Vari film su Mymovies: Easy, Love&Secrets, Hysteria, I 400 Colpi, The Story of Film

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La mia esperienza con Mymovies

Vodafone continua a regalarmi cose nella speranza che non cambi gestore: Infinity, Mymovies, Now TV, quindi adesso dopo Infinity vi parlo di Mymovies, prima che i film che ho visto negli ultimi giorni si perdano nel nulla dimenticati per sempre.

Purtroppo ci sono poche cose che mi mandano più in tilt della scelta fra cose simili: di Love & Secrets avevo scritto delle righe di commento due volte, e non sapendo cosa scegliere, ho rimandato la pubblicazione di questo post per mesi. Direte voi: “e che ce ne frega? non ce ne siamo neanche accorti”. Eh, avete ragione, ma a me non piace che il numero delle bozze cresca a dismisura. Anche se è un processo inevitabile, specie quando avete questa maledetta abitudine di voler scrivere e memorizzare sempre quello che vi accade o vi viene in mente, processo/perversione che rischierebbe di andare a discapito della vita vera, se non fosse che la vita vera reclama sempre il suo spazio (col cavolo che si possa star seduti per giorni a scrivere senza far nient’altro). Piccolo sfogo a parte – che poi in questo mondo reale converrebbe sempre mantenersi il più impersonali possibili e io ormai da un po’ non lo faccio – veniamo a Mymovies e ai film, che sono l’unica cosa interessante di questo sito.

Mymovies è migliore di Infinity: i titoli sono veramente belli, nonostante non siano presenti poi in gran numero. Ma quelli che ci sono, sono decisamente meno commerciali dei film di Infinity.

Il primo che ho visto è stato Easy. Mi capita davanti proprio dopo che mi è stato consigliato e lo vedo subito. Film italiano su un quasi handicappato che deve partire per l’Est Europa con l’intento di consegnare una salma ai suoi familiari. La pellicola è del 2017 e non sembra di gusto italiano, indubbiamente originale, trasuda malessere nei suoi 90 minuti fatti di molti silenzi, senza però riuscire ad appassionare. Easy vuole parlare senza parlare, il tutto per immagini, mostrando una storia decisamente triste.

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Love & Secrets

locandina

Cerco allora qualcosa di più leggero, e mi imbatto in Love & Secrets che credo una commedia sentimentale con Ryan Gosling. Anche questo volevo vederlo da un po’, come tutti i film di Ryan Gosling da un po’ di anni a questa parte (finiti quelli con Johnny Depp e Jim Carrey, dovevo passare a qualcun’altro). Love & Secrets parte come un film romantico indie – davvero indie – strepitoso, ma si trasforma progressivamente in uno psycho thriller alla Gone Girl. Per la serie “non sposate miliardari che sembrano perfetti”, è ispirato a degli avvenimenti davvero accaduti intorno al 1982 in America. Robert Dust ha ucciso un po’ di persone e a quanto leggo dalla sparizione della moglie ad oggi è stato spesso a piede libero, cavandosela in 2 o 3 processi. La moglie è interpretata da Kirsten Dunst.
Sebbene questo film non spicchi in originalità nella trama – ce ne sono molti, di simili a questo – ha diversi pregi:

1) Fascino e atmosfere indie
2) Tiene benissimo la tensione
3) E’ ispirato a fatti reali.

Quindi vi invito a preferirlo rispetto a qualche fiction televisiva a caso, tipo Carabinieri.

Davvero bello, del 2010.

Hysteria

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Quando questo film uscì, nel 2011, ne rimasi davvero colpita: mai film con una trama così bizzarra ed un genere tanto difficile avevo visto distribuito nelle sale. Credo che sia più facile recensire un porno, o scandalizzarsi meno di fronte alla volgarità di commedie americane alla American Pie. Hysteria affianca il perbenismo inglese a riflessioni morali e questioni d’emancipazione sociale, in un mix complicato. Commedia? Commedia romantica? Film intelligente? Hysteria fa arrossire un po’, narrando la storia dell’invenzione del vibratore, in un modo leggero e assolutamente non pornografico ma da far venire i brividi. Ne parla in senso quasi medico, infatti il protagonista è un medico della fine del 1800 che, deluso dai metodi antiquati che adottava la medicina dell’epoca (molti dei suoi colleghi non ritenevano neanche opportuno lavarsi le mani, la conoscenza dei batteri e della loro diffusione era scarsissima), decide di lavorare in uno studio privato dove viene curata l’isteria femminile, con metodi però alquanto ambigui (pur negando che la cosa sia in qualche modo legata al piacere sessuale). Anche l’isteria, “malattia non malattia”  che riguardava fondamentalmente ricche signore annoiate, non aveva un’univoca cura, e ognuno faceva un po’ a modo suo. In mezzo a questioni morali sull’utilità della professione di medico, e se su sia meglio salvare davvero delle vite o arricchirsi in uno studio privato in mezzo a signore che non hanno alcun reale problema, se non molta insoddisfazione sessuale e qualche ansia psicologica, alla fine il giovane medico – che non ne può più di crampi alla mano e polsi bloccati a causa delle terapie – decide di velocizzare il suo lavoro con l’invenzione del vibratore. Sullo sfondo, la storia con la figlia del medico con cui lavora, di cui s’innamora per la perfezione di comportamenti e per la castità. Si tratta infatti di una fanciulla che rispetta tutti i canoni della bellezza inglese. La ragazza ha una sorella – che è tutto il contrario di lei – che lavora in un ricovero per poveri, istintiva e passionale e dal rapporto conflittuale col padre, che non accetta l’impegno nel sociale della figlia.

Insomma, il film punta attenzione sulla scarsa conoscenza della sessualità femminile dei tempi (addirittura, si credeva che le donne non potessero neanche godere). Un film che fa vergognare – non si sa se più per il fatto che un tempo si vivesse così – o per il fatto che riesce a sbatterti tutte queste verità in modo così irriverente, e che è allo stesso tempo senza troppe pretese, se non quella di far divertire lo spettatore e un po’ stuzzicarlo.

La regista è Tanya Wexler, laureata in psicologia dei generi sessuali.

A chi consigliare questo film? Eh non lo so. A chi è in cerca di qualcosa di strano, veramente strano e un po’ imbarazzante.

Truffaut – I quattrocento colpi

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La storia di un bambino, Antoine, che viene continuamente sgridato dai genitori e non è molto bravo a scuola. Antoine decide di scappare. Per compensare una lacuna sul grande Truffaut, mi ritrovo a vedere questo film d’altri tempi tanto interessante quanto lento e un po’ pesante da vedere. Rimangono in testa le musiche.

The Story of Film

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15 episodi davvero ben fatti sulla storia del cinema. Nei primi episodi partono dall’invenzione della macchina da presa e sulle prime tecniche cinematografiche sperimentate: la corsa fantasma, il montaggio, il controcampo, il punctum (un dettaglio che rende “vera” la scena, come il planare di una falena mentre una ragazza di sera è intenta a scrivere seduta alla sua scrivania). Si parla di Florence Lawrence, la prima movie star, che si suicidò nel 1938 con del veleno, prima di lei gli attori erano degli sconosciuti e nessuno ricordava i loro nomi. Nei primi episodi s’insiste particolarmente su Il ladro di Bagdad, film considerato un capolavoro per la ricchezza delle scenografie.

