Perché ho scritto, Enrique Lihn

Capita che forse, in un anno di calma,
pensi: la poesia a questo mi è servita:
non ho potuto essere felice, quello mi fu negato,
però ho scritto.

Ho scritto: fui la vittima
della mendicità e dell’orgoglio mischiati
e giustiziai anche qualche lettore;
stesi la mano in porte che mai, mai ho visto;
una ragazza cadde, in un altro mondo, ai miei piedi.

Però ho scritto: avevo questa rara certezza,
l’illusione di tenere il mondo tra le mani
— che illusione perfetta! come un cristo barocco
con tutta la sua inutile crudeltà —
Ho scritto, la mia scrittura fu come erbaccia
di fiori azzimi, pur sempre fiori,
il pane quotidiano di terre incolte:
una corazza di spine e radici

Dalla vita ho preso tutte queste parole
come un bambino orpello, ciottoli vicino al fiume:
cose magiche, perfettamente inutili
però continuano a rinnovare il loro incanto.

La specie di follia per cui un vecchio
vola dietro le colombe imitandole
mi fu data per servire a qualcosa.
Mi condannai scrivendo così che tutti dubiteranno
della mia vita reale,
(giorni della mia scrittura, terreno straniero).
Tutti quelli che servirono e quelli che furono serviti
dico che passeranno perché ho scritto
e farlo significa lavorare con la morte
gomito a gomito, rubarle tanti segreti.
Alla sorgente il fiume è una vena d’acqua
– lì, per un momento, nemmeno, su questa altura –
poi, alla fine, un mare che nulla vede
di quanti stanno nuotando sbracciandosi nella vita.
Perché ho scritto sono stato l’odio imbarazzante,
ma il mare forma parte della mia stessa scrittura:
linea dell’onda dove un verso diventa schiuma
e posso reiterare la poesia.

Ero ammalato, senza posto per i dubbi
e non solo di insonnia,
anche di idee fisse che mi facevano leggere
con oscena attenzione tanti psicologi,
però ho scritto e il crimine fu minore,
l’ho scontato verso a verso fino a scriverlo,
perché tra la parola che si adatta e l’abisso
sorge un po’ di oscura intelligenza
e a questa luce molti mostri non sono giustiziati.

Perché ho scritto non rimasi nella casa della carnefice
né mi lasciai portare dall’amore di Dio
né accettai che gli uomini fossero dei
né mi feci desiderare come scrittore
né la povertà mi parve atroce
né il potere una cosa desiderabile
né mi lavai né mi sporcai le mani
né furono vergini le mie migliori amiche
né presi per amico un fariseo
né malgrado la collera
volli sbaragliare il mio nemico.

Però ho scritto e muoio per conto mio,
perché ho scritto, perché ho scritto io sono vivo.

(Perché ho scritto, Enrique Lihn)

La la land, largo ai sognatori

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“Dedicato ai folli e ai sognatori”

Mia insegue il sogno di diventare un’attrice, Sebastian quello di diventare un pianista jazz.
Il jazz ritorna nel secondo film di Damien Chazelle e avvalora la colonna sonora di La La Land. Damien Chazelle è un giovane regista che con il suo primo film del 2014, Whiplash, aveva riscosso moltissimo successo. Con Whiplash, Chazelle, poco più di trent’anni, parlava della storia di un batterista jazz portando a casa tre Oscar. Sorte simile e ancor migliore per La La Land: presentato in anteprima a settembre al Festival di Venezia, dove Emma Stone ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, La la land è il film che attualmente più fa parlare di sé. Senza eccessi, si potrebbe tranquillamente ammettere che sia il miglior film del 2016 ed anche del 2017 (è nelle sale italiane solo dal 26 gennaio 2017). Finito subito al primo posto in classifica al box office, ha ricevuto 7 Golden Globe ed è candidato a 14 Premi Oscar, record che negli ultimi sessant’anni aveva avuto solo Titanic.

Ma qual è la cosa migliore di La La Land? Fotografia, attori, colonna sonora? Profondità e intensità dei personaggi? E’ molto difficile scegliere, La La Land è perfetto su tutti i fronti. E ciò non dipende così tanto dalle proprie preferenze: si potrebbe odiare il genere al quale La La Land appartiene (musical, romantico, etc.) ma non riuscire ugualmente a stroncarlo. Sicuramente la colonna sonora di La La Land è impacchettata così perfettamente da non poter ricevere critiche, ricorrono City Of Stars ed il pezzo che Sebastian suona all’inizio e alla fine del film, anche se il film trova probabilmente il suo massimo nella scena dell’audizione con The Fools Who Dream, cantata dalla stessa Emma Stone. 

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Here’s to the ones who dream
Foolish as they may seem
Here’s to the hearts that ache
Here’s to the mess we make
(The Fools Who Dream)
La La Land potrebbe essere un musical, ma non lo è davvero. E’ un film ibrido in cui le canzoni ed i balli non vanno a formare il musical ma qualcosa di nuovo, in un intreccio che tende al capolavoro. La storia non è nuova, le ambientazioni nemmeno, ricordano alcuni film di Woody Allen ed anche la trama è simile a quella dell’ultimo Cafè Society. Ma questa raffinatezza americana, intelligente, Damien Chazelle sembra l’unico attualmente a saperla maneggiare senza incorrere in nessun errore. Il panorama di Los Angeles, le inquadrature, gli abiti anni ’50, le realtà immaginate, rendono La La Land un gioiello e non il solito il film romantico/d’autore/raffinato dimenticabile in quattro settimane, i due protagonisti, Emma Stone e Ryan Gosling, sono incastonati nel film in maniera perfetta. Ryan Gosling è un attore che apprezzo in particolar modo e che compare nei film spesso in un ruolo di cane ferito che si ripete, ma ancor più straordinaria in La La Land è l’interpretazione di Emma Stone, racchiudendo in sé l’attrice nell’attrice. Un accorgimento che era anche in un altro film recente, Birdman del messicano Inarritu, in cui Michael Keaton interpretava un attore decaduto dedito alla realizzazione di un film nel film, ed Emma Stone faceva da ciliegina sulla torta nella scena finale, tant’è che ebbe diversi premi e una nomination all’Oscar per l’interpretazione.

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“E’ orribile.” dicono Mia e Sebastian di fronte al panorama.

