Perché ho scritto, Enrique Lihn

Capita che forse, in un anno di calma,
pensi: la poesia a questo mi è servita:
non ho potuto essere felice, quello mi fu negato,
però ho scritto.

Ho scritto: fui la vittima
della mendicità e dell’orgoglio mischiati
e giustiziai anche qualche lettore;
stesi la mano in porte che mai, mai ho visto;
una ragazza cadde, in un altro mondo, ai miei piedi.

Però ho scritto: avevo questa rara certezza,
l’illusione di tenere il mondo tra le mani
— che illusione perfetta! come un cristo barocco
con tutta la sua inutile crudeltà —
Ho scritto, la mia scrittura fu come erbaccia
di fiori azzimi, pur sempre fiori,
il pane quotidiano di terre incolte:
una corazza di spine e radici

Dalla vita ho preso tutte queste parole
come un bambino orpello, ciottoli vicino al fiume:
cose magiche, perfettamente inutili
però continuano a rinnovare il loro incanto.

La specie di follia per cui un vecchio
vola dietro le colombe imitandole
mi fu data per servire a qualcosa.
Mi condannai scrivendo così che tutti dubiteranno
della mia vita reale,
(giorni della mia scrittura, terreno straniero).
Tutti quelli che servirono e quelli che furono serviti
dico che passeranno perché ho scritto
e farlo significa lavorare con la morte
gomito a gomito, rubarle tanti segreti.
Alla sorgente il fiume è una vena d’acqua
– lì, per un momento, nemmeno, su questa altura –
poi, alla fine, un mare che nulla vede
di quanti stanno nuotando sbracciandosi nella vita.
Perché ho scritto sono stato l’odio imbarazzante,
ma il mare forma parte della mia stessa scrittura:
linea dell’onda dove un verso diventa schiuma
e posso reiterare la poesia.

Ero ammalato, senza posto per i dubbi
e non solo di insonnia,
anche di idee fisse che mi facevano leggere
con oscena attenzione tanti psicologi,
però ho scritto e il crimine fu minore,
l’ho scontato verso a verso fino a scriverlo,
perché tra la parola che si adatta e l’abisso
sorge un po’ di oscura intelligenza
e a questa luce molti mostri non sono giustiziati.

Perché ho scritto non rimasi nella casa della carnefice
né mi lasciai portare dall’amore di Dio
né accettai che gli uomini fossero dei
né mi feci desiderare come scrittore
né la povertà mi parve atroce
né il potere una cosa desiderabile
né mi lavai né mi sporcai le mani
né furono vergini le mie migliori amiche
né presi per amico un fariseo
né malgrado la collera
volli sbaragliare il mio nemico.

Però ho scritto e muoio per conto mio,
perché ho scritto, perché ho scritto io sono vivo.

(Perché ho scritto, Enrique Lihn)

Annunci

Manga misteriosi che non leggerebbe mai nessuno

Titolo fittizio perché se sono editi, sicuramente qualcuno li leggerà. Più che altro ciò che sarebbe lecito chiedersi è: perché scegliere questi titoli anziché altri fra migliaia di shoujo in circolazione? Letto uno, letti tutti, si sa. La risposta a questo quesito non è fornita, in quanto i seguenti titoli li ho ricevuti in regalo. Li recensisco per non dimenticarmi di averli letti.

Orange Kiss

img_8953

Si tratta di un volume unico, edito da Flashbook e risalente al 2003. In quel periodo Flashbook pubblicava titoli ricercati e al Lucca Comics presi “Cuori Colpiti”, un manga che mi riporta alla mente una fiera piovosa di tredici anni fa. Cuori Colpiti è infatti pubblicizzato nelle ultime pagine di Orange Kiss. Si tratta di una casa editrice che ho sempre trovato degna di una certa stima. Questo volume ha sovraccopertina, una bellissima carta, e per essere quello che è, non è male. Ma… cos’è?
E’ il solito manga a più episodi, delicati e ingenui, che parlano di amore adolescenziale. Insomma è uno di quei volumi che ogni ragazza che legge manga da un po’ di anni, ne ha letti almeno altri 70 tutti uguali. Resta che questo volume unico è molto gradevole e varrebbe la pena di preferirlo ad altri, ma è difficile che accada vista la sua scarsa diffusione.

