Ho dormito una notte all’Emporio di Minnie

Emporio di Minnie

Ovvero la dura vita tra i ghiacci e le foreste dell’America nel cinema del 2016

Stanotte ho dormito all’Emporio di Minnie. Chi ha visto The Hateful Eight mi capirà.

Abbiamo attraversato Valle Scura nella notte, illuminati solo dalla luna piena. Portavamo con noi quattro assassini, morti e vivi. Al paese vicino di Monte San Giacomo li avremmo consegnati alle autorità (lo sceriffo di Monte San Giacomo) e dopo processo, sarebbero stati messi alla forca. Ma non è andata così. La neve e la notte fonda ci hanno richiamato a loro. In fondo abbiamo legato con gli assassini. Richiamati dalla notte, abbiamo risalito la valle dell’Acqua che suona e siamo arrivati al rifugio, all’Emporio di Minnie.

Minnie non c’era. Dicevano che era partita per andare a trovare la madre, insieme a Sweet Dave. Quattro persone si erano sostituite a lei, tra cui un messicano.
Il messicano, Oswaldo, Joe Gage il boia, il generale Sanford Smithers, erano tutti già nel rifugio. Minnie dov’era? C’era solo il suo stufato, buonissimo, come sempre. Con ceci e verza. Ma Minnie non avrebbe mai messo la verza. Minnie non badava a spese. Lei metteva solo carne, carne a volontà. Qualcosa non quadrava.

Ma forse è il caso di ripartire dall’inizio.

The Hateful Eight è l’ultimo film di Quentin Tarantino, secondo western dopo Django Unchained, anche se di western non c’è poi così tanto, a parte la colonna sonora – premio Oscar – di Ennio Morricone, che ad 88 anni continua a comporre. Non è un mistero di come Quentin Tarantino sia legato ai western di Sergio Leone.
The Hateful Eight sembra un esperimento, una pièce teatrale, otto personaggi, molti dialoghi, portati avanti fino allo stremo, lo stremo è per gli Hateful Eight, gli otto pieni di odio, che porta a una risoluzione elegante quanto sanguinaria. La violenza di Tarantino non è mai gratuita, è giustificata dall’odio, dallo sporco, dalla tensione, dall’attesa, esattamente come accadeva in Bastardi senza Gloria. E dopo tanto parlare, in Hateful 8 non si può che dire: sono d’accordo, sono d’accordo. Squartatevi pure.

Se non fosse per la sua ingestibile vena efferata, Tarantino potrebbe essere consumato con più tranquillità dalle masse. Ma a parte le persone che abbandonavano la sala, e i bambini messi di fronte a luridi dialoghi su peni negri (non fraintendete: le tematiche sessuali non fanno praticamente mai parte dei film di Tarantino), Hateful può piacere a molti. Addirittura, statisticamente ho osservato che riesce a piacere molto di più ai non-fan di Tarantino che ai suoi fan. Hateful Eight è un ottimo film, ma non brilla in modo particolare in una scala in cui quasi tutti i suoi film sono considerati eccellenti. E’ vero che il panorama cinematografico è vario e non esiste solo Tarantino. Ma Tarantino piace sempre, anche a 22 anni da Pulp Fiction, 12 da Kill Bill, 7 da Bastardi senza Gloria. I suoi fan da quindicenni sono diventati trentenni. Non posso non apprezzare il suo modo di fare a pezzi le persone, psicologicamente e materialmente, la sua ossessione per la figura dei “neri” (il personaggio “nero” è ricorrente) quel vizio di creare dialoghi che non centrano niente che affiancano la barbara normalità dello stile di vita dei suoi personaggi (come quello sul Quarter Pounder di Pulp Fiction).

Nel cast di Hateful Eight: Samuel L. Jackson, Kurt Russel, Jennifer Jason Leigh, Tim Roth, Michael Madsen (Mr.Blonde), Bruce Dern.