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Mia:”Non è strano che continuiamo a incontrarci?”
Sebastian: “Forse vuol dire qualcosa.”
Mia: “Non penso.”
Sebastian: “Sì, in effetti.”

La realtà della storia: in contrapposizione agli scenari meravigliosi, la storia tra Mia e Sebastian non è fuori dall’ordinario come sembra, né il grande amore per il quale vuole essere venduta. Fin dall’inizio, i due sembrano non piacersi, è solo il caso che continua a farli incontrare. Mia sembra attratta dall’aspetto di Sebastian e si comporta come se l’avesse puntato, ma i due non hanno molto in comune (Te lo dirò subito: io odio il jazz”, dice Mia al primo appuntamento). Ciò che li accomuna è il fatto di avere entrambi dei sogni da realizzare ed inciampano nella vita l’uno dell’altra in un momento di stasi per entrambi. Quattro stagioni scandiscono come atti il film, in una storia che dura solo un anno, seguendo appunto, volendo essere banali, le cosiddette stagioni dell’amore: quante storie durano solo un anno, seguendo le sensazioni offerte dalle belle giornate? Nella sua descrizione spietata e al contempo romantica, la storia di Mia e Sebastian acquista valore, trasformandosi da un’ordinaria relazione di un anno a qualcosa che è di un impatto visivo straordinario. La banalità della storia tra Mia e Sebastian è messa da parte dalla fotografia, ma viene puntata l’attenzione sulla realtà dei personaggi nei dialoghi, in alcuni contenuti evidenti. In estate già compaiono le prime increspature nella coppia, le primi liti. Quando le situazioni “cambiano” (Sebastian ha un buon contratto di lavoro ed è poco presente ormai, in tour con una pop band), nascono i primi veri conflitti. “Ti amerò per sempre”, dicono quando in estate si stanno già lasciando. Mia è stata richiamata dopo un provino, e molto probabilmente andrà in Francia per un film, il primo importante della sua carriera. Alle immagini poetiche si contrappone la concretezza della storia, nessuno dei due rinuncia a niente per l’altro, seguendo un modello molto americano, in cui al primo posto viene la realizzazione personale e non l’amore. Mia non segue Sebastian in tournée, lui non può andare alla prima del monologo di Mia a causa degli impegni di lavoro. D’altronde già i presagi iniziali lasciavano intendere che le cose non sarebbero perfette come il luogo spettacolare che faceva da cornice alla storia. Ma nell’immaginario di Mia e Sebastian, e del regista, la loro relazione acquista un valore inestimabile, al punto da essere ricordata a lungo, probabilmente perché legata ad un punto di svolta delle loro vite.

In sintesi, La La Land è davvero bellissimo, in ogni suo aspetto. Un film ricco, ma senza mai appesantire.

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Altri film con Emma Stone: Crazy Stupid Love e Gangster Squad, con Ryan Gosling, le commedie americane La rivolta delle ex ed Easy Girl, i comic movie The Amazing Spider Man 1 e 2. Emma Stone trova la sua migliore collocazione in film come Birdman e La La Land. Era anche in The Help, e Irrational Man e Magic in the Moonlight di Woody Allen.

Ryan Gosling and Emma Stone having fun in "La La Land"

Ryan Gosling: abbandonato in Blue Valentine, in Come un tuono, in La la land. Triste e solo in Lars e una ragazza tutta sua. Un duro dal cuore tenero, un bravo ragazzo che non piange, dotato di dignità e rassegnazione. Altri suoi film, ancora: Le pagine della nostra vita, Love & Secrets, Drive, Le idi di marzo, Solo Dio perdona, La Grande Scommessa.

 

Your Name, il nuovo film di Makoto Shinkai nelle sale italiane

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Proiettato in Italia come evento speciale solo il 23-24-25 gennaio e poi in replica il 31 gennaio e 1 febbraio, Your Name è l’ultimo film di Makoto Shinkai. Giovane promessa dell’animazione giapponese, Makoto Shinkai è senza alcun dubbio uno dei miei registi preferiti, anche se quando viene definito come il nuovo Miyazaki sono tra le prime a pensare che sia un’esagerazione. Innanzitutto, con Miyazaki, Makoto Shinkai centra ben poco. I suoi lavori non sono intrisi di significati, tradizioni e scenari traboccanti di immagini come troviamo in capolavori del tipo La città incantata, Il castello errante di Howl, Principessa Mononoke. Accostare Shinkai a Miyazaki è come voler paragonare Monet a Caravaggio. Non centrano nulla. E sono anche, inevitabilmente, su livelli diversi. Ma se confrontiamo i film di Makoto Shinkai con altri lavori dello Studio Ghibli, come La collina dei papaveri di Goro Miyazaki (il figlio di Miyazaki), Arrietty, I racconti di Terramare, allora ci rendiamo conto che Makoto Shinkai non può passare inosservato e che rappresenta “il meglio” che l’animazione giapponese può offrirci, volendo discostarsi dalle vie già tracciate. Makoto Shinkai è però il meglio “in potenza” e non di diritto, gli ultimi suoi lavori, Il Giardino delle Parole e Your Name, non sono esenti da difetti, pur lasciando senza parole per quanto essi siano avanti dal punto di vista delle animazioni, dei fondali e delle idee. Già quando uscì “Voices of Distant Star” nel 2002, il suo primo lavoro realizzato con pochissimi mezzi, acerbo, pieno di difetti, il talento di Shinkai non passò inosservato. Il giovane regista, che all’epoca non aveva neanche trent’anni, espose già in quel primo OAV tutte le sue idee che poi furono sviscerate e raffinate nei film successivi: su tutti 5 cm per second, l’unico vero capolavoro che gli si possa attribuire, esente da sbavature, dalle insufficienze di un regista così complesso da risultare in effetti più di una volta confusionario, e che invece di avviarsi alla maturità negli anni sembra ritornare indietro, percorrendo forse anche qualche scorciatoia commerciale.
La distanza è uno dei temi ricorrenti di Makoto Shinkai. Egli è inevitabilmente un regista di indole romantica, ossessionato dal tema della distanza, dai cieli ampissimi e ricchi di dettagli sempre diversi, e dalle stelle. In Your Name questi concetti ritornano tutti. E’ il proseguimento di un discorso che per Shinkai non era stato sufficientemente approfondito in Voices of distant star, Beyond the clouds e 5 cm per second (in cui a mio avviso raggiunge il massimo, e da qui in poi può solo ritornare indietro) ma anche in Viaggio verso Agharta, e che egli continua a fare, come inceppato sempre sullo stesso sogno ossessivo e ricorrente. Egli lo coniuga ancora una volta, in un film visivamente ancor più straordinario ma dotato di un taglio meno sottile, una sceneggiatura più veloce, adatta al grande pubblico (anche molto giovane) nella quale però sfuggono in continuazione, irrequieti, i dettagli che fanno la differenza tra un film romantico meramente commerciale e il capolavoro. Così il capolavoro risulta imbrigliato in una sceneggiatura a tratti infantile e che va avanti troppo spesso ripetendo la stessa cosa, impiastricciato in una trama vistosa e un po’ stucchevole. Il film, che dura 107 minuti, è troppo lungo (nella necessità di dispiegare una trama che altrimente non sarebbe riuscita ad avere senso: ma sarebbe stata preferibile se lasciata con un certo fascino di storia incompiuta), forse per la paura dell’autore di non incorrere nell’errore del Giardino delle parole, che risultava, al contrario, troppo corto (46 minuti).
Le uniche cose in cui Makoto Shinkai va qui veramente avanti, sono i fondali e le animazioni, che risultano, film dopo film, sempre più straordinari. La luminosità dell’acqua, il fascino dei luoghi, la piccola cittadina di montagna di Itomori in cui vive Mitsuha.