Nasceva infatti in quel periodo Hollywood, una catena di produzione di sogni, una vera e propria industria: l’obiettivo di tutti era di fare soldi, ma nonostante questo pratico e volgare intento, si realizzavano meraviglie.

“La regia: una bugia per dire la verità. E’ l’arte di farci sentire come se fossimo lì.”

 

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Jeune et jolie

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A diciassett’anni non si può esser seri.
– Una sera, al diavolo birre e limonata
e gli splendenti lumi di chiassosi caffè!
– Te ne vai sotto i verdi tigli a passeggiare.

Com’è gradevole il tiglio nelle sere di Giugno!

(Giugno, Rimbaud)

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Se vogliamo credere ad una rete di coincidenze che hanno un qualche significato particolare, qui ce ne sono diverse. Siamo nel mese di giugno, e il 18 scade il mio abbonamento a Mymovies: ho designato come ultimo film da vedere, prima di non avere più accesso al pacchetto, “Giovane e bella”  di François Ozon (2013).

Questa foto della locandina l’ho scattata nel 2013 ad Annecy: in vacanza m’è capitato più di una volta di fotografare locandine di film estivi non ancora usciti in Italia, e questa me la sono ritrovata davanti molti anni dopo mentre cercavo tutt’altra foto, dell’Abbazia di Hautecombe. Non ricordavo minimamente di aver fotografato la locandina di Jeune et jolie, ma evidentemente questo titolo mi rigirava nella mente da anni perché era da tempo che volevo vedere questo film e non sapevo neanche perché. Non mi ero informata né sul regista né sull’attrice, davo per scontato che sarebbe stato una bella pellicola francese, ma nel frattempo passavano gli anni e non lo vedevo mai, finiva sempre in secondo piano (mentre ho visto film ben peggiori solo perché adocchiati all’estero, come Cowboy & Aliens: non vedetelo mai).

Quindi, poco dopo aver programmato di vedere Jeune et jolie, mi ritrovo all’improvviso questa foto che non sapevo di aver scattato io con il telefono e ci rimango un po’ male. Se avessi voluto cercarla tra le mie foto, non l’avrei mai trovata. Volevo la foto di un gelato al lampone che avevo mangiato sui prati dell’abbazia di Hautecombe con un bicchiere di birra La Trappe, e insieme a ciò ho trovato centrali nucleari, paesaggi di periferia francese e film erotici che non avevo mai visto.

Jeune et jolie è una bella storia adolescenziale. Marine Vacht (Isabelle), del 1991, è meravigliosa. Il film indaga la psicologia di una diciassettenne, che dopo aver la sua prima volta al mare – del quale pare un po’ delusa e annoiata – e tornata a casa, inizia a prostituirsi con vecchi. Non ha problemi di soldi e non c’è nessun apparente motivo per cui lo faccia, ma Isabelle si annoia dei coetanei e preferisce proporsi su annunci. Un film che non è morale ma solo descrittivo, che cerca di dire qualcosa senza parlare, Ozon narra per immagini la complessa mente di un adolescente – che non avendo delle chiare formate – inizia a costruirsi uno stile di vita che non corrisponde ai canoni della società e a quelli previsti dalla sua famiglia, infilandosi in una situazione che non pare neanche farla soffrire e di cui non sa dare alcuna spiegazione.

Molte scene di nudo, ed intelligente. Splendida colonna sonora (con Françoise Hardy e gli M83). Consigliato.

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Notte di giugno! Diciassett’anni! Ti lasci inebriare.
La linfa è uno champagne che dà alla testa.
Divaghi e senti un bacio sulle labbra
che palpita come una bestiolina.

Come mi sono trovata con Infinity

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Primo esperimento con Infinity, che Vodafone ha deciso di regalarmi per 6 mesi proprio in corrispondenza del mio compleanno, vista la mia abilità nell’accumulare SORRISI.
Così entro anche io in questa moda del pay for stream, accorgendomi che Infinity nel catalogo non ha molto e assomiglia più al sito della RAI che a un servizio per il quale siamo disposti a pagare. Oltre ai contenuti inclusi nel pacchetto, c’è anche la possibilità di prendere alcuni film “A NOLEGGIO” e non so con quale criterio abbiano capito che ci sono persone disposte a pagare 4€ per delle cavolate ben peggiori dei film inclusi, che già sono quasi tutti bruttissimi.

Comunque ne ho approfittato per vedere alcuni film che mi ero persa intorno al 2011 e che sono considerati d’autore:

  1. Carnage di Oliver Stone.

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Non dura neanche un’ora e mezza ed è tutto ambientato in un salotto, con soli quattro personaggi, più che un film sembra una piéce teatrale e questo gli fa onore. La storia è completamente incentrata sui dialoghi con un cast niente male: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C.Reilly. Il film vorrebbe essere fatto di dialoghi brillanti e in effetti è acuto. Ma non troppo. E’ come se la storia non si fosse giocata tutte le sue carte, e alla fine rimane solo come una finestra aperta sull’ipocrisia umana.

2 – Cosmopolis di David Cronenberg (2012)

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Primo incontro ravvicinato con Cronenberg, dal quale risulta già evidente la sua fissazione per l’anale e la confusione sessuale. Non è uno dei suoi migliori film, ma ha un ché di interessante, specialmente alcune frasi che qui riporto:

– Le è capitato di uccidere?
– Secondo lei? … Tutti i giorni.

Tempo fa mi hai detto una cosa: il talento è più erotico quando è sprecato.

E più ti guardo più voglio fare sesso con te… Perché c’è un tipo di sesso che ha in sé un elemento di purificazione, è l’antidoto alla disillusione, è controveleno.

– Hai bisogno di sentirti eccitato, vero? E’ la tua natura.

Il futuro diventa insistente, ecco perché presto accadrà qualcosa.

3 – La zona morta

Ne ho già parlato qui sebbene non ci sia molto da parlarne.

Questo scrivevo ad ottobre, ingenuamente:

La verità è che sarà un inverno pieno di film sotto le coperte e meno interazioni. Ora ho una scusa: ho Infinity pagato e devo approfittare, e non posso uscire.

A marzo l’unico altro film che ho visto su Infinity è il seguente, questo la dice lunga su quanto l’ho usato.

4 – La teoria del tutto, 2014

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Film biografico su Stephen Hawking che all’epoca avevo evitato volontariamente per il suo dubbio valore cinematografico. Con la morte di Hawking tutti a vederlo. Il film ha delle belle immagini anche se è un polpettone come si supponeva. Da vedere per fare il punto sulla vita di Stephen Hawking della quale non sono mai stata una fan di prima linea nonostante l’astrofisica mi sia sempre interessata. Ora tutti a leggere Breve storia del tempo, il suo libro più famoso e che ha venduto dieci milioni di copie.

Il contratto non è ancora scaduto, magari vedrò degli altri film. Tutti gli altri che non ho inserito in questo elenco, fondamentalmente li ho usati per dormire. In ogni caso, sicuramente sono dei bei regali per gli appassionati di cinema.

