Guida sentimentale della Campania: Napoli nelle pagine di Milo Manara – I Borgia

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Non tutti sapranno che in alcune pagine dei Borgia di Milo Manara la storia si svolge a Napoli.

La discesa in Italia di Carlo VIII di Francia, forte oppositore dei Borgia (data di inizio: 3 settembre 1494) continuò infatti fino a Napoli, dove, tanto per cambiare, i soldati entrarono senza incontrare praticamente alcuna opposizione. Era il 22 febbraio 1495, l’allora re di Napoli, Ferdinando II di Napoli detto Ferrandino, abbandonò immediatamente la situazione bollente rifugiandosi a Ischia e poi a Messina.
Paradossalmente la vittoria a Napoli segnò la disfatta di Carlo VIII, perché la presa di Napoli suscitò nelle altre nazioni la necessità di ostacolare l’espansione francese.Già a maggio il re Ferrandino, aiutato da suo cugino Ferdinando II d’Aragona re di Spagna e di Sicilia, ebbe modo di riorganizzarsi e di riconquistare Napoli, risalendo da Messina a Reggio e da Reggio a Napoli. Entrato a febbraio, Carlo VIII, dopo neanche tre mesi, fu costretto a lasciare la città riconsegnandola al sovrano filo-spagnolo.

napoli capri ischia

Insomma, anche se per poche pagine, in questo volume ritroviamo Milo Manara a disegnare la città di Napoli.

Realizzato in quattro parti tra il 2004 e il 2011 e successivamente edito in volume unico, I Borgia è incentrato sugli efferati intrecci che ruotano intorno alla figura di papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia), osservati attraverso la fitta sceneggiatura del regista/scrittore/psicomago cileno Alejandro Jodorowsky, per il quale Milo Manara ha prestato la mano.

Il volume dei loro Borgia si conclude proprio così, dopo anni di attesa, con la discesa di Carlo VIII a Napoli che “chiude” la storia. Così la presa di Napoli non segna solo la disfatta del re francese, ma anche l’epilogo del volume in questione; i nuovi equilibri che si andranno a formare in seguito a questa sconfitta non fanno più parte dell’opera Manara/Jodorowsky, attualmente impegnati in altri lavori: Manara in una serie su Caravaggio (è uscito il primo volume Caravaggio – La tavolozza e la spada nel 2015) e Jodorowsky con le sue robe jodorowskiane, poco adatte alle masse.

Le pagine di “commiato”, in netto contrasto con quelle vivissime e veloci nella parte centrale del volume smorzano bene un finale che avrebbe potuto sembrarci per certi versi ripido. Ogni personaggio riceve la sua definitiva collocazione nel giro di qualche pagina, dopo uno sperpetuo di sangue e avvelenamenti durato un intero volume.
Per quanto precipitoso, un finale del genere è decisamente giustificato dal crescendo di eventi che portano ad un punto di non ritorno e lascia anche una sorta di malinconia polverosa: la storia (del volume) è finita, anche se la storia (quella vera) continua, con altri 500 anni di guerre e di intrighi assurdi prima di arrivare ad oggi.

Come ben sappiamo la storia non si ferma mai. Ad ogni guerra ne succede sempre un’altra, ad ogni regnante un successore, ed in particolare questo periodo storico mostra una notevole complessità degli intrecci familiari tra i vari sovrani delle potenze del tempo, senza i quali non si sarebbe mosso quasi niente.

È un fumetto che non consiglierei a tutti. È terribile. Penultimo uscito di Manara, era uno dei pochi che non avevo ancora letto, pur possedendo l’intera produzione.
Un’altra sua opera, molto recente, che mi ero procurata appena uscì, è X-Men – Ragazze in fuga (2009). Ma i Borgia ha raggiunto la sua conclusione solo dopo il 2009, e pur vedendolo da anni ed anni in libreria, mi ritrovo a leggerlo solo ora.

La sceneggiatura è di Jodorowsky ed è quindi terribile in un modo diverso: l’erotico si confonde nell’horror storico, degno appunto solo dei film di Jodorowsky.
Jodorowsky è un regista cileno che ho sempre molto apprezzato. Il suo film più famoso è sicuramente La montagna sacra (1973), un cult che vidi in una torrida estate del 2008, ma il primo suo film al quale mi avvicinai fu El Topo, un altro dei più famosi.
Il primo impatto con El Topo non fu semplice. El Topo ai tempi mi sembrava un film così disturbato che inizialmente non compresi perché avrei dovuto sottopormi alla tortura di una tale visione.

