L’unica canzone passabile di Sanremo 2017

Se siamo ancora qui vuol dire che un motivo c’è
Lascia qualcosa tra le braccia, non questa distanza che mi sputi in faccia
Se siamo ancora qui ad imparare come illuderci, a preoccuparci della verità
Vedrai che poi il tempo non ci tradirà
Sotto un vento di libeccio che dall’Africa soffia lieve su di noi la sua sabbia
Lo so che riusciremo a dare ancora un nome a tutte le paure che ci fan tremare
E troveremo il nome per dimenticare la noia, l’abitudine, la delusione
Vedrai che i desideri si riaccenderanno e costruiremo il luogo in cui poi vivranno
Perché noi siamo l’unica benedizione, l’unica tragedia, l’unica ambizione

Se siamo ancora qui ad ignorare le difficoltà, impareremo anche a comprendere
Che esiste un buon motivo per insistere
Sotto un vento di libeccio che dall’Africa soffia lieve su di noi la sua sabbia
Vedrai che riusciremo a dare ancora un nome a tutte le paure che ci fan tremare
E troveremo il nome per dimenticare la noia, l’abitudine, la delusione
Vedrai che i desideri si riaccenderanno e costruiremo il luogo in cui poi vivranno
Perché noi siamo l’unica benedizione, l’unica tragedia, l’unica ambizione

Dovremo solo ricominciare a respirare, a navigare
Dovrai soltanto dimenticare la noia, il vuoto, la perfezione

Vedrai che riusciremo a dare ancora un nome a tutte le paure che ci fan tremare
E troveremo il nome per dimenticare la noia, l’abitudine, la delusione
Vedrai che i desideri si riaccenderanno e costruiremo il luogo in cui poi vivranno
Perché noi siamo l’unica benedizione, l’unica tragedia, l’unica ambizione

(Samuel – Vedrai)

Melaena Cadiz, folksinger di Los Angeles al Godot di Avellino

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E’ una sera d’ottobre ma l’aria fredda ad Avellino ricorda già dicembre, un dicembre più puro, spogliato dalle decorazioni di fine anno. Al Godot di via Mazas domenica 23 ottobre alle 22-22.30 c’è il concerto di Melaena Cadiz. Alle mie spalle, giovedì sera, nello stesso posto, un’alta pila bianca di carta sembra il profilo di un libro. “Sono i concerti da quando abbiamo aperto fino ad oggi.”, dice Luca. Sono locandine.
Il prossimo è quello di Melaena Cadiz, cantautrice americana residente a Los Angeles, California. Melaena ha vissuto molto a New York, ma anche a Seattle, Parigi, Michigan e Singapore da bambina, così decidiamo che è il caso di provare davvero un concerto del Godot. Quando arriviamo non c’è ancora nessuno, così parlo un po’ con Melaena prima del concerto. E’ felicissima, vivace, gli occhi sono quelli di chi non potrebbe desiderare nient’altro. A terra, sta giocando una piccola bambina, dai capelli sottilissimi e biondi, piccola ed elegante, come una cantautrice indie bonsai. Si chiama Mila ed è sotto lo sguardo vigile di Mikael Kennedy, marito di Melaena, fotografo, che più volte incrociamo con la bimba in braccio come un padre esemplare. Sono in tour in Italia tutti e 3, tour iniziato a Pescara il 20 Ottobre e Melaena mi parla di come sia stato emozionante guidare per la discesa in Campania, tra le montagne, nel verde ed il cielo azzurro che si stagliava sugli alberi (le prime date: 20 e 21 ottobre a Pescara ed Ascoli Piceno), di come le era piaciuto il paesaggio anche lungo la strada da Vitulazio, dove erano il giorno prima, ad Avellino. Melaena è straordinariamente entusiasta di essere in Italia, non fa mistero di essere un’amante dei viaggi “on the road”, di poter essere in tanti posti che diversamente non potrebbe scoprire, motel compresi. Ed infatti il giorno successivo sono saliti a Milano in auto, per essere in serata in concerto al Gattò, uno di quei locali un po’ indie della vita milanese, dove si ascolta ottima musica.

Melaena Cadiz, folksinger di Los Angeles al Godot di Avellino

I suoi punti di riferimento sono cantautrici come Joanna Newsom, ma anche artisti classici, come Joni Mitchell o Bruce Springsteen, di cui infila con oculatezza un brano nel live. Le chiedo se le piace Tori Amos, e mi risponde sempre con i suoi occhi entusiasti che la ascoltava moltissimo alle high school. Le origini di Melaena sono filippine e inglesi (la madre è un’americana di origini inglesi, il padre filippino), origini tradite da una moltitudine di lentiggini che le ricoprono il volto, occhi orientali, capelli lisci e neri che ricordano un’indiana d’america, e allo stesso tempo un corpo longilineo e affusolato. Da lontano mi colpiscono le sue ciglia corte e affilate come quelle di bambola, l’eleganza di una donna adulta e madre accostata alla sua stessa vivacità di bambina. La voce Melaena è straordinaria, il suo genere cantautorale ricorda fin da subito proprio Joanna Newsom, quella semplicità strumentale e stilistica di canzoni come “Peach, plum, pear”, ma la voce di Melaena non è infantile, né graffiante né acerba ma femminile come quella delle cantanti che solitamente amo e che, spesso mi viene fatto notare con ironia, hanno tutte i capelli rossi.