Ora ho anche 3 mesi di MyMovies, quindi magari vi farò sapere.

 

Tokyo Ghoul: un film sui disturbi alimentari + The Shape of Water

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Tokyo Ghoul è come le elezioni, non sai per chi parteggiare. Ghoul? Esseri umani?
Piangono e vomitano tutto il tempo. Live action ispirato all’omonimo anime di 12 episodi, manga 14 volumi. Vi dirò: era da tempo che non vedevo un film COSI’ brutto. Se anche risulta molto più curato di altri live action visti (come quelli di Death Note e Nana), questo era visivamente disgustoso e la sceneggiatura completamente priva di modi per far interessare a ciò che sta succedendo. Piatto e orribile. Sala vuota con 5-6 uomini ed io l’unica ragazza presente. Scusate, ora devo andare a mettergli 1 su IMDB.

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Un mix di E.T. ed Amelie.

La forma dell’acqua: un misto di E.T. ed Amélie che incalza preciso mostrando cose orrende con l’atmosfera di una fiaba. Disabilità, mostri con cui accoppiarsi e gatti sbranati. Uffici disorganizzati e cattivi maniaci (Micheal Shannon). Dita mozzate, amici gay e storie d’amore. La forma dell’acqua merita gli Oscar presi. Elisa Esposito (Sally Hawkins) ha un volto molto interessante, l’ambientazione, questo buio laboratorio, sembra uscito da un sogno di quelli che non fanno paura. Non credo sarà uno di quei film che mi cambieranno la vita, ma non si può dire che non sia originale e sopra la media. Regia di Guillermo del Toro (Hellboy, Crimson Peak).

De André Principe Libero ed altri film di cattivo gusto: la solitudine fa schifo, quando non è condivisa.

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“Non contano quelli come me, che devono spiegarti come dormire: conta come stai comodo tu.”

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Fabrizio De André – Principe Libero, 2018

De Andrè aveva davvero bisogno di questa cosa? Sceneggiato in due episodi su Fabrizio De André, interpretato da Luca Marinelli. A parte l’ovvia constatazione che non sia tanto opportuno far interpretare un genovese ad un romano, lo scemeggiato è ben recitato, accompagnato da canzoni e ripercorre la vita del Faber. Utile per tutte quelle persone che non hanno voglia di leggersi una biografia perché non han mai pensato che la cosa poteva cambiare loro la vita. E’ ben descritto l’uomo che c’è dietro le sue canzoni. Alcolizzato, anarchico e amante della campagna.

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Fabrizio De Andrè – Amico fragile: Una biografia su De André che possiedo e che mi regalarono a un compleanno, e che in effetti non ho mai letto.


marinelli

“La solitudine fa schifo, quando non è condivisa.”

“E’ questo il patto fra di noi. Io che faccio la parte della cretina e tu che torni. E’ così che si fa.” (La prima moglie di De André, a De Andrè)

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marinelli e dori ghezzi


Scanners, 1981

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Scanners: ci ho messo davvero troppo tempo per i miei gusti a trovare un’immagine che non facesse venire il mal di stomaco con teste che esplodono e carne spappolata.

Ormai Cronenberg è per me il regista del momento. Scanners forse l’avevo già visto anni fa o più o meno all’epoca (insomma, sempre un po’ dopo, non ero nata…). Parla di telepati incompresi ed emarginati ed inizia bene con cervelli che esplodono. Racchiude in sé la problematica sociale di discriminazione del diverso un po’ alla maniera di X-Men e sicuramente si sono ispirati da qui per i vettori di Elfen Lied. Purtroppo, sceneggiatura un po’ debole ed obsoleta anche se in sostanza si tratta di un film interessante da vedere, che pure se è una cagata, è una cagata gradevole.

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La mosca, 1986

La mosca non ha questo problema: la mosca è OTTIMO. Una giornalista conosce un genio che sta mettendo a punto il teletrasporto e lei decide di lavorarci su, in più sensi. Per scrivere un articolo sulla scoperta i due iniziano a stare sempre insieme, ed in effetti ‘sto scienziato, Seth Brundle, è carino. Però la giornalista ha già un fidanzato e lei, per andare a mollarlo, lascia Seth da solo per mezza serata, che ha la brillante idea di ubriacarsi e teletrasportarsi per errore insieme a una mosca. Così l’uomo inizia a trasformarsi progressivamente in una mosca. Beh lei ha sempre l’ex, che non è male, peccato che alla fine del film la mosca spappola all’ex un braccio ed un piede con la sua saliva. Poi la mosca viene sparata in testa. Urla e pianti. Bellissimo. Per la serie: niente più uomo mosca ma si può sempre ritornare con l’ex disabile. Insomma una ragazza sfortunata davvero, che magari se faceva meno la troia non succedeva ‘sto casino.

Il film è un remake de L’esperimento del dottor K, del 1958, e a sua volta ha ispirato tantissimi altri film.

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– Lui ancora ti ama?
– Chi glielo impedisce.

I film dell’inverno

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Anche se le mimose fioriscono con mesi d’anticipo, spontanee e non invitate, con sfrontatezza prendono il posto dei fiori di melograno recisi quest’estate, a quanto ne so è ancora inverno. Mi piacciono le mimose, non m’è mai piaciuta la festa delle donne. Penso a quelle mimose come un regalo che sorge nell’immondizia, laddove la campagna e la perfezione sono state distrutte per far posto a venti pianti di morbida bruttezza, allora un semino è sfuggito alla devastazione e ha detto: tié, voi volete recidermi e io sono ancora qui. Giovane, un po’ testardo.

Ovviamente non sono io l’autrice di tutto questo, ovvero dell’abbattimento delle mimose, del ramo di melograno, del radere al suolo le campagne. Sono quelli là fuori. Io sono qui per parlare dei film d’inverno.

Se un anno fa m’ero chiusa in casa a vedere film di Jerry Calà, soddisfatta di aver fatto una scelta davvero alternativa e mi piaceva osservare le reazioni delle persone a cui lo dicevo, ora le cose sono un po’ diverse. Mi sono capitati davanti dei gran bei film, devo dire.

Maurizio Nichetti, Ratataplan, 1979.

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Maurizio Nichetti, 1979, Ratataplan. Un uomo finito nel dimenticatoio, che ha girato, alla fine degli anni ’70, un autentico capolavoro. Un film quasi muto che si apre con questa scena (che rappresenta in qualche minuto la mia vita): https://www.youtube.com/watch?v=f-9m61_x4ww
Il protagonista è un ingegnere, con doti sbagliate nei posti sbagliati. Ma che gusto ci sarebbe ad essere nel posto giusto? E’ in ritardo. Rappresentativo l’incipit dell’albero, che però esprime solo una piccola parte dei contenuti e delle potenzialità del figlio. Il protagonista si circonda di sue strambe invenzioni, vive in un mondo assurdo e opprimente, fatto di nonsense continui. Epica la scena del bicchier d’acqua, consegnato da un ‘bancariello’ di bibite siciliano – dove ovviamente Nichetti non è proprietario, ma un semplice garzone – fino ad un posto al di là del duomo di Milano. Il bicchiere, dopo mille peripezie, giunge a destinazione imbevuto di un potere miracoloso, proprio a causa delle vicissitudini subite (calce caduta al suo interno, contaminazioni varie…). Nichetti, nonostante ne sia l’inventore, non ne vedrà riconosciuto alcun merito. Molto bella anche la scena del Magic Show, un circo tra le galline. Alla fine Nichetti, ovvero l’ingegner Colombo, troverà la sua metà e si rotoleranno insieme tra gli stracci, in una specie di discarica, loro che erano entrambi sognatori e innamorati di ciò che si poteva trovare nell’immondizia.



eXistenZ, David Cronenberg, 1999.