Ma alla fine i suoi film li ho visti tutti ed è diventato uno dei miei registi preferiti di sempre.

Anche se ricordo El Topo come il titolo più estremo, iniziare da The Holy Mountain non sarebbe stato meglio. E infatti, in The Holy Mountain/La montagna sacra, ci sono testicoli in barattolo come i peni raccolti dai Borgia. Ma se le immagini di un film si susseguono in modo rapido, nelle tavole di Manara esse sono fisse e immobili nella loro atrocità. Visiva e morale. Innocenti guardiani di cani squartati in quattro parti. Cadaveri di gatti usati per bagnare di sangue gli umani. Necrofilia. Incesti, incesti in continuazione. Anche le donne, non sono immuni alla crudeltà: oche ammazzate per gioco in convento. Ma la violenza è specialmente sugli umani. Dopo un primo impatto, il lettore, stordito, pensa: vabbè è Jodorowsky, che mi aspettavo? e prende l’opera per quello che è, senza lasciarsi scalfire, e l’opera è una visione della storia, vista da due talenti, Manara e Jodorowsky, vorticosa, cruda, coinvolgente, ricca di pathos, nuova. Una visione che riporta i fatti, una moltitudine, e di personaggi, ancora di più, senza mai renderli comparse, vuoti o immotivati. Nessuna crudeltà è fine se stessa. È come un frenetico gioco, ed in effetti così è la storia. E’ un frenetico gioco, proprio come la storia dell’umanità.

Attenzione, però. I Borgia di Manara/Jodorowsky non sono fedeli alla storia, anche se di certo i due non ci vanno tanto lontano: i due maestri ci hanno un po’ fantasticato su, con abbastanza coerenza, dopotutto. Se proprio volete, con le dovute correzioni, I Borgia non va così male per ripetere per le interrogazioni del liceo.

Il sesso non è molto, addirittura accessorio, non erotico, ancora meno di altre angosciose opere di Manara, ma spesso blasfemo. A partire dal primo incontro con Vannozza, futura amante di Rodrigo Borgia (papa Alessandro VI) e madre dei suoi figli, scoperta ad adorare sessualmente la statua di un santo. I due, Rodrigo e Vannozza, consumeranno l’atto sull’altare, così come Rodrigo farà, anni dopo, con la sua stessa figlia, ad un ballo in maschera senza averla riconosciuta.
Insomma sicuramente molte libere interpretazioni, ma non inverosimili per quegli anni bui: inutile scandalizzarsi.
Libera interpretazione tra l’altro proprio per la discesa di Carlo VIII a Napoli che Jodorowsky fa morire in cima al Vesuvio, sul quale era salito dopo aver richiesto la più bella puttana del regno. Distratto da questa, Carlo VIII non si accorge di un’improvvisa eruzione del Vesuvio, e così scompaiono entrambi nella lava.
Episodio storicamente scorretto: come abbiamo già detto all’inizio, Carlo VIII, fu scacciato dopo alcuni mesi dal precedente re di Napoli, e non morì a Napoli, anche se ebbe qualche discreto problema a tornare a casa (l’esercito italiano provò a sbarrargli la strada il 6 luglio 1495 a Fornovo, in provincia di Parma) ed ebbe anche vita breve: morì solo 3 anni dopo, nel 1498, a 27 anni a causa di un incidente a cavallo.
Nei Borgia ci sono bellissime vedute anche di altre città: Roma su tutte. Ogni dettaglio è curatissimo, non solo i luoghi. A chi Napoli non bastasse (in effetti, tutto questo parlare per tre pagine di fumetto) consiglio una passeggiata nei Musei Vaticani a Roma, che comprendono, tra le innumerevoli cose, anche gli appartamenti dei Borgia, decorati dal Pinturicchio.
Sottolineo ancora che il rapido epilogo della storia (in poco tutti sono morti, tutto è risolto, tutto è spiegato) non è forzato, mostrando un’ultima difficoltà superata che consacra I Borgia al capolavoro. Atroce, ma perfetto e capolavoro.