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Il rifugio Cervati alle prime luci dell’alba

Monte Cervati

Così quando sabato 20 febbraio dopo aver risalito il sentiero dell’Acqua Che Suona alla luce della luna piena, siamo giunti in una piana innevata a 1600 metri ho pensato subito al rifugio di Hateful Eight, dove il maggiore Warren e John Ruth trovano riparo per sfuggire a una tempesta di neve.

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Sembrerà strano, ma sì, in Campania esiste un rifugio a 1600 metri, non raggiungibile in auto (al massimo con fuoristrada nel periodo da giugno a novembre) ma dotato di acqua corrente ed energia elettrica (prodotta attraverso pannelli fotovoltaici, perciò è consigliabile non abusarne, infatti alla mezzanotte viene spento tutto e vengono accese le candele). Da Monte San Giacomo, dopo 13 km in auto, il rifugio dista circa un’ora e trenta di cammino in assenza di neve. Al rifugio Cervati è possibile cenare e dormire in letti a castello, in camerata. La nuova gestione, inaugurata poco più di un anno fa (a quanto ho capito, il 25 gennaio 2015), è simile a quella dei rifugi che è possibile trovare sulle Alpi, dove la montagna è una passione molto più diffusa di quanto non sia nel profondo sud, che in fondo di Alpi non ha.

Il Monte Cervati, nel Cilento, in provincia di Salerno, ha il primato, anche se non senza qualche ambiguità, di essere il monte più alto della Campania, con i suoi 1898 m, sempre se non vogliamo considerare Punta Giulia, la parte di cima della Gallinola (1923 m) situata in Campania (sul confine con il Molise) che l’amico Carlo Pastore ha dedicato alla scomparsa compagna Giulia D’Angerio.

Così, con un mese di anticipo, prenotiamo l‘escursione in notturna organizzata dal CAI di Salerno. L’appuntamento con gli altri è a Monte San Giacomo, piccolo paese alle pendici del Monte Cervati, di 1600 abitanti. Potrebbe essere Telluride, in Colorado, che ha poco più di 2000 abitanti ed è capoluogo della Contea di San Miguel, che in tutto di abitanti ne fa 6000. E’ qui che – ten miles West of Telluride – nel Ranch Schmid sono state ospitate le riprese di Quentin Tarantino.

http://www.schmidranchtelluride.com/

Anche qui in Cilento non c’è proprio nessuno. Siamo al confine con la Basilicata e non sembra neanche Campania.

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Il Ranch Schmid in estate

Capitolo 1: L’ultima diligenza per Red Rock (L’ultima diligenza per Monte San Giacomo)

Con l’auto attraversiamo Sala Consilina: è la prima volta che ci passiamo dentro, fino ad allora era sempre stato solo un cartello sull’autostrada. Palazzoni inspiegabili. A Monte San Giacomo si ha la sensazione di essere arrivati all’ultimo paese sulla mappa. Avete presente quando si gioca ad un gdr, che la mappa viene creata via che il personaggio avanza in zone inesplorate? Oltre, solo nebbia, i contorni sono sfumati. Solo il bosco fitto ovunque intorno a noi.

Per quanto il Ranch Schmid si trovi nella realtà in Colorado, Hateful Eight è ufficialmente ambientato in Wyoming, allora ok, diciamo che siamo in Wyoming. E che dobbiamo raggiungere Red Rock, il paese che consegnerà alla forca Daisy Domergue, una feroce assassina che abbiamo catturato.