Gli episodi al suo interno:

Orange Kiss: dà il titolo al volume. Storia: Aki sogna di baciare il suo compagno di classe Shimizu al tramonto. Al risveglio risulta turbata, perché i due si sono sempre volontariamente ignorati, senza conoscere il motivo di quest’antipatia reciproca. Sono i capelli arancio di Shimizu a dare il titolo alla storia; nel giro di poche pagine i due si metteranno insieme, rendendo realtà il sogno di Aki.

Parole di felicità: secondo episodio. Saiko è una modella ed è più alta della maggior parte delle sue coetanee, attirando molte invidie. Un giorno, per sviare le avances di un compagno di scuola che non le piaceva, dice di essere attratta da Hajime, un ragazzo che conosce solo di vista e che suona il violoncello nell’orchestra della scuola. Dopo essersi presentati, fra i due nasce una bella amicizia. Hajime insegna a Saiko un rito che lui svolge con i suoi compagni dell’orchestra prima di ogni esibizione, in modo da scaricare la tensione: consiste nell’elencare ciò che li rende felici. Prima di un provino importante che la renderà una modella ufficiale per una rivista, Saiko farà lo stesso: la parola che dirà è proprio “Hajime”, riconoscendo che è Hajime che la rende felice. Hajime è la sua parola di felicità.
Mi sono annoiata a morte a raccontarlo, ditemi se a voi è venuta voglia di leggerlo. Io penso proprio di no, roba da sputarci su.

L’ultimo treno: una corsa nel cielo notturno. Un ragazzo e una ragazza si conoscono alla fermata del treno. I due frequentano scuole differenti, il liceo di lui <nomeacaso> è più prestigioso e frequentato da ragazzi che andranno all’università, mentre quello di Sae non è così buono. Sae si sente sciocca e stupida in confronto al tipo che ha rimorchiato alla fermata del treno. Quando lei gli chiede, dopo poco tempo, se vogliono mettersi insieme, lui accetta, ma le insicurezze di Sae restano, alimentate anche dalle amiche di Sae che le mettono in testa che presto si lasceranno. In effetti lui parla poco ed è sfuggente, così un giorno Sae si presenta all’uscita del doposcuola per stare con lui. Come spesso capita, lui cerca di evitarla. La ragazza, ostinata, lo segue sul treno, pur non sapendo quale sia la destinazione del ragazzo. In questo viaggio i due, che erano già fidanzati, finalmente si conosceranno meglio, e Sae scoprirà che lui era turbato a causa di alcuni problemi familiari e dell’esistenza di una sorella che neanche sapeva di avere.

Verso Orange Kiss, poco prima di Orange Kiss: ultimo episodio. Alcune pagine che mostrano la storia di Orange Kiss (il primo episodio del volume) attraverso gli occhi del protagonista maschile. Onestamente queste pagine non sanno di niente, sono troppo poche e messe alla fine del volume perdono di senso.

img_8954

dillo alla luna

Dillo alla luna

Anche questo si tratta di un volume unico edito da Flashbook Edizioni nel 2003. Stesso discorso fatto per Orange Kiss: ogni ragazza che legge manga è abituata a questo genere di storie.

Dillo alla luna è comunque un bel volume con una storia piacevole da leggere e non fatta male, come tanti altri manga che si trovano sui banconi delle fumetterie, ma tra gli ultimi volumi ho preferito Orange Kiss.

