I principali festival estivi in Campania

Un promemoria con gli eventi dell’estate. C’è anche roba orrenda, non fateci caso.

1-2-3 Giugno – Meeting del Mare @ Marina di Camerota

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21°esima edizione per il Meeting del Mare di Marina di Camerota, ad ingresso gratuito. Tre giorni di mare e musica, free camping in spiaggia, gelati e atmosfere molto indie. Quest’anno i nomi di “punta” sono Bombino, Diodato, Fabrizio Moro, Erri de Luca & CGS Greco Salentino. Da segnalare per il terzo giorno i nostrani Molotov d’Irpinia.

Programma completo:

1 Giugno: Bombino + Diodato
blueMonday * NoRetro * L’ultima fila * Diversamente Rossi * PORTNOY * Aria * Nestor’s Hound * So Does Your Mother * Younger and Better * Andrea Nabel * Luci di Wood * Il BellaVista

2 Giugno: Fabrizio Moro
The Budda’s Palace * Il Rimorso Di Eva * Le Cose Importanti * Damash * Francesca Fariello * Marat * Out Of Place Artifacts * Le Fasi * Infelici * San De Villa * Blindur * amarcord

3 Giugno: Erri De Luca & CGS Canzoniere Grecanico Salentino
Murjana * Emian PaganFolk * Coma Berenices * The Mother * Il Branco * Maleizappa * Lou Tapage* Est-Egò * Random Clockwork * Molotov d’Irpinia

 1-2-3 giugno – Mates Festival – Parco Ippodromo di Agnano

Un festival di tutt’altro genere, ma che segnaliamo per completezza, e che si tiene negli stessi giorni del Meeting del Mare. Molto pubblicizzato nell’ambiente universitario (ha una partnership con la Federico II e con la Luiss di Roma), il Mates Festival vede come nome principale Bob Sinclar, famosissimo dj e produttore discografico francese. Sono previste aree gaming, benessere e intrattenimento di vario tipo.

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Dal sito ufficiale:

L’evento si terrà dall’1 al 3 giugno al Parco dell’Ippodromo di Agnano il quale sarà allestito per tre giorni con aree tematiche all’insegna dell’entertainment: Food & Drinks, Wellness, Relax & Detox e Gaming.

Le “giornate Mates” saranno accompagnate da Panel a cura delle Università Federico II di Napoli e Luiss di Roma, sui temi di attualità come Cyberbullismo e Startup.

Organizzato da Wonder Manage, Nmk e Med Music Corporate, il “Mates Festival” favorirà l’accesso agli studenti tutti, e si propone come il raduno annuale dei giovani nella capitale del mediterraneo.

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5 Giugno – Napoli Teatro Festival – X Edizione – Franco Battiato & Ensemble Symphony Orchestra

Il Napoli Teatro Festival si apre con uno straordinario evento gratuito: a Piazza del Plebiscito, il 5 giugno alle ore 21.30, in concerto Franco Battiato. I suoi ultimi concerti in Campania, quasi sempre in teatro, avevano prezzi decisamente elevati: il cantatore non ritornava gratuitamente in zona in un evento di questa portata, almeno dal Capodanno 2008 a Salerno. Il Napoli Teatro Festival continuerà poi con un ricco programma di spettacoli e concerti da consultare sul sito ufficiale www.napoliteatrofestival.it

Sabato 10 Giugno – Campania ECO Festival @ Nocera Inferiore

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Il Campania Eco Festival quest’anno ospita i campani Foja, Almamegretta & Raiz. Il Festival si tiene come sempre all’interno dell’isola ecologica Fosso Imperatore di Nocera. Come gli altri anni, ha un costo di 10€ e i biglietti sono acquistabili in prevendita su Musicraiser.com, le prenotazioni servono ad assicurarsi i gadget del festival e a sostenere il festival.

Suoneranno:

– Foja
– Almamegretta & RAIZ Official Page
– The Valium
– Joe Petrosino & Rockammorra & Piervito Grisu’
– Ephimera (vincitori del CEF DifferenziaRock Contest 2017)

23 Giugno – ModaMusica @ Outlet La Reggia Marcianise- J-Ax in concerto

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dalle ore 21:00

Di nuovo saltiamo da un genere all’altro, da un’isola ecologica al maggiore outlet della Campania. Probabilmente questo sarà solo il primo di un più ricco programma di eventi, ma per ora è l’unica data confermata: J-Ax il 23 Giugno in Piazza delle Palme dalle ore 21.00.

