Vari film su Mymovies: Easy, Love&Secrets, Hysteria, I 400 Colpi, The Story of Film

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La mia esperienza con Mymovies

Vodafone continua a regalarmi cose nella speranza che non cambi gestore: Infinity, Mymovies, Now TV, quindi adesso dopo Infinity vi parlo di Mymovies, prima che i film che ho visto negli ultimi giorni si perdano nel nulla dimenticati per sempre.

Purtroppo ci sono poche cose che mi mandano più in tilt della scelta fra cose simili: di Love & Secrets avevo scritto delle righe di commento due volte, e non sapendo cosa scegliere, ho rimandato la pubblicazione di questo post per mesi. Direte voi: “e che ce ne frega? non ce ne siamo neanche accorti”. Eh, avete ragione, ma a me non piace che il numero delle bozze cresca a dismisura. Anche se è un processo inevitabile, specie quando avete questa maledetta abitudine di voler scrivere e memorizzare sempre quello che vi accade o vi viene in mente, processo/perversione che rischierebbe di andare a discapito della vita vera, se non fosse che la vita vera reclama sempre il suo spazio (col cavolo che si possa star seduti per giorni a scrivere senza far nient’altro). Piccolo sfogo a parte – che poi in questo mondo reale converrebbe sempre mantenersi il più impersonali possibili e io ormai da un po’ non lo faccio – veniamo a Mymovies e ai film, che sono l’unica cosa interessante di questo sito.

Mymovies è migliore di Infinity: i titoli sono veramente belli, nonostante non siano presenti poi in gran numero. Ma quelli che ci sono, sono decisamente meno commerciali dei film di Infinity.

Il primo che ho visto è stato Easy. Mi capita davanti proprio dopo che mi è stato consigliato e lo vedo subito. Film italiano su un quasi handicappato che deve partire per l’Est Europa con l’intento di consegnare una salma ai suoi familiari. La pellicola è del 2017 e non sembra di gusto italiano, indubbiamente originale, trasuda malessere nei suoi 90 minuti fatti di molti silenzi, senza però riuscire ad appassionare. Easy vuole parlare senza parlare, il tutto per immagini, mostrando una storia decisamente triste.

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Love & Secrets

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Cerco allora qualcosa di più leggero, e mi imbatto in Love & Secrets che credo una commedia sentimentale con Ryan Gosling. Anche questo volevo vederlo da un po’, come tutti i film di Ryan Gosling da un po’ di anni a questa parte (finiti quelli con Johnny Depp e Jim Carrey, dovevo passare a qualcun’altro). Love & Secrets parte come un film romantico indie – davvero indie – strepitoso, ma si trasforma progressivamente in uno psycho thriller alla Gone Girl. Per la serie “non sposate miliardari che sembrano perfetti”, è ispirato a degli avvenimenti davvero accaduti intorno al 1982 in America. Robert Dust ha ucciso un po’ di persone e a quanto leggo dalla sparizione della moglie ad oggi è stato spesso a piede libero, cavandosela in 2 o 3 processi. La moglie è interpretata da Kirsten Dunst.
Sebbene questo film non spicchi in originalità nella trama – ce ne sono molti, di simili a questo – ha diversi pregi:

1) Fascino e atmosfere indie
2) Tiene benissimo la tensione
3) E’ ispirato a fatti reali.

Quindi vi invito a preferirlo rispetto a qualche fiction televisiva a caso, tipo Carabinieri.

Davvero bello, del 2010.

Hysteria

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Quando questo film uscì, nel 2011, ne rimasi davvero colpita: mai film con una trama così bizzarra ed un genere tanto difficile avevo visto distribuito nelle sale. Credo che sia più facile recensire un porno, o scandalizzarsi meno di fronte alla volgarità di commedie americane alla American Pie. Hysteria affianca il perbenismo inglese a riflessioni morali e questioni d’emancipazione sociale, in un mix complicato. Commedia? Commedia romantica? Film intelligente? Hysteria fa arrossire un po’, narrando la storia dell’invenzione del vibratore, in un modo leggero e assolutamente non pornografico ma da far venire i brividi. Ne parla in senso quasi medico, infatti il protagonista è un medico della fine del 1800 che, deluso dai metodi antiquati che adottava la medicina dell’epoca (molti dei suoi colleghi non ritenevano neanche opportuno lavarsi le mani, la conoscenza dei batteri e della loro diffusione era scarsissima), decide di lavorare in uno studio privato dove viene curata l’isteria femminile, con metodi però alquanto ambigui (pur negando che la cosa sia in qualche modo legata al piacere sessuale). Anche l’isteria, “malattia non malattia”  che riguardava fondamentalmente ricche signore annoiate, non aveva un’univoca cura, e ognuno faceva un po’ a modo suo. In mezzo a questioni morali sull’utilità della professione di medico, e se su sia meglio salvare davvero delle vite o arricchirsi in uno studio privato in mezzo a signore che non hanno alcun reale problema, se non molta insoddisfazione sessuale e qualche ansia psicologica, alla fine il giovane medico – che non ne può più di crampi alla mano e polsi bloccati a causa delle terapie – decide di velocizzare il suo lavoro con l’invenzione del vibratore. Sullo sfondo, la storia con la figlia del medico con cui lavora, di cui s’innamora per la perfezione di comportamenti e per la castità. Si tratta infatti di una fanciulla che rispetta tutti i canoni della bellezza inglese. La ragazza ha una sorella – che è tutto il contrario di lei – che lavora in un ricovero per poveri, istintiva e passionale e dal rapporto conflittuale col padre, che non accetta l’impegno nel sociale della figlia.

