri, (a meno che non si rifiuti di compiere il rito) alla guarigione del consultante.


Una raccolta di fotografie sul museo dei burattini di Lubecca


Parlo di burattini anche in:

Le avventure di Pinocchio: dal film di Garrone al Parco Pinocchio di Pescia, in Toscana


Libri consigliati:

L’uomo della sabbia e altri racconti, Lo schiaccianoci e il re dei topi – E.T.A. Hoffmann 
Psicoanalisi dell’arte e della letteratura – Freud

Janara: l’horror sulle streghe girato in provincia di Benevento, tra curiosità e leggende

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e sott’o noc e Beneviento / i’ so’ janara e nisciuno s’avvicina / pecché pe’ tutta a notte i song na regina

Un horror made in Italy di tutto rispetto. Girato nel paese di San Lupo, in provincia di Benevento, riprende superstizioni e leggende che noi conosciamo bene: quelle delle janare, le streghe della Campania perseguitate durante l’Inquisizione, i cui aneddoti sopravvivevano in molti paesi solo fino a qualche decennio fa e che in alcune zone rurali sopravvivono addirittura ancora oggi.

Il film, del 2015, è disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video, gratuita per i clienti Amazon Prime, che gli sta dando una notevole visibilità che prima non aveva avuto, provenendo da una produzione indipendente.

Solitamente raffigurate nel fare dei sabba intorno a un noce, le janare, le streghe di Benevento, inizialmente sembra che fossero, almeno in molti casi, delle donne che ancora conservavano le antiche tradizioni pagane. Il nome potrebbe infatti derivare da Diana, “dianare“, cioé devote alla dea Diana, oppure dal latino ianua, che vuol dire “porta“, probabilmente poiché entravano attraverso la porta di casa (e in qualche modo ciò è connesso anche al dio Giano, che presiedeva le porte).

Tra le tante storie che si raccontano su di esse, una di queste è che durante la notte facessero le trecce ai cavalli, in particolare agli esemplari femmina. La mia stessa nonna – originaria di Vallata (AV), classe 1927 – raccontava che una mattina, quando era bambina, si svegliò e trovo, sue testuali parole, la cavalla con la criniera ricoperta di trecce e per liberarla dalla maledizione (altrimenti sarebbe morta, l’animale era stato affatturato) dovettero lasciare dei soldi – praticamente una tassa – a delle persone che vennero da loro per conto della janara. Così la cavalla rimase fresca e in salute, solo che dovettero tagliarle tutta la criniera, poiché le trecce erano impossibili da sciogliere.

Questa è solo una delle tante storie che si raccontano al riguardo, ma tra le più comuni e che quindi comprendeva piccole estorsioni di denaro. Come possiamo osservare, la superstizione delle janare quindi è diffusa non solo a Benevento, ma molto anche in Irpinia e in parte della provincia di Caserta. Anche se quando si pensa alle streghe di solito si pensa sempre a Benevento, complice il famoso liquore Strega e gli omonimi torroncini, che di certo non hanno questo nome per caso (eppure la tradizione del torrone, così come quella delle janare, è presente anche in Irpinia, basti pensare ad Ospedaletto d’Alpinolo e Mercogliano: si tratta di territori molto simili)

Pare che si trattasse di streghe particolarmente abili nel perdere tempo: infatti non solo avevano la pazienza di intrecciare la criniera ai cavalli, ma anche di contare i grani di sale. Un modo di scacciarle perciò è lasciare dinanzi alla finestra o la porta di casa una bacinella con del sale, così che la strega, costretta a contarli, perda tempo fino all’alba. Alla luce del sole la janara poi non è più pericolosa.

Molti di questi aneddoti sono raccontati nel film, così insieme ad alcune formule tipiche per fermare le streghe. Il regista è Roberto Bontà Polito, napoletano e che dà luogo a una pellicola ben fatta, sia nelle inquadrature che nella recitazione, pur provenendo da una produzione indipendente, Vargo.

La trama si incentra su una giovane coppia che è costretta a ritornare, da Roma, al paese di San Lupo per questioni di eredità. Marta, la protagonista, è incinta. La storia è molto verosimile, cosa rara per un horror – che spesso risultano semplici prodotti di cassetta fatti di trame fotocopia – e questo non può che convincere il pubblico di essere di fronte a una buona pellicola, per giunta anche italiana.
La scelta dei volti è indovinata, che hanno un’aria “locale”, l’unica pecca forse è su alcuni nomi che non rispettano la tradizione campana. Le atmosfere del paese sono esattamente quelle che si respirano andando a fare una passeggiata da quelle parti in un giorno dal cielo coperto. Nella storia Marta, avendo litigato con la sorella, manca a San Lupo da anni. La protagonista, interpretata da Laura Sinceri, all’inizio potrebbe lasciare perplessi (Marta appare dall’animo buono, forse fin troppo), ma alla fine del film ha assolutamente spiegazione, risultando perfetta. Molto interessante anche il personaggio del giovane prete italo-americano Andrea, interpretato da Gianni Capaldi. Un attore scozzese poco noto in Italia ma che in realtà ha lavorato al fianco di personaggi come Danny Trejo (Machete) e che ha sicuramente dato il tocco di classe al film.

Inoltre la pellicola è ispirata ad una storia vera: quella di una donna accusata di essere una janara e che fu bruciata incinta, poiché portava in grembo il bambino di un uomo che non voleva riconoscere il figlio.

Quindi San Lupo non è stato scelto per caso. Troviamo lì una località chiamata Torrente delle Janare con un ponte di pietra, detto Ponte delle Streghe.