A Monte San Giacomo c’è un solo bar, stracolmo di brutti ceffi. Hanno barbe, occhi arrossati, un vociare assordante. Mentre campi stellati si affacciano dal finestrino dell’auto, ci ritroviamo alle 19 a Valle Scura e ci incamminiamo a piedi alla luce della luna piena.”Spegnete le lampade”, ci dicono alcune donne, così seguiamo solo la luna. Man mano che si avanza inizia a comparire la neve, prima sciolta e morbida, poi ghiacciata, tutt’uno con il terreno come unguento di uno stregone o come decorso naturale della sua esistenza e di tutte le cose, ovvero la morte della neve; poi inizia ad apparire di nuovo pallida e immobile come la luna che ci sta indicando la strada, fissa e sempre equidistante da noi. Seguite la luna, ci dice lo stesso spirito della foresta che ha usato la neve per i suoi unguenti, e la luna ci confonde, regina del suo regno bianco e trafitto da alberi sottilissimi e altissimi ai nostri lati. Al Piano degli Zingari la neve è molta e inaspettata: in fondo non credevamo di trovarne affatto quando eravamo partiti da Monte San Giacomo.
A febbraio il tempo era stato mite e non aveva mai piovuto.
Le ciaspole erano rimaste tutte nei bagagliai.

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Telluride, Colorado

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Monte San Giacomo, UGUALE.

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Un’altra vista di Monte San Giacomo, ehm, Telluride

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Capitolo 2: Figlio d’un cane (Figlia di volpe)

Il sentiero dell’Acqua che suona prende questo nome perché costeggia un ruscello, e perciò è accompagnato costantamente dalla sua melodia. In breve tempo, siamo all’Emporio di Minnie ovvero al Rifugio Cervati, che è circondato da una timida neve e dal cielo della notte, ricco di stelle. Tornerò a vederlo, penso, ma in fondo non uscirò più, se non per pochi minuti, senza cappotto, per dare da mangiare a una volpe. “E’ una volpe addomesticata” dice un ragazzo affianco a me di cui non ricordo il volto, e penso alla Volpe del Piccolo Principe, ma in realtà la volpe a me sembrava timida e scontrosa, considerando che in fondo le volpi un po’ s’avvicinano sempre.

(Sappiate che mi sto odiando da sola per questa banale citazione)

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L’emporio di Minnie in Hateful Eight – Ranch Schmid, Telluride, Colorado

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Capitolo 3: L’emporio di Minnie

Stasera si mangia: Gnocchetti paesani di Minnie con patate, verza, ceci. Secondo: Salsiccia, pancetta, broccoli, tarallini, formaggi, salumi, numerosi bicchieri di vino.
Il messicano ci invita a scrivere il nostro nome sul bicchiere e ci spiega a voce alta come funziona il rifugio. Non abbiamo bisogno di inchiodare la porta rotta come in Hateful Eight, ma ci servirà farlo il giorno dopo, che veniva continuamente aperta facendo entrare il freddo mentre stavamo pranzando, a causa del continuo via vai del secondo gruppo di viaggiatori.
I nostri cavalli – gli scarponi – sono rimasti all’ingresso, subito l’ambiente nel rifugio viene diviso in sezioni, diversi tavoli, ognuno sceglie la divisione con le persone di cui sente più di potersi fidare. Nordisti o sudisti? Noi siamo a una lunga tavolata, e i bicchieri di vino vengono riempiti uno dopo l’altro.

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Noi sediamo al tavolo lungo.

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Le salsicce cotte dal messicano e dalle altre persone che ci hanno accolto al rifugio non sono cotte come avrebbe fatto Minnie: ma ci pensa uno dei nostri cacciatori di taglie a correggere il tiro.

E’ tutto piuttosto buono e ci complimentiamo con il messicano e tutti gli altri, addirittura anche il colonnello vegano, che al suo ritorno avrebbe preso servizio come sceriffo di Red Rock, rinuncia ad essere vegano per mezz’ora e si ciba, a sua detta, di cadaveri. “Amo i sapori vegetali, sono avvantaggiato”, ci dice più volte, e come non volergli bene, anche se io i cavolfiori non li toccherei mai e ho guardato con invidia Leonardo Di Caprio cibarsi di carne di bufalo cruda in The Revenant .
Nel frattempo c’è qualcuno che continua a riempire a tutti bicchieri di vino: è uno dei più spietati di cacciatori di taglie del Wyoming, ma ha un buon cuore.