I disegni dell’autrice di Dillo alla luna sono un po’ acerbi e la storia segue il destino di tre amici d’infanzia ai quali si è aggiunta una nuova ragazza. E’ difficile appassionarsi a questa storia proprio a causa di questa protagonista femminile che è la classica ragazza che “attende” un amore non ricambiato, stereotipo che non amo. Neanche gli altri personaggi sono un granché: una che fa l’amante di un uomo già impegnato e più grande; un potenziale playboy e un cretino che non capisce niente.
Bel finale buonista con tutti che si sposano.

Consigliato a chi ama le storie tristi.

Ragioneesentimento1

Ragione e sentimento

Si tratta di Ragione e sentimento di Jane Austen versione manga. Quando l’ho visto, in dono insieme a Dillo alla luna e Orange Kiss, sono rimasta un po’ così, anche perché i disegni lasciano piuttosto a desiderare.
Dopo diversi mesi l’ho però rivisto in fumetteria, e dimenticando di possederlo, ne sono rimasta attratta.

Mi piace molto Jane Austen e ho letto molti suoi libri, è quello il problema.

Il manga è di categoria josei, un tipo di manga romantici per donne adulte. Per riuscire a condensare Ragione e sentimento in un solo volume gli eventi accadono molto in fretta e non è esattamente il massimo, ma i fan di Jane Austen una cosa del genere se la procurano lo stesso. Esiste anche un altro Ragione e sentimento versione manga, ma non ricalca il libro. It’s the only one.

Godetevelo, se ne avete il coraggio.

rex clamp

REX

Volume unico delle CLAMP comprato per 1 euro a un mercatino dei libri nel chiostro di un convento. Sono sempre stata attratta dalle CLAMP le quali purtroppo mi hanno praticamente quasi sempre deluso (fatta eccezione per Chobits). A legarmi alle CLAMP è ovviamente il ricordo degli anni ’90 e di serie che seguivo alle elementari, come Rayearth, ma esse, nonostante i disegni vistosi (dico vistosi, non necessariamente di livello) purtroppo producono quasi sempre storie senza spessore, pur partendo da trame estremamente elaborate. Tutto sommato credo che continuerò a comprare volumi delle CLAMP e Rex probabilmente è uno dei migliori loro che abbia letto perché almeno è un po’ più originale e mette allegria, con questa storia incentrata su di un piccolo dinosauro.

Va bene se avete tipo 6 anni.

Datte_Suki_Nandamon_cover_01

Sarà perché mi piaci

Dall’autrice di Piccoli Problemi di Cuore (Wataru Yoshizumi), miniserie in due volumi.

Dopo i precedenti manga elencati, mi è sembrata un capolavoro.
Pubblicata da Planet Manga nel 2005, adesso non è più facilmente reperibile in fumetteria, ma ho acquistato entrambi i volumi per 4€ su Ebay, dopo aver trovato solo il volume 1 nel convento di cui vi dicevo sopra.

La storia è interessantissima. La protagonista è innamorata di un ragazzo che è capace di legarsi solo a ragazze già fidanzate, e lei non lo è, anche se in un momento trae in inganno tutti mostrandosi in compagnia del fratello, che viene scambiato per il suo fidanzato.

Sarà perché mi piaci riesce a coinvolgere (cosa che non fanno altri shoujo) ed è molto dolce, inoltre, i due si conoscono in biblioteca scambiandosi un libro sui Preraffaelliti, quindi i due teoricamente sono anche raffinati, forse, e offrono al lettore la possibilità di acculturarsi..

Ok, non aspettatevi troppo.

Inizio a capire meglio, però, perché Wataru Yoshizumi sia considerata una principessa degli shoujo manga: in confronto alle sue concorrenti, almeno è in grado di coinvolgere.

Credo mi procurerò altri suoi manga prossimamente. Non l’ho mai amata molto, anzi, la disprezzavo leggermente, ma oltre a questo possiedo Piccoli problemi di cuore (di cui non mi disferei mai per motivi affettivi) e la one shot Cappuccino.