Per me il paese era noto invece per un altro motivo: da lì partì un’insurrezione di anarchici, che ispirati da Bakunin, non accettavano il giovane regno d’Italia e che guidati da Carlo Cafiero e Errico Malatesta, prima presero posizione della Taverna Jacobelli e poi giunsero al lago di Letino in Molise proclamando decaduto il re Vittorio Emanuele. Qui l’esercito italiano fermò la rivolta. Un sentiero trekking ripropone oggi il percorso degli anarchici, attraversando i territori di San Lupo, Cerreto Sannita, Pontelandolfo, Morcone, Pietraroja, Cusano Mutri, Piedimonte Matese, S.Gregorio Matese, Letino e Gallo.

Ma le riprese del film sono girate in parte anche nel vicino paese di Guardia Sanframondi.

In realtà, molte leggende vogliono che i sabba delle janare si facessero sulle sponde del fiume Sabato, che ricordiamo nascere sull’Accellica e percorrere paesi come Tufo, Altalvilla Irpina, Pratola e poi conferire nel Calore nei pressi di Benevento.

Il noce era considerato una pianta magica, il cui frutto ricorda un cervello e che perciò per associazione veniva usato anche per curare il mal di testa.

Molto azzeccata anche nella colonna sonora del film, alla fine, la canzone cantata da Eugenio Bennato e Pietra Montecorvino, “E’ na janara” – in cui chiaramente la compagna di Bennato interpreta una janara (e sott’o noc e Beneviento / i’ so’ janara e nisciuno s’avvicina / pecché pe’ tutta a notte i song na regina) e che nel videoclip ufficiale mostra alcune scene del film. Nella canzone si insiste in particolare su “ferro e acciaio” e sui capelli. Erano considerati infatti il punto debole delle janare, per prenderle occorreva afferrarle per i capelli, e quando la janara avrebbe chiesto: “che tieni in mano?” bisognava rispondere “ferro e acciaio” per annientarla, mentre rispondendo la semplice verità, “capelli”, la strega si sarebbe divincolata come un’anguilla e fuggita via.

Ma ricordiamo che anche nella sua famosa canzone “Ritmo di contrabbando”, Eugenio Bennato citava le janare (è il mio cuore che sta volando/per andare all’appuntamento/con i diavoli del flamenco/con le streghe di Benevento).

Un’ultima curiosità che mi sento in dovere di riportare è che un’altra località interessante legata alle janare è il porticciolo di Gianola nella Riviera di Ulisse, a Formia, in provincia di Latina. Siamo fuori dalla Campania, ma l’influenza delle streghe si sente ancora. Nei pressi del porto, dedicato al dio Giano, vi è infatti una grotta detta delle janare, perché pare fosse frequentata dalle streghe. In realtà, si tratta di una scala sotterranea di collegamento tra gli ambienti della villa di Mamurra, generale romano che si era lì stabilito intorno al 50 a.C. e che negli anni successivi fu confusa con una grotta a causa del terreno caduto e della vegetazione.

«Unguento unguento
portami al noce di Benevento
sopra l’acqua e sopra il vento
e sopra ogni altro maltempo.»

http://www.terredeisanniti.com/index.php?p=-3&id=45

https://www.youtube.com/watch?v=ANH2-nEllUE&ab_channel=VargoFilm

Il sonno della ragione genera mostri: da Goya all’ero guro nansensu

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Il sonno della ragione genera mostri, Caprichos, Goya
Francisco Goya, Capricho n.43

La fantasia priva della ragione genera impossibili mostri: unita alla ragione è madre delle arti e origine di meraviglie”

A distanza di mesi ho acquistato un altro volume di un autore che apprezzo molto: Yoshiharu Tsuge.

Tutto è iniziato alcuni anni fa, quando sfogliando Linus, ho scoperto un genere, l’ero guro nansensu, in cui erotico e grottesco si intrecciano, uniti ad una componente nonsense, che attinge da immagini oniriche ed irreali. Ero, in giapponese, infatti, è una contrazione di eros, erotico.

D’altra parte tutti avremo visto almeno una volta nella vita questo quadro:

La grande onda di Kanagawa, Hokusai, 1830

Bene, lo stesso autore ha fatto delle opere che si inquadrano nell’ero guro nansensu, come questa:

Hokusai, Il sogno della moglie del pescatore

Il mondo occidentale ha talvolta attinto a questa parte del mondo giapponese, è il caso di Tinto Brass nel 1983 con il famoso film erotico La Chiave, tratto da un libro di Junichiro Tanizaki, o di Liliana Cavani poco dopo, quando nel 1985 ha fatto uscire Interno berlinese, una pellicola che fu censurata e che proveniva da un romanzo dello stesso autore, La croce buddista.

Ma torniamo al mondo dei manga. L’autore di cui vi voglio parlare ha pubblicato principalmente tra gli anni ’60 e gli anni ’80 e come vi dicevo l’ho scoperto sulle pagine di Linus.

Linus è un giornale validissimo. Ne parlavo già in un altro articolo. Ci sono dei punti della mia vita in cui lo compro, così tra viaggi in treno e piovosi mesi autunnali, questa rivista mi ha fatto scoprire negli ultimi anni cose interessantissime: da Little Nemo a questo strano e macabro genere giapponese. Oppure mi ha dato lo spunto di approfondire autori che già conoscevo più o meno bene: ad esempio, ci tengo a segnalare agli appassionati che il numero di settembre di quest’anno è dedicato interamente a Magnus (noto al grande pubblico per Kriminal, ma spero di parlarvi di Necron e di altre opere più avanti).

«I miei nervi sono come carta vetrata strausata, opaca; solo l’accattivante, il bizzarro e il grottesco possono eccitarmi adesso»

(Tanizaki Junichiro, 1918)

In alcuni numeri di Linus di qualche autunno fa, mi ritrovai, insieme all’ero guro nansensu, un’immagine di Goya, che in quel momento mi intrigò così tanto, concettualmente, al punto da stamparmela e appendermela in camera.

