Una delle citazioni più abusate di sempre.

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In quel momento apparve la volpe.

Buongiorno – disse la volpe.
Buongiorno – rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
Sono qui, – disse la voce – sotto il melo…
Chi sei? – domandò il piccolo principe. – Sei molto carino…
Sono una volpe – disse la volpe.
Vieni a giocare con me – le propose il piccolo principe – sono cosi’ triste…
Non posso giocare con te – disse la volpe – non sono addomesticata.
Ah! Scusa – fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
Che cosa vuol dire “addomesticare”?
Non sei di queste parti, tu – disse la volpe – che cosa cerchi?
Cerco gli uomini – disse il piccolo principe.Che cosa vuol dire “addomesticare”?
Gli uomini – disse la volpe – hanno dei fucili e cacciano. E’ molto noioso! Allevano anche delle galline. E’ il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?
No – disse il piccolo principe. – Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “addomesticare”?
E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…
Creare dei legami?
Certo – disse la volpe. – Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.
Comincio a capire – disse il piccolo principe. – C’è un fiore… Credo che mi abbia addomesticato…
E’ possibile, disse la volpe. – Capita di tutto sulla Terra.
Oh! Non è sulla Terra – disse il piccolo principe.
La volpe sembro’ perplessa:
Su un altro pianeta?
Si.
– Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?
– No.
– Questo mi interessa! E delle galline?
– No.
– Non c’è niente di perfetto – sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
– La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio, perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sottoterra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai i capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano.

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
– Per favore, addomesticami – disse.

 

 

L’ultimo film di John Carney: Sing Street, l’amore e gli anni 80 a Dublino

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Sing Street è stato distribuito nelle sale italiane dal 9 novembre 2016 ma nella maggior parte di esse non è mai arrivato. Si tratta di uno di quei film che bisogna andare a cercare nei cinema di città o aspettare quei giorni in cui le multisale si dedicano al “cinema d’essai”, giorni che potrebbero collocarsi anche a molte settimane di distanza dalla data ufficiale d’uscita.

Il regista è John Carney, lo stesso di Once, un film del 2006 allo stesso modo non troppo capillarmente distribuito, ma che non è passato inosservato né nell’ambiente musicale né tra gli appassionati di cinema. Molto romantico, forse anche troppo, Once si distingueva dalle altre storie d’amore per il fatto che in esso non erano solo descritti dei sentimenti tra due persone, ma risultava centrale nell’intero film la musica (Premio Oscar come Miglior Canzone a Falling Slowly) e l’amore per essa. Lo stesso discorso, identico, vale per Sing Street.

Carney è irlandese e così come Once anche Sing Street è ambientato a Dublino. E’ principalmente la storia di due giovani adolescenti e del loro avvio verso l’età adulta, in Sing Street scorrono i loro problemi familiari, le difficoltà che incontrano nel mettere insieme una band, i sogni, il dover scontrarsi con una realtà limitante. L’Inghilterra dalle coste irlandesi è vista come un luogo lontano in cui le cose sono più semplici, in cui il mondo funziona e la scena musicale è vivissima, è un’America più avvicinabile, basta solo attraversare un breve tratto di mare. Ad avere, però, i soldi per viaggiare.