Melaena ci propone le canzoni dai suoi tre album: l’ultimo, Sunfair, uscito a marzo per Misra Records, composto ispirandosi al Joshua Tree National Park della California, si apre con la monumentale At The Symphony, saltano all’occhio anche The Shape of Things e The Fight, ma tutte le canzoni dell’album sono intense e tremule, di una bellezza così nitida da fare un po’ male, ricche di un atmosfera che viene da lontano, dai deserti d’America. Dal vivo queste canzoni ci fanno rendere conto di essere di fronte ad una fuoriclasse che inseguendo un sogno on the road è finita ora per caso ad Avellino, con un pubblico di una cinquantina di persone che alla fine del concerto sono tutte in fila a comprare i suoi dischi. Oltre a Sunfair, gli altri due suoi lavori sono il primo “Rattle the Windows” (2010) e “Deep Below Heaven” (2014). Questi tre dischi sono un unico lungo continuum, da poter ascoltare per tre o quattro volte di seguito senza mai smettere. Lo stile di Melaena è dolce, i suoi vocalizzi a volte sembrano ironici, mai inappropriati o boriosamente eccessivi, l’intero concerto è lei da sola con una chitarra, senza una sbavatura, tra le luci soffuse, le teiere e un gatto di pezza al palco. Al di là dei dischi, che le incisioni non è detto che vogliano dire per forza tutto, è dal vivo che ci rendiamo conto di come a tratti sia strano che una cantante come Melaena sia ancora inosservata, di come si infili in piccoli locali senza fare rumore e con la stessa delicatezza si allontani, come quando scompaiono piccoli astri luminosissimi all’alba. Melaena è capace di riempire così lo spazio in una stanza, solo con se stessa, con la sua singolarissima persona, con la rappresentazione di un sogno lontano, di un sogno americano, desertico e sconfinato, vistoso, patinato, serigrafato con assoluta precisione, ma ancora autentico, ancora aderente alla realtà.

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No no no! Tu non capisci! Dobbiamo annullare gli interventi – io (non) sono un chirurgo

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Consigli per gli ascolti: Strange Angels – Laurie Anderson (1989)

Fino al 30 Settembre nella chiesa di Santa Caterina a Formiello, di fianco il Lanificio, zona Porta Capuana, è possibile visitare l’installazione dell’artista newyorchese Laurie Anderson, un’artista a 360°, scrittrice, musicista e donna di Lou Reed, con cui si era sposata nel 2008. Se si pensa al fatto che Lou Reed, ai tempi dei Velvet Underground, frequentava i party di Andy Warhol, non ci può risultare così poco familiare il fatto che musica e arte moderna s’intreccino, che Laurie Anderson sia un’artista di fama internazionale e che la sua installazione nel chiostro di Santa Caterina a Formiello sia un vanto per la città di Napoli.

Il titolo è The Withness of Body, un insieme di immagini oniriche, che prendono spunto dai sogni o forse da alcuni incubi in bianco e nero, ricorrenti sono le figure dei cani, ai quali Laurie Anderson è profondamente affezionata. Laurie in quest’opera immagina di partorire il suo cane in una serie di dipinti accompagnati da descrizioni che sono anch’esse parte integrante dell’opera.

Il chiostro, recuperato dalla Fondazione Tramontano anche attraverso delle operazioni di crowfounding, versava prima del 2011 in stato di abbandono, danneggiato ed utilizzato abusivamente. Ma questa di Laurie Anderson non è l’unica iniziativa di respiro internazionale per Santa Caterina e il Lanificio: nel chiostro di Santa Caterina, la modella e cantante statunitense Chrysta Bell ha girato il video di All The Things, canzone scritta a quattro mani con David Lynch. Un videoclip le cui atmosfere sono molto vicine a quelle dei film del regista statunitense, come Inland Empire o Mulhulland Drive. Come le “case”, le ambientazioni di Lynch, fanno da rappresentazione del mondo interiore dei suoi personaggi, così nel videoclip di Chrysta Bell e nell’installazione di Laurie Anderson il chiostro di Santa Caterina a Formiello diventa un luogo in cui sogni ed incubi riescono a sbalzare all’interno e all’esterno della nostra realtà visibile.

Questa mostra temporanea è un esempio di un progetto di riqualifica che mira a portare diverse attività e iniziative in una zona da sempre intrisa di grande energia, storicamente sede di botteghe d’artigianato storico napoletano come il corniciaio Fiorentino lì presente dal 1936, e che ora ospita laboratori di nuovi artisti, concerti e con relativa frequenza ospiti di calibro internazionale.