Libri consigliati:
La danza della realtà – Autobiografia di Alejandro Jodorowsky

Film consigliati di Alejandro Jodorowksy: Fando y Lis, El Topo, La montagna sacra, Santa Sangre

Altri fumetti con la sceneggiatura di Jodorowsky: L’Incal, illustrato da un altro fuoriclasse del fumetto europeo, Moebius.

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Gli appartamenti dei Borgia a Roma, decorati dal Pinturicchio (Musei Vaticani)

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Altre visioni

Midori-ko

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Spaventoso. Un film d’animazione del 2010, grottesco, inquietante, confuso. Disturbante. Immaginate Eraserhead di Lynch unito alla Città Incantata di Miyazaki. E’ un bel prodotto, ma non so fino a che punto consigliarlo, è per cultori del genere. E’ sicuramente molto interessante, ma non mi ha trasmesso così tante emozioni, in ogni caso, si tratta di un prodotto fuori dal comune e già per questo merita attenzione. Di Keita Kurosaka.

Erased

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Uno dei migliori prodotti degli ultimi anni. Forse, proprio il migliore. Solo 12 episodi, ma equilibrati, una storia ben sviluppata, originale, splendide animazioni, fondali perfetti, personaggi caratterizzati correttamente. La storia è bilanciata sotto ogni aspetto: sentimenti, horror, indagini, paranormale. Mi ha ricordato, nel finale, il film Confessions di Tetsuya Nakashima. Erased è davvero stupendo. Lo consiglio molto.

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Ascension

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Solo 6 episodi per Ascension, un telefilm sci-fi che ad un primo impatto non sembra neanche sci-fi. Ascension è morbido e curato in ogni dettaglio, intriso d’un fascino onirico, pieno di gnocche alla maniera di Twin Peaks. Ha tutti gli elementi che a me interessano, se non fosse che taglia corto negli ultimi 2 episodi rovinando una serie pilota di per sé breve, sarebbe di estremo valore.

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Kiseiju – L’ospite indesiderato – Parasyte

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Che anime bellissimo. Kiseiju – L’ospite indesiderato mi ha dapprima attratto con la sua estetica di dubbio gusto per poi rivelarsi più profondo di quanto non sembrasse. Kiseiju non è uno shonen splatter pieno d’azione e di combattimenti come potrebbe sembrare, è una riflessione profonda sulla vita, sull’esistenza, sul pianeta. E’ incredibile come riesca a collocarsi ad un livello così elevato nonostante queste sue caratteristiche grottesche, inoltre, e forse è questo che lo rende assolutamente differente dagli altri anime del suo genere, nonostante sia una serie del 2014, è tratto da un manga degli anni ’90. Questo stile anni ’90, anche se il charachter design è rinnovato, si avverte distintamente nella storia, che ha un sapore diverso.
E’ difficile che mi appassioni ad un anime: ne ho visti così tanti che da tempo mi sembrano perlopiù tutti uguali. Kiseiju mi ha conquistato. Shinichi, e Migi, il parassita che vive nella sua mano destra, mi piacciono moltissimo. E’ incredibile riuscire ad affezionarsi così tanto a un parassita. Kiseiju è una visione inquietante e appassionante come poche. Un incubo che prende forma. Eppure, così ricco, sfaccettato e rassenerante allo stesso tempo.

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I personaggi, tutti ben confezionati. OST perfetta. Sigle di apertura e chiusura molto belle. Ah, in quest’anime così sanguinolento non mancano le storie d’amore.

Disponibile su VVVVD.

Stupendo.

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OST

Ma la mia preferita è questa, che si sente, in una versione un po’ più rapida, quando Kana guarda per la prima volta negli occhi di Shinichi e ci vede una sorta di universo:

https://www.youtube.com/watch?v=dezLzzu9QCE

Altri dei miei anime preferiti:

Higurashi No Naku Koro Ni

Elfen Lied

Per chi volesse recuperare il manga: la pubblicazione di Kiseiju in Italia è stata piuttosto travagliata, pubblicato incompleto da Magic Press (8 volumi di 10) ai tempi, è adesso edito in una perfect edition da Goen.