Presentato quasi un anno fa al Sundance Festival 2016, di Sing Street più che la storia è interessante il modo in cui essa è raccontata: ibrido tra un musical e un film d’amore adolescenziale, il film è fatto quasi solo di canzoni, di immagini caramellate e un po’ ribelli, in pratica di videoclip. Videoclip che nascono dalla fervida fantasia del protagonista, Cosmo, e della sua band. Hanno una ragazza, Raphina (che intreccerà una strana forma di amore/amicizia con Cosmo), che fa da loro musa ispiratrice, ma da dietro le quinte è il fratello maggiore di Cosmo a indirizzarli nel verso giusto. La cultura musicale di Cosmo adolescente cresce rapidamente, tra Bowie, Cure, Duran Duran, progressive rock, Genesis. Onnivori e giovanissimi, i ragazzi della band di Cosmo miscelano i diversi generi, le diverse influenze, elevandosi, almeno ideologicamente, a qualcosa di meglio del contesto degradato in cui versano. In effetti non è ben esplorato quanto fossero bravi tecnicamente, ma ciò che si evince ed è importante è la loro capacità di immaginare e di unire elementi differenti cavalcando le mode dell’epoca. Questo sempre, sia ben chiaro, con la purezza dei quindici anni. La figura di Raphina, il cui sogno è di fare la modella e che si lascia abbindolare da quattro ragazzini che la chiamano per un videoclip (e ciò rivela quanto lei fosse in realtà ingenua, piuttosto che una vera modella) è in qualche senso determinante sia per la band che per lo stesso film. Così come colora i loro videoclip – al punto che non varrebbero niente senza di lei – così Raphina colora anche Sing Street, avvolta dalla brezza marina, dalle atmosfere indie e dai capelli cotonati.

L’impressione è quella di trovarsi davanti a un film di quelli che fanno dire “ehi, questo film è veramente, ma veramente buono”, se non fosse che contiene in sé tutta quel candore dei quindici anni non sempre digeribile in età adulta. Sing Street potrebbe finire per risultare come uno dei tanti film adolescenziali disponibili in cassetta, ma non lo fa proprio grazie a questa sua estetica indipendente e questa colonna sonora meno convenzionale del solito, piena di anni 80, fatta di Cure, Duran Duran, Hall & Oates, Spandau Ballet ed altre band che rendono la pellicola senza dubbio più ricercata, e che riesce a mascherare bene alcuni buchi nella caratterizzazione dei personaggi (buchi presenti, purtroppo, anche in Once); in sintesi Sing Street non snatura il vero e sincero obiettivo di una storia di questo tipo, cioè quello di far passare un paio d’ore altrove, con belle immagini e una bella OST.

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  1. Rock N Roll Is A Risk (Dialogue) – Jack Reynor
  2. Stay CleanMotörhead
  3. The Riddle Of The Model – Sing Street
  4. RioDuran Duran
  5. Up – Sing Street
  6. To Find You – Sing Street
  7. Town Called MaliceThe Jam
  8. In Between DaysThe Cure
  9. A Beautiful Sea – Sing Street
  10. ManeaterHall & Oates
  11. Steppin’ OutJoe Jackson
  12. Drive It Like You Stole It – Sing Street
  13. Up (Bedroom Mix) – Sing Street
  14. Pop Muzik – M
  15. Girls – Sing Street
  16. Brown Shoes – Sing Street
  17. Go NowAdam Levine

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Il concerto di capodanno con l’omaggio a Mango. Purtroppo.

Per averti pagherei un milione e anche più, anche l’ultima Marlboro darei perché tu sei oro, oro, oro. Un diamante per un sì, oro, oro, oro, oro, per averti così, distesa e pura: ma tu ci stai. Perché accetti e ci stai? E così tu cadi giù, io non ti voglio già più, inaccessibile non sei, non con gli dei, tu sei senza dei. Oro, oro, oro, quanto oro ti darei, oro, oro, oro, per averti così, distesa, pura, ma tu ci stai, perché accetti e ci stai?
Perché non ti elevi su di noi e resti lì, celeste così?
Io ti vorrei immune dal sesso, perché ti daresti anche adesso.

Paramnesia

paramnesia, ovvero un ricordo errato o inesatto ed impropriamente localizzato nella dimensione spazio-temporale.

3. Teoria attenzionale. Una interruzione (un “black out” o un “reset“) nella continuità dell’attenzione causerebbe un riprocessamento dell’informazione. L’interruzione ne avrebbe fatto dimenticare la presenza e non è consapevole; la percezione – o meglio la sensazione della percezione – invece permarrebbe attraverso un altro canale non cosciente. Da qui la sensazione di familiarità (“l’ho già visto un attimo prima”).