Chrysta Bell – All The Things

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Farcisentire Report @Scisciano, Stazione Circumvesuviana

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Il Farcisentire è un festival al quale sono profondamente affezionata. Forse perché mi ricorda l’estate dopo la maturità in cui uscì a sorpresa un canale televisivo sconosciuto di nome Flux, che poi cambiò nome in Qoob e velocemente venne oscurato. Mi ricorda Il Teatro degli Orrori, The Veils, The Spinto Band. Certi video di Bat for Lashes. Mi ricorda com’è essere indie in degli anni in cui la parola indie è rimasta indietro. Mi ricorda Berlino prima ancora che diventasse di moda fare le vacanze a Berlino, gli scioperi del liceo, i mercatini di orecchini fatti con materiale riciclato, le prime volte che si prendeva il treno, mi ricorda com’è densa la notte di mezza estate, con l’inceneritore di Acerra che come un mecha nel buio brilla più di tutte le altre cose. Ricorda com’è uscire la sera quand’è ancora giorno e come può essere spoglio un festival senza prato, eppure allo stesso tempo perfetto per più motivi, nel suo crescere negli anni. Un miracolo genuino nella periferia della periferia. Farcisentire risulta, secondo il mio personale parere, migliore di molti suoi corrispettivi lontani o a pagamento, perché autentico, intriso di un fascino di transizione post-adolescenziale, che mai straripa al punto da diventare farlocco, né cade come altre manifestazioni “di paese” che risultano essere solo una sfilata di band giovanissime locali che non sanno suonare. Senza niente togliere a chi s’impegna nel far fiorire festival ed eventi di questo tipo, che è sempre meglio che ci siano piuttosto che non ci siano, però il Farcisentire, che è sempre stato gratuito, nel 2014 ha portato a Scisciano, che per chi è della zona è praticamente dietro casa, artisti stranoti come i Marlene Kuntz, che possono piacere o non piacere, ma che per un piccolo festival indipendente sono sempre un gran risultato. Negli anni precedenti, tra i tanti che sono saliti sul palco del Farcisentire, ricordo Perturbazione, Il Teatro degli Orrori, A Toys Orchestra.

Però sicuramente, ciò che conferisce al Farcisentire un fascino suo, è la location. I treni, la stazione della Vesuviana. La campagna mista alla disarmonia metropolitana. Quella di un interland napoletano, di una serie di fermate che molti di noi sono, o sono stati costretti, a vedere ogni santissimo giorno con rassegnazione, con odio, con insofferenza. Ma anche con un certo amore per ciò che siamo. La location del Farcisentire rappresenta più che mai la nostra identità. Rappresenta la possibilità della crescita, ed è una veduta su di una terra che da sempre è più che prolifica sotto aspetti diversissimi. E’ una fermata della Vesuviana, quella di Scisciano, per molti sconosciuta, tra gli alberi. Dal finestrino di quei treni, è un nastro che abbiamo visto riavvolgersi mille volte, noi studenti, lavoratori, con i suoi pregi, i suoi difetti. Non rinneghiamo niente. La stazione della Vesuviana di Scisciano è come un disco di Vasco Brondi prima che decidessimo di buttare Vasco Brondi nella spazzatura pur ammettendo fosse un prodotto dei nostri tempi, prima ancora che uscissero un po’ di dischi a descrivere quelle stesse sensazioni. Farcisentire è ancora una fotografia di quel tempo. Sa di internet 56k, di fumetti d’annata, quando il cielo rosso avvolge la provincia, quando ci sembra di essere in quel futuro che credevamo fosse dei film ed invece è vero, sappiamo che anche questo è parte di noi.

La sera dell’8 Luglio, così come nelle precedenti edizioni, quando arriviamo la notte è buia e le macchine sono parcheggiate. C’è molto verde e molto niente. E’ un festival che spesso ha proposto artisti che in Campania solo col tempo si sono inflazionati. Il Teatro degli Orrori nel 2008, quando certe cose bisognava “andarsele a cercare”, Gino Fastidio prima di Made in Sud, le magliette e gli orecchini con gli uccellini e le gabbie prima che Bershka e H&M ne riempissero i centri commerciali. E’ quella capacità di annusare influenze estere lontane che non tutti hanno, in una Campania dove non sempre è semplice, dove internet a tutti è arrivato tardi, dove il torpore estivo rallenta ogni cosa, dove la musica, il cinema d’autore, le cose buone, alcuni anni fa sembravano riservate (ma non lo sono mai state, attenzione) solo a chi aveva la verve di non accontentarsi. Allora un piccolo festival come Farcisentire, a Scisciano, è sempre stato un piccolo miracolo ma di quelli fatti bene, dove non c’è niente che non va, dove anche le persone nel pubblico, poche o molte che siano, sembrano comportarsi con un’onestà non indifferente, con un rigore quasi eccessivo. E’ un festival in cui sembra giusto dare considerazione alle band, che sono selezionate con attenzione, e che sono in quest’edizione 2016, a parte gli headliner, tutte campane.

Per venerdì 8 Luglio prima del toscano Francesco Motta ci sono Bludiklein, BluDiMetilene, La Rue Catalana. Sabato 9 Luglio 7Parsec, i salernitani Terzo Piano, i vivaci Kafka sulla Spiaggia e sul tardi il sardo Jacopo Incani, in arte Iosonouncane, originario di Buggerru. Il festival inizia tardi, tra le 22 e le 22.30. Per quanto non fossi particolare fan né di Motta né di Iosonouncane, il festival in quanto a programma fin da subito non mi sembra male.

Così venerdì, verso le 22.30, raggiungiamo in auto la stazione della Vesuviana di Scisciano.

In primis una persona, che non centrava moltissimo con il festival, ma la cui presenza in fondo va ancora va bene, ci chiede se vogliamo un braccialetto, di quelli luminosi da discoteca. Poi all’ingresso, a offerta libera, ci viene chiesto cosa vogliamo. Ci sono dei braccialetti verdi di gomma del Farcisentire, accendini del Farcisentire, magliette e tutte queste cose tipiche dei festival, quindi la raccolta braccialetti da festival continua.