I Caprichos sono un ciclo di ottanta tavole di Francisco Goya e questa sul sonno della ragione forse è la più famosa. 

Goya era un autore che non mi era mai piaciuto più di tanto, così come non ero mai stata così interessata Doré – trovando questi artisti di solito troppo inflazionati negli ambienti dark, in cui non si fa altro che parlare di illustrazioni del Corvo di Edgar Allan Poe e cose del genere. Così allo stesso modo Goya non faceva parte dei miei interessi. Ma devo dire che quest’incisione, almeno sul momento, mi aveva fatto cambiare idea. 

In realtà avere un simile monito sempre alla vista (“La fantasia priva della ragione genera impossibili mostri: unita alla ragione è madre delle arti e origine di meraviglie”) si rivelò controproducente: come saprete il cervello si focalizza su ciò che gli ricordi, e non su ciò che gli dici, a meno che non glielo comunichi in forma positiva, così che in breve quest’immagine mi fece venire il disgusto, e me ne disfai.

In quello stesso ottobre avevo scoperto l’ero garu nansense. Così avevo ordinato su Amazon, Fiori rossi di Yoshiharu Tsuge.



Ero così felice di questo fumetto che non volevo divorarlo in un solo giorno. Era fatto di storie brevi, opprimenti, nel loro macabro nonsense. Colonna sonora per la lettura: Drukqs di Aphex Twin.

Così, mi sono procurata, nel tempo, altri suoi due volumi:


Nejishiki, pubblicato sempre da Oblomov Edizioni. Un’altra raccolta di storie brevi che vanno dal 1965 al 1984 e recentemente pubblicate in Italia (successive a Fiori Rossi, che sono del ’64)

Destino, anche questo Oblomov. Se dovessi consigliare a qualcuno di avvicinarsi all’autore, confermerei quest’ordine di lettura. 

Fiori Rossi è sicuramente l’opera più rappresentativa, e Nejishiki continua nello stesso modo. Le storie raccolte in Destino, invece, sono ancora più malinconiche e tristi, dall’elemento macabro meno accentuato. A metà tra lo slice of life e l’esistenzialismo (non per questo non toccano temi importanti: sono comunque terribili) lasciano sempre il lettore con l’amaro in bocca e costretto a riflettere.

Lo stesso autore ha avuto una vita difficile, caratterizzata da povertà, depressione che spesso l’ha portato a smettere di disegnare e vari tentativi di suicidio.

In Italia, segnalo, sono editi anche One Night (Oblomov, l’ultima uscita), e di un’altra casa editrice, Canicola Edizioni, abbiamo L’uomo senza talento, Il Giovane Yoshio e La stanza silenziosa.

E mentre fuori piove, in lockdown, forse pensare a queste cose non è il massimo.

Ma vi assicuro, questi volumi sono meravigliosi.

Itinerari di viaggio: sulle tracce di Basilicata Coast to Coast, da Acerenza ad Altamura

In evidenza

Sulla strada per Forenza ed Acerenza, Basilicata.

“Non è che bisogna essere idealisti per andare da Maratea fino a Scanzano. Basta che uno una cosa la vuole veramente.”

C’era un vecchio film di Rocco Papaleo con Max Gazzé che proponeva questo strano itinerario: la Basilicata da costa a costa. Il film, più che avere un animo pubblicitario-turistico come si poteva erroneamente pensare, in realtà voleva buttare l’occhio sui problemi di una regione dimenticata da tutti, anche da Dio. La Basilicata ha due coste, una stretta tra Campania e Calabria, la cui località di punta è Maratea con le sue vistose scogliere, e un’altra più mistica, lontana da tutto e da tutti: quella che affaccia sullo Ionico, la parte di Metaponto per intenderci, quella dei templi, delle colonie greche e delle scuole filosofiche. Letteralmente Metaponto vuol dire “al di là del mare”. Così perché non fare quest’itinerario in moto? Abbiamo pensato però di farne una variante, dovendo partire dalla nostra regione d’origine, la Campania. Un modo per penetrare in Basilicata da qui è attraverso un’antica strada – che percorrevano in diligenza anche personaggi storici come Francesco De Sanctis  – che va dalla provincia di Avellino, alle vicine Puglia e Basilicata. Così passando attraverso l’Irpinia, per Cairano, per il lago di Conza e Calitri – siamo ancora in Campania – arriviamo a Forenza, Basilicata, in una famosa azienda agricola, Caggiano, premiata per il suo pecorino fino in Val d’Aosta, a Saint Vincent. Dormiamo in un fienile. Vediamo l’alba ad Acerenza, dove c’è una festa, una rievocazione medievale. Il giorno dopo attraverso le campagne assolate della Basilicata arriviamo ad Altamura, in Puglia, una città che ha fatto del pane la radice del suo turismo. La cosa più interessante di Altamura è in effetti per noi la presenza di un antico enorme forno, il Forno S.Chiara, del 1423. Perché di duomi e altri monumenti normanni, in fondo ne è pieno il mondo. I territori esplorati di queste tre regioni, Campania, Basilicata e Puglia, sono molto simili per certi aspetti. Sicuramente ciò che li accomuna sono le distese sconfinate di campagna e di grano, le grandi distanze da percorrere e la ricchezza dei monumenti e delle chiese nei centri storici. La Basilicata diventa però in certi tratti progressivamente più montuosa, ad esempio nei pressi dei laghi di Monticchio, che è uno dei luoghi di ristoro preferiti nei giorni di festività dalle persone della zona. Così, rivedere Basilicata Coast to Coast è stato uno spunto per riesplorare alcune località già viste ed altre no. Il film, come accennavo prima, va da costa a costa ma in realtà parla di entroterra. E anche questo è un altro elemento che hanno in comune le regioni suddette, aggiungendo ad esse anche la Calabria: tutto ciò che è al di sotto di Eboli (Primo Levi docet) è sfruttato per quanto riguarda i litorali e poco noto all’interno. I protagonisti del film di Papaleo devono andare da Maratea a Scanzano Jonico per il festival della canzone, e decidono di andarci a piedi, toccando diversi paesi. Con loro li accompagna una giornalista, Tropea Limongi, che scrive per un giornalino di preti, figlia di un’onorevole, e che non si capisce perché sia sempre triste e abbia fatto questa scelta lavorativa così sottotono rispetto alle sue possibilità. È la bravissima Giovanna Mezzogiorno.  Una delle scene più belle del film è proprio quella sul lago tra Tropea e Gazzé, che per una volta nella sua carriera non apre bocca, interpretando un muto. La ragazza, improvvisando un dialogo immaginario con i pesci, riesce a sbloccare il ragazzo. Così quello che potrebbe sembrare un filmetto italiano di poco conto, ha in realtà dei notevoli picchi di profondità. Per lo spettatore è facile immedesimarsi nei luoghi della pellicola – che tutti, specialmente se residenti nel Sud Italia – avremo visitato almeno una volta nella vita. I paesi piccoli e diroccati, i laghi che un po’ tutti s’assomigliano (siete mai stati a Lagonegro o sulla Sila, o ancora sul Lago Matese?) Ora, un po’ mi dispiace aver accorpato in un unico insieme tutte queste regioni ma sembra che esse – nonostante molte innegabili differenze strutturali nei suoi abitanti – abbiano per certi versi un destino simile, e chi lo conosce lo sa e la forza del film di Papaleo sta anche in questo. Che parlando di Basilicata in fondo dà voce a tutto il Sud Italia. Quindi, sicuramente un film piuttosto interessante, sia dal punto sociologico che per le immagini e che consiglio di vedere non solo ai fan di Gazzé ma a chiunque abbia voglia di farsi una passeggiata in dei luoghi diversi dal solito. Altri articoli di viaggio: Perché il Molise è veramente come Maccio Capatonda e perché la vale la pena di farci una passeggiata
 