Il lago di Itomori sul quale il paese si affaccia è ispirato al lago Suwa (prefettura di Nagano), ma prendeva in realtà come primo modello il lago Matsubara della città di Koumi, 5700 abitanti, paese di origine di Makoto Shinkai.

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Il paese di Itomori nel film

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Il lago Suwa, nella prefettura di Nagano

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Itomori mi ha ricordato il piccolo paese in cui era ambientato Higurashi no naku koro ni, ma il luogo in cui si svolge la scena finale, sulle montagne alle spalle di Itomori, ricorda inevitabilmente il finale del Castello Errante di Howl. Seppur diversi essi sono dei luoghi che rappresentano “il mondo interiore” dei personaggi, in cui il tempo appare immobile ed è possibile riflettere. In questo forse si accomunano Miyazaki e Shinkai: le loro ambientazioni sono così vive da dare la sensazione di esserci già stati, non solo nel film, ma nella realtà. Le strade di campagna di Beyond the clouds e le sue nuvole, la scuola di Voices of Distant Star, i petali di ciliegio ed i passaggi a livello di 5 cm per second, i suoi treni, ed infine anche il paese di Itomori, sono luoghi dove io sono stata e che mi appartengono, come un lungo sogno che ho fatto più volte per anni e che alla fine Shinkai ha messo in un film. In questo Shinkai è incredibilmente moderno, rappresentazione del fascino di una generazione straziata dalla distanza, straziata da cieli straordinari che si accostano al malessere dei telefoni cellulari, di strade vorticose, ripiegati su se stessi in un “non essere”. La protagonista di Your Name, Mitsuha, residente a Itomori, vive una vita che è il contrario di quella di Taki, un ragazzo di Tokyo. Mitsuha è chiusa in un paese di 1500 abitanti in cui non esiste nemmeno una caffetteria, dedita – per costrizione della nonna – all’arte dell’intreccio. Si intrecciano così i fili del destino, in uno scambio tra i due ragazzi che avviene con una modalità simile a quella del sogno, ma che lascia effetti visibili nella realtà. Senza averlo deciso, almeno due o tre volte a settimana, Mitsuha si sveglia nel corpo di Taki, a Tokyo, e Taki nel corpo di Mitsuha.

Come dicevo, questa è solo una diversa coniugazione di 5 cm per second, un’allegoria di una storia che avrebbe potuto esistere anche privata dell’elemento fantastico, e di come Shinkai giri intorno “sempre alla stessa cosa”. Shinkai si tradisce, quando parla di “amici virtuali”, e di come i due si lasciassero in continuazione messaggi sul cellulare pur non potendo mai vedersi. Gli amici di Taki prendono in giro Taki quando lo accompagnano alla ricerca di Mitsuha, di cui il ragazzo in effetti non sa niente. Per Taki e Mitshua è come se si fossero scambiati le loro vite, pur non sapendo niente l’uno dell’altro, qualcosa di tipico quando la distanza ed il tempo separano due persone e c’è solo il racconto di una vita immaginata, che si vive momento per momento, ma resta distante. Anche in 5 cm per second c’era questo, e in Voices of distant star anche: i continui messaggi attraverso il cellulare di due persone che non potevano mai incontrarsi. Come in 5 cm per second, si ripresenta la consapevolezza che la vita debba scorrere in un modo giusto (Taki ha un appuntamento con una ragazza che gli piace, nella sua stessa città, appuntamento organizzato da Mitsuha, nonostante ne scateni la sua tristezza e gelosia) e contemporaneamente l’impossibilità di metterla in pratica, a causa di un legame con una persona lontana che mantiene in un limbo in cui non accade nulla. Il finale di 5 cm per second e Your Name si assomigliano, con una differenza però sostanziale: mentre in 5 cm per second i due protagonisti sembrano continuare a perdersi per tutta la vita, Your name rappresenta una versione spensierata e felice del problema della perdita (seppur un malessere di fondo accompagni sempre un film ricco di elementi divertenti); nel finale i due si riconoscono incrociandosi mentre camminavano in direzioni opposte.
Ci sarebbe ancora molto da dire. Come in Voices of distant star (e non  in 5 cm per second), in Your Name le linee temporali dei due personaggi sono sfalsate: egli vivono e si conoscono “a 3 anni di distanza”. Taki conosce la Mitsuha di 3 anni prima, come se a separarli non fosse solo la presenza fisica, la diversità dei luoghi, ma anche il tempo. Ed inoltre, essi non riescono, quasi mai, a ricordare i loro nomi, da cui il titolo “Your name“.
Il regista giustifica queste scelte in un messaggio ai fan italiani all’inizio del film, dicendo che da qualche parte per tutti c’è una persona importante che dobbiamo ancora incontrare, e che spera che il film lasci in noi una sensazione di felicità. Ma sembra lui stesso ingarbugliarsi tra passato e futuro, nei tre anni indietro, nel portarci indietro e poi avanti, in continuazione, in mondi che ha creato e poi rubato (Itomori è ispirato al suo paese natale, Koumi), in qualcosa che abbiamo già incontrato. Forse l’amore per Shinkai è una sorta di déjà vu, un’appartenenza che non si recide mai, che esiste ancora prima di iniziare.