Come dicevo prima, La rue catalana, Bludimetilene, Bludiklein “aprono” il concerto di Francesco Motta. Sono tutti bravi. La qualità del suono è ottima. I Bludiklein a fine esibizione distribuiscono materialmente il loro disco al pubblico. E’ un gesto gentile, onesto, questo di offrire il loro disco, sarò stata fortunata, ma tutti i dischi che ho ricevuto regalati a dei concerti da artisti “sconosciuti” che volevano pubblicizzarsi, erano belli. Quando non c’è la pretesa di vendere, ma la sicurezza di essere apprezzati anche senza essere noti, beh, di solito è qualcosa di positivo.

Sul tardi, l’esibizione di Francesco Motta. Motta, ammettiamolo, è il nome del momento. Si presenta come un ragazzino ma ha 30 anni. Prima de “La fine dei vent’anni“, prodotto da Riccardo Sinigallia, ha pubblicato due album con la sua band livorno-pisana, i Criminal Jokers. Dotato di una grande forza e di una voce tagliente (graffiante è la parola più abusata ma anche la prima che viene inevitabilmente in mente, Motta potrebbe farne da esempio sul dizionario), ha all’attivo diverse collaborazioni, come quelle con Nada, Giovanni Truppi, Zen Circus. E’ dotato di una bravura che segna un distacco dagli altri artisti giovani con la quale teoricamente condivide il mercato. Sembra qualcosa a metà fra tuo cugino più piccolo e un vero artista. Si atteggia a star senza darlo un po’ a vedere, un po’ come tuo cugino, quando alle domande dei genitori sulla ragazza rispondeva “fatti miei”. L’ego, la bravura di Francesco Motta, non danno fastidio, ma sono giusti come quelli di chi ci sa fare. E’ la prima volta che suona al di sotto di Roma, ma s’incarta sul palco contraddicendosi più di una volta. La sua inesperienza sembra essere solo quella di parlare sul palco, cosa che gli conferisce tenerezza. Alla fine, dedica un momento a quelli che nel pubblico “non si sono avvicinati”. A palco spento, sembra di essere tornati ai momenti di occupazione del liceo, ricreando un’atmosfera non male. L’unico neo che posso osservare in Motta, live, è quello di rappresentare un’Italia che recepisce influenze forse perdendo qualcosa di sé per la strada, non mantenendo la propria integrità. In questo recepire, riuscendoci con talento, ricreando alla perfezione, il rock italiano sfrutta ogni sua arma, rincorre un sogno senza innovazioni.

2° giorno. Il festival sembra molto più tranquillo del giorno prima. Questo, prima di Iosonouncane. E’ un festival strano, un festival astemio, nonostante la presenza del birrificio Okorei, è un pubblico che non beve, non fuma, non sorride. Iniziano i 7Parsec, molto bravi, che cullano il Farcisentire in quest’atmosfera di nichilismo. Poi i Terzo Piano da Salerno, i Kafka Sulla Spiaggia riescono a smuovere un pubblico tranquillo e forse un po’ freddo, sfoderando delle capacità di intrattenimento vere, le prime che osserviamo dall’inizio del Farcisentire. Prima di Iosonouncane vi sono i vari ringraziamenti, agli sponsor, al sindaco, alle associazioni coinvolte.
Dopo, con l’arrivo di Iosonouncane si sente finalmente forte la sensazione che sia sabato. E’ qui che il Farcisentire cambia veste, sfoderando la sua carta più attiva. Viene trascinato in una nuova dimensione, si affolla, la musica pervade ogni cosa, diventa adulto. E io forse solo adesso ne rimango delusa, perché ciò che amo, del Farcisentire, è quella vena romantica del 2000 che rimpiange gli anni 90 che a sua volta ha nostalgia degli ’80.

Quell’essere ingabbiati in una storia di Brizzi e non riuscire a uscirne più fuori.

(Valentina Guerriero)

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Meeting del Mare, report da Marina di Camerota

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Il Meeting del Mare alle 20.30 del sabato sera.