22 Giugno – Anteprima Luglio in Jazz – Centro Commerciale Campania

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Ormai la musica si fa nei centri commerciali: una prima data confermata all’interno della rassegna Luglio in Jazz del Centro Campania, Al McKay’s Earth Wind & Fire Experience, dalle ore 20.45, ingresso gratuito.

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23-25 Giugno – Newroz Festival – Mostra d’Oltremare

Un festival giovane, solo alla terza edizione, con molti nomi locali e qualcosa da fuori, organizzato con la collaborazione di Ufficio K Eventi.

23 Giugno – Ciccio Merolla – 99 Posse – James Senese Napoli Centrale
24 Giugno – Foja
25 Giugno – Gazzelle – Lo Stato Sociale

7-8-9 Luglio – Farcisentire @ Scisciano

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12°esima edizione per il Farcisentire, rigorosamente ad ingresso gratuito (al massimo, potete fare un’offerta a piacere all’ingresso). Quest’anno i giorni sono tre, con The Zen Circus, Fast Animals and Slow Kids e Canova.

12a Edizione | 7-8-9 Luglio 2017
Farcisentire Festival – INGRESSO GRATUITO

7 luglio The Zen Circus
8 luglio Fast Animals and Slow Kids
9 luglio Canova

Parcheggio Circumvesuviana – Scisciano NA

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7-8 luglio – Evil Fest – Alvignano

Cambiamo di nuovo totalmente genere nell’elencarvi l’Evil Fest di Alvignano, dedicato agli amanti del metal. Il festival ha un costo tra i 18 e i 22€ per i singoli giorni e 30€ per l’abbonamento, acquistabile solo in prevendita. Come spesso capita per eventi di nicchia di questo tipo, il prezzo del biglietto è più vantaggioso in prevendita e più alto alla porta, in modo da assicurare un certo numero di presenze.

Il calendario:

Day One | Venerdì 7 Luglio

● INFERNO (CZE)
● CARONTE (Parma – IT)
● VIOLENTOR (Lucca – IT)
● PROFANAL (Livorno – IT)
● EVIL SPELL (Milano – IT)
● NAUDIZ (Roma – IT)
● THE RADSTER (Napoli – IT)

In prevendita prezzo ridotto
– € 15 (Dal 28/04 al 28/06)
– € 18 (Alla cassa il giorno dell’evento)

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Day Two | Sabato 8 Luglio

● SKELETAL FAMILY (UK)
● INCA BABIES (UK)
● BELGRADO (Spain/Poland)
● ASH CODE (Napoli, IT)
● HAPAX (Napoli, IT)

In prevendita prezzo ridotto
– € 18 (Dal 28/04 al 28/06)
– € 22 (Alla cassa il giorno dell’evento)

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Abbonamento Venerdì + Sabato

– € 30 (Dal 28/04 al 28/06)

– Non sara’ possibile acquistare l’abbonamento in cassa la sera dell’evento.

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Campania Blues Festival – Salerno

Un festival dedicato al blues. Per ora solo un paio di nomi confermati, Frankie Chavez (10 Luglio) e Luke Winslow King (9 Luglio).

Noisy Naples Fest – dal 2 Giugno al 24 Settembre

Più che un festival vero e proprio, una lunga lista di concerti estivi che si terranno all’Arena Felegrea. Jarabe de Palo, Il Volo, Justice e molti altri, a prezzi variabili, da giugno a settembre.

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Your Name, il nuovo film di Makoto Shinkai nelle sale italiane