Un possibile itinerario da Napoli, da fare in 2 o 3 giorni: Conza della Campania – Calitri – Laghi di Monticchio – Acerenza – Altamura – Scanzano Jonico – Maratea – risalendo per il Cilento.

Sala Latte, azienda agricola Caggiano

Laghi vulcanici di Monticchio, Rionero in Vulture (PZ)

Azienda_agricola_Basilicata

Forenza all’imbrunire

Veduta da Acerenza, all’alba

Borgo storico di Acerenza

Acerenza, famosa anche per i legami con Giambattista Basile e il suo Lo Cunto de lo Cunti. Molte delle favole di quest’antico libro napoletano del ‘600 sono infatti ambientate nei borghi e nei castelli della Basilicata

Forno S.Chiara di Altamura, considerato il forno più antico, 1423

Il forno S.Chiara ad Altamura, la cui prima costruzione risale al 1423

Bassorilievo marmoreo ad Altamura raffigurante una sirena che porta sul capo un vaso con una pianta

Particolare ad Altamura

Il parassita

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Che cosa sono venuto a fare qui? Pranzo bene e spesso. Recito a sazietà versi di tutti. Ma non devo forse alla mia educazione letteraria e alle esigenze del mondo di finire a letto con Madame Vernet?
Tutti gli amici d’una donna sono i suoi amanti. Lo sanno tutti.

 (Jules Renard, Il parassita)

Con un retro di copertina decisamente poco moderno e che nessun uomo vorrebbe leggere, in uscita da una libreria Libraccio di Firenze, mi porto via Il Parassita pur non sapendo minimamente di che cosa si tratti, con un’unica attenuante: 4€ al 50% di sconto, edito da una misteriosa casa editrice Barbès, fiorentina.

Una bella carta, una copertina inquietante: di quella ne avrei fatto volentieri a meno.

Il titolo originale è L’écornifleur, l’autore è Jules Renard, famoso per un classico, Rosso Malpelo, talvolta spacciato per una lettura per ragazzi, complice Rita Pavone e qualche cartone animato giapponese strappalacrime.

Non ho mai letto Rosso Malpelo, ma se è come Il Parassita, non lo consiglierei di certo a delle ragazzine: ci troviamo di fronte a un libro scandaloso, di quelli in cui le descrizioni non sono necessarie perché il contenuto immorale è già in vista, molto più delle azioni dei suoi protagonisti. L’immoralità è inserita in continuazione fra le pagine, non ha bisogno di affermazioni evidenti. Pochi libri hanno questa raffinatezza, e nella mia carriera di lettrice ne ho incontrato solo qualcuno che incontrasse il mio gusto: Le relazioni pericolose di Laclos è sicuramente in questa breve lista.

A confermare l’immoralità del libro – e con questo non voglio biasimarlo – è la biografia dell’autore, che di fatto ha scritto nella sua vita ben pochi romanzi lunghi, e Il Parassita pare sia considerato il migliore.

Di buona famiglia, Renard ha vissuto grazie alle rendite di famiglia, arrivando poi a diventare, verso la mezza età, il sindaco del paese.

Sicuramente in questo è diverso dal protagonista del suo libro, Henri, un poeta squattrinato che s’introduce con un po’ di malafede, per amicizia, nella casa di una coppia borghese. L’autore ha però in comune con lui la proprietà del linguaggio, essendo la voce narrante: Il parassita è un canto, una costellazione di metafore, dall’inizio alla fine, e trasuda d’immoralità e di voglia di far niente.