“Vado a trovare mia madre per il suo compleanno, sono qui di passaggio”, ci dice invece il vaccaro, e lì inizia il nostro sospetto: non sembri un tipo che va a trovare sua madre per il suo compleanno, gli diciamo. Sembri uno che neanche ce l’ha la famiglia.
A fine cena ci portano il caffè con un biscotto fatto a mano da una signora del Wyoming, il messicano urla a gran voce, e gli altri ci servono il caffè. Che sia avvelenato? ci chiediamo, ma se non fosse stato per il rifugio avremmo dormito all’addiaccio nella neve o perlomeno avremmo dovuto dormire al rifugio Panormo senza la cura di nessuno e cucinarci da soli.

All’improvviso, mentre facevamo amicizia con il nuovo sceriffo di Red Rock e con il riempitore di bicchieri seriale, vengono spente le luci. ORA SI DORME! Urla il messicano. Senza se e senza ma. E’ finita la festa, veniamo cacciati. Ci sono 3 stanze. Una è di sole donne. Tra di loro c’è di sicuro anche Daisy, l’assassina, ma non so dove dorme, oramai tutte le luci sono spente e non vedo più niente. Per cercare il pigiama devo usare la lampada frontale. Quando arrivo nella stanza sono già quasi tutte nel letto, con le coperte tirate fin sopra la testa, e non ho idea di se e come loro siano riuscite a mettere il pigiama al buio. Metto il mio pigiama in pile enorme con i pinguini che niente centra con un posto del genere, e mi infilo anche io sotto le coperte. Noto due sottilissime strisce di luce tra le imposte di legno della finestra sopra il mio letto ed intuisco la neve, la luna, gli alberi al di là del vetro. Dormiamo 3 o 4 ore con gli occhi sbarrati, con gli occhi aperti. Nessuna dice una parola. Alle 4 tutte si alzano per salire in cima al Cervati all’alba, fanno un’ora di fila per andare in bagno, solo una di loro rimane a dormire senza uscire all’alba, oltre me, che però mi alzo, e scendo giù dove c’è il camino ad osservare l’aria che tira. Io salirò in mattinata, come da programma.

Capitolo 4: Daisy ha un segreto

Li vedo armarsi, partire, con il buio fuori dalla porta. C’è il caffè, c’è il camino acceso. Qualcuno torna indietro, qualcun altro ha dimenticato parte dell’armamentario, vorremmo rimanere intorno al camino a parlare della guerra tra nordisti e sudisti, ma il messicano ci dice di andare via, di andare a dormire, che le luci devono essere spente. Sono le 6 passate, ormai, ci sembrava sufficientemente tardi per essere in montagna, ma dobbiamo di nuovo sgombrare il campo.

Quando inizia ad esserci la luce apro un po’ la finestra della camerata, ormai quasi vuota, ed è come immaginavo. C’è un mondo stupendo e deserto al di là del vetro.

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Scendo di nuovo al pianterreno, esco senza scarpe e rimango sulla soglia, in calzini, per qualche attimo ad osservare lo spettacolo. Poi mi do una mossa, mi vesto, recupero i cavalli (le scarpe) ed esco fuori. Fa abbastanza freddo, i monti alle spalle del rifugio si tingono di rosa, il sole sorge. Gli alberi come coda di volpe al sole vengono increspati da carezze contropelo. Si scioglie altra neve, e iniziano a scorrere microscopici ruscelli, nascono sentieri che si svolgono tra grovigli di rami, abbassandosi, contraendosi fra i raggi di luce che scoprono la loro esistenza. Non c’è più traccia della volpe, né di quella luna che regale dominava la notte, solo la sua impronta, uno spettro tra le tracce dei lupi in lontananza.

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La colazione al rifugio

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Discussioni sulla guerra civile americana davanti al camino alle 6 del mattino.