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Proiettato in Italia come evento speciale solo il 23-24-25 gennaio e poi in replica il 31 gennaio e 1 febbraio, Your Name è l’ultimo film di Makoto Shinkai. Giovane promessa dell’animazione giapponese, Makoto Shinkai è senza alcun dubbio uno dei miei registi preferiti, anche se quando viene definito come il nuovo Miyazaki sono tra le prime a pensare che sia un’esagerazione. Innanzitutto, con Miyazaki, Makoto Shinkai centra ben poco. I suoi lavori non sono intrisi di significati, tradizioni e scenari traboccanti di immagini come troviamo in capolavori del tipo La città incantata, Il castello errante di Howl, Principessa Mononoke. Accostare Shinkai a Miyazaki è come voler paragonare Monet a Caravaggio. Non centrano nulla. E sono anche, inevitabilmente, su livelli diversi. Ma se confrontiamo i film di Makoto Shinkai con altri lavori dello Studio Ghibli, come La collina dei papaveri di Goro Miyazaki (il figlio di Miyazaki), Arrietty, I racconti di Terramare, allora ci rendiamo conto che Makoto Shinkai non può passare inosservato e che rappresenta “il meglio” che l’animazione giapponese può offrirci, volendo discostarsi dalle vie già tracciate. Makoto Shinkai è però il meglio “in potenza” e non di diritto, gli ultimi suoi lavori, Il Giardino delle Parole e Your Name, non sono esenti da difetti, pur lasciando senza parole per quanto essi siano avanti dal punto di vista delle animazioni, dei fondali e delle idee. Già quando uscì “Voices of Distant Star” nel 2002, il suo primo lavoro realizzato con pochissimi mezzi, acerbo, pieno di difetti, il talento di Shinkai non passò inosservato. Il giovane regista, che all’epoca non aveva neanche trent’anni, espose già in quel primo OAV tutte le sue idee che poi furono sviscerate e raffinate nei film successivi: su tutti 5 cm per second, l’unico vero capolavoro che gli si possa attribuire, esente da sbavature, dalle insufficienze di un regista così complesso da risultare in effetti più di una volta confusionario, e che invece di avviarsi alla maturità negli anni sembra ritornare indietro, percorrendo forse anche qualche scorciatoia commerciale.
La distanza è uno dei temi ricorrenti di Makoto Shinkai. Egli è inevitabilmente un regista di indole romantica, ossessionato dal tema della distanza, dai cieli ampissimi e ricchi di dettagli sempre diversi, e dalle stelle. In Your Name questi concetti ritornano tutti. E’ il proseguimento di un discorso che per Shinkai non era stato sufficientemente approfondito in Voices of distant star, Beyond the clouds e 5 cm per second (in cui a mio avviso raggiunge il massimo, e da qui in poi può solo ritornare indietro) ma anche in Viaggio verso Agharta, e che egli continua a fare, come inceppato sempre sullo stesso sogno ossessivo e ricorrente. Egli lo coniuga ancora una volta, in un film visivamente ancor più straordinario ma dotato di un taglio meno sottile, una sceneggiatura più veloce, adatta al grande pubblico (anche molto giovane) nella quale però sfuggono in continuazione, irrequieti, i dettagli che fanno la differenza tra un film romantico meramente commerciale e il capolavoro. Così il capolavoro risulta imbrigliato in una sceneggiatura a tratti infantile e che va avanti troppo spesso ripetendo la stessa cosa, impiastricciato in una trama vistosa e un po’ stucchevole. Il film, che dura 107 minuti, è troppo lungo (nella necessità di dispiegare una trama che altrimente non sarebbe riuscita ad avere senso: ma sarebbe stata preferibile se lasciata con un certo fascino di storia incompiuta), forse per la paura dell’autore di non incorrere nell’errore del Giardino delle parole, che risultava, al contrario, troppo corto (46 minuti).
Le uniche cose in cui Makoto Shinkai va qui veramente avanti, sono i fondali e le animazioni, che risultano, film dopo film, sempre più straordinari. La luminosità dell’acqua, il fascino dei luoghi, la piccola cittadina di montagna di Itomori in cui vive Mitsuha.

Il lago di Itomori sul quale il paese si affaccia è ispirato al lago Suwa (prefettura di Nagano), ma prendeva in realtà come primo modello il lago Matsubara della città di Koumi, 5700 abitanti, paese di origine di Makoto Shinkai.

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Il paese di Itomori nel film

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Il lago Suwa, nella prefettura di Nagano

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Itomori mi ha ricordato il piccolo paese in cui era ambientato Higurashi no naku koro ni, ma il luogo in cui si svolge la scena finale, sulle montagne alle spalle di Itomori, ricorda inevitabilmente il finale del Castello Errante di Howl. Seppur diversi essi sono dei luoghi che rappresentano “il mondo interiore” dei personaggi, in cui il tempo appare immobile ed è possibile riflettere. In questo forse si accomunano Miyazaki e Shinkai: le loro ambientazioni sono così vive da dare la sensazione di esserci già stati, non solo nel film, ma nella realtà. Le strade di campagna di Beyond the clouds e le sue nuvole, la scuola di Voices of Distant Star, i petali di ciliegio ed i passaggi a livello di 5 cm per second, i suoi treni, ed infine anche il paese di Itomori, sono luoghi dove io sono stata e che mi appartengono, come un lungo sogno che ho fatto più volte per anni e che alla fine Shinkai ha messo in un film. In questo Shinkai è incredibilmente moderno, rappresentazione del fascino di una generazione straziata dalla distanza, straziata da cieli straordinari che si accostano al malessere dei telefoni cellulari, di strade vorticose, ripiegati su se stessi in un “non essere”. La protagonista di Your Name, Mitsuha, residente a Itomori, vive una vita che è il contrario di quella di Taki, un ragazzo di Tokyo. Mitsuha è chiusa in un paese di 1500 abitanti in cui non esiste nemmeno una caffetteria, dedita – per costrizione della nonna – all’arte dell’intreccio. Si intrecciano così i fili del destino, in uno scambio tra i due ragazzi che avviene con una modalità simile a quella del sogno, ma che lascia effetti visibili nella realtà. Senza averlo deciso, almeno due o tre volte a settimana, Mitsuha si sveglia nel corpo di Taki, a Tokyo, e Taki nel corpo di Mitsuha.