Insomma, il film punta attenzione sulla scarsa conoscenza della sessualità femminile dei tempi (addirittura, si credeva che le donne non potessero neanche godere). Un film che fa vergognare – non si sa se più per il fatto che un tempo si vivesse così – o per il fatto che riesce a sbatterti tutte queste verità in modo così irriverente, e che è allo stesso tempo senza troppe pretese, se non quella di far divertire lo spettatore e un po’ stuzzicarlo.

La regista è Tanya Wexler, laureata in psicologia dei generi sessuali.

A chi consigliare questo film? Eh non lo so. A chi è in cerca di qualcosa di strano, veramente strano e un po’ imbarazzante.

Truffaut – I quattrocento colpi

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La storia di un bambino, Antoine, che viene continuamente sgridato dai genitori e non è molto bravo a scuola. Antoine decide di scappare. Per compensare una lacuna sul grande Truffaut, mi ritrovo a vedere questo film d’altri tempi tanto interessante quanto lento e un po’ pesante da vedere. Rimangono in testa le musiche.

The Story of Film

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15 episodi davvero ben fatti sulla storia del cinema. Nei primi episodi partono dall’invenzione della macchina da presa e sulle prime tecniche cinematografiche sperimentate: la corsa fantasma, il montaggio, il controcampo, il punctum (un dettaglio che rende “vera” la scena, come il planare di una falena mentre una ragazza di sera è intenta a scrivere seduta alla sua scrivania). Si parla di Florence Lawrence, la prima movie star, che si suicidò nel 1938 con del veleno, prima di lei gli attori erano degli sconosciuti e nessuno ricordava i loro nomi. Nei primi episodi s’insiste particolarmente su Il ladro di Bagdad, film considerato un capolavoro per la ricchezza delle scenografie.

Nasceva infatti in quel periodo Hollywood, una catena di produzione di sogni, una vera e propria industria: l’obiettivo di tutti era di fare soldi, ma nonostante questo pratico e volgare intento, si realizzavano meraviglie.

“La regia: una bugia per dire la verità. E’ l’arte di farci sentire come se fossimo lì.”

 

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Mary e il fiore della strega, studio Ponoc

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<<Un film sponsorizzato dal Partenio.>> (Un ingegnere alpinista alla prima del film)

Film molto grazioso dello studio Ponoc, in sala dal 14 al 20 giugno e distribuito da Lucky Red. Nello studio Ponoc sono confluiti molti animatori dello Studio Ghibli, di conseguenza non sono pochi gli elementi che vi riporteranno ai classici Ghibli.
Il film è la trasposizione di un libro, La piccola scopa di Mary Stewart. Molto curato nelle animazioni, stende ai suoi spettatori una fiaba leggera ma non tediosa: Mary, bambina dai capelli rossi, trova un fiore magico nel bosco (precisamente al Campo di Summonte) inseguendo due gatti, Tip e Gib; il fiore magico le darà poteri e grazie a una scopa volante si ritroverà catapultata in un ateneo per apprendiste streghe.
Qui le verranno illustrati vari corsi di studio per maghi: il più difficile è una branca della magichimica, ingegneria chimica… Ops, volevo dire magia metamorfica. Con i suoi capelli rossi Mary è avvantaggiata: pare che disporre di un rosso malpelo sia garanzia per essere delle streghe di prim’ordine. Le cose però non scorrono come previsto, e dovrà salvare l’amico Peter e anche uno dei due gatti (quello grigio e che sembra il mio).

Dello stesso regista, Hiromasa Yonebayashi, ci sono Arrietty e Quando c’era Marnie.

Consigliato a:

– Ragazze con i capelli rossi che non amano i loro capelli
– Chi ha un debole per i capelli rossi
– Chi vuole sentirsi elegante vedendo un film d’animazione Ghibli&Co.
– Chi ama i film ambientalisti, perché ci sono molti scenari nella natura.

Insomma, è bello, ve lo consiglio. E il fiore della strega con un po’ di impegno sul Partenio lo troviamo.

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Tutto oggi mi fa venire la nausea. Ed essendo martedì the new lunedì, vediamo un po’ di fare spazio ed il punto della situazione. Sono circondata ovunque da film e libri disturbati, e ciò non è molto sano. Tra l’altro sto passando ogni sera a vedere film di Cronenberg e questo forse un po’ alimenta il mio disgusto e malessere. Ma un regista interessante come Cronenberg era da tempo che non lo trovavo.