Henri vive le sue giornate senza alcun obiettivo né scopo, dice di essere un poeta, ma in realtà scrive ben poco e si trastulla nell’idea di storie che non consuma. Lo muove il desiderio di approfittare? Non tanto. Lo muove il desiderio di vivere passioni? Nemmeno.

Il tempo del Parassita si perde e alla fine la sua esistenza risulta – se mai esistesse una morale trascendente, quella che Nietzsche dichiara che sia meglio abolire – per certi versi inutile, in quanto egli riesce, giorno dopo giorno, solo a sopravvivere, muovendosi dopotutto solo col fine di sopravvivere, che poi è la radice di ogni essere umano.

Eppure, Henri rinuncia alla fine anche alla possibilità di sopravvivere “meglio”, grazie ad un matrimonio ghiotto con una giovane ragazza che non gli sarebbe risultata poi tanto spiacevole. Di certo quello del Parassita non si tratta d’un esempio da seguire: egli mente senza problemi e finge d’essere innamorato, finge d’essere amico non provando in realtà dei veri sentimenti né d’amore né d’amicizia, e questo lo si vede nel suo abbandonare all’improvviso la famiglia
Vernet senza troppi problemi, come chi ha combinando dei guai in preda a delle passioni, o a qualcosa di simile, alla fine preferisce rinunciare ad ogni cosa piuttosto che proseguire e invischiarsi in dei problemi. Perché in fondo non gli conviene.

Ma che senso ha tutto quello che fa l’ecornifleur?

In effetti non è ben chiaro, credo sia da attribuirsi allo spirito d’un poeta, in grado di godere dell’effimera bellezza di una farfalla per un istante e poi dimenticarsene, dell’osservare qua e là bagliori tutto sommato inconsistenti. Henri è una persona che per i Vernet alla luce dei fatti sarebbe stato meglio non incontrare, per più aspetti.
Avete presente un’amicizia con la quale si passano bei momenti, per un breve periodo, che poi scompare, senza neanche una lite? Il ricordo di una cosa del genere di solito è il nulla, il vuoto.


Vi lascio, come al solito, con alcune citazioni dal libro.


Oh, sto molto attento! Una recente disavventura mi ha reso guardingo. Ho appena lasciato una famiglia rispettabile che amavo molto, un po’ troppo, e rabbrividisco al ricordo dell’oltraggio. Non mi concederò senza diffidenza. Bisogna che, più tardi, qualora la faccenda prendesse una brutta piega, possa dire, altero e asciutto, a quest’uomo:

“Non vi ricordate, signore, che siete stato voi il primo a tendermi la mano?”
Alle sue rimostranze, risponderò: “Siete stato voi a cercarmi”!

(Prudenza).




Gli mostra, Henri, un biglietto da visita vuoto, al signor Vernet, “direttore dei cantieri dell’officina Passy”. Un uomo concreto, che fa cose vere. Tutto il contrario di Henri, ufficialmente scrittore, in realtà un bel niente. Come se i veri scrittori dovessero davvero scrivere qualcosa! Quelli che scrivono pile e pile di romanzi commerciali sono per me semplice manovalanza della scrittura. Un vero poeta, un vero scrittore, può scrivere per un’intera vita anche un solo libro, purché di valore: non c’è decisione migliore di non scrivere ciò che non ha motivo di essere scritto, e questa è un’idea che ho sempre condiviso. Perciò, grande stima a Renard, che non ha poi scritto molto in tanti anni di carriera. Un po’ di cose pubblicate postume.



Entrata in scena.


Mi aspetto qualcosa di nuovo. Mi ritrovo invece in un ambiente borghese, cioè in mezzo a persone che non hanno le mie idee. Borghese è colui che non ha le mie idee.Sintomi

Conservano riguardo al poeta dei pregiudizi in parte rettificati, vale a dire che, pur non vedendo più in lui un esaltato, un pazzo macilento, affamato e dissipatore, leggendario e pericoloso, lo trattano ancora come un essere originale ed eccezionale. Se lavora si fanno il segno della croce e dicono:

“Lui lavora!”
Se non pensa a niente, dicono:
“Lasciamolo sognare!”
Oppure, col dito puntato verso la fronte:
“Che può succedere in quella testa?”
Mi porto una mano ai capelli corti, come per rimettere a posto un’aureola.



Madame Vernet: Non è poetico cucire bottoni!

Tuttavia è necessario perché i mutandoni reggano. Sta riprendere le sottigliezze dell’altro giorno? Nel mucchio di cose che fa, pensa o esprime, compie la scelta di quelle che sono poetiche e di quelle che non lo sono. Mangiare ostriche è poetico, ma mangiare la zuppa non lo è più



Le sue palpebre battono come imposte mal agganciate. A tratti si chiudono. Lo sforzo che fa per riaprirle le increspa appena. Assomigliano a gusci di noce. La sua sigaretta si spegne ogni momento. È una lotta. Ha l’aria di mangiare dei fiammiferi.



Ti lascio, poeta mio: continua!

E se ne va a passeggiare, senza portarmi con sé.

Quant’è seccante scrivere! Passi lo scrivere versi! Se ne può scrivere uno alla volta. Si combinano, e alla fine del mese se ne uniscono i due capi. Eppoi, c’è la rima che serve da gancio per tirare, issa! issa!, finché il verso si arrende, si stacca intero.
Passi anche scrivere un raccontino! È corto come una visita di capodanno. Buongiorno, buonasera, a persone che si detestano o che si disprezzano. Il racconto è la banale stretta di mano dell’uomo di lettere verso le creature del suo ingegno. Si dimentica come una conoscenza fatta sul tram.
Ma scrivere un romanzo! Un romanzo intero, con dei personaggi che non muoiano troppo presto!
I miei giovani colleghi me l’hanno detto:
“Tu riesci nelle piccole cose, ma non ti impegnare mai in un grosso lavoro. Manchi di fiato, ecco.”
Sono d’accordo, ho bisogno di respirare alla terza pagina, di prendere aria, di concedermi un periodo di indolenza; e quando torno ai miei bravi personaggi, ho paura, come se dovessi trascinare dei morti su per una strada che sale, come se dovessi riallacciare una relazione con un’amante diventata nonna durante la mia assenza.