4. Teorie amnestiche. All’interno del campo di attenzione ci sarebbe un elemento appartenente a un ricordo realmente memorizzato (e probabilmente avvenuto); questo elemento però, a causa di un errore di memoria per cui non si riesce a richiamare anche il contesto complessivo, sarebbe sufficiente a richiamare la sensazione di familiarità (“c’è qualcosa in questa situazione che mi ricorda… no, ho già vissuto questo giorno/situazione”).

Passengers nei cinema, l’ultimo film con Jennifer Lawrence e Chris Pratt

L’amore unico trionfa benissimo in assenza di possibilità di scelta

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Un po’ di cinismo su un film che vorrebbe essere romantico, ma che rivela come l’amore trionfi benissimo in assenza di scelta. Si tratta di Passengers, l’ultimo film con Jennifer Lawrence e Chris Pratt. Il regista è norvegese, il suo nome è Morten Tyldum e nel 2014 ha vinto l’Oscar con The Imitation Game (miglior sceneggiatura non originale), che narrava la storia vera del matematico Alan Turing durante la seconda guerra mondiale e la ricerca del modo per decriptare il famoso codice Enigma usato nelle comunicazioni tedesche.
Con solo poche pellicole all’attivo, Morten Tyldum si cimenta adesso con lo sci-fi, creando una singolare unione tra la freddezza dello spazio e i sentimenti umani. Le asettiche ambientazioni dell’astronave Avalon, premio originalità per il nome, in cui è ambientato l’intero film, non sono malissimo e Jennifer Lawrence e Chris Pratt funzionano in modo palese da acchiappa pubblico, fin troppo. In Passengers i passeggeri sono due, e non essendoci altre possibilità di richiamo, questa carta il regista se l’è giocata abbastanza bene, puntando su due ottimi attori “del futuro”: sono facce da sci-fi per forza, Jennifer Lawrence è Mystica per tre volte negli X-Men e protagonista della saga Hunger Games, anche se alterna questi ruoli con personaggi più di nicchia come quelli dei film di David O.Russell (Il Lato Positivo, American Hustle, Joy). Chris Pratt anche, con il suo faccino pulito, con un po’ di episodi di telefilm all’attivo (Everwood, Parks and Recreation), è diventato un volto molto più noto con film commercialoni come Jurassic World e I Guardiani della Galassia. Un’unione perfetta insomma. In Passengers Aurora e Jim sono bloccati su di un’astronave in un viaggio lungo 120 anni verso un pianeta nuovo, Homestead II, insieme ad altre migliaia di persone. Aurora e Jim, però, si sono svegliati dopo appena 30 anni dall’ibernazione a causa di un errore del sistema e restano loro altri 90 anni di viaggio senza la possibilità di ibernarsi ancora, in pratica consumeranno la loro intera vita senza mai giungere a destinazione. Si tratta di un buon soggetto, anche se con qualche peccato originale, cioè l’essere in fondo decisamente scarno; risulta così difficile reggere un intero film con quest’unica idea al punto da dividerlo solo in due possibilità: o il capolavoro o il film di cassetta evitabilissimo. Purtroppo Passengers risulta essere la seconda, non riuscendo mai a raggiungere una in qualche modo ricercata profondità e rimanendo sempre incentrato per tutte e due le ore su di una storia d’amore sviluppata a suon di cliché (“Ti fidi di me?”, anelli con brillanti soap opera, etc.), come se ci trovassimo di fronte ad un Titanic siderale, ma senza l’intensità ed il budget di James Cameron.
Il film inizia con una certa serietà e fermezza, ma ci si rende conto presto, ancora prima di metà, della vera natura del film; le scene sono un crescendo di amore, sesso e ridicolo, e nonostante i riferimenti colti e ossequiosi a  Kubrick (non solo la freddezza di 2001: Odissea nello spazio ma anche la scena con il barman-androide che ricorda inevitabilmente quella di Shining), Passengers diventa un 50 Sfumature di Spazio che non ha più alcuna possibilità di ripresa nonostante qualche barbosa scena d’avaria della nave che serve solo ad allungare il brodo in modo “action”. Passengers risulta così uno sci-fi per donne, in cui lo spazio diventa fatto di stelle e stelline e in cui sembra impossibile annoiarsi per una vita intera quando c’è l’amore. Volendo chiedersi dunque quale sia lo scopo del film, che appare nascere almeno in principio da un’idea pura, da un sogno poi però sviluppato in modo leggero (e ripeto, peccato), si può di poco dubitare che lo scopo risulti commerciale ed atto a soddisfare coppie sentimentali che vanno al cinema insieme, in cui lui può vedere un film di fantascienza e lei, che non ama la fantascienza, grazie al lato romantico e all’iconica presenza di Jennifer Lawrence (sostenitrice delle donne dichiarata), è disposta ad accompagnarlo. Oppure al contrario, è lui che accompagna lei, sempre sperando che lui non abbia letto la trama del film. Insomma, si accompagnano a vicenda, andando a vedere un film che non piace a nessuno.