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Il lago Matsubara nei pressi di Koumi, paese di origine dell’autore

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l luogo della scena finale del Castello errante di Howl

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Una delle citazioni più abusate di sempre.

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In quel momento apparve la volpe.

Buongiorno – disse la volpe.
Buongiorno – rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
Sono qui, – disse la voce – sotto il melo…
Chi sei? – domandò il piccolo principe. – Sei molto carino…
Sono una volpe – disse la volpe.
Vieni a giocare con me – le propose il piccolo principe – sono cosi’ triste…
Non posso giocare con te – disse la volpe – non sono addomesticata.
Ah! Scusa – fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
Che cosa vuol dire “addomesticare”?
Non sei di queste parti, tu – disse la volpe – che cosa cerchi?
Cerco gli uomini – disse il piccolo principe.Che cosa vuol dire “addomesticare”?
Gli uomini – disse la volpe – hanno dei fucili e cacciano. E’ molto noioso! Allevano anche delle galline. E’ il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?
No – disse il piccolo principe. – Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “addomesticare”?
E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…
Creare dei legami?
Certo – disse la volpe. – Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.
Comincio a capire – disse il piccolo principe. – C’è un fiore… Credo che mi abbia addomesticato…
E’ possibile, disse la volpe. – Capita di tutto sulla Terra.
Oh! Non è sulla Terra – disse il piccolo principe.
La volpe sembro’ perplessa:
Su un altro pianeta?
Si.
– Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?
– No.
– Questo mi interessa! E delle galline?
– No.
– Non c’è niente di perfetto – sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
– La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio, perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sottoterra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai i capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano.

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
– Per favore, addomesticami – disse.

 

 

L’ultimo film di John Carney: Sing Street, l’amore e gli anni 80 a Dublino

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Sing Street è stato distribuito nelle sale italiane dal 9 novembre 2016 ma nella maggior parte di esse non è mai arrivato. Si tratta di uno di quei film che bisogna andare a cercare nei cinema di città o aspettare quei giorni in cui le multisale si dedicano al “cinema d’essai”, giorni che potrebbero collocarsi anche a molte settimane di distanza dalla data ufficiale d’uscita.

Il regista è John Carney, lo stesso di Once, un film del 2006 allo stesso modo non troppo capillarmente distribuito, ma che non è passato inosservato né nell’ambiente musicale né tra gli appassionati di cinema. Molto romantico, forse anche troppo, Once si distingueva dalle altre storie d’amore per il fatto che in esso non erano solo descritti dei sentimenti tra due persone, ma risultava centrale nell’intero film la musica (Premio Oscar come Miglior Canzone a Falling Slowly) e l’amore per essa. Lo stesso discorso, identico, vale per Sing Street.

Carney è irlandese e così come Once anche Sing Street è ambientato a Dublino. E’ principalmente la storia di due giovani adolescenti e del loro avvio verso l’età adulta, in Sing Street scorrono i loro problemi familiari, le difficoltà che incontrano nel mettere insieme una band, i sogni, il dover scontrarsi con una realtà limitante. L’Inghilterra dalle coste irlandesi è vista come un luogo lontano in cui le cose sono più semplici, in cui il mondo funziona e la scena musicale è vivissima, è un’America più avvicinabile, basta solo attraversare un breve tratto di mare. Ad avere, però, i soldi per viaggiare.

Presentato quasi un anno fa al Sundance Festival 2016, di Sing Street più che la storia è interessante il modo in cui essa è raccontata: ibrido tra un musical e un film d’amore adolescenziale, il film è fatto quasi solo di canzoni, di immagini caramellate e un po’ ribelli, in pratica di videoclip. Videoclip che nascono dalla fervida fantasia del protagonista, Cosmo, e della sua band. Hanno una ragazza, Raphina (che intreccerà una strana forma di amore/amicizia con Cosmo), che fa da loro musa ispiratrice, ma da dietro le quinte è il fratello maggiore di Cosmo a indirizzarli nel verso giusto. La cultura musicale di Cosmo adolescente cresce rapidamente, tra Bowie, Cure, Duran Duran, progressive rock, Genesis. Onnivori e giovanissimi, i ragazzi della band di Cosmo miscelano i diversi generi, le diverse influenze, elevandosi, almeno ideologicamente, a qualcosa di meglio del contesto degradato in cui versano. In effetti non è ben esplorato quanto fossero bravi tecnicamente, ma ciò che si evince ed è importante è la loro capacità di immaginare e di unire elementi differenti cavalcando le mode dell’epoca. Questo sempre, sia ben chiaro, con la purezza dei quindici anni. La figura di Raphina, il cui sogno è di fare la modella e che si lascia abbindolare da quattro ragazzini che la chiamano per un videoclip (e ciò rivela quanto lei fosse in realtà ingenua, piuttosto che una vera modella) è in qualche senso determinante sia per la band che per lo stesso film. Così come colora i loro videoclip – al punto che non varrebbero niente senza di lei – così Raphina colora anche Sing Street, avvolta dalla brezza marina, dalle atmosfere indie e dai capelli cotonati.

L’impressione è quella di trovarsi davanti a un film di quelli che fanno dire “ehi, questo film è veramente, ma veramente buono”, se non fosse che contiene in sé tutta quel candore dei quindici anni non sempre digeribile in età adulta. Sing Street potrebbe finire per risultare come uno dei tanti film adolescenziali disponibili in cassetta, ma non lo fa proprio grazie a questa sua estetica indipendente e questa colonna sonora meno convenzionale del solito, piena di anni 80, fatta di Cure, Duran Duran, Hall & Oates, Spandau Ballet ed altre band che rendono la pellicola senza dubbio più ricercata, e che riesce a mascherare bene alcuni buchi nella caratterizzazione dei personaggi (buchi presenti, purtroppo, anche in Once); in sintesi Sing Street non snatura il vero e sincero obiettivo di una storia di questo tipo, cioè quello di far passare un paio d’ore altrove, con belle immagini e una bella OST.