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eXistenZ. Era tra i film che possedevo da più di un decennio, sapevo che era bello, eppure non l’avevo mai visto. E’ più comodo veder film brutti, senza aspettative. Invano mi era stato consigliato da persone diverse nel corso degli anni. Un film che ha “anticipato” molti temi con cui ampiamente si lavora adesso, nel cinema di fantascienza: la realtà virtuale. Uscito nello stesso anno di Matrix, 1999, non ha niente da spartire con questo. Ed è anche per un pubblico diverso, quello che riesce a sopportare il cattivo gusto, anzi, lo cerca e poi quando lo trova (cattivo gusto però accompagnato da trame solide e temi importanti) lo custodisce con amore. Morte al demone Allegra Geller! Certe cose sono così vintage e fuori moda – pettinature anni 2000, ma in versione futuristica – da farmi sospirare. E’ fantastico. E’ fantastico. E’ fantastico. Voglio quella salamandra e portarla a casa. Con me. Ma la scena delle scene è quella al ristorante cinese, dove bisogna ordinare LO SPECIALE. Sa tutto, terribilmente, di già vissuto, con affianco un ragazzo che mangerebbe anche quello. (Lo Speciale non è altro che un piatto disgustoso con questa salamandra cucinata…)

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Anche qui c’è un mondo claustrofobico e senza senso, in cui realtà e sogno si confondono. Dove si va? Chi ha messo quelle persone nel gioco e nella storia? Qual è lo scopo? E’ giusto rifugiarsi in un mondo che non esiste? Ma cosa esiste davvero? E perché è così opprimente quando non succede niente?

“Tu vuoi tornare al ristorante cinese perché qui non succede niente. Siamo al sicuro.”

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“Qual è lo scopo del gioco?”
“Devi partecipare al gioco per scoprire perché stai partecipando al gioco. E’ il futuro Pikul.”


Il giorno della marmotta, Groundhog Day, 1993.

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Un altro film molto vecchio che non capisco come mi possa esser sfuggito: ad un primo impatto sembra una di quelle cose che non smettono mai di trasmettere nel periodo di Natale, come Serendipity, L’amore non va in vacanza e tante altre cazzate.

Ma:

  • Non è un film di Natale, anche se c’è l’inverno di mezzo. Il giorno della marmotta è il 2 Febbraio, si dice che se la marmotta si sveglia ed esce nella neve in questo giorno, verrà prima la primavera. Se non accade così, ci saranno altre tre settimane d’inverno. Anche qui ci sono dei temi che saranno ampiamente sfruttati in seguito per film da multisala blockbuster e patatine, come Live, Die, Repeat (con Tom Cruise, 2014, anche conosciuto come Edge of Tomorrow – Senza domani). Anche qui una struttura “a videogame”, in cui gli eventi si reiterano e il protagonista è costretto a rivivere all’infinito uno stesso odioso giorno della sua vita: il giorno della marmotta. Tradotto il titolo in italiano con “Ricomincio da capo”, ne è stato fatto anche un remake italiano con Antonio Albanese, “E’ già ieri”, del 2004 (che ho provato a vedere ma non m’ha convinto molto).

Tra l’altro, mi son ricordata che delle marmotte le ho viste davvero. In un viaggio mi son ritrovato un assurdo e improvviso museo-casa della marmotta (non avendo purtroppo il tempo di visitarlo, era chiuso). E spesso le ho fotografate in montagna. Ciao marmotte.

Da wiki:

La tradizione vuole che in questo giorno si debba osservare il rifugio di una marmotta. Se questa emerge e non riesce a vedere la sua ombra perché il tempo è nuvoloso, l’inverno finirà presto; se invece vede la sua ombra perché è una bella giornata, si spaventerà e tornerà di corsa nella sua tana, e l’inverno continuerà per altre sei settimane.

In effetti, una giornata di cielo limpido nell’inverno nordamericano è spesso associata a temperature molto basse.

« If Candlemas Day is bright and clear, there’ll be two winters in the year. » « Se alla Candelora il cielo è limpido, ci saranno due inverni nell’anno. »

https://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_della_marmotta


Betty Blue (37°2 le matin), Francia, 1986.

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Betty Blue. Film francese che in effetti non si sa bene da dove sia spuntato fuori e che già probabilmente non vedeva quasi nessuno all’epoca (un po’ come ripescare Blue Valentine fra 10 anni: quanti se ne ricorderanno non lo so). Affronta il delicato tema della malattia mentale. Me l’ha consigliato la stessa persona che ha tirato fuori Ratataplan. Una storia d’amore atipica tra una ragazza straordinariamente bella ed un uomo anche lui di bella presenza (Béatrice DalleJean-Hugues Anglade, sono tutti e due francesi).

Zorg fa l’idraulico e vive da solo in una casetta sul mare. Per caso Betty finisce nella vita di Zorg e i due fanno l’amore tutto il tempo come dei ricci. Il ragazzo ha nel cassetto un manoscritto che non ha mai fatto leggere a nessuno, quando Betty lo trova desidera a tutti i costi che venga pubblicato e s’impegna ogni giorno per batterlo a macchina, convinta che Zorg sia uno straordinario scrittore. Betty e Zorg non possiedono quasi nulla a parte la giovinezza e la bellezza, però si trovano molto bene insieme, e per lo spettatore sembra una storia d’amore felice, un sogno in cui le cose scorrono facili nonostante alcuni imprevisti. I due mostrano una notevole dose di adattabilità in molte situazioni diverse (cambieranno più volte luogo in cui vivere, lavoro, etc.). Betty però mostra già il seme della sua follia, mostrando spesso dei comportamenti assurdi, degli scatti d’ira irrefrenabili e la tendenza a distruggere oggetti.

Finirà per cavarsi un occhio da sola, e quando giungerà per Zorg la notizia della pubblicazione del romanzo le cose saranno oramai compromesse.
Molti nudi, anche maschili. Un po’ lungo (3 ore) ma ne vale la pena.
Bellissimo. Mi spiace con questa sintesi di non avergli reso molta giustizia ma mi sento svogliata.

« Il mondo le va stretto »
(Zorg)

–  Come ti sembra?
– Devo dire la verità, un po’ volgare.
– Grazie, mi hai tolto un peso.

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La zona morta, David Cronenberg, 1983.