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Crimson Peak

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La disperazione della domenica sera porta a spendere 8.20€ per Crimson Peak, complice una multisala sempre piena di fila che spesso ci rimanda indietro a casa senza comprare biglietti. Quindi pur di entrare finalmente in sala eravamo disposti a tutto, dando così una chance a Guillermo del Toro, un regista relativamente interessante i cui titoli migliori sono probabilmente quelli dedicati a Hell Boy. Rimuoviamo quindi dalla memoria i ricordi dolorosi legati a Pacific Rim e andiamo oltre, verso Crimson Peak.

C’è da dire che Crimson Peak reca innanzitutto la sigla VM14 a causa dell’efferatezza della storia, qualche contenuto di sesso esplicito leggermente inopportuno ai bambini, e un po’ di mostri fantocci sparsi nella casa. Nella pratica Crimson Peak impressiona quanto possono impressionare i mostri di Topolino (ci sono i mostri su Topolino? forse no), e il sangue sprizza a fontanelle come se fosse stato comprato in barattolo nel negozio di giocattoli della vostra infanzia.
Crimson Peak risulta avere una bella estetica ed essere superiore ad altri film del suo genere di questi ultimi anni (ad esempio Dark Shadows di Tim Burton, che fu davvero imbarazzante), e ben si colloca quindi nel suo genere di “horror cacata con vestiti di fine ‘800”, restando, però, appunto, una fiera rappresentazione del suo genere.

Non chiedete niente di più, a Crimson Peak, perché non ve lo darà.

Voto: 6 – 6 e 1/2. 7 se sono di buonumore per le immagini.

Elfen Lied

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Finalmente è giunta alla conclusione anche in Italia la serie “Elfen Lied”, 12 volumi editi da Panini Comics che sin dalla prima uscita avevano destato non poca attenzione per le bustine colorate nei quali sono confezionati, al fine di preservare i più piccoli (almeno finché sono in fumetteria) dai contenuti “non adatti ai minori”. Eppure Elfen Lied non è di certo osceno: è solo che il fanservice è una costante in tutti e 12 i volumi del manga, un fanservice che in fondo è parte integrante della storia e dello stile del fumetto, che a me personalmente non ha mai dato fastidio e che in qualche modo credo abbia avvalorato la serie, già di per sé molto bella. Più che imbarazzare le nudità contribuiscono a mettere in risalto l’umanità dei personaggi. Anche se non si può propriamente parlare di capolavoro, Elfen Lied riassume in sé tutte quegli aspetti positivi e negativi dell’universo manga da far sì che esso risulti una chiara e rara gemma discostandosi nettamente dal commerciale. Il valore di Elfen Lied è dovuto sia al fatto d’esser stato uno dei primi anime diffusi in Italia ad affiancare con completa disinvoluta splatter e kawaii, sia perché, al di là di tutto, si tratta di una storia che riesce a reggere ben 12 volumi senza mai cadere in fallo né annoiare il lettore o semplicemente scadere nel banale. E’ vero, dopo i primi volumi risulta chiaro con quale andamento procederà la serie e lo stile che manterrà, ma l’autore riesce in continuazione ad introdurre nuovi elementi e nuovi personaggi sempre ben caratterizzati, utilizzando idee diverse che mantengono viva l’attenzione.

Credo senza dubbio che Elfen Lied sia una serie che meriti di essere posseduta e di essere letta, ovviamente io scrivo ciò in quanto Elfen Lied incarna da anni la mia personale idea di “storia che mi piace”, dove si uniscono tenerezza, splatter, fantascienza, genetica, scene di sesso, horror ed una cascata di buoni sentimenti come solo nei manga si possono trovare.
Tra l’altro Elfen Lied porta con sé contenuti niente affatto leggeri o d’evasione (anche se nel complesso risulta come uno shonen d’evasione) e affrontati in maniera accurata: la paura del diverso, l’emarginazione, l’amore incondizionato tra genitore e figlio; alcuni di questi temi sono gli stessi che incontriamo nelle storie degli X-Men Marvel: d’altronde in Elfen Lied il tema centrale è l’esistenza dei Diclonius, una mutazione spontanea degli esseri umani. Tale esistenza sembra minacciare il genere umano, ed è per questo che vengono istituiti due centri di ricerca nei quali i Diclonius sono rinchiusi e soggetti a studi.

(Spoiler.)