Come dicevo, questa è solo una diversa coniugazione di 5 cm per second, un’allegoria di una storia che avrebbe potuto esistere anche privata dell’elemento fantastico, e di come Shinkai giri intorno “sempre alla stessa cosa”. Shinkai si tradisce, quando parla di “amici virtuali”, e di come i due si lasciassero in continuazione messaggi sul cellulare pur non potendo mai vedersi. Gli amici di Taki prendono in giro Taki quando lo accompagnano alla ricerca di Mitsuha, di cui il ragazzo in effetti non sa niente. Per Taki e Mitshua è come se si fossero scambiati le loro vite, pur non sapendo niente l’uno dell’altro, qualcosa di tipico quando la distanza ed il tempo separano due persone e c’è solo il racconto di una vita immaginata, che si vive momento per momento, ma resta distante. Anche in 5 cm per second c’era questo, e in Voices of distant star anche: i continui messaggi attraverso il cellulare di due persone che non potevano mai incontrarsi. Come in 5 cm per second, si ripresenta la consapevolezza che la vita debba scorrere in un modo giusto (Taki ha un appuntamento con una ragazza che gli piace, nella sua stessa città, appuntamento organizzato da Mitsuha, nonostante ne scateni la sua tristezza e gelosia) e contemporaneamente l’impossibilità di metterla in pratica, a causa di un legame con una persona lontana che mantiene in un limbo in cui non accade nulla. Il finale di 5 cm per second e Your Name si assomigliano, con una differenza però sostanziale: mentre in 5 cm per second i due protagonisti sembrano continuare a perdersi per tutta la vita, Your name rappresenta una versione spensierata e felice del problema della perdita (seppur un malessere di fondo accompagni sempre un film ricco di elementi divertenti); nel finale i due si riconoscono incrociandosi mentre camminavano in direzioni opposte.
Ci sarebbe ancora molto da dire. Come in Voices of distant star (e non  in 5 cm per second), in Your Name le linee temporali dei due personaggi sono sfalsate: egli vivono e si conoscono “a 3 anni di distanza”. Taki conosce la Mitsuha di 3 anni prima, come se a separarli non fosse solo la presenza fisica, la diversità dei luoghi, ma anche il tempo. Ed inoltre, essi non riescono, quasi mai, a ricordare i loro nomi, da cui il titolo “Your name“.
Il regista giustifica queste scelte in un messaggio ai fan italiani all’inizio del film, dicendo che da qualche parte per tutti c’è una persona importante che dobbiamo ancora incontrare, e che spera che il film lasci in noi una sensazione di felicità. Ma sembra lui stesso ingarbugliarsi tra passato e futuro, nei tre anni indietro, nel portarci indietro e poi avanti, in continuazione, in mondi che ha creato e poi rubato (Itomori è ispirato al suo paese natale, Koumi), in qualcosa che abbiamo già incontrato. Forse l’amore per Shinkai è una sorta di déjà vu, un’appartenenza che non si recide mai, che esiste ancora prima di iniziare.

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Il lago Matsubara nei pressi di Koumi, paese di origine dell’autore

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l luogo della scena finale del Castello errante di Howl

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L’ultimo film di John Carney: Sing Street, l’amore e gli anni 80 a Dublino

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Sing Street è stato distribuito nelle sale italiane dal 9 novembre 2016 ma nella maggior parte di esse non è mai arrivato. Si tratta di uno di quei film che bisogna andare a cercare nei cinema di città o aspettare quei giorni in cui le multisale si dedicano al “cinema d’essai”, giorni che potrebbero collocarsi anche a molte settimane di distanza dalla data ufficiale d’uscita.