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Film molto anni ’80 con Christopher Walken che sa tantissimo anche lui di anni ’80. Volevo vedere qualche altro film di Cronenberg e sfruttare l’abbonamento ad Infinity che mi ha regalato la Vodafone: non fatelo mai. Ci sono solo i peggiori film di ogni regista o tutti quei film che avete già visto o che al tempo vi siete rifiutati di vedere perché non vi convincevano. Tratto da un romanzo di Stephen King, per sempliciotti, Cronenberg lo interpreta senza esagerare. L’unico pregio è che è 80issimo (ottantissimo). Nuovo termine che ho appena inventato e che potrebbero anche aggiungere al dizionario e che vuol dire “dal sapore di anni 80.”


Dumbo, 1941.

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Ok questo l’abbiamo visto tutti. Ma forse non vi ricorderete che c’è una scena in cui Dumbo SI SBRONZA per errore e finalmente dopo di questo nella sua vita inizia ad essere tutto chiaro. Inoltre è un film triste, ma così triste, da meritare di essere rivisto: è la storia di un elefantino discriminato. Poi il tutto è ambientato in un circo, quindi perché vedere Santa Sangre sì e Dumbo no? Se proprio volete piangere dopo continuate con Il brutto anatroccolo.

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Beh questo non centra niente ma me ne è venuta un’improvvisa nostalgia. E’ uno dei personaggi che amo di più: No-Face (Kaonashi) di Spirited Away.

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Bene, ora vado a comprare IL CD DI SANREMO e ciao.

Tanti altri film di Cronenberg, che mi sta piacendo davvero molto, nel prossimo post.

 

 

Gatta Cenerentola – Napoli attraverso le immagini di Alessandro Rak

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E’ ancora nelle sale ma paga il prezzo di una distribuzione non efficace. E’ il film perfetto di Alessandro Rak, già autore dell’Arte della Felicità e di un noto video dei Foja (‘O sciore e ‘o Viento). Come nell’Arte della Felicità (2013), anche nella colonna sonora di questo film ci sono i Foja, più altri pezzi di Ilaria Graziano e Alessandro Forni, confermando la maggior parte delle scelte stilistiche e musicali del primo film.
Ilaria Graziano è una cantante napoletana, non molto nota, ma che ha cantato anche in certe colonne sonore di Yoko Kanno (Ghost in the Shell, Cowboy Bebop). Nel cast ci sono un bel po’ di altri nomi famosi, come Gino Fastidio, Enzo Gragnaniello, Alessandro Gassman.

Gatta Cenerentola è una Cenerentola rivista in chiave goth, una favola che “appartiene” a Napoli, l’edizione più antica di Cenerentola è infatti ne Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, un libro di 50 favole del 1600 (precisamente del biennio 1634-1636) scritto in lingua napoletana, dal quale recentemente Matteo Garrone aveva attinto per Il racconto dei racconti (2015). Dal testo di Basile era stata tratta anche la famosa opera teatrale di Roberto De Simone, con Peppe Barra (1976).

Ma Gatta Cenerentola di Rak è un film d’animazione, dunque diverso da quanto già fatto finora da altri blasonati autori partenopei. Reca anche il bollino VM14. E’ ambientato in una Napoli post-apocalittica e inquieta, la Napoli di Rak è sempre buia, agitata, come quella dell’Arte della Felicità, in cui non faceva mai giorno (o come nei libri del nostrano Nicola Pugliese). Lo stile d’animazione è volutamente grezzo, acerbo, ricordando certi film d’animazione indipendente che avevo visto nel passato come De Profundis di Miguelanxo Prado. Ad alcuni ha ricordato cose fantastiche, Final Fantasy X, gli ologrammi di Zanarkand e varie altre reminiscenze di gioventù legate ad anime e videogame. C’è chi lo ha paragonato a Ghost in the Shell. Non è un mistero l’influenza nipponica in un lavoro del genere, confermato dalla presenza di Ilaria Graziano, ed è un chiaro omaggio a Miyazaki il corto all’inizio della proiezione, con riferimenti al Castello Errante di Howl, Porco Rosso, i piccoli makkurokurosuke, le caldaie…

Gatta Cenerentola è molto poetico, c’è sempre Capri sullo sfondo, ed è interessante vedere come qui siano interpretati alcuni luoghi di Napoli, il molo fascista, via Marina, il porto. Ogni città è dotata delle sue cose noiose che piacciono ai vecchi, e questo di Rak è un modo che mostra cosa voglia dire usarle bene, per arricchire una storia nuova che può interessare le generazioni venute dopo. A dire il vero, storia nuova non tanto, perché stiamo parlando di Cenerentola, tramandata per tradizione orale e scritta per la prima volta almeno nel 1600, ma il ragionamento resta valido, visto che si tratta comunque di coniugare una fiaba antica insieme a qualcosa di nuovo come videogiochi e animazione indipendente, mettendoci dentro della poesia alla Di Giacomo. Gli elementi utilizzati sono “tipici” e scaramantici di Napoli, gli stessi che aveva usato Pugliese, la pioggia in Malacqua (Einaudi, con prefazione di Italo Calvino, 1977) e La nave nera. Una nave che arriva improvvisamente, e non si sa bene cos’è e cosa faccia. La pioggia vista come elemento misterioso, oscuro, luttuoso.​

gatta cenerentola nave

Dell’Arte della Felicità si può trovare in libreria anche il fumetto, mentre il dvd di Gatta Cenerentola uscirà il 22 dicembre.

Una curiosità: in Lo cunto de li cunti già si parlava di pastiere e casatielli.

« E, venuto lo juorno destenato, oh bene mio: che mazzecatorio e che bazzara che se facette! Da dove vennero tante pastiere e casatielle? Dove li sottestate e le porpette? Dove li maccarune e graviuole? Tanto che nce poteva magnare n’asserceto formato. »

Tutte le favole del libro sono ambientate tra Campania e Basilicata, in particolare la favola di Raperonzolo in Lo cunto de lo cunti è ambientata al castello di Lagopesole (Basilicata, non molto distante dai laghi di Monticchio).

Altri video di Alessandro Rak:

24 Grana – Kanzone su Londra
Bisca – La paura
Foja – ‘O sciore e ‘o viento

Altri video/progetti di Rak:

A Skeleton Story – Trailer
See you later – Ugo Santangelo
Sigla della Settimana Internazionale della Critica di Venezia realizzato da Alessandro Rak

Ilaria Graziano (anche nota come ILA o Nanà):

Cowboy Bebop – Pearls

Ilaria Graziano & Francesco Forni – Lastrada

Gatta-Cenerentola-3

gatta cenerentola poster orizzontale

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L'arte della felicità di Alessandro Rak

Film del compleanno, la ragazza nella nebbia di Donato Carrisi – Ma, in fondo, che gusto c’è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno?

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annalou-laragazzanellanebbia

“Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità. Ma, in fondo, che gusto c’è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno?”

la ragazza nella nebbia

Uscito il 26 ottobre nelle sale, La ragazza della nebbia è tratto dall’omonimo libro dello stesso autore e regista, Donato Carrisi (sua la miniserie Moana, del 2006), nel cast ci sono Toni Servillo (La grande bellezza), Jean Reno, Alessio Boni (La meglio gioventù, La bestia nel cuore) e ad interpretare Anna Lou, la sedicenne dai capelli rossi che scompare misteriosamente all’inizio del film, è al suo debutto la spezzina Ekaterina Buscemi (22 anni).