Vediamo un po’ cosa ho letto e cosa mi resta da leggere:

Shooting Star Lens

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Ho fatto, dopo anni, la tessera in fumetteria, la quale permette (oltre ad un certo sconto sugli acquisti) di aggiudicarti un fantastico fumetto in omaggio a scelta fra 4-5 tra i più brutti e invenduti di sempre. Non so se lo leggerò mai. Questa ragazzina mi guarda con occhi sbrilluccicosi e vorrei darle un po’ di attenzione, però poi ci ripenso sempre e Shooting Star Lens non verrà letto mai. Ciao. 10 volumi, 2010-2014

La città della luce – Inio Asano

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Entro in fumetteria per cercare questo, lo trovo, mi tessero per avere il 10% di sconto e poi lo leggo sul pullman. Scopro che è uno dei fumetti più deprimenti del mondo e parla solo di persone che vogliono suicidarsi. E dire che volevo leggere un fumetto per svagarmi un po’. Volume unico.

il poeta e il tempo

Marina Cvetaeva – Il poeta e il tempo

Adelphi. Comprato durante le feste di Natale a scatola chiusa in una libreria a Piazza S.Domenico per 5€. Un saggio sulla poesia russa. Uno di quei libri che posso leggere giusto io e altre 2-3 persone che dopo vanno a spararsi.

Appennino Meridionale / Attività CAI 2018 / cartina dei Monti Lattari

Ok questi non sono libri. Me li han dati mentre andavo a rinnovare l’iscrizione del CAI. Ma ora che me ne faccio, dove li metto? Ho troppe cose da fare.

La nausea – Sartre

Perché ritorni sempre giù dall’ultimo piano della libreria, dannato figlio di puttana?

David Foster Wallace – La ragazza dai capelli strani

Anche tu che subdolamente strisci dalla seconda fila in avanti, perché tanta confidenza?

J.G.Ballard – Un gioco da bambini
H.G.Wells – La macchina del tempo 

Beh voi siete anche brevi, un giorno vi leggo.

Aggiornamento: letto Un gioco da bambini dopo cena. Non era male ma vivevo anche senza. Un po’ cupo anche questo. Un mondo perfetto che rende mostri le persone.

Le mimose di Montemarano: no questo non è un libro, sono fiori di 20 giorni fa secchi là sopra che mi dimentico di buttare.

Emily Dickinson – Poesie: amo le scrittrici con malattie mentali, però adesso per un po’ basta.

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Alejandro Jodorowsky – Cabaret mistico: barzellette reinterpretate in chiave filosofica. Mentre lo leggerete, penserete di aver trovato davvero il senso della vita, un sollievo, la soluzione e una direzione. Non preoccupatevi: questa sensazione di benessere poi scompare.

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Choderlos de Laclos – L’educazione delle donne: per 2€ a piazza Dante. Mi piace molto Laclos, e Le relazioni pericolose è uno dei miei libri preferiti. Questo libricino è arguto e interessante.

dacia maraini l'età del malessere

L’età del malessere – Dacia Maraini. Un libro che fa venire il malessere. Molto bello. A Enrica muore la mamma, non ha soldi, si fa scopare da uno che non la ama che sposerà un’altra, la dà per noia a un compagno di classe sfigato e si prostituisce con un vecchio. La cosa migliore che le capita è essere assunta come segretaria da una tardona che va con i ragazzini. Viene molestata dal maggiordomo e dal padre del suo fidanzato. Suo padre invece è alcolizzato e viene sfrattato. Rimane anche incinta e deve andare ad abortire. Allegro. Davvero. Consigliato.

Fiore e semi di magnolia: la devo smettere di collezionare la munnezza.

Wu Magazine, Sorrisi e Canzoni, Silhouette: la coerenza. Cantautori indie, Sanremo e dieta post feste di Natale. Speranza di interessarmi sul serio a qualcuna delle tre cose: nessuna. Passato il santo, passata la festa.

QuiNapoli: volantino di eventi brutti per gente che non ha niente da fare.

Pennelli a serbatoio Pentel: regalo di un fidanzato che ha deciso di spendere 20€ per 3 pennelli in plastica confidando nelle mie capacità artistiche. Ovvio che lui non sa neanche disegnare un omino con le mazzarelle per poter credere in me.

Basilico morto: hey basilico, lo sai anche tu che la solitudine è una brutta bestia.

Collane da metallara: volevo metterle ma poi sono diventata yuppie.

Occhi: eh boh a che servono degli occhi adesivi?

Scatolino del profumo di KATY PERRY e interno del cestino dell’immondizia con immondizia che non viene mai buttata da mesi e recuperata sempre: è ora. Ciao calzini Disney bucati.

La solitudine fa schifo se non è condivisa. 

Dove ho sentito questa frase?

Dopo aver buttato carte per due ore:

Ma è davvero così importante il passato? Crogiolarsi in mondi che non esistono?

Io voglio andare a lavorare in fabbrica e mangiare un panino del Mc Donald’s. Ne ho le palle piene di ‘sta roba.

(Elenco scritto qualche settimana fa nella speranza di riordinare.)

Da quel libro della Cvetaeva:

Amare – ma chi? Per un poco non vale la fatica, ed è impossibile amare in eterno…
(Lermontov, E noia, e tristezza)

De André Principe Libero ed altri film di cattivo gusto: la solitudine fa schifo, quando non è condivisa.

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“Non contano quelli come me, che devono spiegarti come dormire: conta come stai comodo tu.”

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Fabrizio De André – Principe Libero, 2018

De Andrè aveva davvero bisogno di questa cosa? Sceneggiato in due episodi su Fabrizio De André, interpretato da Luca Marinelli. A parte l’ovvia constatazione che non sia tanto opportuno far interpretare un genovese ad un romano, lo scemeggiato è ben recitato, accompagnato da canzoni e ripercorre la vita del Faber. Utile per tutte quelle persone che non hanno voglia di leggersi una biografia perché non han mai pensato che la cosa poteva cambiare loro la vita. E’ ben descritto l’uomo che c’è dietro le sue canzoni. Alcolizzato, anarchico e amante della campagna.