Le tematiche di riflessione nella storia  ci sono e sono molte, ma sono esposte purtroppo attraverso personaggi senza spessore: Aurora è una giornalista in viaggio verso nuovo pianeta nella speranza di scrivere qualcosa di interessante che possa farla uscire dall’ombra del padre, e Jim, ingegnere meccanico senza troppa mente o troppe pretese, o perlomeno pretese non indagate. Le domande da porsi e alle quali Jim e Aurora ci rispondono, sono almeno due:

1) E’ giusto rinunciare al proprio pianeta in cambio di un futuro nuovo ma incerto, raggiungibile solo dopo 120 anni di ibernazione (equivalente alla “morte” nel proprio mondo di origine)? Risposta: La risposta è ovviamente no, visto che l’astronave va in avaria dopo nemmeno trent’anni, e se non fosse stato per un po’ di fortuna non si sarebbe salvato nessuno. Infatti i due si fanno furbi e non ci tornano in ibernazione, pensando sia meglio passare una vita a fare sesso da soli, cioè in due.

2) E’ possibile vivere in un’astronave tutta la vita in compagnia di una persona sola? Risposta: Beh, sicuramente possibilità di tradimento non ce ne sono. E neanche possibilità di alternative pratiche, vista l’inaffidabilità dell’astronave, quindi l’amore vince benissimo quando è l’unica soluzione possibile.

E questo dovrebbe dirla lunga sul fatto di come il romanticismo in questa storia sia fuori luogo e incapace di emozionare, poiché legato a logiche di sopravvivenza e convenienza, e non alla libera scelta.

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Ricetta per creare dei topi

Lascia una camicia sporca o degli stracci in un contenitore, come una pentola o un barile, aperto contenente alcuni chicchi di grano o mangime e in 21 giorni appariranno dei topi. Vi saranno esemplari maschi e femmine adulti e in grado di accoppiarsi e riprodurre altri topi.

(Sull’origine della vita, Jean Baptiste van Helmond, XVII secolo)

Café Society, l’ultimo film di Woody Allen


Ultimo film di Woody Allen, che avevamo lasciato un anno fa con il buon Irrational Man incentrato sulla relazione tra un professore di filosofia ed una sua studentessa, in Cafè Society Allen ritorna ancora una volta ad indagare sulle relazioni sbilanciate, tra un uomo molto più grande e di successo ed una ragazza giovane, interpretata questa volta da Kristen Stewart (la Bella di Twilight). A 81 anni, Woody Allen continua a realizzare storie con il ritmo costante di un film all’anno, ritmo più che sostenibile data la leggerezza delle pellicole, sempre nello stesso stile, inconfondibile e raffinato, ma quasi esattamente lo stesso di quei suoi film degli anni ’70-’80 che l’hanno reso celebre. Il lavoro di Allen è sempre quello di mescolare le carte, le stesse carte, le stesse suggestioni. Stesse suggestioni che se vogliamo muoverci a ritroso, si ripetono in Magic in the Moonlight, Blue Jasmine, To Rome With Love, Midnight in Paris, You will meet a tall dark stranger, Basta che funzioni, che sono i i suoi ultimi lavori. Possiamo citare invece Io e Annie o Manhattan, se vogliamo andare davvero molto indietro, fino alle storie che meglio rappresentano Woody e che da allora di poco sono cambiate. Passando per alti e bassi, per titoli vistosi, come Match Point, ed altri più leggeri e trascurabili che sono finiti presto nel dimenticatoio come To Rome With Love, ed altri ancora straordinariamente arguti, come Basta che funzioni / Whatever Works.

