Your Name, il nuovo film di Makoto Shinkai nelle sale italiane

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Proiettato in Italia come evento speciale solo il 23-24-25 gennaio e poi in replica il 31 gennaio e 1 febbraio, Your Name è l’ultimo film di Makoto Shinkai. Giovane promessa dell’animazione giapponese, Makoto Shinkai è senza alcun dubbio uno dei miei registi preferiti, anche se quando viene definito come il nuovo Miyazaki sono tra le prime a pensare che sia un’esagerazione. Innanzitutto, con Miyazaki, Makoto Shinkai centra ben poco. I suoi lavori non sono intrisi di significati, tradizioni e scenari traboccanti di immagini come troviamo in capolavori del tipo La città incantata, Il castello errante di Howl, Principessa Mononoke. Accostare Shinkai a Miyazaki è come voler paragonare Monet a Caravaggio. Non centrano nulla. E sono anche, inevitabilmente, su livelli diversi. Ma se confrontiamo i film di Makoto Shinkai con altri lavori dello Studio Ghibli, come La collina dei papaveri di Goro Miyazaki (il figlio di Miyazaki), Arrietty, I racconti di Terramare, allora ci rendiamo conto che Makoto Shinkai non può passare inosservato e che rappresenta “il meglio” che l’animazione giapponese può offrirci, volendo discostarsi dalle vie già tracciate. Makoto Shinkai è però il meglio “in potenza” e non di diritto, gli ultimi suoi lavori, Il Giardino delle Parole e Your Name, non sono esenti da difetti, pur lasciando senza parole per quanto essi siano avanti dal punto di vista delle animazioni, dei fondali e delle idee. Già quando uscì “Voices of Distant Star” nel 2002, il suo primo lavoro realizzato con pochissimi mezzi, acerbo, pieno di difetti, il talento di Shinkai non passò inosservato. Il giovane regista, che all’epoca non aveva neanche trent’anni, espose già in quel primo OAV tutte le sue idee che poi furono sviscerate e raffinate nei film successivi: su tutti 5 cm per second, l’unico vero capolavoro che gli si possa attribuire, esente da sbavature, dalle insufficienze di un regista così complesso da risultare in effetti più di una volta confusionario, e che invece di avviarsi alla maturità negli anni sembra ritornare indietro, percorrendo forse anche qualche scorciatoia commerciale.
La distanza è uno dei temi ricorrenti di Makoto Shinkai. Egli è inevitabilmente un regista di indole romantica, ossessionato dal tema della distanza, dai cieli ampissimi e ricchi di dettagli sempre diversi, e dalle stelle. In Your Name questi concetti ritornano tutti. E’ il proseguimento di un discorso che per Shinkai non era stato sufficientemente approfondito in Voices of distant star, Beyond the clouds e 5 cm per second (in cui a mio avviso raggiunge il massimo, e da qui in poi può solo ritornare indietro) ma anche in Viaggio verso Agharta, e che egli continua a fare, come inceppato sempre sullo stesso sogno ossessivo e ricorrente. Egli lo coniuga ancora una volta, in un film visivamente ancor più straordinario ma dotato di un taglio meno sottile, una sceneggiatura più veloce, adatta al grande pubblico (anche molto giovane) nella quale però sfuggono in continuazione, irrequieti, i dettagli che fanno la differenza tra un film romantico meramente commerciale e il capolavoro. Così il capolavoro risulta imbrigliato in una sceneggiatura a tratti infantile e che va avanti troppo spesso ripetendo la stessa cosa, impiastricciato in una trama vistosa e un po’ stucchevole. Il film, che dura 107 minuti, è troppo lungo (nella necessità di dispiegare una trama che altrimente non sarebbe riuscita ad avere senso: ma sarebbe stata preferibile se lasciata con un certo fascino di storia incompiuta), forse per la paura dell’autore di non incorrere nell’errore del Giardino delle parole, che risultava, al contrario, troppo corto (46 minuti).
Le uniche cose in cui Makoto Shinkai va qui veramente avanti, sono i fondali e le animazioni, che risultano, film dopo film, sempre più straordinari. La luminosità dell’acqua, il fascino dei luoghi, la piccola cittadina di montagna di Itomori in cui vive Mitsuha.

Il lago di Itomori sul quale il paese si affaccia è ispirato al lago Suwa (prefettura di Nagano), ma prendeva in realtà come primo modello il lago Matsubara della città di Koumi, 5700 abitanti, paese di origine di Makoto Shinkai.

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Il paese di Itomori nel film

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Il lago Suwa, nella prefettura di Nagano