E’ lei la ragazza scomparsa nella nebbia del tranquillo paese di montagna di Avechot, dissolta in una miscela di Twin Peaks e Omicidio all’Italiana di Maccio Capatonda.

Si parte da uno stereotipo di cui nessuno inizierà di certo a lamentarsi, un paese fatto di casette in legno e di montagne, un po’ alla Shining: le citazioni a Twin Peaks sono molte di più di quelle che ci si potrebbe aspettare da un semplice omaggio alla serie di David Lynch/Marc Frost, ma non si tratta neanche di una copia, piuttosto La ragazza nella nebbia potrebbe essere considerato un remake o una interpretazione italiana di una delle atmosfere più affascinanti che la storia della televisione ricordi.

Anna Lou, la ragazza dai capelli rossi scomparsa, appartiene a una dubbia confraternita religiosa; è introversa, docile ed amante dei gatti, sotto la sua superficie di brava ragazza potrebbe aver avuto qualcosa da nascondere proprio come Laura Palmer all’inizio di Twin Peaks. A film avviato Anna Lou – così come Laura Palmer – è già morta e appare di lei solo il ricordo, una presenza impalpabile che in 127 minuti non si riflette mai in un personaggio vero, nonostante ogni altro tassello della storia le ruoti intorno.

Aperte le indagini a pochi giorni da Natale, il film propone diverse riflessioni su come venga seguito un caso del genere in Italia, quasi un’accusa a un certo sistema che impone forse troppa attenzione sull’orrore solo col fine di guadagnarci sopra. Chi sono i veri mostri?

“Non si nasce mostri. È come con l’amore: ci vuole la persona giusta.” 

alessio boni e galatea

“La giustizia non fa ascolti. La giustizia non interessa a nessuno.”

Carrisi usa la serietà e lo charme (anche se è come una cravatta poco abbinata a scarpe volgari lucidate con cromatina nera) per mostrare ciò che Maccio aveva fatto con ironia: ma in realtà la problematica è solo strumentale al compimento della trama e non vuole essere critica o denuncia o tantomeno avere pretese morali.

Lo psichiatra Jean Reno mentre parla delle trote

Jean Reno mentre parla delle trote. Non fidatevi del vostro psichiatra.

Certe scene a volte fanno chiedere: film d’autore o semplice assenza di senso del ridicolo? Ma nonostante tutto, La ragazza nella nebbia scorre più che bene, con immagini gradevoli agli occhi. E’ infarcito di frasi di un certo effetto, come una casa dai soprammobili curati, costellato da spunti di riflessione e altre piccole cose interessanti, come i suoi stessi personaggi che sono abbastanza profondi. In ognuno di questi ci si potrebbe scavare dentro, anche se nel film non si ha il tempo di farlo davvero per bene: un’ottima storia insomma, forse non sviluppata nel migliore dei modi, ma che raggiunge così un livello già alto, perciò non lamentiamoci ogni volta delle solite cose.

Il film è ambientato ad Avechot, che appare delle volte in alcuni cambi di scena dall’alto, sostituito con un modellino di plastica (ricordando, in questo, soap come Beautiful, che d’altronde avevano molto in comune con Twin Peaks). Un modo per risparmiare sulle riprese o un escamotage cinematografico, metafora di un paese talmente piccolo da poter essere spazzato via da un colpo di mano, ma così finto e pulito da nascondere ciò che vi accade?

Il film è girato a Nova Levante, in Trentino Alto Adige, provincia di Bolzano, paese di 1950 abitanti a 1.182 metri d’altezza, sotto le Dolomiti, e che comprende anche la località turistica Carezza al Lago (Karersee, 1620 m) dalla quale si può salire al massiccio del Catinaccio e al Latemar.

Nova Levante

Il paese di Nova Levante (BZ), dove è stato girato il film.

Forse l’immagine più forte di tutto il film è quella in cui Anna Lou è stesa come una trota in riva al lago, boccheggiando. E’ una di quelle scene che fanno chiedere: devo ridere o piangere? il regista non starà esagerando adesso? non sarà il suo scopo imbarazzarmi, mettermi alla prova fino a quando non mi indignerò e urlerò: “basta, questo film ha superato ogni limite” lasciando così la sala? Ma poi, sono queste le cose che rimangono impresse di un film. Come anche il paesino Avechot, con le sue inquadrature di plastica, che non si sa bene se sia un’idea bohemien che per un pelo non è stata seguita da scene in stop-motion con carta argentata e presepi o era del semplice cattivo gusto.

Riassumendo per l’ultima volta, qui è davvero tutto uguale a Twin Peaks:

Servillo –> Agente Cooper
Anna Lou –> Laura Palmer

Jean Reno interpreta lo psichiatra incaricato di interrogare Servillo all’inizio del film dopo che questo è stato ritrovato nella notte sotto shock con i vestiti macchiati di sangue. E’ dal racconto di Servillo che parte tutta la storia in flashback.
Alessio Boni nella parte del professore Loris Martini intanto è invischiato in delle strane storie amorose (che sia il James Hurley della situazione?), qui si ricreano le atmosfere scolastiche di Twin Peaks che procedono con una certa dissolutezza nascosta sotto il velo di pulizia e di perbenismo religioso del piccolo paese (una delle allieve, amica di Anna Lou, non sembra così pura, e pare provarci con il professore); un giovane e bravino Lorenzo Richelmy (agente Borghi) aiuterà Toni Servillo nelle indagini; Galatea Ranzi, moglie del professore, appariva in Tre metri sopra il cielo, in cui era madre di Babi; tra gli altri attori Michela Cescon e Antonio Gerardi nella parte dell’avvocato di Boni/Prof.Martini.

Curiosità: Ekaterina Buscemi (Anna Lou) non ha veramente i capelli rossi e ha dovuto tingerli per le riprese, la ragazza è una giovane modella di origine russa con la passione per la fotografia.

Link:

500px di Ekaterina Buscemi

Flickr di Ekaterina Buscemi

Altri film:

Omicidio all’italiano – Maccio Capatonda

cimiteroavachot

Un cimitero di montagna e la dottoressa Spruzzone, ah no, non è lei.

toni servillo e lo zainetto di anna lou

Lo zainetto di Anna Lou nei giorni del ciclo

Una mia foto di ritorno da Avechot: forse ve ne parlerò in un altro post.

La ragazza nella nebbia è stato il film del compleanno.

annalou-laragazzanellanebbia

Vittoria e Abdul, l’amicizia più sorprendente della storia

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Locandina di Vittoria e Abdul

Stephen Frears è un regista che mi è sempre stato simpatico dai tempi di Alta Fedeltà, uno dei film più belli degli ultimi 17 anni e che avevo visto in un periodo in cui abitavo sola, un po’ di tempo fa. Questo film era così buono specialmente per il fatto di avere una delle colonne sonore migliori di sempre: provate ad ascoltare Love – Always see your face e poi mi direte. All’epoca, quando vidi High Fidelity, ero in una stanza in affitto e risentivo Always see your face in continuazione, insieme a Gennaio dei Diaframma, che forse alla fine mi portò sfortuna (e fortuna allo stesso tempo):

Gennaio diceva più o meno così:

Parte dei soldi li spesi in assoluta allegria
quella stessa con cui li avevo guadagnati
ci voleva del fegato per ammettere
che come erano entrati così erano usciti

[…]

Nessun senso di colpa, non è importante per me.
Tu non stare in pensiero è solo un finto cuore.