Il regista è John Carney, lo stesso di Once, un film del 2006 allo stesso modo non troppo capillarmente distribuito, ma che non è passato inosservato né nell’ambiente musicale né tra gli appassionati di cinema. Molto romantico, forse anche troppo, Once si distingueva dalle altre storie d’amore per il fatto che in esso non erano solo descritti dei sentimenti tra due persone, ma risultava centrale nell’intero film la musica (Premio Oscar come Miglior Canzone a Falling Slowly) e l’amore per essa. Lo stesso discorso, identico, vale per Sing Street.

Carney è irlandese e così come Once anche Sing Street è ambientato a Dublino. E’ principalmente la storia di due giovani adolescenti e del loro avvio verso l’età adulta, in Sing Street scorrono i loro problemi familiari, le difficoltà che incontrano nel mettere insieme una band, i sogni, il dover scontrarsi con una realtà limitante. L’Inghilterra dalle coste irlandesi è vista come un luogo lontano in cui le cose sono più semplici, in cui il mondo funziona e la scena musicale è vivissima, è un’America più avvicinabile, basta solo attraversare un breve tratto di mare. Ad avere, però, i soldi per viaggiare.

Presentato quasi un anno fa al Sundance Festival 2016, di Sing Street più che la storia è interessante il modo in cui essa è raccontata: ibrido tra un musical e un film d’amore adolescenziale, il film è fatto quasi solo di canzoni, di immagini caramellate e un po’ ribelli, in pratica di videoclip. Videoclip che nascono dalla fervida fantasia del protagonista, Cosmo, e della sua band. Hanno una ragazza, Raphina (che intreccerà una strana forma di amore/amicizia con Cosmo), che fa da loro musa ispiratrice, ma da dietro le quinte è il fratello maggiore di Cosmo a indirizzarli nel verso giusto. La cultura musicale di Cosmo adolescente cresce rapidamente, tra Bowie, Cure, Duran Duran, progressive rock, Genesis. Onnivori e giovanissimi, i ragazzi della band di Cosmo miscelano i diversi generi, le diverse influenze, elevandosi, almeno ideologicamente, a qualcosa di meglio del contesto degradato in cui versano. In effetti non è ben esplorato quanto fossero bravi tecnicamente, ma ciò che si evince ed è importante è la loro capacità di immaginare e di unire elementi differenti cavalcando le mode dell’epoca. Questo sempre, sia ben chiaro, con la purezza dei quindici anni. La figura di Raphina, il cui sogno è di fare la modella e che si lascia abbindolare da quattro ragazzini che la chiamano per un videoclip (e ciò rivela quanto lei fosse in realtà ingenua, piuttosto che una vera modella) è in qualche senso determinante sia per la band che per lo stesso film. Così come colora i loro videoclip – al punto che non varrebbero niente senza di lei – così Raphina colora anche Sing Street, avvolta dalla brezza marina, dalle atmosfere indie e dai capelli cotonati.

L’impressione è quella di trovarsi davanti a un film di quelli che fanno dire “ehi, questo film è veramente, ma veramente buono”, se non fosse che contiene in sé tutta quel candore dei quindici anni non sempre digeribile in età adulta. Sing Street potrebbe finire per risultare come uno dei tanti film adolescenziali disponibili in cassetta, ma non lo fa proprio grazie a questa sua estetica indipendente e questa colonna sonora meno convenzionale del solito, piena di anni 80, fatta di Cure, Duran Duran, Hall & Oates, Spandau Ballet ed altre band che rendono la pellicola senza dubbio più ricercata, e che riesce a mascherare bene alcuni buchi nella caratterizzazione dei personaggi (buchi presenti, purtroppo, anche in Once); in sintesi Sing Street non snatura il vero e sincero obiettivo di una storia di questo tipo, cioè quello di far passare un paio d’ore altrove, con belle immagini e una bella OST.

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  1. Rock N Roll Is A Risk (Dialogue) – Jack Reynor
  2. Stay CleanMotörhead
  3. The Riddle Of The Model – Sing Street
  4. RioDuran Duran
  5. Up – Sing Street
  6. To Find You – Sing Street
  7. Town Called MaliceThe Jam
  8. In Between DaysThe Cure
  9. A Beautiful Sea – Sing Street
  10. ManeaterHall & Oates
  11. Steppin’ OutJoe Jackson
  12. Drive It Like You Stole It – Sing Street
  13. Up (Bedroom Mix) – Sing Street
  14. Pop Muzik – M
  15. Girls – Sing Street
  16. Brown Shoes – Sing Street
  17. Go NowAdam Levine

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Il concerto di capodanno con l’omaggio a Mango. Purtroppo.