Inoltre ho molto apprezzato che Elfen Lied sia costellato da rapporti affettivi non convenzionali: il legame Kota/Yuka, che risale all’infanzia, il legame Kota/Nyu, profondo ma molto più complesso per essere gestito da Kota, lo straordinario rapporto Nana/Kurama, ma anche molti altri legami che crescono con il proseguire della storia, come quello tra Mayu e il signor Bando. Ogni personaggio di Elfen Lied è perfettamente caratterizzato e – purtroppo – dotato di una personalità e un passato difficile, essi maturano e cambiano con realismo fino alla fine. Elfen Lied riesce ad avere una gestione coerente di tanti personaggi in un prodotto che con ogni probabilità avrebbe venduto anche con meno cura, una cura che rivela quanto Lynn Okamoto abbia davvero amore per la propria storia e i propri personaggi, i quali, lo ammetto, ho temuto potessero scomparire uno ad uno da un momento all’altro, così come le prime violente pagine e i primi minuti dell’anime mi avevano insegnato a non credere nella sopravvivenza di nessuno di loro.
Ma Lynn Okamoto salva ogni personaggio al quale tiene e che nel corso della storia ha pazientemente fatto maturare e crescere.
Elfen Lied si risolve in un finale che, non so se potesse essere il migliore possibile, ma sicuramente non è stato il peggiore possibile, ed è ben strutturato in modo tale da accrescere al massimo il pathos. Un finale dove ogni cosa si risolve al bene per tutti, tranne che per Nyu/Lucy, a dimostrazione che essa era l’unica a non poter avere un posto sulla terra.
Un finale “felice”, anche troppo, dove ogni persona che abbiamo seguito – tranne Nyu – ritrova una sua dimensione ideale dove poter vivere e realizzare i propri desideri.
Un finale felice tranne che per una persona (tra l’altro proprio quella che caratterizza tutto il manga e gli dà origine) nasconde un’ingiustizia di fondo che ho apprezzato per aver reso la storia ancora più amara di quanto non fosse.
Eppure, in questo finale dolce e triste, nell’ultima tavola trovano spazio anche le due personalità di Nyu/Lucy, reincarnate in due gemelle amiche della figlia di Kota. Per quanto riguarda gli altri personaggi, vi è una risoluzione degli eventi quasi totale (anche se ognuno di loro porta con sé le ferite del proprio passato, ed è anche l’intera terra a portarle): vi è felicità per Mayu ed il signor Bando, per Nana e suo padre, si intuisce che Kota sposerà Yuka, addirittura il mostro Anna (visto poco, a dire il vero) sopravvive e ritrova il suo corpo umano.
Il mondo di Elfen Lied è un mondo dove si continua a sperare, vivere ed amare, nonostante le mutilazioni e le sevizie a lungo inflitte. Un mondo dove i personaggi non sono “puri” e sono spesso travolti da sentimenti ed eventi negativi, ma nonostante questo hanno in sé delle qualità positive che esternano lasciando fortemente colpito il lettore.

Ma chiariamo ulteriormente alcuni punti:

Per quanto riguarda le differenze tra manga ed anime, l’anime è composto da solo 12 episodi e si ferma a circa metà del manga, lasciando irrisolti buona parte degli interrogativi della storia (Nyu troverà il suo posto affianco a Kota? Che ne sarà dei Diclonius?), tutto sommato l’anime si rivela davvero un ottimo prodotto anche se incompleto.
Indubbiamente, chi ha amato l’anime, come conseguenza naturale ha quella di leggere il manga, in cui troverà molto di più.

Ritornando al fanservice, c’è da osservare che Elfen Lied è ricco di stereotipi anche per quanto riguarda le perversioni degli otaku, che forse non sono presenti tutte (anche perché di perversioni ve ne sono molte…), ma ce ne sono veramente TANTE, e che potrebbero infastidire il lettore: a me personalmente, trovando Elfen Lied un’espressione della realtà fumettistica giapponese, non hanno dato fastidio, anche se, davvero, qui di sconcerie giapponesi ce ne sono proprio tante, pannolini compresi.

In conclusione, Elfen Lied è l’unico manga che volessi davvero leggere da anni, e posso dire che mi ha pienamente soddisfatto: sapevo che cosa mi aspettavo e non mi ha deluso. Ovviamente ognuno di noi cerca qualcosa in delle storie, Elfen Lied aveva in sé tutto quello che aspettavo da anni.

[Spoiler nelle didascalie]

Yuka, rompipalle gelosona, ma in fondo una gran brava ragazza.