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Itomori mi ha ricordato il piccolo paese in cui era ambientato Higurashi no naku koro ni, ma il luogo in cui si svolge la scena finale, sulle montagne alle spalle di Itomori, ricorda inevitabilmente il finale del Castello Errante di Howl. Seppur diversi essi sono dei luoghi che rappresentano “il mondo interiore” dei personaggi, in cui il tempo appare immobile ed è possibile riflettere. In questo forse si accomunano Miyazaki e Shinkai: le loro ambientazioni sono così vive da dare la sensazione di esserci già stati, non solo nel film, ma nella realtà. Le strade di campagna di Beyond the clouds e le sue nuvole, la scuola di Voices of Distant Star, i petali di ciliegio ed i passaggi a livello di 5 cm per second, i suoi treni, ed infine anche il paese di Itomori, sono luoghi dove io sono stata e che mi appartengono, come un lungo sogno che ho fatto più volte per anni e che alla fine Shinkai ha messo in un film. In questo Shinkai è incredibilmente moderno, rappresentazione del fascino di una generazione straziata dalla distanza, straziata da cieli straordinari che si accostano al malessere dei telefoni cellulari, di strade vorticose, ripiegati su se stessi in un “non essere”. La protagonista di Your Name, Mitsuha, residente a Itomori, vive una vita che è il contrario di quella di Taki, un ragazzo di Tokyo. Mitsuha è chiusa in un paese di 1500 abitanti in cui non esiste nemmeno una caffetteria, dedita – per costrizione della nonna – all’arte dell’intreccio. Si intrecciano così i fili del destino, in uno scambio tra i due ragazzi che avviene con una modalità simile a quella del sogno, ma che lascia effetti visibili nella realtà. Senza averlo deciso, almeno due o tre volte a settimana, Mitsuha si sveglia nel corpo di Taki, a Tokyo, e Taki nel corpo di Mitsuha.

Come dicevo, questa è solo una diversa coniugazione di 5 cm per second, un’allegoria di una storia che avrebbe potuto esistere anche privata dell’elemento fantastico, e di come Shinkai giri intorno “sempre alla stessa cosa”. Shinkai si tradisce, quando parla di “amici virtuali”, e di come i due si lasciassero in continuazione messaggi sul cellulare pur non potendo mai vedersi. Gli amici di Taki prendono in giro Taki quando lo accompagnano alla ricerca di Mitsuha, di cui il ragazzo in effetti non sa niente. Per Taki e Mitshua è come se si fossero scambiati le loro vite, pur non sapendo niente l’uno dell’altro, qualcosa di tipico quando la distanza ed il tempo separano due persone e c’è solo il racconto di una vita immaginata, che si vive momento per momento, ma resta distante. Anche in 5 cm per second c’era questo, e in Voices of distant star anche: i continui messaggi attraverso il cellulare di due persone che non potevano mai incontrarsi. Come in 5 cm per second, si ripresenta la consapevolezza che la vita debba scorrere in un modo giusto (Taki ha un appuntamento con una ragazza che gli piace, nella sua stessa città, appuntamento organizzato da Mitsuha, nonostante ne scateni la sua tristezza e gelosia) e contemporaneamente l’impossibilità di metterla in pratica, a causa di un legame con una persona lontana che mantiene in un limbo in cui non accade nulla. Il finale di 5 cm per second e Your Name si assomigliano, con una differenza però sostanziale: mentre in 5 cm per second i due protagonisti sembrano continuare a perdersi per tutta la vita, Your name rappresenta una versione spensierata e felice del problema della perdita (seppur un malessere di fondo accompagni sempre un film ricco di elementi divertenti); nel finale i due si riconoscono incrociandosi mentre camminavano in direzioni opposte.
Ci sarebbe ancora molto da dire. Come in Voices of distant star (e non  in 5 cm per second), in Your Name le linee temporali dei due personaggi sono sfalsate: egli vivono e si conoscono “a 3 anni di distanza”. Taki conosce la Mitsuha di 3 anni prima, come se a separarli non fosse solo la presenza fisica, la diversità dei luoghi, ma anche il tempo. Ed inoltre, essi non riescono, quasi mai, a ricordare i loro nomi, da cui il titolo “Your name“.
Il regista giustifica queste scelte in un messaggio ai fan italiani all’inizio del film, dicendo che da qualche parte per tutti c’è una persona importante che dobbiamo ancora incontrare, e che spera che il film lasci in noi una sensazione di felicità. Ma sembra lui stesso ingarbugliarsi tra passato e futuro, nei tre anni indietro, nel portarci indietro e poi avanti, in continuazione, in mondi che ha creato e poi rubato (Itomori è ispirato al suo paese natale, Koumi), in qualcosa che abbiamo già incontrato. Forse l’amore per Shinkai è una sorta di déjà vu, un’appartenenza che non si recide mai, che esiste ancora prima di iniziare.

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Il lago Matsubara nei pressi di Koumi, paese di origine dell’autore

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l luogo della scena finale del Castello errante di Howl

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Altre visioni

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Spaventoso. Un film d’animazione del 2010, grottesco, inquietante, confuso. Disturbante. Immaginate Eraserhead di Lynch unito alla Città Incantata di Miyazaki. E’ un bel prodotto, ma non so fino a che punto consigliarlo, è per cultori del genere. E’ sicuramente molto interessante, ma non mi ha trasmesso così tante emozioni, in ogni caso, si tratta di un prodotto fuori dal comune e già per questo merita attenzione. Di Keita Kurosaka.

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Uno dei migliori prodotti degli ultimi anni. Forse, proprio il migliore. Solo 12 episodi, ma equilibrati, una storia ben sviluppata, originale, splendide animazioni, fondali perfetti, personaggi caratterizzati correttamente. La storia è bilanciata sotto ogni aspetto: sentimenti, horror, indagini, paranormale. Mi ha ricordato, nel finale, il film Confessions di Tetsuya Nakashima. Erased è davvero stupendo. Lo consiglio molto.