Per averti pagherei un milione e anche più, anche l’ultima Marlboro darei perché tu sei oro, oro, oro. Un diamante per un sì, oro, oro, oro, oro, per averti così, distesa e pura: ma tu ci stai. Perché accetti e ci stai? E così tu cadi giù, io non ti voglio già più, inaccessibile non sei, non con gli dei, tu sei senza dei. Oro, oro, oro, quanto oro ti darei, oro, oro, oro, per averti così, distesa, pura, ma tu ci stai, perché accetti e ci stai?
Perché non ti elevi su di noi e resti lì, celeste così?
Io ti vorrei immune dal sesso, perché ti daresti anche adesso.

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paramnesia, ovvero un ricordo errato o inesatto ed impropriamente localizzato nella dimensione spazio-temporale.

3. Teoria attenzionale. Una interruzione (un “black out” o un “reset“) nella continuità dell’attenzione causerebbe un riprocessamento dell’informazione. L’interruzione ne avrebbe fatto dimenticare la presenza e non è consapevole; la percezione – o meglio la sensazione della percezione – invece permarrebbe attraverso un altro canale non cosciente. Da qui la sensazione di familiarità (“l’ho già visto un attimo prima”).

4. Teorie amnestiche. All’interno del campo di attenzione ci sarebbe un elemento appartenente a un ricordo realmente memorizzato (e probabilmente avvenuto); questo elemento però, a causa di un errore di memoria per cui non si riesce a richiamare anche il contesto complessivo, sarebbe sufficiente a richiamare la sensazione di familiarità (“c’è qualcosa in questa situazione che mi ricorda… no, ho già vissuto questo giorno/situazione”).

Passengers nei cinema, l’ultimo film con Jennifer Lawrence e Chris Pratt

L’amore unico trionfa benissimo in assenza di possibilità di scelta

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Un po’ di cinismo su un film che vorrebbe essere romantico, ma che rivela come l’amore trionfi benissimo in assenza di scelta. Si tratta di Passengers, l’ultimo film con Jennifer Lawrence e Chris Pratt. Il regista è norvegese, il suo nome è Morten Tyldum e nel 2014 ha vinto l’Oscar con The Imitation Game (miglior sceneggiatura non originale), che narrava la storia vera del matematico Alan Turing durante la seconda guerra mondiale e la ricerca del modo per decriptare il famoso codice Enigma usato nelle comunicazioni tedesche.
Con solo poche pellicole all’attivo, Morten Tyldum si cimenta adesso con lo sci-fi, creando una singolare unione tra la freddezza dello spazio e i sentimenti umani. Le asettiche ambientazioni dell’astronave Avalon, premio originalità per il nome, in cui è ambientato l’intero film, non sono malissimo e Jennifer Lawrence e Chris Pratt funzionano in modo palese da acchiappa pubblico, fin troppo. In Passengers i passeggeri sono due, e non essendoci altre possibilità di richiamo, questa carta il regista se l’è giocata abbastanza bene, puntando su due ottimi attori “del futuro”: sono facce da sci-fi per forza, Jennifer Lawrence è Mystica per tre volte negli X-Men e protagonista della saga Hunger Games, anche se alterna questi ruoli con personaggi più di nicchia come quelli dei film di David O.Russell (Il Lato Positivo, American Hustle, Joy). Chris Pratt anche, con il suo faccino pulito, con un po’ di episodi di telefilm all’attivo (Everwood, Parks and Recreation), è diventato un volto molto più noto con film commercialoni come Jurassic World e I Guardiani della Galassia. Un’unione perfetta insomma. In Passengers Aurora e Jim sono bloccati su di un’astronave in un viaggio lungo 120 anni verso un pianeta nuovo, Homestead II, insieme ad altre migliaia di persone. Aurora e Jim, però, si sono svegliati dopo appena 30 anni dall’ibernazione a causa di un errore del sistema e restano loro altri 90 anni di viaggio senza la possibilità di ibernarsi ancora, in pratica consumeranno la loro intera vita senza mai giungere a destinazione. Si tratta di un buon soggetto, anche se con qualche peccato originale, cioè l’essere in fondo decisamente scarno; risulta così difficile reggere un intero film con quest’unica idea al punto da dividerlo solo in due possibilità: o il capolavoro o il film di cassetta evitabilissimo. Purtroppo Passengers risulta essere la seconda, non riuscendo mai a raggiungere una in qualche modo ricercata profondità e rimanendo sempre incentrato per tutte e due le ore su di una storia d’amore sviluppata a suon di cliché (“Ti fidi di me?”, anelli con brillanti soap opera, etc.), come se ci trovassimo di fronte ad un Titanic siderale, ma senza l’intensità ed il budget di James Cameron.
Il film inizia con una certa serietà e fermezza, ma ci si rende conto presto, ancora prima di metà, della vera natura del film; le scene sono un crescendo di amore, sesso e ridicolo, e nonostante i riferimenti colti e ossequiosi a  Kubrick (non solo la freddezza di 2001: Odissea nello spazio ma anche la scena con il barman-androide che ricorda inevitabilmente quella di Shining), Passengers diventa un 50 Sfumature di Spazio che non ha più alcuna possibilità di ripresa nonostante qualche barbosa scena d’avaria della nave che serve solo ad allungare il brodo in modo “action”. Passengers risulta così uno sci-fi per donne, in cui lo spazio diventa fatto di stelle e stelline e in cui sembra impossibile annoiarsi per una vita intera quando c’è l’amore. Volendo chiedersi dunque quale sia lo scopo del film, che appare nascere almeno in principio da un’idea pura, da un sogno poi però sviluppato in modo leggero (e ripeto, peccato), si può di poco dubitare che lo scopo risulti commerciale ed atto a soddisfare coppie sentimentali che vanno al cinema insieme, in cui lui può vedere un film di fantascienza e lei, che non ama la fantascienza, grazie al lato romantico e all’iconica presenza di Jennifer Lawrence (sostenitrice delle donne dichiarata), è disposta ad accompagnarlo. Oppure al contrario, è lui che accompagna lei, sempre sperando che lui non abbia letto la trama del film. Insomma, si accompagnano a vicenda, andando a vedere un film che non piace a nessuno.