Alla fine decisi di prendere casa in affitto
sempre meglio che vagare a lavarsi i panni al diurno.
La mia stanza era, entrando sulla sinistra
quella di Barbara a destra: c’eravamo rivolti,
a nostra insaputa, alla stessa agenzia.


Beh, in Vittoria e Abdul c’è veramente poco di Alta Fedeltà, che era tratto dal romanzo di Nick Hornby e seguiva le vicende sentimentali di Rob Gordon, il proprietario di un negozio di dischi.

Si ritrova un po’ di Alta Fedeltà nel fumetto La distanza di Baronciani-Colapesce (nella scena nel negozio di dischi, luogo nel quale il protagonista conosce due ragazze in mezzo a miratissime citazioni musicali) e se ne ritrova ancora un po’ nella mia vita di quegli anni, in cui uscivo con un giovane giornalista musicale, più piccolo di me, prima di scaricarlo e mettermi con un altro.

Ma di certo non si ritrova niente di Alta Fedeltà in Vittoria e Abdul. Ok, ammetto di conoscere veramente poco Stephen Frears, ma una cosa è certa: le figure femminili di un certo spessore sono qualcosa di ricorrente nei suoi film.

Philomena, con Judi Dench, nel 2013 aveva fatto abbastanza parlare di sé, ma anche The Queen (2006) non era passato inosservato. In Vittoria e Abdul, ritroviamo Judi Dench, un’eccellente attrice che tutti riconoscerete, prendendola in simpatia, e in cui sicuramente troverete anche voi una certa somiglianza con vostra nonna. E’ questa la chiave del successo di Judi Dench: è vostra nonna.

Frears ha lavorato con Judi Dench quattro volte: la prima per un film tv del 1983, “Saigon: Year of the Cat”, poi in Lady Henderson presenta (2005), Philomena nel 2013 ed ora i due ritornano insieme con Vittoria e Abdul.

Nonna Judi Dench era tra l’altro in tutti gli 007 di Daniel Craig: Casino Royale, Quantum of Solace, Skyfall, Spectre ma anche in molti altri film ben in vista che per qualche motivo necessitassero di una signora austera: Nine di Rob Marshall (ispirato ad 8 e 1/2 di Fellini), Marilyn (quello con Michelle Williams, del 2011), Orgoglio e Pregiudizio (2005), Chocolat, Shakespeare in Love (qui valso alla Dench un premio oscar come Miglior attrice non protagonista) e qualcos’altro.

Judi Dench è del ’34 e in effetti ha quasi l’età di mia nonna, insomma, ha più o meno la stessa età di un sacco di nonne. E’ la seconda volta che interpreta la regina Vittoria, dopo La mia regina/Mrs Brown nel 1997 (di John Madden, lo stesso regista di Shakespeare in Love).

Ma ritornando a Vittoria e Abdul, ecco perché vedere questo film:

  • Per avere un po’ di ripetizioni di storia. E’ ambientato in Inghilterra tra il 1887 e il 1901, quando l’impero britannico comprendeva anche le Indie.
  • Per avere una nuova interpretazione della storia che già sappiamo. Nel 2010 i diari di Abdul Karim vengono scoperti, e da qui viene estratto quanto narrato in questo film. E’ la storia dell’amicizia tra la Regina Vittoria d’Inghilterra e Abdul Karim, un servitore indiano.
  • Per scoprire e incuriosirsi su dettagli della cultura indiana così come ne era rimasta affascinata la regina Vittoria.

Ad esempio, sapete che in India, una cospicua parte della popolazione è musulmana?

O ancora, che l’hindi non è l’unica lingua parlata in India, ma quella riservata ai nobili è l’urdu? E’ infatti questo che Abdul inizialmente insegna alla regina Vittoria.

Sapete cos’è un munshi, e che Abdul diventa il munshi della regina? (Praticamente il suo maestro)

La regina Vittoria qui si presenta come una vecchia sovrana, oramai intristita ed annoiata dagli intrighi di corte e dalle inutili mansioni che deve svolgere quotidianamente (quasi tutte celebrative e prive di significato), Vittoria è rimasta sola, vedova e con dei figli interessati solo al potere, in questa vecchiaia ritrova sollievo e curiosità grazie a quest’amicizia con Abdul.

Ritratto del Munshi Abdul Karim

Diciamo che c’è anche un po’ di sospetto di gerontofilia in tutto questo film (non mancano gli apprezzamenti sull’aspetto di Abdul), ma Judi Dench in fondo è una brava nonna, e quando scopre che il suo servitore indiano è sposato, chiede subito che porti in Inghilterra anche sua moglie. Ma Abdul Karim è musulmano, e sua moglie si presenta avvolta da un velo nero proprio come le donne del Medio Oriente che siamo abituati a vedere in giro e in tv.

C’è da dire che alcune scene in particolare sono molto belle: il picnic sotto la pioggia in Scozia, con i tavolini nell’erba verde e un temporale in procinto di iniziare, ma anche il viaggio in treno a Firenze (una cosa hipsterissima, before it was cool). Non solo queste due.

C’è molto di inglese in certi paesaggi verdi che da soli valgono l’intera visione del film.

Il film però – nonostante sia molto, molto buono – bisogna ammettere che non sia adatto ai più giovani. 

E’ uno di quei film ben fatti, che non annoiano, proprio per niente, ma che vi entusiasma senza dubbio se avete dai 50 anni in su, didattico ed ideale ad essere proiettato nelle scuole. Chi è in cerca di emozioni forti, forse dovrebbe riversarsi su altro.

Ma non è forse un emozione forte anche quella di infilarsi in una sala vuota, praticamente godendosi una proiezione privata, immergendosi in una storia che se avessimo voluto cercarla o inventarla da soli non ci saremmo riusciti mai?

In fondo, Vittoria e Abdul è sicuramente un film singolare, che inserisce nell’immediato in un’atmosfera e in una poesia atipica (l’amicizia tra una vecchia signora e un negro indiano, e musulmano) senza annoiare. Senza farvi uscire dalla sala. Senza metterci del sesso o strani equivoci. Senza attori che siano attraenti. Guardate che non è poco.


Curiosità: Tratto dal libro di Shrabani Basu.
Regina Vittoria: (1819-1901)

The Place: un film oscuro, con un cast italiano

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the place bar

– Sei un mostro.
– Diciamo che do da mangiare ai mostri.