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Ascension

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Solo 6 episodi per Ascension, un telefilm sci-fi che ad un primo impatto non sembra neanche sci-fi. Ascension è morbido e curato in ogni dettaglio, intriso d’un fascino onirico, pieno di gnocche alla maniera di Twin Peaks. Ha tutti gli elementi che a me interessano, se non fosse che taglia corto negli ultimi 2 episodi rovinando una serie pilota di per sé breve, sarebbe di estremo valore.

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Ancora non conosciamo il nome del fiore che abbiamo visto quel giorno

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Ano Hana – 11 episodi. E’ un anime molto noto del 2011, di cui avevo spesso sentito parlare e che avevo da tempo annotato. Doppiaggio Dynit, attualmente disponibile su VVVVD. Ano Hana non ha difetti, 11 episodi sono il numero giusto per realizzare questo tipo di storia, i personaggi sono ben caratterizzati, è coinvolgente, ha profondità, dà attenzione ai dettagli. L’unica cosa che posso criticare è questo suo “andare a colpo sicuro” con una storia fin troppo triste mandata avanti per 11 episodi. In inglese lo definiremmo un tearjerker, e in effetti è così. 11 episodi per parlare con il fantasma di Menma del più e del meno, una bambina morta molti anni prima annegata in un fiume e dal cui lutto nessuno si è ancora ripreso. I suoi amici dei tempi, che erano con lei il giorno della sua morte e che si sentono tutti in qualche modo responsabili, iniziano a rivedersi per accontentare il desiderio di Menma.

Nel suo essere terribilmente triste, ma anche di ottima fattura, decisamente di pregio, non posso che notare l’ennesima operazione commerciale. E’ un anime molto bello creato appositamente per far piangere tantissimi otaku con la barba e ragazze sedicenni in cosplay che infilano collane in fimo da vendere sugli stand del Comicon. Perciò, per quanto bello, Ano Hana non mi avrà, con la sua bellezza scontata, con la sua tristezza facile, con la sua delicatezza estiva. No, Ano Hana, non mi avrai, io amo cose come Parasyte.

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Jintan. E’ il personaggio migliore. E’ un hikikomori, da diversi mesi non va più a scuola. E’ timido e insicuro, e neanche dopo anni dalla sua morte ammette quanto Menma gli piacesse, sentimento, tra l’altro, da sempre ricambiato. E’ l’unico che riesce a vedere il fantasma di Menma, destando le invidie degli altri.

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Anjou. E’ un personaggio molto interessante e molto ben caratterizzato, anche se rappresenta ciò che una ragazza non dovrebbe essere. Anjou è innamorata di Jintan, adora e detesta Menma allo stesso tempo. E’ invidiosa di Menma, vorrebbe essere come lei. E’ una ragazza timida, che si lascia influenzare dagli altri. Crescendo, inizia a vestire in modo succinto e a trovarsi in delle situazioni che non fanno parte della sua natura, facendosi avvistare nei pressi di alcuni hotel a ore, destando confusione in chi non la conosce bene. E’ spesso scortese e aggressiva, specialmente con Jintan. E’ bello seguire l’evoluzione del suo personaggio. In effetti Anjou è tanto dolce quanto pessima.

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Tsuruku. La noia fatta donna. E’ la prima della classe. Non si mangia un’emozione. E’ molto legata a Yukiatsu, che però è profondamente innamorato di Menma. Non lo lascia trasparire, ma anche lei invidia Menma. Pur di stare con Yukiatsu accetterebbe di essere un ripiego. Sembra non sbagliare mai nulla, ma spesso tratta le persone dall’alto in basso. Di nascosto indossa la mollettina che Yukiatsu voleva regalare a Menma.

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Yukiatsu. E’ innamorato di Menma che però non l’ha mai neanche lontanamente considerato, perché a Menma è sempre piaciuto Jintan. Yukiatsu non sopporta il fatto che sia solo Jintan a poter vedere il fantasma di Menma. Trascorre molto tempo con Tsuruku, ma è attratto da Anjou: vede in lei delle similitudini e prova più volte ad invitarla a uscire. Con lei è molto dolce. Anche lui ha dei risultati eccellenti nello studio.

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Menma. E’ una bambina stupenda, è sempre allegra e piena di buoni sentimenti, al punto da essere invidiata da tutti. Ha occhi solo per Jintan. Fin dal primo episodio si ostina nel dire di voler riunire “I Super Busters della Pace” (così chiamavano il loro gruppetto da bambini), eppure tra lei e Jintan c’è un rapporto esclusivo, diverso da quello con gli altri del gruppo. Annega nel fiume in un incidente dopo che Jintan non è riuscito ad ammettere che le piace. Jintan è l’unico che riesce a vedere il fantasma di Mema.

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Poppo. Un personaggio inutilissimo. E’ buono, non è innamorato di nessuno e non invidia né odia nessuno. E’ il classico compagno di avventure, divertente, ma che nella storia non serve a granché se non a spezzare la tensione e fare da mediatore tra tutti.

Insomma sono una massa di perdenti, a parte Jintan e Menma. Colpisce il fatto di come, sulla carta, Jintan fosse l’unico perdente (non va più a scuola da tempo, è un hikikomori), eppure è il più fortunato di tutti ed è invidiato dagli altri perché riesce a vedere Menma. Non solo: Anjou è innamorata di lui, mentre Yukiatsu non riceve le attenzioni né di Menma né di Anjou, pur essendo il primo della classe. Jintan è buono e ha un buon carattere, fin da piccolo era il capo dei Super Busters della Pace.