800px-The_Valkyrie's_Vigil

The Valkyrie’s Vigil (1906) di Edward Robert Hughes

Salva

Guida sentimentale della Campania: Napoli nelle pagine di Milo Manara – I Borgia

In evidenza

napoli manara

Non tutti sapranno che in alcune pagine dei Borgia di Milo Manara la storia si svolge a Napoli.

La discesa in Italia di Carlo VIII di Francia, forte oppositore dei Borgia (data di inizio: 3 settembre 1494) continuò infatti fino a Napoli, dove, tanto per cambiare, i soldati entrarono senza incontrare praticamente alcuna opposizione. Era il 22 febbraio 1495, l’allora re di Napoli, Ferdinando II di Napoli detto Ferrandino, abbandonò immediatamente la situazione bollente rifugiandosi a Ischia e poi a Messina.
Paradossalmente la vittoria a Napoli segnò la disfatta di Carlo VIII, perché la presa di Napoli suscitò nelle altre nazioni la necessità di ostacolare l’espansione francese.Già a maggio il re Ferrandino, aiutato da suo cugino Ferdinando II d’Aragona re di Spagna e di Sicilia, ebbe modo di riorganizzarsi e di riconquistare Napoli, risalendo da Messina a Reggio e da Reggio a Napoli. Entrato a febbraio, Carlo VIII, dopo neanche tre mesi, fu costretto a lasciare la città riconsegnandola al sovrano filo-spagnolo.

napoli capri ischia

Insomma, anche se per poche pagine, in questo volume ritroviamo Milo Manara a disegnare la città di Napoli.

Realizzato in quattro parti tra il 2004 e il 2011 e successivamente edito in volume unico, I Borgia è incentrato sugli efferati intrecci che ruotano intorno alla figura di papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia), osservati attraverso la fitta sceneggiatura del regista/scrittore/psicomago cileno Alejandro Jodorowsky, per il quale Milo Manara ha prestato la mano.

Il volume dei loro Borgia si conclude proprio così, dopo anni di attesa, con la discesa di Carlo VIII a Napoli che “chiude” la storia. Così la presa di Napoli non segna solo la disfatta del re francese, ma anche l’epilogo del volume in questione; i nuovi equilibri che si andranno a formare in seguito a questa sconfitta non fanno più parte dell’opera Manara/Jodorowsky, attualmente impegnati in altri lavori: Manara in una serie su Caravaggio (è uscito il primo volume Caravaggio – La tavolozza e la spada nel 2015) e Jodorowsky con le sue robe jodorowskiane, poco adatte alle masse.

Le pagine di “commiato”, in netto contrasto con quelle vivissime e veloci nella parte centrale del volume smorzano bene un finale che avrebbe potuto sembrarci per certi versi ripido. Ogni personaggio riceve la sua definitiva collocazione nel giro di qualche pagina, dopo uno sperpetuo di sangue e avvelenamenti durato un intero volume.
Per quanto precipitoso, un finale del genere è decisamente giustificato dal crescendo di eventi che portano ad un punto di non ritorno e lascia anche una sorta di malinconia polverosa: la storia (del volume) è finita, anche se la storia (quella vera) continua, con altri 500 anni di guerre e di intrighi assurdi prima di arrivare ad oggi.

Come ben sappiamo la storia non si ferma mai. Ad ogni guerra ne succede sempre un’altra, ad ogni regnante un successore, ed in particolare questo periodo storico mostra una notevole complessità degli intrecci familiari tra i vari sovrani delle potenze del tempo, senza i quali non si sarebbe mosso quasi niente.