Café Society è un buon film. Non sarò di certo io a stroncarlo: nel suo essere una riproposta di storie già viste, rappresenta però una descrizione intelligente dei rapporti interpersonali, dell’amore, di come funzionano i rapporti umani. Ognuno ci veda pure quello che vuole, ecco cosa ci ho visto io:


Vonnie – Kristen Stewart

Tutto il film ruota fondamentalmente intorno al personaggio di Vonnie, una ragazza che sembra come tutte le altre, ma che è in realtà dotata di un fascino magnetico, forse dato dalla giovinezza, o dal suo essere ingenua e spietata al tempo stesso. Vonnie viene presentata come un angelo, ma è in realtà una donna che intrattiene una relazione con uomo molto più grande di lei, sposato, delle cui conseguenze in un primo momento non si preoccupa affatto. E’ strano vedere Kristen Stewart in un ruolo diverso da quello di Bella nella saga di Twilight, ma vi assicuro che le facce che fa sono assolutamente le stesse, specialmente nelle scene d’amore: le stesse facce che abbiamo visto mille volte nei video di Acuto (per chi non le conoscesse, se le vada a cercare, non mi assumo responsabilità per l’indignazione). Kristen Stewart mostra una predisposizione ad indossare abiti anni ’40 e a mostrarli in pose stoiche come una modella dell’epoca. Bobby (Jesse Eisenberg), un giovane ragazzo non molto sveglio che è giunto a Hollywood sperando di trovare un buon lavoro con l’aiuto di suo zio Phil, si innamora subito di lei. Ma Vonnie è già l’amante proprio di Phil, sposato e molto più grande di lei. Vonnie intensifica la frequentazione con Bobby nel momento in cui viene lasciata, e com’è più naturale che sia, l’amore tra Bobby e Vonnie, che sono coetanei, sboccia e i due stanno per sposarsi. Solo che il ritorno di Phil che ha lasciato la moglie e vuole sposare Vonnie, mette la ragazza di fronte a una scelta, la quale ovviamente sceglie, com’è tipico dell’animo umano, l’opzione in cui ci sono più soldi e sicurezza economica. Rimane colpita quando anni dopo reincontra Bobby che gestisce un locale di successo, il Cafè Society, e che aveva fatto soldi anche lui grazie ad un fratello mafioso.


Bobby – Jesse Eisenberg

Jesse Eisenberg ha già lavorato con Allen nel 2012, in To Rome With Love. Bobby non sembra molto intelligente. Insieme a Vonnie, formano una coppia perfetta, nel loro apparire giovani, puri. Nei film di Woody Allen ricorrono queste situazioni, in cui un uomo più grande viene sostituito da un ragazzo giovane. Potere, fascino, cultura, soldi, richiamano l’attenzione dei suoi personaggi femminili e ne influenzano le scelte, Allen sembra non fare altro che sottolineare come poi queste situazioni scivolino verso unioni più naturali, un po’ come facevano i personaggi di Goethe nelle sue Affinità Elettive, in cui aveva paragonato le relazioni umane ai legami tra gli elementi chimici, che naturalmente evolvono verso la sostanza più stabile, quella formata dagli elementi che presentano maggiori affinità.


Veronika – Blake Lively

Terzo personaggio che è il caso di citare, quello di un’altra Veronika (Vonnie è il diminutivo di Veronika), interpretata da Blake Lively (attrice resa famosa dalla serie tv Gossip Girl) il cui ruolo è in realtà marginale. Dopo la rottura con Vonnie, Bobby conosce Veronika nel suo Cafè Society. Veronika ha già divorziato una volta, il marito la tradiva infatti con la sua migliore amica, perché “più brava a letto”.  Veronika aveva scoperto dopo che le sarebbe bastato drogarsi per essere anche lei “brava a letto”. Fisicamente, Veronika è notevolmente più vistosa di Vonnie, e sembra non avere nulla che non va (così come non aveva nulla che non andava la moglie di Phil, tradita con Vonnie), eppure i pensieri di suo marito Bobby, quando reincontra la sua ex, finiscono sempre altrove, e sono anche ricambiati.