L’estate è caratterizzata dai festival estivi e il Meeting del Mare è sempre stato uno dei più appariscenti delle nostre coste. E’ l’idea di festival che in un profondo sud, per generazioni nate e cresciute dopo gli anni ’80 e ’90, è sempre qualcosa di lontano e distante, da ritrovare al di fuori dei nostri confini, soggetto a rielaborazioni, reintrepretazioni a misura dei nostri anni. Il Meeting del Mare in fondo ci ha provato, negli anni, a dare quell’atmosfera di festival che al sud nel dopoduemila non ci appartiene praticamente mai. Cose come l’Heineken Jammin’ Festival, il Wacken, il Gods of Metal, il Monster of Rock, lo Sziget, ma anche il ‘semplicissimo’ Miami, sono distanti anni luce da noi al punto da non ricordarci a volte nemmeno della loro esistenza. Il Sud Italia, la Campania in particolare, vive di piccoli festival indipendenti e quasi sempre gratuiti che negli anni hanno conquistato la loro dimensione, si sono ingranditi, sono diventati meglio degli stessi concerti a pagamento con gli stessi identici artisti che sono organizzati durante l’inverno nelle città. Il Meeting del Mare è uno di questi, uno dei capisaldi del programma estivo, presente da oramai vent’anni sulle coste del Cilento. Dal 2 al 4 giugno, a Marina di Camerota, si sono svolti 3 giorni di festival, con le tende sulla spiaggia, tutto rigorosamente gratuito, con i giovani, molti di loro minorenni, la musica, la sabbia, i gelati, spendere pochissimo, la democrazia. Marina di Camerota è vincente. Abbiamo intervistato molti dei ragazzi che erano arrivati lì al Meeting del Mare: non venivano da molto lontano, la quasi totalità dei ragazzi veniva dalla Campania. Da Salerno, Napoli, Avellino, qualcuno dalla Basilicata. Un piccolo gruppo da Reggio Calabria. Una buona percentuale veniva dalla provincia di Avellino, da piccoli paesi dove c’è ancora entusiasmo per le idee pure, come quella di accamparsi quattro giorni, o come quella di ascoltare musica, qualunque essa sia. Ragazzi di paesi come San Mango, Grottaminarda, Tufo, erano quelli che popolavano il Meeting del Mare. Ma molti venivano anche dai licei di Napoli e di Salerno. Pagelle raccolte, tutti promossi, liceo chiuso, ci si vede a settembre. L’età media? Dai 16 ai 23 anni. Qualche over 30, ma decisamente una minoranza, nonostante si tratti di una fascia di età numericamente sempre molto presente ai festival. Ma non qui. D’altronde il programma era quello che era: un festival più che altro destinato a gruppi emergenti, anche questi giovanissimi.

Fatta eccezione per I Cani, dall’alto dei 30 anni di Niccolò Contessa, sul palco sabato 4 giugno come headliner. Un nome di punta ma neanche così tanto, che di certo non riesce da solo a essere di richiamo per tutto il Sud Italia. Una band che negli anni ha riscosso un ottimo successo della critica, dopo un esordio un po’ più anomalo e travagliato avvenuto nell’estate del 2011, in cui Il sorprendente album d’esordio dei cani fece parlare molto di sé e non necessariamente bene, preceduto dall’uscita improvvisa del singolo Hipsteria su Youtube, arrogante, provocatorio, che non si sapeva a che gioco volesse giocare, e che di certo un po’ cavalcava le mode e sembrava utilizzarle per raggiungere uno scopo personale.

Il progetto di Niccolò Contessa, che era partito con la descrizione e l’analisi di comportamenti e disillusioni delle ultime generazioni (Il sorprendente album d’esordio dei cani, 2011) e che s’è risolto progressivamente in una ricerca di qualcosa di più all’interno di se stessi (nei successivi dischi, Glamour, Aurora) ha conquistato uno spazio man mano sempre più ampio di quello di partenza, dimostrando di non avere poi così tanto da dividere con le meteore del mercato indie del momento e collaborando anche alla colonna sonora di alcuni film,  quali “La felicità è un sistema complesso” di Gianni Zanasi e “The Pills – Sempre meglio che lavorare“, nel quale è stato incluso “Questo nostro grande amore”, primo brano di Aurora, che è l’ultimo e terzo e ultimo album de I Cani, uscito a fine gennaio 2016.

Sebbene I Cani abbiano fatto quasi tutto sold out alle date di Livorno, Firenze e alle altre due o tre date immediatamente successive all’uscita di Aurora, il Sud Italia – e forse è un bene – è ancora distaccato da generi di nicchia come questo, ricerca cose più semplici, di cui Marina di Camerota è fondamentalmente l’espressione. Il mare, i bar, i locali, una città a misura di giovani (in potenza, una Gallipoli 2.0, che è considerata, fra i giovani, la città dei giovani).

Al Meeting del Mare, per le sue proporzioni, per il suo potenziale, ammettiamolo, c’era pochissima gente. Quasi nessuno ad ascoltare i primi gruppi del sabato sera. “Il festival? Sì, mi sono divertito, ma non mi piaceva il genere.” In molti hanno risposto così. “Ma siete venuti per il festival?” “Sì, siamo venuti per il festival.” Ma il festival inteso come luogo d’incontro, non come musica. “I Cani? Suonano da Cani”. Non a tutti il concerto interessava davvero, il Meeting del Mare è stato per alcuni poco più di un pretesto. La divisione che una volta avveniva tra i cultori della musica dance e gli amanti della musica rock oggi è più che altro una convenzione. I ragazzi, indifferentemente dal genere musicale d’appartenenza, oggi vogliono le stesse cose. La musica è un contorno. E’ un’occasione per stare insieme, spesso in gruppi rigorosamente di soli ragazzi o di sole ragazze. Ma c’erano anche i fan di Niccolò Contessa, specialmente nelle prime file, ragazze giovanissime che resistevano al pogo alle loro spalle per le canzoni de I Cani. Nel pogo tutti bravi ragazzi, anche loro giovanissimi, ma con boccioni di vino, bottiglie e tutto ciò che potesse contribuire ad arricchire il loro personale cliché di concerto, che avevano immaginato a lungo mentre erano ancora a scuola, a lezione all’università ai primi anni, mentre erano nei loro piccoli paesi di poco più di 1000 abitanti, seduti ai piedi della fontana di pietra nella piazza principale, mentre lo dicevano ai cugini, mentre erano sul pullman che li portava in Cilento, loro quel festival, quei giorni, già li scrivevano nei loro pensieri. Gli addetti della sicurezza controllavano costantemente che non accadesse niente, e in effetti non accadeva quasi niente. Si facevano talvolta restituire le bottiglie vuote che avrebbero potuto creare problemi nella folla. Il pogo era vivace ma gestibile, innocuo, ingenuo. Fermarlo sarebbe stato come sgridare un cane che vuole saltare addosso al padrone per fargli le feste, e questo il sindaco di Camerota, gli organizzatori, la sicurezza, l’hanno capito bene. Un esempio? Alla luce del giorno seguente un ragazzo ci mostra un morso sul braccio, asserendo di averlo ricevuto da una ragazza che tentava di difendersi nel pogo. La ragazza era assorta nel concerto, lui era felice nel pogo prima e dopo il morso, comprendendo che era stata un’onesta tecnica di autodifesa. Nessuna preoccupazione. Nessun problema. Non ci si riesce a preoccupare di nulla a Marina di Camerota, si riesce solo a rilassarsi, mentre si mangia sul mare senza ansie a prezzi contenuti, e speriamo resti così per tutta l’estate e per i prossimi vent’anni.