È un fumetto che non consiglierei a tutti. È terribile. Penultimo uscito di Manara, era uno dei pochi che non avevo ancora letto, pur possedendo l’intera produzione.
Un’altra sua opera, molto recente, che mi ero procurata appena uscì, è X-Men – Ragazze in fuga (2009). Ma i Borgia ha raggiunto la sua conclusione solo dopo il 2009, e pur vedendolo da anni ed anni in libreria, mi ritrovo a leggerlo solo ora.

La sceneggiatura è di Jodorowsky ed è quindi terribile in un modo diverso: l’erotico si confonde nell’horror storico, degno appunto solo dei film di Jodorowsky.
Jodorowsky è un regista cileno che ho sempre molto apprezzato. Il suo film più famoso è sicuramente La montagna sacra (1973), un cult che vidi in una torrida estate del 2008, ma il primo suo film al quale mi avvicinai fu El Topo, un altro dei più famosi.
Il primo impatto con El Topo non fu semplice. El Topo ai tempi mi sembrava un film così disturbato che inizialmente non compresi perché avrei dovuto sottopormi alla tortura di una tale visione.

Ma alla fine i suoi film li ho visti tutti ed è diventato uno dei miei registi preferiti di sempre.

Anche se ricordo El Topo come il titolo più estremo, iniziare da The Holy Mountain non sarebbe stato meglio. E infatti, in The Holy Mountain/La montagna sacra, ci sono testicoli in barattolo come i peni raccolti dai Borgia. Ma se le immagini di un film si susseguono in modo rapido, nelle tavole di Manara esse sono fisse e immobili nella loro atrocità. Visiva e morale. Innocenti guardiani di cani squartati in quattro parti. Cadaveri di gatti usati per bagnare di sangue gli umani. Necrofilia. Incesti, incesti in continuazione. Anche le donne, non sono immuni alla crudeltà: oche ammazzate per gioco in convento. Ma la violenza è specialmente sugli umani. Dopo un primo impatto, il lettore, stordito, pensa: vabbè è Jodorowsky, che mi aspettavo? e prende l’opera per quello che è, senza lasciarsi scalfire, e l’opera è una visione della storia, vista da due talenti, Manara e Jodorowsky, vorticosa, cruda, coinvolgente, ricca di pathos, nuova. Una visione che riporta i fatti, una moltitudine, e di personaggi, ancora di più, senza mai renderli comparse, vuoti o immotivati. Nessuna crudeltà è fine se stessa. È come un frenetico gioco, ed in effetti così è la storia. E’ un frenetico gioco, proprio come la storia dell’umanità.

Attenzione, però. I Borgia di Manara/Jodorowsky non sono fedeli alla storia, anche se di certo i due non ci vanno tanto lontano: i due maestri ci hanno un po’ fantasticato su, con abbastanza coerenza, dopotutto. Se proprio volete, con le dovute correzioni, I Borgia non va così male per ripetere per le interrogazioni del liceo.

Il sesso non è molto, addirittura accessorio, non erotico, ancora meno di altre angosciose opere di Manara, ma spesso blasfemo. A partire dal primo incontro con Vannozza, futura amante di Rodrigo Borgia (papa Alessandro VI) e madre dei suoi figli, scoperta ad adorare sessualmente la statua di un santo. I due, Rodrigo e Vannozza, consumeranno l’atto sull’altare, così come Rodrigo farà, anni dopo, con la sua stessa figlia, ad un ballo in maschera senza averla riconosciuta.
Insomma sicuramente molte libere interpretazioni, ma non inverosimili per quegli anni bui: inutile scandalizzarsi.
Libera interpretazione tra l’altro proprio per la discesa di Carlo VIII a Napoli che Jodorowsky fa morire in cima al Vesuvio, sul quale era salito dopo aver richiesto la più bella puttana del regno. Distratto da questa, Carlo VIII non si accorge di un’improvvisa eruzione del Vesuvio, e così scompaiono entrambi nella lava.
Episodio storicamente scorretto: come abbiamo già detto all’inizio, Carlo VIII, fu scacciato dopo alcuni mesi dal precedente re di Napoli, e non morì a Napoli, anche se ebbe qualche discreto problema a tornare a casa (l’esercito italiano provò a sbarrargli la strada il 6 luglio 1495 a Fornovo, in provincia di Parma) ed ebbe anche vita breve: morì solo 3 anni dopo, nel 1498, a 27 anni a causa di un incidente a cavallo.
Nei Borgia ci sono bellissime vedute anche di altre città: Roma su tutte. Ogni dettaglio è curatissimo, non solo i luoghi. A chi Napoli non bastasse (in effetti, tutto questo parlare per tre pagine di fumetto) consiglio una passeggiata nei Musei Vaticani a Roma, che comprendono, tra le innumerevoli cose, anche gli appartamenti dei Borgia, decorati dal Pinturicchio.
Sottolineo ancora che il rapido epilogo della storia (in poco tutti sono morti, tutto è risolto, tutto è spiegato) non è forzato, mostrando un’ultima difficoltà superata che consacra I Borgia al capolavoro. Atroce, ma perfetto e capolavoro.