Café Society, che non sarebbe in teoria condensabile solo in questo banale triangolo, e che non manca mai di mettere in evidenza le contraddizioni degli esseri umani, il loro opportunismo, l’interessato rapporto con la religione, e di come la morale sia in fondo qualcosa sulla quale fare finta di niente (con ingenuità o con malafede, a scelta), si chiude in apparenza come un innocente film romantico, sul quale invece c’è molto da riflettere ed in particolare sul fatto che non sempre l’essere umano è fatto per pensare, per ragionare, per comportarsi correttamente e per non seguire ciò che prova, e sul fatto che la vita umana in fondo è sempre un ibrido tra il desiderio di controllo, il calcolo, l’obiettività e il sogno.

Melaena Cadiz, folksinger di Los Angeles al Godot di Avellino

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E’ una sera d’ottobre ma l’aria fredda ad Avellino ricorda già dicembre, un dicembre più puro, spogliato dalle decorazioni di fine anno. Al Godot di via Mazas domenica 23 ottobre alle 22-22.30 c’è il concerto di Melaena Cadiz. Alle mie spalle, giovedì sera, nello stesso posto, un’alta pila bianca di carta sembra il profilo di un libro. “Sono i concerti da quando abbiamo aperto fino ad oggi.”, dice Luca. Sono locandine.
Il prossimo è quello di Melaena Cadiz, cantautrice americana residente a Los Angeles, California. Melaena ha vissuto molto a New York, ma anche a Seattle, Parigi, Michigan e Singapore da bambina, così decidiamo che è il caso di provare davvero un concerto del Godot. Quando arriviamo non c’è ancora nessuno, così parlo un po’ con Melaena prima del concerto. E’ felicissima, vivace, gli occhi sono quelli di chi non potrebbe desiderare nient’altro. A terra, sta giocando una piccola bambina, dai capelli sottilissimi e biondi, piccola ed elegante, come una cantautrice indie bonsai. Si chiama Mila ed è sotto lo sguardo vigile di Mikael Kennedy, marito di Melaena, fotografo, che più volte incrociamo con la bimba in braccio come un padre esemplare. Sono in tour in Italia tutti e 3, tour iniziato a Pescara il 20 Ottobre e Melaena mi parla di come sia stato emozionante guidare per la discesa in Campania, tra le montagne, nel verde ed il cielo azzurro che si stagliava sugli alberi (le prime date: 20 e 21 ottobre a Pescara ed Ascoli Piceno), di come le era piaciuto il paesaggio anche lungo la strada da Vitulazio, dove erano il giorno prima, ad Avellino. Melaena è straordinariamente entusiasta di essere in Italia, non fa mistero di essere un’amante dei viaggi “on the road”, di poter essere in tanti posti che diversamente non potrebbe scoprire, motel compresi. Ed infatti il giorno successivo sono saliti a Milano in auto, per essere in serata in concerto al Gattò, uno di quei locali un po’ indie della vita milanese, dove si ascolta ottima musica.

Melaena Cadiz, folksinger di Los Angeles al Godot di Avellino

I suoi punti di riferimento sono cantautrici come Joanna Newsom, ma anche artisti classici, come Joni Mitchell o Bruce Springsteen, di cui infila con oculatezza un brano nel live. Le chiedo se le piace Tori Amos, e mi risponde sempre con i suoi occhi entusiasti che la ascoltava moltissimo alle high school. Le origini di Melaena sono filippine e inglesi (la madre è un’americana di origini inglesi, il padre filippino), origini tradite da una moltitudine di lentiggini che le ricoprono il volto, occhi orientali, capelli lisci e neri che ricordano un’indiana d’america, e allo stesso tempo un corpo longilineo e affusolato. Da lontano mi colpiscono le sue ciglia corte e affilate come quelle di bambola, l’eleganza di una donna adulta e madre accostata alla sua stessa vivacità di bambina. La voce Melaena è straordinaria, il suo genere cantautorale ricorda fin da subito proprio Joanna Newsom, quella semplicità strumentale e stilistica di canzoni come “Peach, plum, pear”, ma la voce di Melaena non è infantile, né graffiante né acerba ma femminile come quella delle cantanti che solitamente amo e che, spesso mi viene fatto notare con ironia, hanno tutte i capelli rossi.