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  1. Rock N Roll Is A Risk (Dialogue) – Jack Reynor
  2. Stay CleanMotörhead
  3. The Riddle Of The Model – Sing Street
  4. RioDuran Duran
  5. Up – Sing Street
  6. To Find You – Sing Street
  7. Town Called MaliceThe Jam
  8. In Between DaysThe Cure
  9. A Beautiful Sea – Sing Street
  10. ManeaterHall & Oates
  11. Steppin’ OutJoe Jackson
  12. Drive It Like You Stole It – Sing Street
  13. Up (Bedroom Mix) – Sing Street
  14. Pop Muzik – M
  15. Girls – Sing Street
  16. Brown Shoes – Sing Street
  17. Go NowAdam Levine

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Passengers nei cinema, l’ultimo film con Jennifer Lawrence e Chris Pratt

L’amore unico trionfa benissimo in assenza di possibilità di scelta

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Un po’ di cinismo su un film che vorrebbe essere romantico, ma che rivela come l’amore trionfi benissimo in assenza di scelta. Si tratta di Passengers, l’ultimo film con Jennifer Lawrence e Chris Pratt. Il regista è norvegese, il suo nome è Morten Tyldum e nel 2014 ha vinto l’Oscar con The Imitation Game (miglior sceneggiatura non originale), che narrava la storia vera del matematico Alan Turing durante la seconda guerra mondiale e la ricerca del modo per decriptare il famoso codice Enigma usato nelle comunicazioni tedesche.
Con solo poche pellicole all’attivo, Morten Tyldum si cimenta adesso con lo sci-fi, creando una singolare unione tra la freddezza dello spazio e i sentimenti umani. Le asettiche ambientazioni dell’astronave Avalon, premio originalità per il nome, in cui è ambientato l’intero film, non sono malissimo e Jennifer Lawrence e Chris Pratt funzionano in modo palese da acchiappa pubblico, fin troppo. In Passengers i passeggeri sono due, e non essendoci altre possibilità di richiamo, questa carta il regista se l’è giocata abbastanza bene, puntando su due ottimi attori “del futuro”: sono facce da sci-fi per forza, Jennifer Lawrence è Mystica per tre volte negli X-Men e protagonista della saga Hunger Games, anche se alterna questi ruoli con personaggi più di nicchia come quelli dei film di David O.Russell (Il Lato Positivo, American Hustle, Joy). Chris Pratt anche, con il suo faccino pulito, con un po’ di episodi di telefilm all’attivo (Everwood, Parks and Recreation), è diventato un volto molto più noto con film commercialoni come Jurassic World e I Guardiani della Galassia. Un’unione perfetta insomma. In Passengers Aurora e Jim sono bloccati su di un’astronave in un viaggio lungo 120 anni verso un pianeta nuovo, Homestead II, insieme ad altre migliaia di persone. Aurora e Jim, però, si sono svegliati dopo appena 30 anni dall’ibernazione a causa di un errore del sistema e restano loro altri 90 anni di viaggio senza la possibilità di ibernarsi ancora, in pratica consumeranno la loro intera vita senza mai giungere a destinazione. Si tratta di un buon soggetto, anche se con qualche peccato originale, cioè l’essere in fondo decisamente scarno; risulta così difficile reggere un intero film con quest’unica idea al punto da dividerlo solo in due possibilità: o il capolavoro o il film di cassetta evitabilissimo. Purtroppo Passengers risulta essere la seconda, non riuscendo mai a raggiungere una in qualche modo ricercata profondità e rimanendo sempre incentrato per tutte e due le ore su di una storia d’amore sviluppata a suon di cliché (“Ti fidi di me?”, anelli con brillanti soap opera, etc.), come se ci trovassimo di fronte ad un Titanic siderale, ma senza l’intensità ed il budget di James Cameron.
Il film inizia con una certa serietà e fermezza, ma ci si rende conto presto, ancora prima di metà, della vera natura del film; le scene sono un crescendo di amore, sesso e ridicolo, e nonostante i riferimenti colti e ossequiosi a  Kubrick (non solo la freddezza di 2001: Odissea nello spazio ma anche la scena con il barman-androide che ricorda inevitabilmente quella di Shining), Passengers diventa un 50 Sfumature di Spazio che non ha più alcuna possibilità di ripresa nonostante qualche barbosa scena d’avaria della nave che serve solo ad allungare il brodo in modo “action”. Passengers risulta così uno sci-fi per donne, in cui lo spazio diventa fatto di stelle e stelline e in cui sembra impossibile annoiarsi per una vita intera quando c’è l’amore. Volendo chiedersi dunque quale sia lo scopo del film, che appare nascere almeno in principio da un’idea pura, da un sogno poi però sviluppato in modo leggero (e ripeto, peccato), si può di poco dubitare che lo scopo risulti commerciale ed atto a soddisfare coppie sentimentali che vanno al cinema insieme, in cui lui può vedere un film di fantascienza e lei, che non ama la fantascienza, grazie al lato romantico e all’iconica presenza di Jennifer Lawrence (sostenitrice delle donne dichiarata), è disposta ad accompagnarlo. Oppure al contrario, è lui che accompagna lei, sempre sperando che lui non abbia letto la trama del film. Insomma, si accompagnano a vicenda, andando a vedere un film che non piace a nessuno.

Le tematiche di riflessione nella storia  ci sono e sono molte, ma sono esposte purtroppo attraverso personaggi senza spessore: Aurora è una giornalista in viaggio verso nuovo pianeta nella speranza di scrivere qualcosa di interessante che possa farla uscire dall’ombra del padre, e Jim, ingegnere meccanico senza troppa mente o troppe pretese, o perlomeno pretese non indagate. Le domande da porsi e alle quali Jim e Aurora ci rispondono, sono almeno due:

1) E’ giusto rinunciare al proprio pianeta in cambio di un futuro nuovo ma incerto, raggiungibile solo dopo 120 anni di ibernazione (equivalente alla “morte” nel proprio mondo di origine)? Risposta: La risposta è ovviamente no, visto che l’astronave va in avaria dopo nemmeno trent’anni, e se non fosse stato per un po’ di fortuna non si sarebbe salvato nessuno. Infatti i due si fanno furbi e non ci tornano in ibernazione, pensando sia meglio passare una vita a fare sesso da soli, cioè in due.