Libri consigliati:
La danza della realtà – Autobiografia di Alejandro Jodorowsky

Film consigliati di Alejandro Jodorowksy: Fando y Lis, El Topo, La montagna sacra, Santa Sangre

Altri fumetti con la sceneggiatura di Jodorowsky: L’Incal, illustrato da un altro fuoriclasse del fumetto europeo, Moebius.

Borgia
appartamento borgia

Gli appartamenti dei Borgia a Roma, decorati dal Pinturicchio (Musei Vaticani)

Liebster Award – Discover new blogs!

In evidenza

liebster

Dopo l’Hipsteria del 1° Maggio a Matera (con tanto di concerto), e un po’ di articoli sul Partenio (alcuni sono pubblicati, al momento, come promemoria, su Guida sentimentale della Campania, oltre che sul mio quotidiano di riferimento), scopro di essere stata nominata da Valcuvia Express a questo simpatico giochino.

ll Liebster award è un riconoscimento che si dà ai blog con meno di 200 follower al fine di aumentare gli scambi e i commenti e anche per fornire una scusa per parlare un po’ a ruota libera. Prima di ricadere nella non-pubblicazione di ciò che scrivo, una cosa che su Detersivi alla Spina mi sta capitando spesso, partecipo subito.
Non preoccuparti, wwayne, sono ancora qua! :-)

Il gioco consiste nel rispondere alle 11 domande formulate dal blog che ti ha invitato, nominare altri 11 blog con meno di 200 followers e formulare delle nuove 11 domande per gli invitati. Questo ovviamente ricordandosi di spiegare le regole del gioco e pubblicare il logo del Liebster Award. E ricordarsi di informare i blog invitati con un messaggio. Ringrazio ancora Valcuvia Express per avermi coinvolto. Mi colpì ai tempi sul suo blog questo video, inquietante, ispirato al Maestro e Margherita di Bulgakov. Ecco le mie risposte :-)

1) La tua città preferita e quella che non sopporti

Tra le cose da fare c’è da tempo quella di stilare una lista ordinata delle città più brutte in cui sono stata. St.Julian’s nell’isola di Malta potrebbe vincere a spada tratta, ma per farmi nemici gratuiti posso dire che in Italia per ora anche Cosenza e Terni sono ai vertici, o perlomeno sono due posti che mi vengono in mente. Odiai Berlino quando la vidi per la prima volta ma ora la ricordo con nostalgia: la sua bruttezza, la ricostruzione, e i monumenti anneriti tra i grattacieli orrendi avevano un fascino decadente che mi riporta alla mente il 2006, le canzoni dei Phoenix, The Veils, Spinto Band, e altre cose indie che andavano in quei tempi. Amo i centri della Toscana, la mia Napoli e le città del nord. Eleggo a città preferita Heidelberg, per i ricordi in cima a quel castello, per com’ero in quei tempi e per la dolcezza del vento in quel giardino che s’affacciava dall’alto sulla città.

myheidelberg-koomori

2) Libro cartaceo o ebook?
Libro cartaceo tutta la vita. Scavo nei mercatini e negli scatoloni della gente morta o che la gente butta per collezionarli. Poi li disinfetto, non vi preoccupate.