Parole sante!

I pazzi come stanno? Stanno bene. E poi il manicomio resta per tutti, è una comodità.

In evidenza

Mi ritrovo di fronte a un capolavoro: Il Medico dei Pazzi, commedia degli equivoci di Edoardo Scarpetta, datata 1908. Da questa sono stati tratti vari film: il primo, con Totò e Mario Mattoli, del 1954. Esattamente come poteva fare Plauto con l’Aulularia, allo stesso modo opere di questo tipo sono gli ultimi esempi in cui, attraverso l’ambiguità delle situazioni, viene messa a nudo la natura umana. Personalmente, consiglio ed ho visto la ripresa della rappresentazione ad opera di Eduardo de Filippo, figlio naturale di Edoardo Scarpetta, del 1959, disponibile sul sito Rai.

Forse i più giovani non conoscono esattamente come le loro tasche la triade Eduardo-Peppino-Titina De Filippo, se non di nome, che insieme rappresentarono l’ultimo caposaldo del teatro napoletano, scomparsi rispettivamente nell’84, nell’80 e nel ’67.

Insomma, stiamo parlando di una rappresentazione teatrale girata circa 60 anni fa e che arriva fino a noi perché il formato video già esisteva e continua ancora oggi ad essere un mezzo di conservazione delle informazioni. Video però di una commedia ancora più antica, scritta 110 anni fa, che ricalca la struttura tipica di quelle latine e che dimostra quanto poco gli esseri umani siano cambiati nel tempo.

Ciccillo, studente di medicina, inganna per anni il suo facoltoso zio per farsi spedire soldi. In realtà Ciccillo non si è mai laureato, e dilapida il denaro in sciocchezze e gioco. Lo zio, sindaco di Roccasecca, continua a spedirgli soldi, fiero che il nipote sia medico e che abbia così dato prestigio alla loro famiglia che era di umili origini, adesso rispettata nel paese.

Non vi ricorda qualcosa questa storia? È così distante dal mondo di oggi?

Così Ciccillo, colto di sorpresa da una visita dello zio, lo mette a dimora in un villino a Posillipo e decide di fingere che la pensione Stella dove lui stesso abita sia un manicomio da lui fondato e gestito.

Viene così mostrato come le persone “normali” possano apparire pazze agli occhi di chi guarda, e che il confine tra stranezza e normalità è alquanto sottile. Infatti, allo zio Felice Sciocciammocca verranno presentati uno per uno gli inquilini della pensione Stella, e alla fine risulterà lo zio stesso “impazzito” a causa del timore suscitato dai presunti matti.

Il modo di dire “sono tutti pazzi, sono tutti pazzi” è ricorrente nel linguaggio comune. La verità, è che ogni testa è ‘nu tribunale, sempre per citare un’altra famosa espressione napoletana.

Ma se i normali sono pazzi, i pazzi veri quanto sono pazzi?

Ed è giusto utilizzare tale espressione quando i comportamenti degli altri sono per noi incomprensibili o semplicemente deviano dal nostro?

Resta che i comportamenti umani e gli stili di vita possono essere molto differenti, oltre che essere influenzati dalla società in cui le persone vivono e dalle specifiche situazioni (si prenda ad esempio la figura della giovane ragazza con sua madre che vuole maritarla per forza, o del musicista in miseria che non paga il caffè e ruba il cibo alla pensione).

Un “vero pazzo”, di certo, è anche Ciccillo, che vive un inganno da più di un decennio – ovviamente per trarne un chiaro vantaggio economico – e che risulta così essere un attore a vita.

Infatti, se i “pazzi” della pensione Stella sono in un qualche modo “autentici”, Ciccillo invece indossa una maschera nei confronti dello zio e non solo, ma anche nei confronti di tutti, che pensano che sia medico, laureato oramai. L’unico a conoscere il segreto di Ciccillo nella storia è il suo miglior amico, che viene costretto a prendere parte alla messinscena.

Per il resto tutti quei pazzi, che non sono pazzi, si trovano a manifestare uno “strano comportamento” per reagire ai problemi della vita: una giovane fanciulla deve essere sorridente quando in realtà è scontrosa e deve sopportare una madre terribile che cerca di venderla in matrimonio ad ogni uomo che incontra; un vecchio musicista cerca di farsi apprezzare e avere una dignità, mentre in realtà è quasi un mendico; un altro uomo – Otello – vuole debuttare come attore, e si dedica ossessivamente al teatro perché tanto ha già soldi per vivere e poco da fare, così insegue la sua passione. Ogni uomo, nel suo processo di adattamento alla realtà che lo circonda, presenta delle variazioni caratteriali che all’occhio esterno possono sembrare strane, e che non comportano problemi fino a quando la convivenza tra essi è possibile. E neanche sempre, perché nella pensione Stella, continuano a darsi fastidio tutti a vicenda, e anche qui, non vi ricorda qualcosa…? Di fatto, la conoscenza e la convivenza fra le persone porta sempre alla scoperta di “qualche forma di pazzia”. 

Perciò rassegniamoci, la verità è che siamo tutti un po’ pazzi, senza offesa per quelli veri, quelli del manicomio.

Insomma, un’opera che forse in molti avranno già visto, ma che chi non l’ha fatto ed è interessato all’argomento farebbe bene a recuperare.


I pazzi come stanno? Stanno bene.