2) E’ possibile vivere in un’astronave tutta la vita in compagnia di una persona sola? Risposta: Beh, sicuramente possibilità di tradimento non ce ne sono. E neanche possibilità di alternative pratiche, vista l’inaffidabilità dell’astronave, quindi l’amore vince benissimo quando è l’unica soluzione possibile.

E questo dovrebbe dirla lunga sul fatto di come il romanticismo in questa storia sia fuori luogo e incapace di emozionare, poiché legato a logiche di sopravvivenza e convenienza, e non alla libera scelta.

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Café Society, l’ultimo film di Woody Allen


Ultimo film di Woody Allen, che avevamo lasciato un anno fa con il buon Irrational Man incentrato sulla relazione tra un professore di filosofia ed una sua studentessa, in Cafè Society Allen ritorna ancora una volta ad indagare sulle relazioni sbilanciate, tra un uomo molto più grande e di successo ed una ragazza giovane, interpretata questa volta da Kristen Stewart (la Bella di Twilight). A 81 anni, Woody Allen continua a realizzare storie con il ritmo costante di un film all’anno, ritmo più che sostenibile data la leggerezza delle pellicole, sempre nello stesso stile, inconfondibile e raffinato, ma quasi esattamente lo stesso di quei suoi film degli anni ’70-’80 che l’hanno reso celebre. Il lavoro di Allen è sempre quello di mescolare le carte, le stesse carte, le stesse suggestioni. Stesse suggestioni che se vogliamo muoverci a ritroso, si ripetono in Magic in the Moonlight, Blue Jasmine, To Rome With Love, Midnight in Paris, You will meet a tall dark stranger, Basta che funzioni, che sono i i suoi ultimi lavori. Possiamo citare invece Io e Annie o Manhattan, se vogliamo andare davvero molto indietro, fino alle storie che meglio rappresentano Woody e che da allora di poco sono cambiate. Passando per alti e bassi, per titoli vistosi, come Match Point, ed altri più leggeri e trascurabili che sono finiti presto nel dimenticatoio come To Rome With Love, ed altri ancora straordinariamente arguti, come Basta che funzioni / Whatever Works.

Café Society è un buon film. Non sarò di certo io a stroncarlo: nel suo essere una riproposta di storie già viste, rappresenta però una descrizione intelligente dei rapporti interpersonali, dell’amore, di come funzionano i rapporti umani. Ognuno ci veda pure quello che vuole, ecco cosa ci ho visto io:


Vonnie – Kristen Stewart

Tutto il film ruota fondamentalmente intorno al personaggio di Vonnie, una ragazza che sembra come tutte le altre, ma che è in realtà dotata di un fascino magnetico, forse dato dalla giovinezza, o dal suo essere ingenua e spietata al tempo stesso. Vonnie viene presentata come un angelo, ma è in realtà una donna che intrattiene una relazione con uomo molto più grande di lei, sposato, delle cui conseguenze in un primo momento non si preoccupa affatto. E’ strano vedere Kristen Stewart in un ruolo diverso da quello di Bella nella saga di Twilight, ma vi assicuro che le facce che fa sono assolutamente le stesse, specialmente nelle scene d’amore: le stesse facce che abbiamo visto mille volte nei video di Acuto (per chi non le conoscesse, se le vada a cercare, non mi assumo responsabilità per l’indignazione). Kristen Stewart mostra una predisposizione ad indossare abiti anni ’40 e a mostrarli in pose stoiche come una modella dell’epoca. Bobby (Jesse Eisenberg), un giovane ragazzo non molto sveglio che è giunto a Hollywood sperando di trovare un buon lavoro con l’aiuto di suo zio Phil, si innamora subito di lei. Ma Vonnie è già l’amante proprio di Phil, sposato e molto più grande di lei. Vonnie intensifica la frequentazione con Bobby nel momento in cui viene lasciata, e com’è più naturale che sia, l’amore tra Bobby e Vonnie, che sono coetanei, sboccia e i due stanno per sposarsi. Solo che il ritorno di Phil che ha lasciato la moglie e vuole sposare Vonnie, mette la ragazza di fronte a una scelta, la quale ovviamente sceglie, com’è tipico dell’animo umano, l’opzione in cui ci sono più soldi e sicurezza economica. Rimane colpita quando anni dopo reincontra Bobby che gestisce un locale di successo, il Cafè Society, e che aveva fatto soldi anche lui grazie ad un fratello mafioso.


Bobby – Jesse Eisenberg

Jesse Eisenberg ha già lavorato con Allen nel 2012, in To Rome With Love. Bobby non sembra molto intelligente. Insieme a Vonnie, formano una coppia perfetta, nel loro apparire giovani, puri. Nei film di Woody Allen ricorrono queste situazioni, in cui un uomo più grande viene sostituito da un ragazzo giovane. Potere, fascino, cultura, soldi, richiamano l’attenzione dei suoi personaggi femminili e ne influenzano le scelte, Allen sembra non fare altro che sottolineare come poi queste situazioni scivolino verso unioni più naturali, un po’ come facevano i personaggi di Goethe nelle sue Affinità Elettive, in cui aveva paragonato le relazioni umane ai legami tra gli elementi chimici, che naturalmente evolvono verso la sostanza più stabile, quella formata dagli elementi che presentano maggiori affinità.


Veronika – Blake Lively

Terzo personaggio che è il caso di citare, quello di un’altra Veronika (Vonnie è il diminutivo di Veronika), interpretata da Blake Lively (attrice resa famosa dalla serie tv Gossip Girl) il cui ruolo è in realtà marginale. Dopo la rottura con Vonnie, Bobby conosce Veronika nel suo Cafè Society. Veronika ha già divorziato una volta, il marito la tradiva infatti con la sua migliore amica, perché “più brava a letto”.  Veronika aveva scoperto dopo che le sarebbe bastato drogarsi per essere anche lei “brava a letto”. Fisicamente, Veronika è notevolmente più vistosa di Vonnie, e sembra non avere nulla che non va (così come non aveva nulla che non andava la moglie di Phil, tradita con Vonnie), eppure i pensieri di suo marito Bobby, quando reincontra la sua ex, finiscono sempre altrove, e sono anche ricambiati.