3) Quando hai aperto il blog e perché.
Il blog l’ho aperto al liceo quando erano spuntati fuori gli MSN Spaces e tutti iniziavano a fare un blog. Trovai fin da subito stupido l’idea di un blog solamente personale (raccontare di sé mette a nudo, non trovate?)  e diventò immediatamente un sito di recensioni di film e fumetti. Quando gli MSN Spaces sono stati chiusi è diventato un blog WordPress, e su suggerimento di un amico ha preso questo nome strano. Eravamo entrambi amanti delle birre alla spina… Ma è diventato Detersivi per una storia di una lavanderia automatica nel nord della Francia che prima o poi dovrei raccontarvi.

lavanderia automatica

La lavanderia automatica di Fougéres

4) Che cosa ne pensi dei social network?
Li odio, perché sembrerà strano, ma io non voglio comunicare. Allo stesso tempo mi piace organizzare in album le mie foto, o condividere ciò che scrivo. E’ un po’ un paradosso. Mi piace avere una finestra sul mondo, ma non dovrebbe essere social, perlomeno non nel modo dei social network.

5) Che cosa volevi diventare da piccolo? Volevo diventare una scrittrice, of course. E invece sono un’ingegnere chimico (…come dice la canzone dei Bluvertigo).

6) Racconta una tua piccola mania
Colleziono peluche. Di recente li ho organizzati in un archivio. Finora ne ho contati 695. Ma ce ne sono ancora.

7) Hai animali?
Ho un gatto di nome Arancino. Amo i gatti rossi.

8) Qual è il tuo soprannome? Koomori, che in giapponese significa pipistrello. Ma anche Lady Justice, dall’album dei Metallica “And Justice for All.”
Sì, sono stata e sono ancora a tratti una schifosa metallara.

9) Il rosso o il nero. Non posso rinunciare a nessuno dei due.

10) Chi è il tuo eroe/la tua eroina di sempre? Ho sempre adorato Napoleone. E tra gli attori, Jim Carrey, fin da quando ero piccola. Ho visto praticamente tutti i suoi film.

11) Che cosa ti piacerebbe dire al web ora? Che anche se non mi leggerà nessuno (in fondo cosa per me preferibile), non smetterò mai di scrivere. Mai. Mai. Mai.

E che la condivisione di informazioni intelligenti, o delle proprie passioni, lascia sempre una sensazione piacevole in chi vi capita per caso: a me capita così. I siti costruiti per fare visite, i giornali spazzatura, lasciano il tempo che trovano.

NOMINATION

https://theemeraldforest.wordpress.com/
https://ciakmovie.com/
https://occhiliquidi.wordpress.com/
https://lachiamavanoserenab.wordpress.com/
https://cinefatti.com/
https://ilblogvuotodinidellaneum.wordpress.com/
https://avreivolutosposareunlunapop.wordpress.com/
http://nuovocinemalebowski.it/
https://rossallergia.wordpress.com/
https://dccomicsmultiverse.wordpress.com/
http://sweetstefy.com/

Essendo il mio blog principalmente sul cinema…

Le domande alle quali rispondere sono:

1) Il film che ti ha cambiato la vita, non necessariamente il più bello
2) Multisala o cinema città?
3) Manga o fumetti occidentali: quali scegli e perché?
4) Cosa rappresenta per te scrivere?
5) Il tuo genere musicale preferito
6) Ti piace andare a concerti?
7) Scatti fotografie?
8) Scrivere e leggere ruba tempo alla vita vera?
9) Ti piace stare in mezzo alle persone?
10) Da quanti anni esiste il tuo blog?
11) Pensi di essere cambiato negli ultimi anni e cosa è cambiato nel tuo blog negli anni eventualmente trascorsi?