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Fabrizio De Andrè – Amico fragile: Una biografia su De André che possiedo e che mi regalarono a un compleanno, e che in effetti non ho mai letto.


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“La solitudine fa schifo, quando non è condivisa.”

“E’ questo il patto fra di noi. Io che faccio la parte della cretina e tu che torni. E’ così che si fa.” (La prima moglie di De André, a De Andrè)

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marinelli e dori ghezzi


Scanners, 1981

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Scanners: ci ho messo davvero troppo tempo per i miei gusti a trovare un’immagine che non facesse venire il mal di stomaco con teste che esplodono e carne spappolata.

Ormai Cronenberg è per me il regista del momento. Scanners forse l’avevo già visto anni fa o più o meno all’epoca (insomma, sempre un po’ dopo, non ero nata…). Parla di telepati incompresi ed emarginati ed inizia bene con cervelli che esplodono. Racchiude in sé la problematica sociale di discriminazione del diverso un po’ alla maniera di X-Men e sicuramente si sono ispirati da qui per i vettori di Elfen Lied. Purtroppo, sceneggiatura un po’ debole ed obsoleta anche se in sostanza si tratta di un film interessante da vedere, che pure se è una cagata, è una cagata gradevole.

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La mosca, 1986

La mosca non ha questo problema: la mosca è OTTIMO. Una giornalista conosce un genio che sta mettendo a punto il teletrasporto e lei decide di lavorarci su, in più sensi. Per scrivere un articolo sulla scoperta i due iniziano a stare sempre insieme, ed in effetti ‘sto scienziato, Seth Brundle, è carino. Però la giornalista ha già un fidanzato e lei, per andare a mollarlo, lascia Seth da solo per mezza serata, che ha la brillante idea di ubriacarsi e teletrasportarsi per errore insieme a una mosca. Così l’uomo inizia a trasformarsi progressivamente in una mosca. Beh lei ha sempre l’ex, che non è male, peccato che alla fine del film la mosca spappola all’ex un braccio ed un piede con la sua saliva. Poi la mosca viene sparata in testa. Urla e pianti. Bellissimo. Per la serie: niente più uomo mosca ma si può sempre ritornare con l’ex disabile. Insomma una ragazza sfortunata davvero, che magari se faceva meno la troia non succedeva ‘sto casino.

Il film è un remake de L’esperimento del dottor K, del 1958, e a sua volta ha ispirato tantissimi altri film.

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– Lui ancora ti ama?
– Chi glielo impedisce.

The Place: un film oscuro, con un cast italiano

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– Sei un mostro.
– Diciamo che do da mangiare ai mostri.

Non credevo in effetti sarei mai andata al cinema a vedere un film di Paolo Genovese (Immaturi, Tutta colpa di Freud). Il film è ambientato in The Place, un misterioso bar in cui un uomo senza nome, interpretato da Valerio Mastandrea (Notturno Bus, Il Caimano, Nine) incontra e parla per tutto il tempo con delle persone, annotando ogni volta il risultato delle loro conversazioni in un’agenda. Anche se non si comprende bene come queste persone siano giunte in The Place e da quest’uomo, perché non è spiegato, ciascuna di esse ha per lui una richiesta, che verrà esaudita se accetteranno di compiere alcune azioni che quest’uomo commissiona, pescandole apparentemente a caso dall’agenda. Il segnalibro posto lì in mezzo non pare in realtà mai muoversi e le azioni sembrano essere assegnate senza alcun filo logico. Nonostante l’uomo, Mastandrea, si limiti a parlare (o meglio ad ascoltare e a volte a fare domande), e non venga mai chiarita esplicitamente la sua figura, si tratta di un’ambigua incarnazione del diavolo; pur non influenzando mai davvero le persone e mantenendosi imparziale nei confronti delle cose, propone loro di attuare dei comportamenti quasi sempre riprovevoli.

L’uomo non rivela interesse nei confronti di ciò che accade o che propone, come se ne fosse abituato, né tantomeno mostra delle emozioni. E’ freddo, anche se tutto sommato pare triste e annoiato del suo lavoro. Quelli che propone sono quasi sempre atti orribili, come uccidere una bambina innocente, far lasciare una coppia, fare una rapina, mettere una bomba in un locale affollato. Le persone con cui Mastandrea parla reagiscono in modo diverso: alcune inizialmente rifiutano, altre accettano subito, molte, dopo aver iniziato, tentennano, altre ancora ci prendono gusto nella cosa e continuano il compito assegnatogli oltre il periodo del contratto. Gli obiettivi finiscono per intrecciarsi e influenzarsi fra loro. L’uomo dice di “non dare mai obiettivi impossibili”, ma alcuni si complicano o cambiano progressivamente, influenzati dall’operato di altri persone. Le stesse richieste di alcuni personaggi cambiano nel corso del film, come cambia la loro valutazione delle cose, delle cattive azioni e del loro senso di sé.

Il tutto è intervallato, a più riprese, dai dialoghi con una Ferilli che lavora in The Place. A forza di vedere Mastandrea in quel ristorante, la Ferilli crede che si tratti di un uomo solo, magari divorziato, forse uno psicologo. Non gli fa alcuna richiesta esplicita, ma cerca di approcciarlo, di farsi raccontare qualcosa, senza riuscirci.