Café Society, che non sarebbe in teoria condensabile solo in questo banale triangolo, e che non manca mai di mettere in evidenza le contraddizioni degli esseri umani, il loro opportunismo, l’interessato rapporto con la religione, e di come la morale sia in fondo qualcosa sulla quale fare finta di niente (con ingenuità o con malafede, a scelta), si chiude in apparenza come un innocente film romantico, sul quale invece c’è molto da riflettere ed in particolare sul fatto che non sempre l’essere umano è fatto per pensare, per ragionare, per comportarsi correttamente e per non seguire ciò che prova, e sul fatto che la vita umana in fondo è sempre un ibrido tra il desiderio di controllo, il calcolo, l’obiettività e il sogno.

Altre visioni

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Spaventoso. Un film d’animazione del 2010, grottesco, inquietante, confuso. Disturbante. Immaginate Eraserhead di Lynch unito alla Città Incantata di Miyazaki. E’ un bel prodotto, ma non so fino a che punto consigliarlo, è per cultori del genere. E’ sicuramente molto interessante, ma non mi ha trasmesso così tante emozioni, in ogni caso, si tratta di un prodotto fuori dal comune e già per questo merita attenzione. Di Keita Kurosaka.

Erased

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Uno dei migliori prodotti degli ultimi anni. Forse, proprio il migliore. Solo 12 episodi, ma equilibrati, una storia ben sviluppata, originale, splendide animazioni, fondali perfetti, personaggi caratterizzati correttamente. La storia è bilanciata sotto ogni aspetto: sentimenti, horror, indagini, paranormale. Mi ha ricordato, nel finale, il film Confessions di Tetsuya Nakashima. Erased è davvero stupendo. Lo consiglio molto.

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Ascension

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Solo 6 episodi per Ascension, un telefilm sci-fi che ad un primo impatto non sembra neanche sci-fi. Ascension è morbido e curato in ogni dettaglio, intriso d’un fascino onirico, pieno di gnocche alla maniera di Twin Peaks. Ha tutti gli elementi che a me interessano, se non fosse che taglia corto negli ultimi 2 episodi rovinando una serie pilota di per sé breve, sarebbe di estremo valore.

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Tutti vogliono qualcosa, Richard Linklater

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Seguito spirituale di Dazed & Confused (La vita è un sogno, 1994), “Tutti vogliono qualcosa” è il nuovo film di Richard Linklater, nelle sale italiane dal 17 giugno.

Nel suo genere leggero, presentandosi in apparenza come una commedia americana, “Everybody wants some” – “Tutti vogliono qualcosa” è più profondo di quanto non sembri, anche se in esso non si capisce esattamente il confine tra film d’evasione e pellicola d’autore. E’ certamente una descrizione dettagliata degli anni in cui è ambientato, gli anni ’80, con rifiniture accurate, con una ricca e ricercata colonna sonora, con i flipper, i locali, con un modo proprio di raccontare quel mondo fra uomini al quale le donne non hanno tipicamente accesso, fatto di giochi goliardici e prove di forza, di ricerca di sesso, di competizione. E’ un film con un messaggio di fondo combattivo, tipicamente americano, maschio e romantico. Everybody wants some è una chiara visione del romanticismo maschile, che non è detto che sia meno puro di quella femminile. Sicuramente diverso dagli altri film di Linklater, che sono meno veloci, più intimisti, o fantascientifici (come A scanner darklyUn oscuro scrutare, 1977, con Keanu Reeves, tratto dal romanzo di Philip K. Dick, o quasi quasi anche Waking Life, pellicola interamente realizzata con la tecnica del rotoscope). In quest’ultimo film non vi sono idee originali di fondo come in Boyhood (iniziato nel 2002, gli attori di Boyhood crescono insieme ai personaggi del film) o i Before Sunrise/Sunset/Midnight (tre film girati a dieci anni l’uno dall’altro che parlano della stessa storia d’amore a intervalli di tempo di dieci anni), ma quest’ultimo lavoro di Linklater, pur rispettando lo schema classico delle commedie americane, viene riempito di contenuti molto più ricchi e dettagliati di quelli che troveremmo in un film da cassetta, esattamente come uno stesso disegno potrebbe essere riempito di colore con una tecnica elementare oppure venire prima inchiostrato e poi colorato da un professionista, ombreggiato, arricchito nelle trame degli abiti, e così via.

“Le frontiere sono dove le vedi”, recita il messaggio alla fine del film, che si conclude con il primo giorno di lezioni al college per i protagonisti, quindi con un nuovo inizio, dopo un exploit di romanticismo tipico di Linklater la cui assenza avrebbe fatto sospettare, exploit che sembra in parte ingannare dando l’idea di trasformare improvvisamente una semplice commedia in qualcosa di più. Ma non basta questo purtroppo a far scattare Tutti vogliono qualcosa al livello di capolavoro, in quanto tutte le commedie americane possiedono un messaggio buonista di fondo che tende sempre a mettere una pezza sugli scherzi, sulle cose sbagliate, sugli errori, sul sesso, sulle insicurezze dell’adolescenza. Sembra quasi che Linklater, anche in questo, si voglia tenere volutamente su un livello basso, ovvero fare un film sulla vita al college mantenendosi (o perlomeno provare a mantenersi) negli schemi del film da college, ma girandolo con una mano che comunque fa la differenza, sfaccettandolo, colorandolo, ombreggiandolo. Quindi, mettendo da parte una certa naturale diffidenza, si aggiunge per forza anche Everybody wants some alla lista di film di generi diversi che un regista come Linklater è in grado di realizzare efficacemente. Probabilmente Everybody wants some non si eleva più di tanto, ma di certo eleva Linklater ancora una volta a regista superiore, dotato di un suo carattere, di un suo pacchetto di temi ricorrenti con i quali è però capace di fare film di generi diversi sempre validi. Il suo penultimo lavoro, Boyhood, aveva una trama volutamente naturale per descrivere la storia di una persona comune. Così Everybody wants some ha una trama volutamente leggera per descrivere la vita al college in America negli anni ’80. Credo sia facile creare una sceneggiatura da una trama forte, ma sottolineare dettagli importanti della vita quotidiana, è quello che distingue molto una persona con talento da uno che non ha. E’ facile osservare la bellezza dove la vedono tutti, i dettagli sono un’altra cosa. Vedere della bellezza o dei significati dove gli altri non riescono a coglierli, ed essere in grado di spiegarli, e trasmetterli, questo fa la differenza. E Linklater tenta sempre in questo.