In effetti questo è ciò che lo accomuna a Menma: entrambi sono profondamente buoni, mentre gli altri bambini del gruppo fin da piccoli non sono puri come loro.

Shoujo e dintorni

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Sakamichi no Apollon – Kids on the Slope

Vorrei parlarvi di questo anime prima che finisca nel dimenticatoio per sempre.
Sakamichi no apollon – Kids On The Slope è una serie di 12 episodi, leggera, ambientata nel Giappone degli anni ’60, che potrà far felici i cultori del jazz. Ciò che non ho apprezzato, nonostante il tentativo di dare alla storia particolare profondità, è la banalità della trama e i risvolti implicitamente gay che nel finale mettono al primo posto l’amicizia uomo-uomo in senso romantico. Come in molti sappiamo, nei manga e negli anime si ama spessissimo giocare su queste cose in modo più o meno nascosto e in Sakamichi no Apollon a mio parere se ne ritrova un classico esempio.

Gradevole la OST, ed in particolare la versione di My favourite things.

La serie, del 2012, è tratta dall’omonimo manga del 2007 in 10 volumi edito da Panini Comics. Il tutto è sconsigliato a meno che non siate gay o filogay.

My Favourite Things – Sakamichi no Apollon

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Shigatsu wa kimi no uso – La tua menzogna nel mese di Aprile

Un altro anime dedicato agli amanti della musica. La serie ruota intorno alla musica classica. In realtà, chi studia musica per davvero non apprezzerà questa serie a causa della superficialità di cui è intrisa, sia per quanto riguarda le questioni tecniche che per quanto riguarda la storia. La trama è incentrata su di un protagonista represso e obbligato fin da piccolo a suonare il piano da una madre severa, solito cliché di quando si parla di danza o di pianoforte. La protagonista femminile vale la serie, che risulta relativamente coinvolgente e che troverei comunque nel complesso adatta a ragazze under 15. La cosa veramente bella è il titolo, che tradotto vuol dire “La tua menzogna nel mese di aprile”. E’ costituita da 22 episodi tratti dal’omonimo manga di 11 volumi ancora inedito in Italia. Non lo consiglio, tant’è che nemmeno io ho retto fino alla fine della serie.

Fushigi Yuugi – Il gioco misterioso – Serie OAV

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Questo invece non è affatto un prodotto nuovo, ma del 1996, si tratta di alcuni OAV che si collocano dopo la prima serie tv di Fushigi Yugi (di 52 episodi)
Quando mi approcciai ai manga, ero ansiosa di comprare altri manga oltre a quei 2-3 che già leggevo (Inuyasha, Ranma e qualche serie breve) e alcune ragazze mi consigliarono Fushigi Yuugi. Fin da subito il manga mi colpì per i bei disegni e per l’innumerevole quantità di uomini che si contendevano solo un paio di ragazze, tant’è che su Animeclick è classificato come un reverse harem. Fushigi Yuugi è uno di quegli shoujo squisitamente destinati ad un pubblico solo femminile, fatto di ragazze indecise fra molti cavalieri tutti equivalentemente belli e devoti a loro. Mi annoiò presto al punto da abbandonarlo, e completai il manga solo molti anni dopo, riconoscendo a Fushigi Yuugi di essere comunque un’opera lunga e complessa, superiore a molti altri shoujo in circolazione sia per la storia che per i disegni e che sicuramente, trasformato in anime, non sarebbe stato poi così diverso da altri anime che avevo amato da bambina. Mi ricordava per certi versi le storie fantasy delle Clamp, come Rayearth, o altri loro manga. Tutto perfetto, disegni, storia, intreccio, eppure, nessun coinvolgimento: Fushigi Yuugi è piatto.
Ritrovando oggi su VVVVD questi OAV di Fushigi Yuugi, li vedo con piacere, eppure non ne consiglio a nessuno la visione senza aver letto il manga o visto i 52 episodi precedenti visto che si collocano a valle di tutti gli eventi.
La nota positiva è il fascino anni ’90 della serie, adatta ai nostalgici, a chi è alla ricerca di qualcosa di leggero, vintage ma non troppo. Sconsigliato.
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Toradora!

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Premetto: non è il mio genere. Eppure, merita attenzione e la notorietà che ha. I personaggi sono originali, ben caratterizzati, e la storia, pur rimescolando le solite carte (non c’è nessun elemento fantastico all’interno, è un semplice shoujo/shounen scolastico), si differenzia da quella degli altri anime del suo genere. 2008, 26 episodi.
Davvero consigliato. Ryuuji e Taiga sono fantastici.