E’ un film tutto incentrato sui personaggi e sui dialoghi, che purtroppo non brillano ma sono comunque molto efficaci alla costruzione della storia, come in un dramma teatrale. L’unica vera ambientazione è The Place, anche se nella mente si riescono ad immaginare gli altri luoghi di cui si parla, o dei personaggi che in realtà non compaiono mai.

Gli attori sono tutti italiani,  e anche la recitazione è “molto italiana” , poco emozionante, fatta eccezione per Suor Chiara (Alba Rorhwacher) che spicca per il modo in cui calza nel personaggio, mettendosi al di sopra degli altri. Non convince poi tanto Alessandro Borghi, nel difficile ruolo di un cieco che dovrà violentarla, abbastanza brava e bella Vittoria Puccini (Elisa di Rivombrosa, ma presente anche in diversi film come Paz!, Ma quando arrivano le ragazze? di Pupi Avati e Tutta colpa di Freud dello stesso Genovese), gradevole ed azzeccata la romana Silvia d’Amico (era in Non essere cattivo di Claudio Caligari), una cattiva ragazza che pur di diventare “più bella” accetta di derubare una sua amica.

Elemento di richiamo in The Place è Silvio Muccino, che citando una frase non mia, è ormai come Johnny Depp nei film in cui non è protagonista: appare per pochissimo tempo, fa la parte del cattivo ragazzo e ciò basta per attrarre in sala più donne possibili.

Il personaggio di Muccino spaccia acidi ed è complice di Silvia, ma dopo aver fatto l’amore con lei piange, insomma, il solito duro dal cuore tenero. Difficile il rapporto con il padre, che qui è Marco Giallini.

Altri nomi noti: Rocco Papaleo che è un meccanico che vorrebbe passare una notte con Amanda, una ragazza/attrice/pornoattrice della quale ha un poster in officina. Solo una notte e non di più, perché una relazione non saprebbe gestirla. Perciò gli viene commissionato di sorvegliare una bambina che non conosce, la stessa che Vinicio Marchioni (era in To Rome With Love) dovrà uccidere. Ma l’elemento chiave di The Place è senz’altro Giulia Lazzarini (la madre di Nanni Moretti in Mia madre, 83 anni), non proseguo oltre per non rivelarvi il finale.

Il film potrebbe essere letto a più livelli: in un’interpretazione meno ovvia, Mastandrea, che continua a essere nel bar anche oltre l’orario di chiusura, potrebbe essere un’invenzione della solitudine della Ferilli, la quale continua ad osservare il viavai di persone con i loro problemi, dall’esterno, e gli atti casuali, in teoria commissionati, potrebbero essere invece dettati da una sorta di destino (un destino legato al caso) senza che nessun uomo “fisico” li abbia mai davvero proposti. Ad esempio, la gelosia della Puccini per la fedeltà del suo vicino di casa nei confronti della moglie potrebbe aver scatenato la cattiveria di cui è stata capace: fingere che lui abbia tradito la moglie con lei, al fine di farli litigare, pure se l’atto sessuale non era stato consumato davvero. La stessa perdita di fede di Suor Chiara l’avrebbe portata a voler fare l’amore con un uomo e a rimanere incinta. Così, ogni atto crudele potrebbe avere una giustificazione, tutto quadrerebbe senza troppe forzature. Forse a volte si deve sprofondare prima di aver ciò che si vuole, e mettere in discussione tutto prima di capire quale sia veramente la cosa giusta da fare, riorganizzare i propri schemi di pensiero, e infatti ogni personaggio evolve e si modifica nel corso del film. Nel finale risolutivo la Ferilli sembra “abbracciare” la professione di Mastandrea, sostituendosi a lui, che smetterebbe così di essere il diavolo. Domanda: la solitudine, e l’osservazione degli altri, portano ad essere Satana? D’altronde, non viene mai detto esplicitamente cosa accade davvero e perché tutto ciò sia possibile.

Un’altra interpretazione, che poi è quella giusta, è che Mastandrea sia il diavolo. Ma il diavolo non esiste davvero, è una costruzione dell’uomo, ed è per questo che nel film non vengono fornite vere risposte: sta a noi se crederci o no, ciò che restano sono solo le azioni, giuste o sbagliate.

Però quest’uomo di The Place è sicuramente un Satana diverso da come lo immaginiamo nell’iconografia classica. E’ solo un osservatore, e non è responsabile. Egli non tenta: qualunque persona dotata di una certa fermezza potrebbe rifiutare. Abbiamo la libera scelta su come comportarci e il diavolo non fa solo che servirci le cose su di un piatto, anzi, quello di The Place sembra quasi scoraggiarle.

Per la serie: a me non frega un cazzo, e ne ho le palle piene di quello che fate.

Il film è ispirato alla serie televisiva statunitense The Booth at the End (10 episodi).