Yuka, rompipalle gelosona, ma in fondo una gran brava ragazza.

Mayu, la adoro. E Wanta è carinissimo.

Mayu, la adoro. E Wanta è carinissimo.

Nana, inizialmente insopportabile, poi mutilata e disabile, dopo inizio ad apprezzarla davvero molto.

Nana, inizialmente insopportabile, poi mutilata e disabile, dopo inizio ad apprezzarla davvero molto.

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Nozumi, molto graziosa, peccato che porta i pannolini. Una delle copertine più belle, bustina compresa.

Mariko, l'unica che sia riuscita ad essermi antipatica.

Mariko, l’unica che sia riuscita ad essermi sul serio antipatica. Non vedevo l’ora che morisse.

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Anna, che appare in 5-6 pagine ma vabbé. Lasciamo stare le altre copertine.

Un'allegra scena dell'anime.

Un’allegra scena dell’anime.

Dialoghi tra una morta e il suo becchino

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After.Life è l’opera prima di Agnieszka Wojtowicz-Vosloo, regista e sceneggiatrice polacca dal nome impronunciabile, uscito nel 2009, e come faceva notare David Lynch in Inland Empire, il cinema polacco può essere davvero molto inquietante. After.Life è a metà tra un horror e un thriller psicologico, possiede un certo gusto gotico che non dispiacerebbe ai fan di Tim Burton, ma risulta ancora più macabro di qualsiasi altro film del genere essendo ambientato per la sua quasi totalità in un obitorio, riportando lo spettatore ad una concezione della morte angosciante e realistica. Siamo lontani dalle idee fantasiose sull’al di là e sul male sviluppate in tanti film, e lontani dagli orrori sanguinari che tanto non appartengono alle nostre vite, After.Life è tutto obitori e funerali e grazie a ciò risulta sul serio di cattivo gusto, in quanto maledettamente vicino alle nostre vite.  In sintesi: After.Life è una cagata. Ma di quelle interessanti e stilisticamente piacevoli: se i morti volessero parlare, che cosa direbbero? Nel cast: Liam Neeson e Christina Ricci nel ruolo di protagonisti.
In rete ho letto qua e là che il finale di questo film è considerato “ambiguo”. Non sono d’accordo, a me il finale sembra molto chiaro.

Spoiler: Più che un film sui fantasmi Afterlife è un film su un assassino seriale. D’altronde, con tanti serial killer diversi che uccidono con tante modalità diverse, non vedo perché non potrebbe essercene uno che ufficialmente fa il becchino e seppellisce persone vive… La sepoltura del pulcino vivo da parte del bambino d’altronde parla chiaro.

Voto: tra il 6 e il 7. Non può meritare di più, ma l’ho trovato per molti aspetti interessante.

(Trovato in televisione nei giorni di Natale, altrimenti non mi sarebbe mai venuto in mente di vederlo)

“Perché c’è la morte? Per rendere importante la vita.”

The Machinist – L’uomo senza sonno

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Ottimo film spagnolo del 2004, con Christian Bale che per l’occasione ha perso una ventina di kg arrivando a pesarne 54, poco dopo rimessi in muscolatura per girare Batman Begins.
Non voglio anticiparvi quasi nulla, The Machinist – L’uomo senza sonno è molto bello. Trevor Reznik non dorme da un anno. E’ magrissimo, sempre stanco, mangia poco, sul lavoro è distratto e frequenta abitualmente una prostituta di nome Stevie, alla quale pare affezionato. La sera trova strani bigliettini sul frigorifero di casa sua. A notte fonda (l’1.30 di notte, per la precisione), si reca al lontano bar dell’aereoporto dove scambia qualche parola con una giovane barista, Marie. Un incidente sul lavoro peggiora ancora di più la sua vita.
The Machinist è riuscito a mettermi tensione addosso, complici ambientazioni e colonna sonora cupe. M’è piaciuto molto. Ma proprio molto.
Bravissimo Christian Bale.