Kiseiju – L’ospite indesiderato – Parasyte

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Che anime bellissimo. Kiseiju – L’ospite indesiderato mi ha dapprima attratto con la sua estetica di dubbio gusto per poi rivelarsi più profondo di quanto non sembrasse. Kiseiju non è uno shonen splatter pieno d’azione e di combattimenti come potrebbe sembrare, è una riflessione profonda sulla vita, sull’esistenza, sul pianeta. E’ incredibile come riesca a collocarsi ad un livello così elevato nonostante queste sue caratteristiche grottesche, inoltre, e forse è questo che lo rende assolutamente differente dagli altri anime del suo genere, nonostante sia una serie del 2014, è tratto da un manga degli anni ’90. Questo stile anni ’90, anche se il charachter design è rinnovato, si avverte distintamente nella storia, che ha un sapore diverso.
E’ difficile che mi appassioni ad un anime: ne ho visti così tanti che da tempo mi sembrano perlopiù tutti uguali. Kiseiju mi ha conquistato. Shinichi, e Migi, il parassita che vive nella sua mano destra, mi piacciono moltissimo. E’ incredibile riuscire ad affezionarsi così tanto a un parassita. Kiseiju è una visione inquietante e appassionante come poche. Un incubo che prende forma. Eppure, così ricco, sfaccettato e rassenerante allo stesso tempo.

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I personaggi, tutti ben confezionati. OST perfetta. Sigle di apertura e chiusura molto belle. Ah, in quest’anime così sanguinolento non mancano le storie d’amore.

Disponibile su VVVVD.

Stupendo.

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OST

Ma la mia preferita è questa, che si sente, in una versione un po’ più rapida, quando Kana guarda per la prima volta negli occhi di Shinichi e ci vede una sorta di universo:

https://www.youtube.com/watch?v=dezLzzu9QCE

Altri dei miei anime preferiti:

Higurashi No Naku Koro Ni

Elfen Lied

Per chi volesse recuperare il manga: la pubblicazione di Kiseiju in Italia è stata piuttosto travagliata, pubblicato incompleto da Magic Press (8 volumi di 10) ai tempi, è adesso edito in una perfect edition da Goen.

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Narutaru – Shadow Star

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Adocchiai questa serie già molti anni fa, per le similitudini che aveva con Elfen Lied e Higurashi no naku koro ni. Disponibile solo fansub, Narutaru è un anime del 2003 tratto dall’omonimo manga di Mohiro Kito del 1998. Mohiro Kitoh non è un autore noto quanto potrebbe, è uno di quei ricordi degli anni ’90 messi da parte da tempo, complice anche il fatto che le sue opere a causa di contenuti violenti e a volte sessualmente espliciti non sono proprio fruibili a tutti. Quest’autore infatti combina un’estetica delicata e lineare a delle storie dotate di una gravosità non indifferente; le sue opere più famose sono Narutaru (1998) e Bokurano – Il nostro gioco  (2004), ma lo stesso dualismo si ritrova anche ne Le Ali di Vendemiaire (1996), un manga ibrido, raffinato e orrorifico al tempo stesso, dal tratto tenue che accompagna una lettura decisamente non leggera e non scorrevole. Incentrato su bambole meccaniche, Le ali di Vendemiaire è purtroppo velocemente scivolato nell’oblio perché adombrato da produzioni sci-fi tanto più vistose quanto inconsistenti. Delle due serie lunghe di Kitoh, Narutaru e Bokurano, è forse più nota la seconda. Bokurano è un manga del 2004 in 11 volumi, dal quale è stato tratto un anime nel 2007, di 24 episodi, disponibili fansub, e che credo prossimamente di vedere. Narutaru infatti, a quanto pare, si tratta di una versione più acerba di Bokurano. L’anime di Narutaru (2003), tratto dal fumetto del 1998 (12 volumi), presenta gli stessi temi di Bokurano, temi che purtroppo in soli 13 episodi non riesce a snodare e spiegare correttamente, rendendo evidente il collasso su se stessa di una trama decisamente troppo complessa e impegnativa. Ci si rende conto, nella visione dell’anime di Narutaru, di trovarsi di fronte ad un’opera vasta non adeguatamente sviluppata, in cui gli eventi dopo la prima metà della serie vengono sbrigati in modo approssimativo, riportando lo spettatore necessariamente alla ricerca del manga. Narutaru rischiava di essere inserito in quella lista di anime che non ricordo nemmeno più di aver visto, pur avendo dei personaggi assolutamente strepitosi, come Hoshimaru (la stella marina).

In sostanza, quindi, un anime che consiglio sicuramente se siete amanti del genere, ma senza il quale potete ugualmente vivere, così come potevo vivere anche io (e lo scrivo a malincuore, perché con un po’ di cura in più poteva essere l’anime perfetto).

Nota per chi volesse vederlo: io lo trovai disponibile solo sub eng, non so se ci sia in italiano.

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Bokurano – Il nostro gioco

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Le ali di vendemiaire

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Piccole storie di Mohiro Kitoh, volume unico, 2004 (Star Comics)

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Quando c’era Marnie

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Alla fine non avevo parlato di “Quando c’era Marnie”, lungometraggio dello studio Ghibli che ci ha atteso al ritorno delle vacanze, alla fine dell’estate.

“Quando c’era Marnie” è bellissimo, e non finiremo mai di ripeterlo.
Studio Ghibli, regia di Hirosama Yonebayashi (lo stesso di Arrietty), animatore di Princess Mononoke, Ponyo e molti altri validi film dello Studio Ghibli.
Narra di Anna, problematica ragazzina di 12 anni alla soglia dell’adolescenza.
Il film si apre con Anna che disegna, dicendo, se la memoria non mi tradisce:

“Le persone sono dentro un cerchio. Io sono al di fuori.”