Le tematiche di riflessione nella storia  ci sono e sono molte, ma sono esposte purtroppo attraverso personaggi senza spessore: Aurora è una giornalista in viaggio verso nuovo pianeta nella speranza di scrivere qualcosa di interessante che possa farla uscire dall’ombra del padre, e Jim, ingegnere meccanico senza troppa mente o troppe pretese, o perlomeno pretese non indagate. Le domande da porsi e alle quali Jim e Aurora ci rispondono, sono almeno due:

1) E’ giusto rinunciare al proprio pianeta in cambio di un futuro nuovo ma incerto, raggiungibile solo dopo 120 anni di ibernazione (equivalente alla “morte” nel proprio mondo di origine)? Risposta: La risposta è ovviamente no, visto che l’astronave va in avaria dopo nemmeno trent’anni, e se non fosse stato per un po’ di fortuna non si sarebbe salvato nessuno. Infatti i due si fanno furbi e non ci tornano in ibernazione, pensando sia meglio passare una vita a fare sesso da soli, cioè in due.

2) E’ possibile vivere in un’astronave tutta la vita in compagnia di una persona sola? Risposta: Beh, sicuramente possibilità di tradimento non ce ne sono. E neanche possibilità di alternative pratiche, vista l’inaffidabilità dell’astronave, quindi l’amore vince benissimo quando è l’unica soluzione possibile.

E questo dovrebbe dirla lunga sul fatto di come il romanticismo in questa storia sia fuori luogo e incapace di emozionare, poiché legato a logiche di sopravvivenza e convenienza, e non alla libera scelta.

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Ricetta per creare dei topi

Lascia una camicia sporca o degli stracci in un contenitore, come una pentola o un barile, aperto contenente alcuni chicchi di grano o mangime e in 21 giorni appariranno dei topi. Vi saranno esemplari maschi e femmine adulti e in grado di accoppiarsi e riprodurre altri topi.

(Sull’origine della vita, Jean Baptiste van Helmond, XVII secolo)