Vi allego i titoli dell’ottima colonna sonora del film.

Everybody wants some OST

My Sharona – The Knack
Heart Of Glass – Blondie
Take Your Time (Do It Right) – SOS Band
Heartbreaker – Pat Benatar
Alternative Ulster – Stiff Little Fingers
Every 1’s A Winner – Hot Chocolate
Everybody Wants Some! – Van Halen
Let’s Get Serious – Jermaine Jackson
Pop Muzik – M
Because The Night – Patti Smith
I Want You To Want Me  – Cheap Trick
Hand In Hand – Dire Straits
Whip It – Devo
Romeo’s Tune – Steve Forbert
Good Times Roll – The Cars
Rapper’s Delight – The Sugar Hill Gang
Rough Boys – Pete Townshend
Ain’t Talkin’ ‘Bout Love -Van Halen
Bad Girls -Donna Summer
I’m Bad (I’m Nationwide) -ZZ Top
Maybe I’m a Fool -Eddie Money
Give Up the Funk (Tear the Roof Off the Sucker) – Parliament
Driver’s Seat Cars – Sniff ‘n’ The Tears
Good Times Roll – The Cars
Rapper’s Delight – The Sugar Hill Gang

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X-Men: Apocalypse

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Ennesimo film di una lunga serie, si conferma come al solito un prodotto di buona qualità in cui effetti speciali e profondità della storia raggiungono un discreto equilibrio. Continuando il discorso iniziato con X-Men – L’inizio (2011) e X-Men – Giorni di un futuro passato (2014), ritroviamo in questo capitolo gli X-Men della scuola del Professor Xavier, Magneto e l’eroina Raven Darkhölme/Mystica destinati a confrontarsi con un individuo che raccoglie in sé molti dei poteri degli X-Men e che, tanto per essere prevedibili, ha intenzione di distruggere la civiltà umana per dare spazio a una nuova era in cui i mutanti popoleranno il mondo. Se la scelta di basare X-Men – Apocalypse sulla distruzione della Terra non è del tutto originale, non manca in quest’ultimo capitolo Marvel il classico approfondimento psicologico, tipico dei film sugli X-Men e che li distingue dalle produzioni supereroistiche analoghe. E’ indagato ancora una volta ed esaurientemente il passato di Magneto, aggiungendo ancora un altro tassello alla sua storia; è esplorata poi l’iniziazione ai poteri di Ciclope, fratello di Havok. Parallelamente in Germania, fanno la loro comparsa altri due X-Men celebri, Nightcrawler e Angelo. Un altro importante personaggio che viene introdotto in X-Men – Apocalypse è quello di Phoenix, giovanissima telepate nella scuola del Professor Xavier. Interpretata da Sophie Turner, nota a chi segue le serie tv per essere Sansa Stark, principessa del regno di Grande Inverno in Game of Thrones. Si ha l’impressione con la comparsa di Phoenix di assistere ad un passaggio di testimone, esaurito infatti il controverso compito di Raven/Mystica di spiegare quanto c’è di complesso nell’universo degli X-Men, con temi come la diversità, l’accettazione, l’insicurezza, indagati a fondo con un personaggio intenso come quello di Mystica (anche in questo capitolo interpretata dalla splendida Jennifer Lawrence), è adesso il personaggio di Phoenix quello che ora più mostra il suo potenziale vergine e che nel futuro della saga cinematografica degli X-Men avrà qualcosa da aggiungere. Per quanto riguarda il resto del cast, è lo stesso dei precedenti film: l’ottimo Fassbender (Bastardi senza gloria, A Dangerous Method, Shame, Macbeth, Steve Jobs) nel ruolo di MagnetoJames McAvoy nei panni del Professor Xavier, ancora Nicholas Hoult ad interpretare Bestia. Nuovi il giovane Tye Sheridan / Ciclope (che aveva esordito nel 2011 nell’acclamato Tree of Life di Malick) e Kodi Smit-McPhee / Nightcrawler. Già era apparso invece in Giorni di un futuro passato Evan Peters – Pietro / Quicksilver, protagonista tra l’altro di una delle migliori scene di questo film, quella accompagnata da Sweet Dreams degli Eurythmics e che ha richiesto un notevole tempo di realizzazione, rivedremo sicuramente anche Pietro.

 Kodi Smit-McPhee / Nightcrawler

 Evan Peters – Pietro / Quicksilver

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Phoenix in un’illustrazione di Greg Land. Il personaggio è stato creato da Jack Kirby nel 1963

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Jean Grey-Fenice/Sophie Turner. E’ famosa per aver interpretato Sansa Stark in Game of Thrones, Principessa del Regno di Grande Inverno o come si chiama.

 

 

 

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A quanto pare Phoenix si fa le storie sia con Wolverine che con Magneto e in Apocalypse un po’ si nota.

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Phoenix in un combattimento con Magneto.

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E la storia anche con Ciclope. Nel film sembra avviata a flirtare con lui, oltre che avere un po’ troppo feeling con Xavier. Con tutti insomma.

 

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Phoenix, Cyclops e altri X-Men.

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Il solito Professor Xavier che anche se disabile e poi calvo rimane sempre uno dei personaggi più interessanti.

Ok, sembra Beautiful. Però molto più interessante perché sono tutti fighi e un po’ tristi a causa dei loro superpoteri.

Altri film sugli X-Men recensiti qui:

Mutante, e fiera di esserlo. X-Men: L’inizio (2011)

Wolverine – L’immortale – Ciò che mi hanno fatto, ciò che sono, non si può cambiare.

“Sono il migliore in quello che faccio. Ma quello che faccio non è piacevole.” (Wolverine)

Perchè la luna si sente così sola?

Manca, tra le recensioni, quella di X-Men – Giorni di un futuro passato, che è uno dei miei preferiti e anche migliore di Apocalisse.

In sintesi, gli X-Men sono veramente fighi. E per quanto i film di supereroi Marvel e DC abbiano nel tempo decisamente iniziato a rompere al punto anche di saltarne diversi, gli X-Men fanno eccezione. Vedeteli. (Se vi piace il genere)

 

 

 

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