Anna si sente diversa, è orfana, non riesce ad accettare se stessa e il rapporto con sua madre adottiva, che dopo molti anni chiama ancora “zietta”.
Sarà durante le vacanze estive in un paese dell’Hokkaido in visita da alcuni zii che Anna farà pace con se stessa e con il suo modo di essere, che percepisce irrazionalmente come brutto e sgradevole.

Al di là dei dettagli della storia che è raccontata in Marnie, che si prestano a più interpretazioni, si tratta d’un film bellissimo perché, come tipico dello studio Ghibli, racconta di un viaggio. Un viaggio che è la crescita (come ne La città incantata, ad esempio) rappresentato per mezzo di figure soprannaturali attraverso le quali i personaggi Ghibli prendono consapevolezza di sé. Ed è un grande film anche perché al di là di questo presenta un intreccio adatto alle famiglie, adatto anche ad interpretazioni più leggere in cui semplicemente vi sono dei personaggi, uno spazio e un luogo dove si tesse una storia.

[Pericolosi spoiler che però potrebbero indurvi a vederlo]

Per me “Quando c’era Marnie” è un chiaro manifesto gay ed un viaggio d’introduzione ad  un’omosessualità, che insieme all’essere adottata rendono Anna diversa, ai suoi occhi, dalle altre bambine, scatenando così l’irrazionale rifiuto di se stessa e dei rapporti con gli altri. Eppure il film, come dicevo, lascia la scappatoia per le famiglie. E’ un film che si presta a molte interpretazioni, e ognuna di esse è giusta, e questo fa di “Quando c’era Marnie” un film bellissimo. Oltre che ad essere animato magistralmente, non presenta buchi nella sceneggiatura, è delicato, non annoia ed è ricco di eventi per tutta la sua durata. Ho sentito in giro per questo film utilizzare il termine “criptolesbiche“, e direi che è giusto. Ma anche qui, per quanto riguarda l’omosessualità, non è necessario banalizzare, non importa veramente quale sia l’orientamento sessuale di Anna, non più del fatto che essa in un’estate, quella dei 12 anni, compie un primo piccolo passo verso la maturità e verso la consapevolezza del suo modo di essere, e ciò è bellissimo. Se poi sia Anna veramente sia lesbica, non deve importare così tanto allo spettatore. Anche se io preferisco che lo sia, e il suo modo di essere non lascia dubbi.

Per quanto riguarda la mia interpretazione, appunto, è molto precisa: Anna incontra Marnie, che è frutto della sua mente, che Marnie si tratti di una persona “non reale” è evidentemente simboleggiato dal fatto che spesso prima o dopo averla incontrata, Anna si addormenta. Nei suoi sogni Anna fantastica su quest’amiciza con una bellissima ragazzina che vive nella casa abbandonata sulla laguna, circondata dagli agi ma in realtà molto sola.
E’ evidente da come è descritto il rapporto (e non tanto dal doppiaggio, che all’improvviso recita tra le due un “Ti amo”, forse un abuso di traduzione, ma in fondo non così errato), che le due provano un’attrazione romantica l’una verso l’altra che va al di là di una semplice amicizia tra bambine.

Esse si corteggiano, sono a volte intimidite, si sfiorano remando insieme in barca e hanno degli appuntamenti come una vera coppia di fidanzate. Si aggiunge a questo un momento di gelosia che Anna prova nei confronti di un pretendente di Marnie, che balla con lei alla festa rubandola ad Anna.

Nella parte successiva del film il motivo dell’esistenza del “fantasma di Marnie” si svela. Marnie, così si scopre da un diario ritrovato nella casa sulla laguna (che è in realtà disabitata, e abitata solo nei sogni di Anna) vi abitava molti anni prima e davvero conduceva la vita così come Marnie la descrive ad Anna.
Anna fa amicizia con la nuova bambina che si è trasferita con la sua famiglia nella casa sulla laguna, una bambina normalissima, molto incuriosita dalla storia del diario, che ha trovato nella sua stanza.

Nel diario non si parla mai di Anna: si scopre successivamente che Marnie era in realtà la nonna di Anna, che aveva vissuto nella casa sulla laguna e aveva condotto una vita molto triste, tra le altre cose, anche a causa della morte della figlia, che è proprio la madre di Anna, con la quale non aveva mai avuto un buon rapporto.

Negli ultimi anni della sua vita, Marnie si era occupata della piccola Anna, in fasce, oramai rimasta orfana, e cullandola le aveva raccontato spesso delle storie, in particolare di quando viveva nella casa della laguna e molti altri dettagli del tempo, come di quando conobbe il nonno. Anna così, avrebbe memorizzato le informazioni e avrebbe ricreato quei sogni e quegli appuntamenti con Marnie per sfuggire alla solitudine, in quel luogo che era lo stesso descritto dalla nonna.

E’ qui proprio la sottigliezza che tanto amo di “Quando c’era Marnie”. Anna utilizza le storie che ha ascoltato e le riforgia a sua somiglianza, è così che in quello scenario legato al suo passato crea un amore immaginario con Marnie, la bambina che abita al di là della laguna (e da una scena si evince che Marnie assomiglia ad una bambola che Anna stringeva da piccola, scena che mi ha spezzato il cuore). Marnie è la sua amica, e finalmente con lei Anna è meno sola, e con questa prima fantasia omosessuale probabilmente trova una spiegazione al perché si sentisse al di fuori del cerchio.