Il sindaco, sul palco, ha ringraziato i ragazzi che erano con le tende lì sulla spiaggia da alcuni giorni per il loro comportamento corretto, per non aver creato nessun danno, per non aver lasciato nulla sulla spiaggia. Dopo il concerto, la città ha continuato a vivere fino alle 4, alle 5 di mattina, come se fosse stato giorno, in assoluta tranquillità. Bar, ristoranti, gelaterie aperte, come in un paese dell’estero popolato dai soli studenti di una scuola estiva, che bevono un po’ ma non diventano mai veramente tristi né violenti. Un paese dell’estero per i ragazzi, quelli bravi, quelli che provano a non esserlo, con alcool, camping e (poche) droghe leggere, ma che in fondo lo sono sempre, perché per essere cattivi ci vuole ben altro.

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L’odore delle rose

L’odore delle rose è una reazione chimica, se un giorno lo scoprissi non lo ameresti più. Il senso delle cose è una coperta stesa sul passato ancora vivo, ma te lo ricordi tu? Se torni indietro amore, di certo ce la farai, a dare un senso alle cose che sono dentro di te. Se torni indietro amore, il perché delle emozioni, perché nascono e poi muoiono, credimi non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Ma le cose in cui credevo io sono le stesse da una vita, cambia solo lo scenario, cambia il gusto, ma che fa? Se torni indietro amore. Qualcosa che ti va, qualcosa che ti segue nel profondo del cuore, qualcosa che ti va, credi a me, qualcosa che tu sei nel profondo del cuore. L’odore delle rose dura il tempo di un sorriso, sul tuo abito da sposa dura il tempo che vuoi tu. Così passa la mia vita, così passa la tua vita, e perché non ti reincontro neanche me lo chiedo più. Se torni indietro amore. Qualcosa che ti va, credi a me, qualcosa che tu sei nel profondo del cuore. Qualcosa che ti va, credi a me, qualcosa che tu sei nel profondo del cuore.

(Diaframma, L’odore delle rose)

Donne mie – Federico Fiumani

Li cerco e non li trovo, i testi di Donne Mie di Federico Fiumani.

Incendio

Corri c’è un incendio da te, sta bruciando il mio nome, è un ricordo di me
Corri c’è un incendio da te
Corri c’è un incendio nei bar, la mia povera casa, chissà chi vincerà
Corri c’è un incendio nei bar
Corri c’è un incendio amore, è il ricordo di te
Tutto il pomeriggio con me, poi la sera ti eclissi e di notte fai il surf
Tutto il pomeriggio con me, mi spieghi cos’è?
Poi arrivo a settembre e con esso il ritorno nei luoghi che ci videro
Poi arrivo a settembre e con lui, è solo cenere ormai
Corri c’è un incendio amore, è il ricordo di noi

Carta da parati

Carta da parati, ne strappo un intero paesaggio e la tengo per me per ricordo
Carta da parati, io e te ed un immenso villaggio creato per noi sul più bello
Carta da parati, ne strappo un intero paesaggio e la tengo per me per ricordo
Carta da parati, mi fido di quello che vedo e ne resto di molto deluso
Carta da parati che copre loschi traffici e ancora una volta io sono sorpreso
Carta da parati che copre ma è solo un miraggio è come un’allucinazione
E io mi vedo giovane, mi rivedo giovane, mi ritrovo giovane con te
Mi rivedo giovane, mi ritrovo giovane, mi rivedo giovane
Con te
Carta da parati, ne strappo un intero paesaggio e la tengo per me per ricordo
Carta da parati, io e te ed un immenso villaggio creato per noi sul più bello
Carta da parati mi chiama il padrone del viaggio e mi chiede che ne è del paesaggio

Diciott’anni

Lei ha solo 18 anni e se il sottoscritto vuole molla amici e tutto il resto e viene a vivere con me
Lei ha questi pochi anni ma ragiona già da grande, pochi grilli nella testa e la testa sulle spalle
Orizzonti sconfinati le si aprono davanti ogni giorno che cammina ma lei forse non lo sa
Confuta tutti i miei dubbi medica le incertezze io da qui non me ne vado se non me lo dici tu
Questa sua offerta di vita, questo dono che è sicuro a me un po’ di angoscia danno, riparliamone fra un anno, vuoi la pazienza più infinita, la certezza del futuro, che domani ci saranno solo i giovani ce l’hanno