Non credevo in effetti sarei mai andata al cinema a vedere un film di Paolo Genovese (Immaturi, Tutta colpa di Freud). Il film è ambientato in The Place, un misterioso bar in cui un uomo senza nome, interpretato da Valerio Mastandrea (Notturno Bus, Il Caimano, Nine) incontra e parla per tutto il tempo con delle persone, annotando ogni volta il risultato delle loro conversazioni in un’agenda. Anche se non si comprende bene come queste persone siano giunte in The Place e da quest’uomo, perché non è spiegato, ciascuna di esse ha per lui una richiesta, che verrà esaudita se accetteranno di compiere alcune azioni che quest’uomo commissiona, pescandole apparentemente a caso dall’agenda. Il segnalibro posto lì in mezzo non pare in realtà mai muoversi e le azioni sembrano essere assegnate senza alcun filo logico. Nonostante l’uomo, Mastandrea, si limiti a parlare (o meglio ad ascoltare e a volte a fare domande), e non venga mai chiarita esplicitamente la sua figura, si tratta di un’ambigua incarnazione del diavolo; pur non influenzando mai davvero le persone e mantenendosi imparziale nei confronti delle cose, propone loro di attuare dei comportamenti quasi sempre riprovevoli.

L’uomo non rivela interesse nei confronti di ciò che accade o che propone, come se ne fosse abituato, né tantomeno mostra delle emozioni. E’ freddo, anche se tutto sommato pare triste e annoiato del suo lavoro. Quelli che propone sono quasi sempre atti orribili, come uccidere una bambina innocente, far lasciare una coppia, fare una rapina, mettere una bomba in un locale affollato. Le persone con cui Mastandrea parla reagiscono in modo diverso: alcune inizialmente rifiutano, altre accettano subito, molte, dopo aver iniziato, tentennano, altre ancora ci prendono gusto nella cosa e continuano il compito assegnatogli oltre il periodo del contratto. Gli obiettivi finiscono per intrecciarsi e influenzarsi fra loro. L’uomo dice di “non dare mai obiettivi impossibili”, ma alcuni si complicano o cambiano progressivamente, influenzati dall’operato di altri persone. Le stesse richieste di alcuni personaggi cambiano nel corso del film, come cambia la loro valutazione delle cose, delle cattive azioni e del loro senso di sé.

Il tutto è intervallato, a più riprese, dai dialoghi con una Ferilli che lavora in The Place. A forza di vedere Mastandrea in quel ristorante, la Ferilli crede che si tratti di un uomo solo, magari divorziato, forse uno psicologo. Non gli fa alcuna richiesta esplicita, ma cerca di approcciarlo, di farsi raccontare qualcosa, senza riuscirci.

E’ un film tutto incentrato sui personaggi e sui dialoghi, che purtroppo non brillano ma sono comunque molto efficaci alla costruzione della storia, come in un dramma teatrale. L’unica vera ambientazione è The Place, anche se nella mente si riescono ad immaginare gli altri luoghi di cui si parla, o dei personaggi che in realtà non compaiono mai.

Gli attori sono tutti italiani,  e anche la recitazione è “molto italiana” , poco emozionante, fatta eccezione per Suor Chiara (Alba Rorhwacher) che spicca per il modo in cui calza nel personaggio, mettendosi al di sopra degli altri. Non convince poi tanto Alessandro Borghi, nel difficile ruolo di un cieco che dovrà violentarla, abbastanza brava e bella Vittoria Puccini (Elisa di Rivombrosa, ma presente anche in diversi film come Paz!, Ma quando arrivano le ragazze? di Pupi Avati e Tutta colpa di Freud dello stesso Genovese), gradevole ed azzeccata la romana Silvia d’Amico (era in Non essere cattivo di Claudio Caligari), una cattiva ragazza che pur di diventare “più bella” accetta di derubare una sua amica.

Elemento di richiamo in The Place è Silvio Muccino, che citando una frase non mia, è ormai come Johnny Depp nei film in cui non è protagonista: appare per pochissimo tempo, fa la parte del cattivo ragazzo e ciò basta per attrarre in sala più donne possibili.

Il personaggio di Muccino spaccia acidi ed è complice di Silvia, ma dopo aver fatto l’amore con lei piange, insomma, il solito duro dal cuore tenero. Difficile il rapporto con il padre, che qui è Marco Giallini.

Altri nomi noti: Rocco Papaleo che è un meccanico che vorrebbe passare una notte con Amanda, una ragazza/attrice/pornoattrice della quale ha un poster in officina. Solo una notte e non di più, perché una relazione non saprebbe gestirla. Perciò gli viene commissionato di sorvegliare una bambina che non conosce, la stessa che Vinicio Marchioni (era in To Rome With Love) dovrà uccidere. Ma l’elemento chiave di The Place è senz’altro Giulia Lazzarini (la madre di Nanni Moretti in Mia madre, 83 anni), non proseguo oltre per non rivelarvi il finale.

Il film potrebbe essere letto a più livelli: in un’interpretazione meno ovvia, Mastandrea, che continua a essere nel bar anche oltre l’orario di chiusura, potrebbe essere un’invenzione della solitudine della Ferilli, la quale continua ad osservare il viavai di persone con i loro problemi, dall’esterno, e gli atti casuali, in teoria commissionati, potrebbero essere invece dettati da una sorta di destino (un destino legato al caso) senza che nessun uomo “fisico” li abbia mai davvero proposti. Ad esempio, la gelosia della Puccini per la fedeltà del suo vicino di casa nei confronti della moglie potrebbe aver scatenato la cattiveria di cui è stata capace: fingere che lui abbia tradito la moglie con lei, al fine di farli litigare, pure se l’atto sessuale non era stato consumato davvero. La stessa perdita di fede di Suor Chiara l’avrebbe portata a voler fare l’amore con un uomo e a rimanere incinta. Così, ogni atto crudele potrebbe avere una giustificazione, tutto quadrerebbe senza troppe forzature. Forse a volte si deve sprofondare prima di aver ciò che si vuole, e mettere in discussione tutto prima di capire quale sia veramente la cosa giusta da fare, riorganizzare i propri schemi di pensiero, e infatti ogni personaggio evolve e si modifica nel corso del film. Nel finale risolutivo la Ferilli sembra “abbracciare” la professione di Mastandrea, sostituendosi a lui, che smetterebbe così di essere il diavolo. Domanda: la solitudine, e l’osservazione degli altri, portano ad essere Satana? D’altronde, non viene mai detto esplicitamente cosa accade davvero e perché tutto ciò sia possibile.

Un’altra interpretazione, che poi è quella giusta, è che Mastandrea sia il diavolo. Ma il diavolo non esiste davvero, è una costruzione dell’uomo, ed è per questo che nel film non vengono fornite vere risposte: sta a noi se crederci o no, ciò che restano sono solo le azioni, giuste o sbagliate.

Però quest’uomo di The Place è sicuramente un Satana diverso da come lo immaginiamo nell’iconografia classica. E’ solo un osservatore, e non è responsabile. Egli non tenta: qualunque persona dotata di una certa fermezza potrebbe rifiutare. Abbiamo la libera scelta su come comportarci e il diavolo non fa solo che servirci le cose su di un piatto, anzi, quello di The Place sembra quasi scoraggiarle.

Per la serie: a me non frega un cazzo, e ne ho le palle piene di quello che fate.

Il film è ispirato alla serie televisiva statunitense The Booth at the End (10 episodi).