Amabili Resti (2009)

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“Questi erano gli amabili resti, cresciuti intorno alla mia assenza. I legami, a volte esili, a volte stretti a caro prezzo, ma spesso meravigliosi. Nati dopo che me n’ero andata, e cominciai a vedere le cose in un modo che mi lasciava concepire il mondo senza di me…”

Continua il mio interesse nei confronti di pellicole che indagano l’aldilà, soft horror potrei definirli o anche “no fish no meat”, Amabili Resti / The Lovely Bones, uscito nel 2009, ha alla regia Peter Jackson, il quale, nonostante i suoi titoli più famosi siano i due film del Signore degli Anelli, si cimenta in generi molto diversi fra loro. Che prestasse attenzione al macabro già l’avevamo notato nella sua pellicola d’esordio oppure in Splatters – Lo schizzacervelli, ma qui in Amabili Resti le storie di morte si mescolano ai sentimenti in un taglio molto particolare.
A chi è destinato The Lovely Bones? Presumo adolescenti, il film infatti è segnato in televisione con il bollino rosso in quanto tratta di episodi di pedofilia e violenza (anche se in maniera del tutto superficiale), un peccato, dato che per il resto sarebbe potuto piacere moltissimo. Insomma, fantasmi, prati verdi, ai bambini piace Casper, no?

Trama: Susie Salmon è una bambina di quattordici anni che viene stuprata e uccisa brutalmente dal vicino di casa. Non riesce tuttavia a raggiungere l’aldilà e rimane bloccata in uno splendido mondo a metà tra il paradiso e la terra, dove il cielo e il mare hanno colori spettacolari. Sulla terra, nel frattempo, la famiglia di Susie è alle prese con l’accettazione della sua morte e con le indagini della polizia.

Il film è: 1) triste ma si poteva fare di peggio; 2) realizzato molto bene dal punto di vista grafico; 3) La trama è di una banalità sconvolgente. Nonostante il punto 3 Amabili Resti si lascia guardare, scorre in maniera gradevole. Peter Jackson inserisce nella colonna sonora pezzi come Alice dei Cocteau Twins e Song To The Siren dei This Mortal Coil, in particolare splendida la prima.

Da vedere in televisione se avete 13 anni e non avete ancora il permesso di andare al cinema.

Ancora una volta, particolari stupendi e una bellissima fotografia sprecati in un film dalla trama mediocre. Voto: 6-7…

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“Mi chiamavo Salmon, come il pesce.Nome di battesimo:Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa,il 6 dicembre del 1973.Negli anni Settanta,le fotografie delle ragazzine scomparse pubblicate sui giornali mi somigliavano quasi tutte:razza bianca,capelli castano topo. Questo era prima che le foto di bambini e adolescenti di ogni razzza, maschi e femmine, apparissero stampate sui cartoni del latte o infilate nelle cassette della posta.Era quando ancora la gente non pensava che cose simili potessero accadere.”

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Silent Hill Revelation

Uscito il 31 Ottobre, non mi aspettavo di vederlo così presto, sia perché credevo che venisse proiettato ovunque solo in 3d, sia perché di titoli interessanti al momento ce ne sono un bel po’: uno su tutti il tanto atteso film di 007 Skyfall, a 4 anni di distanza dall’ultimo capitolo Quantum of Solace.

Silent Hill – Revelation è il sequel del primo film di Silent Hill, uscito nella lontana estate del 2006. E’ una pellicola alla quale sono molto legata, per più motivi. Ho visto il primo film solo alla fine dell’estate del 2007, al ritorno di una vacanza particolarmente felice. Il cielo azzurro si stagliava su di me, la cenere di Silent Hill appariva così attraente. Ma oltre a questo, la colonna sonora dei numerosi capitoli di Silent Hill (mi riferisco stavolta ai videogiochi) mi ha accompagnato per molti anni, praticamente dalla fine del liceo fino ad ora. Theme of Laura è stato in repeat per settimane e mi capita ancora che lo sia. Per il resto, non ho mai giocato in prima persona a Silent Hill, ma ripescai le colonne sonore ricordando le lunghe estati a casa di mia nonna con i miei cugini, fatte di sole, gelati e continui acquisti di giochi per la PS1 da parte dei miei cugini. Allora, il più grande giocava, io e gli altri restavamo a guardare. Li conoscevo già tutti, i mostri di Silent Hill, prima del film. La tensione di quel gioco bellissimo. Ricordo ancora, era sempre un’estate, a casa di una mia amica, entrai nella sua stanza e trovai un lenzuolo sul quale era dipinto di rosso un enorme cerchio con una strana simbologia: era quello che in Revelation viene chiamato il sigillo di Metatron. Ricorre l’estate in questi miei ricordi. Ma veniamo al film.