Your Name, il nuovo film di Makoto Shinkai nelle sale italiane

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Proiettato in Italia come evento speciale solo il 23-24-25 gennaio e poi in replica il 31 gennaio e 1 febbraio, Your Name è l’ultimo film di Makoto Shinkai. Giovane promessa dell’animazione giapponese, Makoto Shinkai è senza alcun dubbio uno dei miei registi preferiti, anche se quando viene definito come il nuovo Miyazaki sono tra le prime a pensare che sia un’esagerazione. Innanzitutto, con Miyazaki, Makoto Shinkai centra ben poco. I suoi lavori non sono intrisi di significati, tradizioni e scenari traboccanti di immagini come troviamo in capolavori del tipo La città incantata, Il castello errante di Howl, Principessa Mononoke. Accostare Shinkai a Miyazaki è come voler paragonare Monet a Caravaggio. Non centrano nulla. E sono anche, inevitabilmente, su livelli diversi. Ma se confrontiamo i film di Makoto Shinkai con altri lavori dello Studio Ghibli, come La collina dei papaveri di Goro Miyazaki (il figlio di Miyazaki), Arrietty, I racconti di Terramare, allora ci rendiamo conto che Makoto Shinkai non può passare inosservato e che rappresenta “il meglio” che l’animazione giapponese può offrirci, volendo discostarsi dalle vie già tracciate. Makoto Shinkai è però il meglio “in potenza” e non di diritto, gli ultimi suoi lavori, Il Giardino delle Parole e Your Name, non sono esenti da difetti, pur lasciando senza parole per quanto essi siano avanti dal punto di vista delle animazioni, dei fondali e delle idee. Già quando uscì “Voices of Distant Star” nel 2002, il suo primo lavoro realizzato con pochissimi mezzi, acerbo, pieno di difetti, il talento di Shinkai non passò inosservato. Il giovane regista, che all’epoca non aveva neanche trent’anni, espose già in quel primo OAV tutte le sue idee che poi furono sviscerate e raffinate nei film successivi: su tutti 5 cm per second, l’unico vero capolavoro che gli si possa attribuire, esente da sbavature, dalle insufficienze di un regista così complesso da risultare in effetti più di una volta confusionario, e che invece di avviarsi alla maturità negli anni sembra ritornare indietro, percorrendo forse anche qualche scorciatoia commerciale.
La distanza è uno dei temi ricorrenti di Makoto Shinkai. Egli è inevitabilmente un regista di indole romantica, ossessionato dal tema della distanza, dai cieli ampissimi e ricchi di dettagli sempre diversi, e dalle stelle. In Your Name questi concetti ritornano tutti. E’ il proseguimento di un discorso che per Shinkai non era stato sufficientemente approfondito in Voices of distant star, Beyond the clouds e 5 cm per second (in cui a mio avviso raggiunge il massimo, e da qui in poi può solo ritornare indietro) ma anche in Viaggio verso Agharta, e che egli continua a fare, come inceppato sempre sullo stesso sogno ossessivo e ricorrente. Egli lo coniuga ancora una volta, in un film visivamente ancor più straordinario ma dotato di un taglio meno sottile, una sceneggiatura più veloce, adatta al grande pubblico (anche molto giovane) nella quale però sfuggono in continuazione, irrequieti, i dettagli che fanno la differenza tra un film romantico meramente commerciale e il capolavoro. Così il capolavoro risulta imbrigliato in una sceneggiatura a tratti infantile e che va avanti troppo spesso ripetendo la stessa cosa, impiastricciato in una trama vistosa e un po’ stucchevole. Il film, che dura 107 minuti, è troppo lungo (nella necessità di dispiegare una trama che altrimente non sarebbe riuscita ad avere senso: ma sarebbe stata preferibile se lasciata con un certo fascino di storia incompiuta), forse per la paura dell’autore di non incorrere nell’errore del Giardino delle parole, che risultava, al contrario, troppo corto (46 minuti).
Le uniche cose in cui Makoto Shinkai va qui veramente avanti, sono i fondali e le animazioni, che risultano, film dopo film, sempre più straordinari. La luminosità dell’acqua, il fascino dei luoghi, la piccola cittadina di montagna di Itomori in cui vive Mitsuha.

Il lago di Itomori sul quale il paese si affaccia è ispirato al lago Suwa (prefettura di Nagano), ma prendeva in realtà come primo modello il lago Matsubara della città di Koumi, 5700 abitanti, paese di origine di Makoto Shinkai.

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Il paese di Itomori nel film

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Il lago Suwa, nella prefettura di Nagano

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Itomori mi ha ricordato il piccolo paese in cui era ambientato Higurashi no naku koro ni, ma il luogo in cui si svolge la scena finale, sulle montagne alle spalle di Itomori, ricorda inevitabilmente il finale del Castello Errante di Howl. Seppur diversi essi sono dei luoghi che rappresentano “il mondo interiore” dei personaggi, in cui il tempo appare immobile ed è possibile riflettere. In questo forse si accomunano Miyazaki e Shinkai: le loro ambientazioni sono così vive da dare la sensazione di esserci già stati, non solo nel film, ma nella realtà. Le strade di campagna di Beyond the clouds e le sue nuvole, la scuola di Voices of Distant Star, i petali di ciliegio ed i passaggi a livello di 5 cm per second, i suoi treni, ed infine anche il paese di Itomori, sono luoghi dove io sono stata e che mi appartengono, come un lungo sogno che ho fatto più volte per anni e che alla fine Shinkai ha messo in un film. In questo Shinkai è incredibilmente moderno, rappresentazione del fascino di una generazione straziata dalla distanza, straziata da cieli straordinari che si accostano al malessere dei telefoni cellulari, di strade vorticose, ripiegati su se stessi in un “non essere”. La protagonista di Your Name, Mitsuha, residente a Itomori, vive una vita che è il contrario di quella di Taki, un ragazzo di Tokyo. Mitsuha è chiusa in un paese di 1500 abitanti in cui non esiste nemmeno una caffetteria, dedita – per costrizione della nonna – all’arte dell’intreccio. Si intrecciano così i fili del destino, in uno scambio tra i due ragazzi che avviene con una modalità simile a quella del sogno, ma che lascia effetti visibili nella realtà. Senza averlo deciso, almeno due o tre volte a settimana, Mitsuha si sveglia nel corpo di Taki, a Tokyo, e Taki nel corpo di Mitsuha.