Il manicomio resta  per tutti, è una comodità.


I pazzi non si devono stuzzicare.

 

Sentimenti

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Il sentimento è un processo che si svolge fra l’Io e un dato contenuto della coscienza al quale conferisce un preciso valore nel senso dell’accettazione o del rifiuto (<<piacere>> o <<dispiacere>>), però è anche un processo che – a prescindere dal contenuto momentaneo della coscienza o dalla momentanea percezione – può palesarsi come “atmosfera”, come stato d’animo. Questo secondo processo può essere in rapporto causale con contenuti precedenti della coscienza, ma può anche non esserlo, cioè – come dimostra in ampia misura la psicopatologia – può nascere anche da contenuti inconsci. Ma anche lo stato d’animo (l'<<atmosfera>>), sia in generale sia parziale, ha il significato di una valutazione: però non la valutazione di un determinato contenuto della coscienza, ma dell’intera situazione del momento, sempre nel senso dell’accettazione o del rifiuto. Pertanto la funzione affettiva è in primo luogo un processo interamente soggettivo che, sebbene accompagni ogni sensazione, può essere assolutamente indipendente dallo stimolo esterno. Persino una sensazione <<di indifferenza>> ha un tono affettivo, il tono della indifferenza, che esprime anch’esso una valutazione. Quindi anche la funzione affettiva opera una valutazione, che tuttavia è diversa da quella intellettiva perché non ha lo scopo di costruire un prodotto concettuale ma l’intenzione di esprimere l’accettazione o il rifiuto da parte del soggetto. La valutazione affettiva si estende a ogni contenuto della coscienza, di qualunque tipo sia. Quando un sentimento aumenta di intensità diventa affetto, cioè uno stato d’animo caratterizzato da fenomeni neurologici, fisici, chiaramente evidenti. Quindi il sentimento si distingue dall’affetto (emozione) per il fatto che, alla stessa stregua di un comune processo intellettivo, non provoca fenomeni neurologici marcati.

(Tipi psicologici, Jung, definizione di Funzione affettiva)

Heart of Dog: un film di Laurie Anderson

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Qualche tempo fa nella chiesa di Santa Caterina a Formiello di Napoli (nei pressi di Porta Capuana) ci fu l’esposizione temporanea di Laurie Anderson, moglie di Lou Reed (spento nel 2013, è stata la sua ultima moglie: sposati nel 2008,  i due erano già insieme da tempo).

Laurie Anderson è un personaggio molto particolare. Cantante ma anche visual artist, è una dei principali esponenti della scena d’avanguardia newyorchese.

L’esposizione mostravano i suoi dipinti su Lolabelle, un terrier che ha vissuto con lei diversi anni. La narrazione parte da un sogno che l’artista ebbe sul suo cane: lei partoriva Lolabelle, ma si sentiva profondamente in colpa, perché per simulare il parto l’aveva fatta cucire nella sua pancia e la cagnolina, oramai non più cucciola, scalciava e voleva uscire. Ma lei sapeva che andava fatto, come quelle verità ineluttabili che si presentano nei sogni, azioni da compiere benché apparentemente senza alcun significato.

In realtà Laurie Anderson prese con sé Lolabelle quando era già adulta, poiché i suoi precedenti padroni, una coppia che stava divorziando, non potevano più occuparsi di lei.

Heart of Dog è il film che completa quell’esposizione nel chiostro di Santa Caterina a Formiello del 2015, che la spiega e che è accompagnata anche da un omonimo disco.

Un film che ad un primo impatto appare realizzato senza molti mezzi tecnici, destinato a pochi e che mostra come per fare arte bastino solamente le idee e il coraggio di osare.

Poche immagini ripetute e confuse ma perfette ad accompagnare la voce narrante di Laurie, che decide di doppiare lei stessa il film in italiano (e credo in qualunque altra lingua sia stato tradotto).

Un film così profondo e personale non poteva essere narrato dalla voce di un’estraneo. Eppure Laurie non ha pretese né di recitazione (la storia è narrata, non recitata, esattamente come quando volete leggere ad alta voce un libro ad un amico, senza voler porre particolarmente enfasi o teatralizzarlo, ma allo stesso tempo impostando il tono di voce in modo da non rendere il tutto un gioco). Laurie Anderson non ha nemmeno la pretesa di mostrare la sua conoscenza dell’italiano, che non è ottimale. Potrebbe sembrare una scelta approssimativa, quella di leggere-recitare-interpretare un film in una lingua che non si conosce: la verità è che per Laurie questo non è importante, la dizione non è importante. Questo film è suo, la storia è sua, e il suo parlato non fa che rendere ancora più intima, strana e confusa la sequenza di immagini oniriche che compongono Heart of Dog. Una scelta non convenzionale, come quella del montaggio video e anche, perché no, quella di rendere pubbliche le riflessioni di un’artista che sembrano un misto di diario e poesia.

Ci si chiede a volte quanto la realtà non sia effettivamente mischiata con il sogno: Laurie parla di Lolabelle come di un piccolo cane artista, che in vecchiaia, diventata cieca, impara a dipingere (e di tutte queste sue opere, Laurie non sa bene che fare!), a scolpire facendo calchi con le zampe e a suonare il piano. Lolabelle addirittura incide un disco di Natale e si esibisce in concerti per gli amici. Quando Lolabelle sta per spegnersi, negli ultimi giorni, Laurie si ricorda delle parole di sua nonna ebrea: “compra del buon cibo, dei sedativi e portala a casa”. Nella clinica veterinaria avevano infatti suggerito di abbattere Lolabelle, e Laurie rifiuta. Come molti amanti della vita e degli animali sapranno, questa non è una scelta facile, sebbene per molti considerati la più giusta.