L’ora più bella

Ci fu un’ora nel lontano 1988 in cui pensai che la mia vita sarebbe potuta cambiare di colpo e forse per sempre
Un’ora in cui alzai gli occhi al cielo con l’immensa forza di una speranza
Era quel lontano dicembre un periodaccio per il sottoscritto
Dove tra l’altro mi successe una cosa davvero singolare
Pensai di essere diventato trasparente
La gente letteralmente non mi vedeva
Mi sembrava di essere un’ombra che camminava, attraversava la strada, si sedeva su una panchina a fumare e meditare
Persone che fino a poco tempo prima si fermavano a salutarmi e a chiacchierare adesso mi passavano davanti totalmente indifferenti
Era una situazione assurda
Eppure con un retrogusto fascinoso che mi stupiva

Che mi succede, mi chiedevo, sono morto e non lo so?
Comunque, quel giorno di dicembre mi feci coraggio ed entrai nel negozio di videocassette dove lavorava Camilla, una ragazza che in verità non è che mi avesse mai granchéconsiderato
Io ero innamorato perso di lei
Un giorno le mandavo dei grandi mazzi di rose rosse e l’indomani mi fermavo davanti alla sua vetrina, cercando i suoi occhi oltre il vetro per cogliere un segno anche minimo di assenso
Ma lei mi fulminava con delle occhiatacce che mi scoraggiavano per una-due settimane
Poi di nuovo un mazzo di rose, nuove occhiatacce, e così via
Indossavo un maglione verde brillante e pantaloni dello stesso colore che non avevo mai messo prima forse nel tentativo di invertire il trend ed essere notato ma purtroppo in quel negozio passai un quarto d’ora veramente penoso perché non ebbi il coraggio di rivolgerle neppure un misero ciao e anzi a un certo punto quasi mi nascosi dietro un altro avventore
Stetti un po’ lì con la testa piena di frasi che non riuscii ad articolare
Dopodiché guadagnai l’uscita insalutato
Fu allora che mi venne un’idea malsana e assurda
La chiamai da un telefono pubblico e le chiesi: senti ti va stasera di venire al cinema con me?
Dissi questo velocissimo, senza respirare, e rimasi in attesa
Ci fu un breve silenzio nella cornetta poi lei disse con la sua inconfondibile meravigliosa voce roca:

“Boh? Forse. Richiamami tra un’ora.”

Uscii dalla cabina e come un mantice ricominciai a respirare.
L’aria, le luci dei lampioni, la nebbiolina che avvolgeva le strade, le facce dei passanti, il traffico delle 7 di sera, tutto, tutto, tutto, tutto mi inebriava
Io in quell’ora ricominciai letteralmente a vivere
La seconda telefonata però non andò altrettanto bene
Camilla mi disse: senti, lo sai che sto con un ragazzo, e lui non avrebbe piacere.
Ci aveva ripensato.
Ci rimasi male, certo, ma fino a un certo punto, perché le ero comunque grato di avermi proiettato per un’ora in un’altra dimensione
E poi, come dicevo all’inizio, quello era un periodaccio per il sottoscritto, quindi una più, una meno.
Per fortuna che da lì a poco venne Gennaio.

Parte dei soldi li spesi in assoluta allegria

Perdonami di essermi innamorato di te

Perdonami di essermi innamorato di te
Davvero sai, non avrei mai voluto mai e poi mai
Mi si è riaperta una brutta ferita che fino a ieri dormiva e avrei voluto non risvegliarla mai
E invece lei col suo carico di sangue, lei, e di energia, è tornata prepotente a rivivere
E’ tornata prepotente, mi devasta
E così adesso, io ti appaio proprio come sono
Ed è una brutta, brutta cosa
Quando ti chiamo, e tu mi dici che sei al mare
Io mi identifico con tutti quelli che ti guardano il sedere
Con l’arco del tuo piede
Di te ho solo le briciole
Perdonami di essermi innamorato di te
Davvero, sai, non avrei mai voluto mai e poi mai
E tu mi tratti come se fossi uno fra i tanti, uno che è normale
In mezzo al resto, è proprio questo, è quello che fa più male

Cara Elisabetta

Cara Elisabetta, alla fine faremo proprio come vuoi tu
Compreremo una casa sul confine dei nostri pensieri a Rocca d’Orcia
Dove le polvere fini non ci son più
Dove la vita è bella ogni giorno di più
Cara Elisabetta, entreremo nei boschi di giorno per uscirne che è notte
E berremo l’acqua dalle fontane con le scarpe più rotte
E saremo di certo felici più di così
Io lo so cos’è, che va bene a te
Io lo so, è una questione di sguardi
E’ una questione di sguardi, di sguardi, di sguardi
E’ una questione di sguardi, di sguardi, di sguardi
E’ una questione di sguardi
Cara Elisabetta, 40 anni sono l’età più giusta per divertirsi,
Perché a 20 gli ormoni tempestano senza pietà
Mentre a 30 stai ancora a far piani per il successo
Ho buttato quegli anni e quei piani nel fondo del cesso
Cara Elisabetta, ieri al bar ho visto una carrozzina messa davanti alle casse
Che impediva a tutti gli avventori di avvicinarsi
E chissà perché da ieri io non penso ad altri
Io lo so cos’è che va bene a te, io lo so, è una questione di sguardi, di sguardi, di sguardi
E’ una questione di sguardi, di sguardi, di sguardi
E’ una questione di sguardi
E’ una questione di sguardi

Amore?