Come dicevo, questa è solo una diversa coniugazione di 5 cm per second, un’allegoria di una storia che avrebbe potuto esistere anche privata dell’elemento fantastico, e di come Shinkai giri intorno “sempre alla stessa cosa”. Shinkai si tradisce, quando parla di “amici virtuali”, e di come i due si lasciassero in continuazione messaggi sul cellulare pur non potendo mai vedersi. Gli amici di Taki prendono in giro Taki quando lo accompagnano alla ricerca di Mitsuha, di cui il ragazzo in effetti non sa niente. Per Taki e Mitshua è come se si fossero scambiati le loro vite, pur non sapendo niente l’uno dell’altro, qualcosa di tipico quando la distanza ed il tempo separano due persone e c’è solo il racconto di una vita immaginata, che si vive momento per momento, ma resta distante. Anche in 5 cm per second c’era questo, e in Voices of distant star anche: i continui messaggi attraverso il cellulare di due persone che non potevano mai incontrarsi. Come in 5 cm per second, si ripresenta la consapevolezza che la vita debba scorrere in un modo giusto (Taki ha un appuntamento con una ragazza che gli piace, nella sua stessa città, appuntamento organizzato da Mitsuha, nonostante ne scateni la sua tristezza e gelosia) e contemporaneamente l’impossibilità di metterla in pratica, a causa di un legame con una persona lontana che mantiene in un limbo in cui non accade nulla. Il finale di 5 cm per second e Your Name si assomigliano, con una differenza però sostanziale: mentre in 5 cm per second i due protagonisti sembrano continuare a perdersi per tutta la vita, Your name rappresenta una versione spensierata e felice del problema della perdita (seppur un malessere di fondo accompagni sempre un film ricco di elementi divertenti); nel finale i due si riconoscono incrociandosi mentre camminavano in direzioni opposte.
Ci sarebbe ancora molto da dire. Come in Voices of distant star (e non  in 5 cm per second), in Your Name le linee temporali dei due personaggi sono sfalsate: egli vivono e si conoscono “a 3 anni di distanza”. Taki conosce la Mitsuha di 3 anni prima, come se a separarli non fosse solo la presenza fisica, la diversità dei luoghi, ma anche il tempo. Ed inoltre, essi non riescono, quasi mai, a ricordare i loro nomi, da cui il titolo “Your name“.
Il regista giustifica queste scelte in un messaggio ai fan italiani all’inizio del film, dicendo che da qualche parte per tutti c’è una persona importante che dobbiamo ancora incontrare, e che spera che il film lasci in noi una sensazione di felicità. Ma sembra lui stesso ingarbugliarsi tra passato e futuro, nei tre anni indietro, nel portarci indietro e poi avanti, in continuazione, in mondi che ha creato e poi rubato (Itomori è ispirato al suo paese natale, Koumi), in qualcosa che abbiamo già incontrato. Forse l’amore per Shinkai è una sorta di déjà vu, un’appartenenza che non si recide mai, che esiste ancora prima di iniziare.

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Il lago Matsubara nei pressi di Koumi, paese di origine dell’autore

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l luogo della scena finale del Castello errante di Howl

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L’ultimo film di John Carney: Sing Street, l’amore e gli anni 80 a Dublino

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Sing Street è stato distribuito nelle sale italiane dal 9 novembre 2016 ma nella maggior parte di esse non è mai arrivato. Si tratta di uno di quei film che bisogna andare a cercare nei cinema di città o aspettare quei giorni in cui le multisale si dedicano al “cinema d’essai”, giorni che potrebbero collocarsi anche a molte settimane di distanza dalla data ufficiale d’uscita.

Il regista è John Carney, lo stesso di Once, un film del 2006 allo stesso modo non troppo capillarmente distribuito, ma che non è passato inosservato né nell’ambiente musicale né tra gli appassionati di cinema. Molto romantico, forse anche troppo, Once si distingueva dalle altre storie d’amore per il fatto che in esso non erano solo descritti dei sentimenti tra due persone, ma risultava centrale nell’intero film la musica (Premio Oscar come Miglior Canzone a Falling Slowly) e l’amore per essa. Lo stesso discorso, identico, vale per Sing Street.

Carney è irlandese e così come Once anche Sing Street è ambientato a Dublino. E’ principalmente la storia di due giovani adolescenti e del loro avvio verso l’età adulta, in Sing Street scorrono i loro problemi familiari, le difficoltà che incontrano nel mettere insieme una band, i sogni, il dover scontrarsi con una realtà limitante. L’Inghilterra dalle coste irlandesi è vista come un luogo lontano in cui le cose sono più semplici, in cui il mondo funziona e la scena musicale è vivissima, è un’America più avvicinabile, basta solo attraversare un breve tratto di mare. Ad avere, però, i soldi per viaggiare.