Capitolo 5: I viaggiatori

Il rifugio Cervati fu costruito inizialmente come ricovero per pastori. I ragazzi del CAI Salerno ci raccontano che l’ultima volta che erano saliti al Cervati in notturna, un paio d’anni prima, avevano dormito al rifugio Panormo, del quale avevano preso in consegna le chiavi. Qui nessuno ad accoglierli, niente fuoco acceso, un sacco di neve da spalare e a loro il compito di cucinare. Il rifugio Cervati non esisteva. Purtroppo non sappiamo niente di Minnie.

Poiché John Ruth e il maggiore Warren non escono mai dall’emporio per farsi un giretto, la parte dell’ascesa al Cervati non avrebbe nessun ruolo nella storia.

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Si sale da qui.

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Arrivati qui inizia il percorso lungo le creste: un vento di pazzi. Potevo volare via.

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Un dinosauro di pietra dorme sul profilo dopo essersi abbeverato al ghiacciaio. Si ciba di divinità, di Madonne, di vento e di pietre.

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La prima cima, Capo di Testa

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La chiesa della Madonna della Neve in lontananza

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Cima del Cervati

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Mi accingo a firmare il libro di vetta dopo aver estratto dalla cassetta un libro e una penna completamente bagnati.

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Si prosegue verso la Madonna della Neve, dopo aver improvvisato tra i circhi glaciali, ci ricongiungiamo ad un sentiero ben tracciato.

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Infine, la discesa per Chiaia AmaraIMG_5550

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Dall’alto già vediamo il nostro rifugio: la discesa per Chiaia Amara è velocissima

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Al ritorno, la neve intorno al rifugio si è completamente sciolta.

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Per un po’ non possiamo entrare al rifugio, nonostante dovessimo pranzare: tengono in ostaggio un altro gruppo, il cui pranzo era prenotato alle 12, mentre il nostro alle 14.
Ad aver prenotato il pranzo alle 12 sono le stesse persone che abbiamo incontrato in cima al Cervati.

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Dei motociclisti malvisti dai viaggiatori.

Capitolo 6, ultimo capitolo: Uomo nero, inferno bianco (L’ammutinamento)

La storia sembrerebbe conclusa dopo l’ascesa al Cervati e il ritorno al rifugio, dove un altro pranzo attendeva i viaggiatori, ma in realtà restava ancora di riscendere all’auto per il sentiero dell’Acqua che suona. E qui il gruppo – che mostrava già qualche divergenza – si è scisso, una parte avrebbe proseguito per visitare un altro sito, i Gravittoni, e una parte molto più numerosa sarebbe discesa direttamente a Valle Scura. Ma qui, la trappola: ci ritroviamo tutti ai Gravittoni, a tradimento. E’ insurrezione generale. Per fortuna si sfugge alla trappola dei Gravittoni (per principio) e ritorniamo alla macchina, dove ci salutiamo, felici.

Prossima escursione: The Revenant (e lì sono cazzi)

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Per evitare equivoci, esplicito che la quasi totalità delle cose scritte ha solo il fine di creare un parallelo tra l’emporio di Minnie e il Rifugio Cervati: il caffè non era velenoso, anzi, piuttosto buono e l’ospitalità ottima, ancora di più considerando che si tratta di un rifugio “in quota”. Mi auguro che sempre più persone ne facciano utilizzo, anche spinte da un po’ di sana curiosità, in modo da poterlo trovare sempre aperto ogni volta che mi troverò al Cervati.

Ciao Emporio di Minnie!

Telluride

Foto di Chowen Photography

Altri articoli di questo tipo, in cui sono abbinati film a luoghi reali: Quando c’era Marnie – Sila Sound  e Stealin’ Beauty (con il vero set del film)

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“Tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i grandi bastardi sono quelli che impiccano.”

John “Il Boia” Ruth

 

Altri film di Quentin Tarantino sottomano: Jackie Brown, True Romance (sceneggiatura di Tarantino), Reservoir Dogs (Le Iene), Django Unchained (non sapete quante volte ho rischiato di scrivere Django Unchained al posto di Hateful Eight in quest’articolo)

 

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