Gli esseri umani vogliono morire a casa e di solito quando dall’alto lo si richiede vengono accontentati, perché Lolabelle avrebbe dovuto fare eccezione?

Laurie dimostra anche in questa scelta il coraggio di discostarsi dal pensiero comune.

Molto vicina al pensiero buddhista, Laurie immagina i 49 giorni di Lolabelle nel bardo, un luogo di transizione dove le anime, una volta morte, permangono per qualche tempo per poi poter allontanarsi dalla vita definitivamente. In questo posto esse continuano a ricordare ciò che è accaduto nel mondo terreno, ma al fine di distaccarsi, di prendere distanze.

Piccoli escamotage visivi fin dall’inizio colpiscono: le inquadrature ad altezza cane; i filtri sulle immagini che in mano ad un’artista vera acquistano un senso e rappresentano ben più della facilità con cui sono realizzati; le inquadrature dei suoi dipinti leggermente animati.
“Questo è il mio corpo onirico – quello con cui mi muovo nei sogni” – con questa frase si apre il film, mostrando un disegno di Laurie Anderson.

Esattamente come uno di quelli visti nel chiostro di S.Caterina al Formiello.

Il titolo dell’opera che forse è una citazione e che sicuramente coincide con quello del famoso racconto di Bulgakov: Cuore di Cane. Considerato un precursore della fantascienza, in questo racconto un medico prova a trasformare un uomo in cane e viceversa sostituendo loro il cuore. Angoscioso quanto il sogno in cui Laurie partorisce Lollabelle, con questo film l’artista e musicista dà il saluto a una piccola creatura che evidentemente rappresentava una figlia per lei, ma non solo, rende omaggio a un’immagine che ha evidentemente a lungo popolato i suoi sogni, le sue riflessioni, i pensieri. Perché le persone che amiamo non sono solo quello che sono ma anche il modo in cui la loro idea in noi modifica la nostra vita. E Laurie l’ha voluto mostrare. Sarebbe stato banale fare questo per un essere umano.

Lei l’ha voluto fare per un cane.

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Mi sono ricordata di avere il cd originale: qualcuno l’aveva buttato via e non so perché, e io l’ho comprato per 2€ mentre mi perdevo in un mare di spritz.

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Un altro articolo in cui parlo della mostra di Laurie Anderson:

No no no! Tu non capisci! Dobbiamo annullare gli interventi – io (non) sono un chirurgo


Un articolo utile alla comunità scritto di getto in seguito a un piccolo problema che ho avuto:

Estate, boom di abbandoni: tutti i consigli per dare in adozione un cane


Mi sono inoltre accorta che negli ultimi anni non ho quasi mai disegnato cani.
Così ho deciso di cimentarmi e questo è stato il primo tentativo.

Perché l’amore è un cane che viene dall’inferno e i corni proteggono dal malocchio.

E Il Viaggio di Zero è un fumetto decisamente da leggere.

Sanremo 2021

Amadeus dovrebbe restituirmi queste 25 ore della mia vita sprecate. Riassumendo, le canzoni che mi hanno colpito di più sono state quelle che facevano

buongiorno a questo giorno che si sveglia oggi con me, buongiorno al latte ed al caffè e buongiorno a chi non c’è e al mio amore buongiorno per dirle che lei per prima al mattino vederla vorrei

beretta cubi cu – cubi cubi cu – cubetti cubi cu – cubi cubi I love you

Clip clap clip tutti i giorni con le mani noi facciamo solo l’Auricchio (https://www.youtube.com/watch?v=zFABs1ilQKQ&ab_channel=TheMrGooseneck)

Why do you build me up build me up buttercup, baby just to let me down let me down and mess me around! (Oro Saiwa – https://www.youtube.com/watch?v=FvluBVhfGcw&t=5s&ab_channel=TheFoundations-Topic)

Quelle del festival boh. Giuro che è l’ultimo anno. Quella dei Foundations è bella sul serio. Nel dubbio ve le metto tutte. Altroché compilation del festival.

https://www.youtube.com/watch?v=7YvWheKLJnw&ab_channel=canzonipubblicita https://www.youtube.com/watch?v=aYQqWjJUDes&ab_channel=bemfanpage

Mi prendo cura di te

C’erano tre cose che dovevo assolutamente rimuovere:
Prima, l’ortica che mi guardava da giorni, con i suoi fiori e i suoi frutti, eretta e impassibile dei miei sforzi negli anni,
Secondo, i fili che tenevano inchiodati lo scheletro del pero, catene o redini di un albero maestro in mezzo alle onde verdi cianfrusaglie e sopracciglia coinvolte nell’erba. Aveva lasciato un discepolo più giovane, fiorente, vispo, cocciuto, identico e nello stesso posto.
Terzo, l’erba inutile, parassitaria che si camuffava in ogni luogo.

Non c’è più bisogno di scrivere poesie, è così inutile,
Si può vivere in versi, e basta e avanza.

Così quando portai quel relitto allo scoperto scoprii che un mare di formiche ci aveva fatto la casa. A fuoco, a fuoco, emergenza. Portavano in salvo delle creature fasciate, come se fossero neonate del nostro tempo.

Se c’è una cosa che mi smuove è la pena. Lo è sempre stata. Per quanto sia orrida, deforme e inutile, qualcosa, se trovo che sia penosa, la salvo. Non vi disturbo più.

Sei brutto? Muori.
Sei brutto e penoso? Mi prendo cura di te.

I vostri sforzi non ripagati, scavati nel sughero che io avevo eletto a scheletro di pero, mistico e carico di segnificati, era in realtà culla della vostra vita.
Riaccosto il legno spaccato. Forse ci farò qualcosa, forse no.

Sono stanca e sfibrata, massimizzo la mia superficie fogliare per tendermi al sole.

(7 Maggio 2020)