E’ messo spesso in risalto infatti anche come lei sia scortese con le altre ragazze, in generale, ma dopo aver conosciuto Marnie non ha più problemi a instaurare un’amicizia con la nuova bambina che abita nella casa, un’amicizia normalissima.

Il problema dell’amore/amicizia tra Anna e Marnie sorge specialmente nel momento in cui viene trovato il diario, infatti di Anna non c’è traccia in quel diario, perché Marnie sposò poi il nonno di Anna. Più volte Marnie prova a lasciare Anna, probabilmente perché è solo una fantasia e raggiunto il suo scopo deve andare via, e la vera Marnie in realtà non aveva incontrato Anna.
E’ un momento complesso di cui non ricordo esattamente i dettagli perché ho visto oramai il film un mese fa, ma è evidente che le Marnie siano due, la vera, che ama Anna e che l’ha cullata quando era in fasce, e la Marnie delle fantasie di Anna, che l’ha aiutata nel percorso di crescita e che non la dimenticherà mai (così, come la nonna). Le due Marnie si sovrappongono in maniera sottile.

Se così non fosse, d’altronde, Anna si sarebbe fatta la storia con la nonna, e questo forse non è proprio elegante.

Bellissimo.

quando c'era marnie

Vorrei aggiungere, tra le altre cose, alcune mie foto di quest’agosto di un luogo che s’è rivelato incredibilmente simile agli scenari di “Quando c’era Marnie”.

Quando ci siamo stati non avevamo ancora visto il film, che ci aspettava dopo pochi giorni al cinema al nostro ritorno, ed è stato veramente bello pensare di essere stati lì, dove c’erano Anna e Marnie. E’ il nostro modo di fantasticare.

Quando c'era Marnie

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Il posto, che è in realtà molto diverso, è Lorica, in provincia di Cosenza, in Calabria, e il bacino d’acqua nelle foto non è mare ma è dato dal lago Arvo. L’edificio sullo sfondo, che ricorda una chiesa, o una villa di strana fattura, è un famoso (così perlomeno dicevano) centro di canottaggio. E’ stato un posto strano dove io e il mio fidanzato siamo rimasti due giorni, per la curiosità di scoprire che cosa ci fosse sulle montagne della Sila, la verità è che abbiamo scoperto un posto strano poco diverso – ma in versione “montana” – di ciò che la Calabria offre sulla costa. Poco rispetto per la natura e molto cibo pesantissimo e strane feste in cui i giovani si divertono con niente (fondamentalmente anche solo con pane e salsiccia).

Una veduta del Lago Cecita

Una veduta del Lago Cecita

La gioventù sulla Sila è ferma agli anni '90

La gioventù sulla Sila è ferma agli anni ’90

Lago Cecita

Un’altra vista del lago Cecita

Sila

Un rapace in volo sul lago

Una festa giovane a Camigliatello Silano, ben diversa dalla festa a casa di Marnie

Una festa giovane a Camigliatello Silano, ben diversa dalla festa a casa di Marnie

Il battello sul lago

Il battello sul lago

Due sposi si fanno fare le foto di nozze sul lago di Lorica (lago Arvo)

Due sposi si fanno fare le foto di nozze sul lago di Lorica (lago Arvo)

Un veloce giro per Cosenza

Un veloce giro per Cosenza

Un veloce giro per Cosenza

Ciò che ci resta di Cosenza

Ciò che ci resta di Cosenza

Ciò che ci resta di Cosenza.

Ok, lo so, voi stavate leggendo una recensione di Marnie e all’improvviso vi trovate le foto delle vacanze di una, lo so, non è bello, è un po’ come quando vi invitavano a cena negli anni ’90 e all’improvviso partiva la proiezione forzata delle diapositive delle vacanze che nessuno voleva vedere. Vi sarà capitato, credo. E’ che stasera, dopo aver risposto a dei commenti di 5 anni fa (sì, c’è da dire che curo molto i miei ospiti), e ad alcuni commenti più recenti, ho rivisto un intervento che avevo scritto per Stealin’Beauty in cui c’erano dei collegamenti per ritrovare i luoghi del film, e le mie foto lì. (L’articolo potete trovarlo qui: Bernardo Bertolucci – Stealin’ Beauty)

E poi, c’è un progetto in partenza, anche se non ancora rifinito del tutto, di cui sicuramente inserirò qui l’indirizzo appena sarà pronto, di un blog fotografico in cui inserire le foto scattate insieme al mio fidanzato, che sono davvero moltissime e che ritraggono luoghi molto diversi da loro, e quest’insieme di foto ne è un assaggio. Una sorta di pagina molto più personale di un sito di recensioni di anime/film, ma allo stesso tempo lontana dalla banalizzazione dei social network come Facebook o anche di piattaforme fotografiche come Flickr.
E poi, alla fine di tutto, queste foto ce le possiamo anche guardare solo noi, un po’ com’è la filosofia anche di questa pagina che continuo a curare sebbene non abbia nessuno scopo.

Ciao a tutti!