Melaena ci propone le canzoni dai suoi tre album: l’ultimo, Sunfair, uscito a marzo per Misra Records, composto ispirandosi al Joshua Tree National Park della California, si apre con la monumentale At The Symphony, saltano all’occhio anche The Shape of Things e The Fight, ma tutte le canzoni dell’album sono intense e tremule, di una bellezza così nitida da fare un po’ male, ricche di un atmosfera che viene da lontano, dai deserti d’America. Dal vivo queste canzoni ci fanno rendere conto di essere di fronte ad una fuoriclasse che inseguendo un sogno on the road è finita ora per caso ad Avellino, con un pubblico di una cinquantina di persone che alla fine del concerto sono tutte in fila a comprare i suoi dischi. Oltre a Sunfair, gli altri due suoi lavori sono il primo “Rattle the Windows” (2010) e “Deep Below Heaven” (2014). Questi tre dischi sono un unico lungo continuum, da poter ascoltare per tre o quattro volte di seguito senza mai smettere. Lo stile di Melaena è dolce, i suoi vocalizzi a volte sembrano ironici, mai inappropriati o boriosamente eccessivi, l’intero concerto è lei da sola con una chitarra, senza una sbavatura, tra le luci soffuse, le teiere e un gatto di pezza al palco. Al di là dei dischi, che le incisioni non è detto che vogliano dire per forza tutto, è dal vivo che ci rendiamo conto di come a tratti sia strano che una cantante come Melaena sia ancora inosservata, di come si infili in piccoli locali senza fare rumore e con la stessa delicatezza si allontani, come quando scompaiono piccoli astri luminosissimi all’alba. Melaena è capace di riempire così lo spazio in una stanza, solo con se stessa, con la sua singolarissima persona, con la rappresentazione di un sogno lontano, di un sogno americano, desertico e sconfinato, vistoso, patinato, serigrafato con assoluta precisione, ma ancora autentico, ancora aderente alla realtà.

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“E’ tutto così schifoso.”
“Non è possibile proseguire.”

– Stai di nuovo buttando via tutto.

– Quando avrai buttato ogni cosa, avrai risolto? Quando sarai andata lontano, avrai risolto?

Forse buttare tutto è un modo per non lasciare niente dietro di sé.
E’ un modo per morire senza ansie.

La nonna, ci aspettava seduta sul muretto della sua casa con una valigia.
“Ho venduto la casa, ora non so dove andare”.
Aveva buttato via anche la casa.

Il suo gelsomino e la magnolia fioriscono nel nostro giardino. Erano le piante che non aveva buttato: le aveva date a noi.

Ma come farò a buttare il nostro giardino, le piastrelle del bagno decorate da un disegnatore famoso, le erbacce alte più alte del mio cane che sta morendo, più alte di me, che crescono ad un ritmo serrato, come una metafora della vita, dell’affannarsi in una corsa che non si vince. Non faccio in tempo a toglierle, che ricrescono.

E’ tutto così schifoso, è vero, quando ci rendiamo conto di non poter vincere contro il tempo, quando nell’intera città tutti sembrano avere lo stesso umore, lo stesso sguardo storto, nauseato, da quest’aria così schifosa che cala sulla città. Il traffico, automobilisti che si picchiano, il caldo, la pioggia al buio, il fumo nelle campagne.

Non è così sempre, no. A volte il sole irradia ogni cosa e sembra non esserci motivo per essere più felici. Ma non oggi.
Oggi è tutto così schifoso, e allora me ne torno a casa, la casa che non ho buttato.