Premetto ancora che i film, se paragonati ai videogiochi, sono da tutti considerati molto deludenti in quanto a trama, ma per quanto riguarda le ambientazioni sono fedeli e perciò meritano la visione. Anche chi non ha mai giocato a Silent Hill troverà le trame di questi due film abbastanza banali, tipiche trame da film horror: non fa niente. Quello che fa differenza tra Silent Hill e un altro film horror qualsiasi sono le ambientazioni e i mostri. Mostri bellissimi. Eh, ok, mostri bellissimi non ha senso, ma è così. C’è, in effetti, molto della cultura giapponese in questi film, non a caso Silent Hill è una saga di videogiochi sviluppata dalla Konami, un’azienda di Osaki. Le musiche sono di Akira Yamaoka, eccezionali.

Rispetto al primo capitolo, Revelation è stato girato in 3d e il regista (Micheal J.Bassett, lo stesso di Solomon Kane, e la cosa non era per niente una garanzia) ha dichiarato di aver puntato a rendere il film maggiormente “pauroso” rispetto al precedente. In effetti in Revelation non c’è un attimo di tregua per la povera Adelaide Clemens e mostri fantastici si alternano in una frenetica composizione splatter (ma mai fastidiosa, sempre molto gradevole).

Nel complesso, Silent Hill Revelation (così come il primo capitolo di Silent Hill) non è un capolavoro del cinema ma si lascia guardare con molto molto piacere per appassionati del genere e di videogiochi.

Ah, per come si conclude Revelation risulta praticamente d’obbligo un terzo capitolo (viene quasi annunciato) e ciò non mi dispiace.

Chiaramente il mio è un giudizio soggettivo e come al solito in queste cose i fan si divideranno tra quelli che non ammettono le profanazioni (la trama, ripeto, ha subito un bel po’ di variazioni) e quelli che accettano con piacere ciò che il cinema americano (lo sappiamo, per soldi) fa cadere fra le mani degli appassionati. Questa mania, ecco, di trasformare qualsiasi cosa (libri, videogiochi, fumetti, etc.) in film più o meno commerciali.

La vera storia di Jack lo squartatore


Piove piove piove, tutti hanno paura di Bellocchio al cinema e quindi continuano i film a casa. Questa sera è stata la volta di Jack Lo Squartatore, che avevo visto alle medie senza capire niente e dopo circa una decina di anni ho guardato di nuovo: la mia impressione non è cambiata. Se alle medie pensavo che il film facesse schifo perché ero distratta da una ventina di compagni di classe che facevano un casino incredibile (mi si perdoni il linguaggio, è notte fonda), ora posso dire che il film, anche se osservato con attenzione, non coinvolge, è fatto con i piedi e Johnny Depp come al solito fa la parte del coglione. Sì, raggiunta la maggiore età, posso dirlo: Johnny Depp, hai rotto tu e i tuoi film fighetti dove fai il bellino. A parte che non ricordavo che Jack Lo Squartatore si trattasse di un film così horrorallamoda: immagini qua e là di mosche e altre cose brutte che dovrebbero fare paura (secondo loro) montate in maniera alternativa per far colpo sugli adolescenti, trama e dialoghi appena sufficienti. Il film è del 2001 ed è tratto dalla graphic novel di Alan Moore “From Hell“, quindi può interessare a chi segue i film tratti dai fumetti di Alan Moore. Vi rimando quindi alle pagine di Constantine, Watchmen e La leggenda degli uomini straordinari.

Per il resto, il sabato sera è stato sul serio alternativo, altroché Jack Lo Squartatore: dopo un rapido occhio alla sagra della parrocchia dietro casa, prima del film Yo-Yo Motta inzuppato nel vino rosso gentilmente offerto da un’altra parrocchia di un paese vicino, si trattava infatti del vino dei SANTI ROCCO E SEBASTIANO (con tanto di etichetta dei santi), ricevuto in dono ad una rappresentazione teatrale di amici. La prossima bottiglia di vino verrà bevuta con una Girella e un film migliore di Jack Lo Squartatore, spero.

Comunque è già deciso, seconda chance a John Carpenter: Fuga da Los Angeles verrà visto, all’anti-cannibale è piaciuto troppo Kurt Russel.