Melaena Cadiz, folksinger di Los Angeles al Godot di Avellino

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E’ una sera d’ottobre ma l’aria fredda ad Avellino ricorda già dicembre, un dicembre più puro, spogliato dalle decorazioni di fine anno. Al Godot di via Mazas domenica 23 ottobre alle 22-22.30 c’è il concerto di Melaena Cadiz. Alle mie spalle, giovedì sera, nello stesso posto, un’alta pila bianca di carta sembra il profilo di un libro. “Sono i concerti da quando abbiamo aperto fino ad oggi.”, dice Luca. Sono locandine.
Il prossimo è quello di Melaena Cadiz, cantautrice americana residente a Los Angeles, California. Melaena ha vissuto molto a New York, ma anche a Seattle, Parigi, Michigan e Singapore da bambina, così decidiamo che è il caso di provare davvero un concerto del Godot. Quando arriviamo non c’è ancora nessuno, così parlo un po’ con Melaena prima del concerto. E’ felicissima, vivace, gli occhi sono quelli di chi non potrebbe desiderare nient’altro. A terra, sta giocando una piccola bambina, dai capelli sottilissimi e biondi, piccola ed elegante, come una cantautrice indie bonsai. Si chiama Mila ed è sotto lo sguardo vigile di Mikael Kennedy, marito di Melaena, fotografo, che più volte incrociamo con la bimba in braccio come un padre esemplare. Sono in tour in Italia tutti e 3, tour iniziato a Pescara il 20 Ottobre e Melaena mi parla di come sia stato emozionante guidare per la discesa in Campania, tra le montagne, nel verde ed il cielo azzurro che si stagliava sugli alberi (le prime date: 20 e 21 ottobre a Pescara ed Ascoli Piceno), di come le era piaciuto il paesaggio anche lungo la strada da Vitulazio, dove erano il giorno prima, ad Avellino. Melaena è straordinariamente entusiasta di essere in Italia, non fa mistero di essere un’amante dei viaggi “on the road”, di poter essere in tanti posti che diversamente non potrebbe scoprire, motel compresi. Ed infatti il giorno successivo sono saliti a Milano in auto, per essere in serata in concerto al Gattò, uno di quei locali un po’ indie della vita milanese, dove si ascolta ottima musica.

Melaena Cadiz, folksinger di Los Angeles al Godot di Avellino

I suoi punti di riferimento sono cantautrici come Joanna Newsom, ma anche artisti classici, come Joni Mitchell o Bruce Springsteen, di cui infila con oculatezza un brano nel live. Le chiedo se le piace Tori Amos, e mi risponde sempre con i suoi occhi entusiasti che la ascoltava moltissimo alle high school. Le origini di Melaena sono filippine e inglesi (la madre è un’americana di origini inglesi, il padre filippino), origini tradite da una moltitudine di lentiggini che le ricoprono il volto, occhi orientali, capelli lisci e neri che ricordano un’indiana d’america, e allo stesso tempo un corpo longilineo e affusolato. Da lontano mi colpiscono le sue ciglia corte e affilate come quelle di bambola, l’eleganza di una donna adulta e madre accostata alla sua stessa vivacità di bambina. La voce Melaena è straordinaria, il suo genere cantautorale ricorda fin da subito proprio Joanna Newsom, quella semplicità strumentale e stilistica di canzoni come “Peach, plum, pear”, ma la voce di Melaena non è infantile, né graffiante né acerba ma femminile come quella delle cantanti che solitamente amo e che, spesso mi viene fatto notare con ironia, hanno tutte i capelli rossi.

Melaena ci propone le canzoni dai suoi tre album: l’ultimo, Sunfair, uscito a marzo per Misra Records, composto ispirandosi al Joshua Tree National Park della California, si apre con la monumentale At The Symphony, saltano all’occhio anche The Shape of Things e The Fight, ma tutte le canzoni dell’album sono intense e tremule, di una bellezza così nitida da fare un po’ male, ricche di un atmosfera che viene da lontano, dai deserti d’America. Dal vivo queste canzoni ci fanno rendere conto di essere di fronte ad una fuoriclasse che inseguendo un sogno on the road è finita ora per caso ad Avellino, con un pubblico di una cinquantina di persone che alla fine del concerto sono tutte in fila a comprare i suoi dischi. Oltre a Sunfair, gli altri due suoi lavori sono il primo “Rattle the Windows” (2010) e “Deep Below Heaven” (2014). Questi tre dischi sono un unico lungo continuum, da poter ascoltare per tre o quattro volte di seguito senza mai smettere. Lo stile di Melaena è dolce, i suoi vocalizzi a volte sembrano ironici, mai inappropriati o boriosamente eccessivi, l’intero concerto è lei da sola con una chitarra, senza una sbavatura, tra le luci soffuse, le teiere e un gatto di pezza al palco. Al di là dei dischi, che le incisioni non è detto che vogliano dire per forza tutto, è dal vivo che ci rendiamo conto di come a tratti sia strano che una cantante come Melaena sia ancora inosservata, di come si infili in piccoli locali senza fare rumore e con la stessa delicatezza si allontani, come quando scompaiono piccoli astri luminosissimi all’alba. Melaena è capace di riempire così lo spazio in una stanza, solo con se stessa, con la sua singolarissima persona, con la rappresentazione di un sogno lontano, di un sogno americano, desertico e sconfinato, vistoso, patinato, serigrafato con assoluta precisione, ma ancora autentico, ancora aderente alla realtà.

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