Anime che potrei dimenticare di aver visto

Scrivere quest’articolo è necessario. Mi sono ricordata, con dei flash improvvisi, di aver visto delle cose in questi ultimi anni, che avevo dimenticato. Per questo scrivere è importante: di alcune cose che ci colpiscono meno non resta traccia. Ecco quindi una lista di anime di cui non vi avevo parlato.

Sora no woto – Il canto del cielo

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Di quest’anime mi ricordo bene: la cosa più difficile da ricordare è stata solo il titolo. 13 episodi di un anime quasi slice of life ad ambientazione militare femminile, molto particolare. Regia di Mamoru Kanbe, la stessa di Elfen Lied, cosa che mi ha spinto a vederlo. E’ molto raffinato e concilia il sonno pomeridiano. Esiste anche un manga in 2 volumi inedito in Italia, del 2009. L’anime è del 2010.

Time of Eve

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Di Time of Eve esistono due versioni: 6 episodi da 15 minuti, oppure un film completo di circa due ore. Ciò che consiglio per la praticità di visione è ovviamente il film. In Time of Eve si seguono gli avvenimenti all’interno di un atipico bar, a cui è consentito l’accesso sia agli androidi che agli esseri umani, a patto che non si facciano domande riguardo la loro natura. Time of Eve è quindi ambientato in un futuro in cui esseri umani ed androidi coesistono, ma gli androidi sono subordinati agli esseri umani e non è a loro riconosciuta una vera e propria identità. Attingendo molto da Asimov, Time of Eve vuole sottolineare quanto sia difficile stabilire una morale quando si parla di androidi e di esseri umani e se sia giusto non riconoscere loro dei veri diritti.
Un anime davvero ben fatto ed intelligente, che purtroppo non aggiunge nulla a quanto la letteratura e la cinematografia moderna occidentale non abbiano già fatto.
Film del 2010, anime del 2008. Dall’anime è stato tratto anche un manga in 3 volumi inedito in Italia. (2010)

“Are you enjoying the Time of Eve?”

Hotarubi no mori e – Nella foresta delle luci delle lucciole

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Film del 2011 tratto da un volume unico del 2002 (inedito in Italia) di Yuki Midorikawa (autrice di Natsume degli Spiriti). E’ un prodotto molto bello che attinge dall’immaginario giapponese e, credo, anche se un simile accostamento può sembrare eccessivo, agli insegnamenti della scuola Ghibli. E’ che l’atmosfera ricorda molto, all’inizio, quella della Città Incantata: dopo un viaggio per raggiungere gli zii, una bambina, Hotaru, incontra nella foresta un ragazzo, che è in realtà uno yokai. I due si incontreranno ogni estate, e mentre Hotaru diventerà una ragazza adulta, il tempo di Gin, che è uno yokai, appare sempre immobile. Una storia romantica e delicata, consigliata. Fansub.

Pale Cocoon

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Un oav del 2006. Pochi minuti, solo 23 minuti, ma davvero splendidi. Ambientazione sci-fi post apocalittica, in un non lontano futuro gli uomini vivono in delle alte strutture metalliche senza poter vedere né la superficie terrestre né il cielo, e lavorano per il recupero della memoria mondiale, chiedendosi come fosse la vita degli esseri umani prima di essere costretti a rifugiarsi qui, lontani da tutto ciò che un tempo il pianeta offriva.
Bellissimo.

ME!ME!ME!

mememe

La cosa più difficile qui è sempre ricordare i titoli. Corto sperimentale (collegato agli studi Khara/Gainax) di 8 minuti che non necessita nemmeno di fansub, reperibile in rete. Una critica alla società e alla visione del sesso dettata dall’industria pornografica attuale. Questo riassunto in due righe da due lire. Potrei scriverci un trattato e non lo farò. Ottimo.

Madoka Magica

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Mi stavo dimenticando il meglio. 12 episodi e 3 film (i primi due che riassumono quanto accaduto nell’anime), Madoka Magica è… E’ molto difficile dare un giudizio. Genere Majocco (anime di “maghette”), ma in cui dramma, paure e linea del tempo si intrecciano in una serie molto strana. Splendide animazioni, bei personaggi. In pratica ciò che direi è che Madoka Magica sembra creata apposta per farne dei doujinshi porno. In realtà forse lo sto rivalutando a distanza di molto tempo. Sicuramente Madoka Magica è un anime fuori dal comune che può essere più o meno apprezzato a seconda della fascia di età, che non è comunque quella alla quale sono solitamente destinati gli anime majocco. Da vedere.

Il Giardino delle Parole

giardinodelleparole Delicato film di Makoto Shinkai, uscito in Italia solo per un giorno, il 21 Maggio 2014.
Chi segue Makoto Shinkai dal suo esordio, La Voce delle Stelle, l’ha visto evolversi da regista di autentici diamanti grezzi ad autore di raffinati lungometraggi i cui fondali sono di una bellezza senza eguali, secondi solo a quelli di Miyazaki. La perfezione di 5 cm per second non si è però più ripetuta, Il Giardino delle Parole (Kotonoha No Niwa), della durata di soli 40 minuti è delicatamente splendido, ma non tocca la maturità e profondità di narrazione delle precedenti opere di Shinkai, forse colpevole anche la breve durata.
Ma si tratta d’inezie. Kotonoha No Niwa è un’opera di pregio, da guardare e riguardare per la preziosa qualità dei disegni e delle animazioni.
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