Amore, amore, perché sei sempre così cattiva con me?
Nel fondo del cuore c’è sempre questa maledetta spina
Con te ho dato un senso a tutte le tue belle promesse sbagliando
Ma un reato non ho commesso
Un peccato non mi è concesso
Amore? Amore?
Amore, amore
Perché io non riesco a partire come ha fatto Simone Giuliani
Di punto in bianco senza rimpianti né nostalgia, sulla sua scia
Perché io non riesco a partire, tanto a te cosa importa? Che cosa cambia?
Mi sai dire perché io resto, io che soffro così ma resto?
Amore? Amore?
Amore? Amore?
Amore? Amore?
Voglio un contratto, voglio un contratto, qualcosa di scritto
Voglio un contratto, voglio un contratto, qualcosa di scritto
Voglio un contratto, qualcosa di scritto, voglio un contratto
Voglio un contratto, qualcosa di scritto

La mia ragazza dorme la domenica mattina

La mia ragazza dorme la domenica mattina
e dopo colazione si rimette a dormire
Io la prendo con filosofia
nel suo lavoro le pause son strette
Io la prendo con filosofia
perchè lavora sei giorni su sette
non come me che non faccio un cazzo tutto il giorno

La mia ragazza nuota dentro ai laghi del silenzio
e son sicuro spera un futuro un po’ diverso
forse nel sogno ci sono anch’io in mezzo al lago e dentro agli occhi
forse nel sogno ci sono anch’io
però non vuole che io la tocchi

E verso sera usciamo nella luce del tramonto
e poi con l’auto andiamo verso il porto di Livorno
lei tiene gli occhi un pò socchiusi
sbadiglia e sbuffa che sembra un gatto
lei tiene gli occhi un pò socchiusi
ed io già so che sogna il letto non come me
che starei fuori tutta la notte e anche il giorno

La mia ragazza dorme la domenica mattina
e dopo colazione si rimette a dormire
io la prendo con filosofia
nel suo lavoro le pause son strette
io la prendo con filosofia
perchè lavora sei giorni su sette
non come me che non faccio un cazzo tutto il giorno

Un’idea di Paola

Paola mi dice “Tu ami un’idea di me”
“Non me, non me”
Io penso spogliati amica mia che ti faccio vedere come amo l’idea di te
E non te
Paola mi dice tu ami un’idea di me, non me, non me
Voglio sapere se è vero quel che si dice attorno a lei tipo che in certi pomeriggi lei si sente sola e triste e si infila nei cinema deserti
Ma chiamami amica mia sono solo 3 ore di treno tu chiamami e io parto subito immediatamente e vengo a trovarti quando sei sola e triste
La mia febbre si infiamma sulle sue gote rosa di pesca sulla sua pelle bianca e sul suo seno orgoglioso e materno sulle sue gambe belle e dritte sulle sue mani che non sanno mai dove stare sui miei discorsi lasciati cadere ma in fondo non è che ci contassi molto
Come odio le donne che si attaccano alla borsetta quando le sorpasso per strada
Ma tieniteli i tuoi soldi tienti la borsa la sola colpa che mi riconosco è di essere capitato nello stesso posto mentre tu eri per strada
Paola che mi dice sganciati dall’idea di possesso non esiste possesso che una persona possieda un’altra, però quando parla del suo ragazzo dice il mio ragazzo, il mio ragazzo
Paola che come ultima domanda mi chiede se le sembra il caso che lei ora abbia un figlio ma a questo punto della nostra giornata è come sparare sulla crocerossa
Paola che mi lascia solo in una piazza perché oggi è il giorno del suo compleanno e vuole andarlo a festeggiare insieme a tutti i suoi amici e al suo ragazzo
Io da solo in questa piazza ho come una crisi da dissociazione mi vedo rimettermi in guardia con molto dolore e poi andare e riprendere il viaggio
Paola mi dice tu ami un’idea di me, non me

Buster Mathis

Con te, con te vivrei
Una storia grande vivrei
Grande come la schiena di un peso massimo chiamato Buster Mathis.
Con te, con te vivrei
Una storia tersa e calda vivrei
Tersa come il giardino pieno d’api
E calda come l’estate che da fuori preme contro la mia finestra

Felice

Felice disteso su un prato con la borsa lasciata a riposare sotto di una grande quercia e ritrovarmi quaggiù a sentire un odore ed un sapore che credevo più lontano
Stupirmi ancora della mia fragilità che una mano sconosciuta ha sostenuto e fatto diventare forza
Felice disteso su un prato con la borsa lasciata a riposare sotto di una grande quercia e ritrovarmi quaggiù a sentire un odore ed un sapore che credevo più lontano
Stupirmi ancora della mia fragilità che una mano sconosciuta ha sostenuto e fatto diventare forza
Adesso sono proprio felice, adesso sono proprio felice
Adesso sono proprio felice, adesso sono proprio felice
Adesso sono proprio felice, adesso sono proprio felice