Presentato quasi un anno fa al Sundance Festival 2016, di Sing Street più che la storia è interessante il modo in cui essa è raccontata: ibrido tra un musical e un film d’amore adolescenziale, il film è fatto quasi solo di canzoni, di immagini caramellate e un po’ ribelli, in pratica di videoclip. Videoclip che nascono dalla fervida fantasia del protagonista, Cosmo, e della sua band. Hanno una ragazza, Raphina (che intreccerà una strana forma di amore/amicizia con Cosmo), che fa da loro musa ispiratrice, ma da dietro le quinte è il fratello maggiore di Cosmo a indirizzarli nel verso giusto. La cultura musicale di Cosmo adolescente cresce rapidamente, tra Bowie, Cure, Duran Duran, progressive rock, Genesis. Onnivori e giovanissimi, i ragazzi della band di Cosmo miscelano i diversi generi, le diverse influenze, elevandosi, almeno ideologicamente, a qualcosa di meglio del contesto degradato in cui versano. In effetti non è ben esplorato quanto fossero bravi tecnicamente, ma ciò che si evince ed è importante è la loro capacità di immaginare e di unire elementi differenti cavalcando le mode dell’epoca. Questo sempre, sia ben chiaro, con la purezza dei quindici anni. La figura di Raphina, il cui sogno è di fare la modella e che si lascia abbindolare da quattro ragazzini che la chiamano per un videoclip (e ciò rivela quanto lei fosse in realtà ingenua, piuttosto che una vera modella) è in qualche senso determinante sia per la band che per lo stesso film. Così come colora i loro videoclip – al punto che non varrebbero niente senza di lei – così Raphina colora anche Sing Street, avvolta dalla brezza marina, dalle atmosfere indie e dai capelli cotonati.

L’impressione è quella di trovarsi davanti a un film di quelli che fanno dire “ehi, questo film è veramente, ma veramente buono”, se non fosse che contiene in sé tutta quel candore dei quindici anni non sempre digeribile in età adulta. Sing Street potrebbe finire per risultare come uno dei tanti film adolescenziali disponibili in cassetta, ma non lo fa proprio grazie a questa sua estetica indipendente e questa colonna sonora meno convenzionale del solito, piena di anni 80, fatta di Cure, Duran Duran, Hall & Oates, Spandau Ballet ed altre band che rendono la pellicola senza dubbio più ricercata, e che riesce a mascherare bene alcuni buchi nella caratterizzazione dei personaggi (buchi presenti, purtroppo, anche in Once); in sintesi Sing Street non snatura il vero e sincero obiettivo di una storia di questo tipo, cioè quello di far passare un paio d’ore altrove, con belle immagini e una bella OST.

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  1. Rock N Roll Is A Risk (Dialogue) – Jack Reynor
  2. Stay CleanMotörhead
  3. The Riddle Of The Model – Sing Street
  4. RioDuran Duran
  5. Up – Sing Street
  6. To Find You – Sing Street
  7. Town Called MaliceThe Jam
  8. In Between DaysThe Cure
  9. A Beautiful Sea – Sing Street
  10. ManeaterHall & Oates
  11. Steppin’ OutJoe Jackson
  12. Drive It Like You Stole It – Sing Street
  13. Up (Bedroom Mix) – Sing Street
  14. Pop Muzik – M
  15. Girls – Sing Street
  16. Brown Shoes – Sing Street
  17. Go NowAdam Levine

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Il concerto di capodanno con l’omaggio a Mango. Purtroppo.

Per averti pagherei un milione e anche più, anche l’ultima Marlboro darei perché tu sei oro, oro, oro. Un diamante per un sì, oro, oro, oro, oro, per averti così, distesa e pura: ma tu ci stai. Perché accetti e ci stai? E così tu cadi giù, io non ti voglio già più, inaccessibile non sei, non con gli dei, tu sei senza dei. Oro, oro, oro, quanto oro ti darei, oro, oro, oro, per averti così, distesa, pura, ma tu ci stai, perché accetti e ci stai?
Perché non ti elevi su di noi e resti lì, celeste così?
Io ti vorrei immune dal sesso, perché ti daresti anche adesso.

Paramnesia

paramnesia, ovvero un ricordo errato o inesatto ed impropriamente localizzato nella dimensione spazio-temporale.

3. Teoria attenzionale. Una interruzione (un “black out” o un “reset“) nella continuità dell’attenzione causerebbe un riprocessamento dell’informazione. L’interruzione ne avrebbe fatto dimenticare la presenza e non è consapevole; la percezione – o meglio la sensazione della percezione – invece permarrebbe attraverso un altro canale non cosciente. Da qui la sensazione di familiarità (“l’ho già visto un attimo prima”).

4. Teorie amnestiche. All’interno del campo di attenzione ci sarebbe un elemento appartenente a un ricordo realmente memorizzato (e probabilmente avvenuto); questo elemento però, a causa di un errore di memoria per cui non si riesce a richiamare anche il contesto complessivo, sarebbe sufficiente a richiamare la sensazione di familiarità (“c’è qualcosa in questa situazione che mi ricorda… no, ho già vissuto questo giorno/situazione”).