Salva

Salva

Salva

Salva

La la land, largo ai sognatori

la-la-land

“Dedicato ai folli e ai sognatori”

Mia insegue il sogno di diventare un’attrice, Sebastian quello di diventare un pianista jazz.
Il jazz ritorna nel secondo film di Damien Chazelle e avvalora la colonna sonora di La La Land. Damien Chazelle è un giovane regista che con il suo primo film del 2014, Whiplash, aveva riscosso moltissimo successo. Con Whiplash, Chazelle, poco più di trent’anni, parlava della storia di un batterista jazz portando a casa tre Oscar. Sorte simile e ancor migliore per La La Land: presentato in anteprima a settembre al Festival di Venezia, dove Emma Stone ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, La la land è il film che attualmente più fa parlare di sé. Senza eccessi, si potrebbe tranquillamente ammettere che sia il miglior film del 2016 ed anche del 2017 (è nelle sale italiane solo dal 26 gennaio 2017). Finito subito al primo posto in classifica al box office, ha ricevuto 7 Golden Globe ed è candidato a 14 Premi Oscar, record che negli ultimi sessant’anni aveva avuto solo Titanic.

Ma qual è la cosa migliore di La La Land? Fotografia, attori, colonna sonora? Profondità e intensità dei personaggi? E’ molto difficile scegliere, La La Land è perfetto su tutti i fronti. E ciò non dipende così tanto dalle proprie preferenze: si potrebbe odiare il genere al quale La La Land appartiene (musical, romantico, etc.) ma non riuscire ugualmente a stroncarlo. Sicuramente la colonna sonora di La La Land è impacchettata così perfettamente da non poter ricevere critiche, ricorrono City Of Stars ed il pezzo che Sebastian suona all’inizio e alla fine del film, anche se il film trova probabilmente il suo massimo nella scena dell’audizione con The Fools Who Dream, cantata dalla stessa Emma Stone. 

la-land-la-land-panorama

Here’s to the ones who dream
Foolish as they may seem
Here’s to the hearts that ache
Here’s to the mess we make
(The Fools Who Dream)
La La Land potrebbe essere un musical, ma non lo è davvero. E’ un film ibrido in cui le canzoni ed i balli non vanno a formare il musical ma qualcosa di nuovo, in un intreccio che tende al capolavoro. La storia non è nuova, le ambientazioni nemmeno, ricordano alcuni film di Woody Allen ed anche la trama è simile a quella dell’ultimo Cafè Society. Ma questa raffinatezza americana, intelligente, Damien Chazelle sembra l’unico attualmente a saperla maneggiare senza incorrere in nessun errore. Il panorama di Los Angeles, le inquadrature, gli abiti anni ’50, le realtà immaginate, rendono La La Land un gioiello e non il solito il film romantico/d’autore/raffinato dimenticabile in quattro settimane, i due protagonisti, Emma Stone e Ryan Gosling, sono incastonati nel film in maniera perfetta. Ryan Gosling è un attore che apprezzo in particolar modo e che compare nei film spesso in un ruolo di cane ferito che si ripete, ma ancor più straordinaria in La La Land è l’interpretazione di Emma Stone, racchiudendo in sé l’attrice nell’attrice. Un accorgimento che era anche in un altro film recente, Birdman del messicano Inarritu, in cui Michael Keaton interpretava un attore decaduto dedito alla realizzazione di un film nel film, ed Emma Stone faceva da ciliegina sulla torta nella scena finale, tant’è che ebbe diversi premi e una nomination all’Oscar per l’interpretazione.

la-la-land-poster

“E’ orribile.” dicono Mia e Sebastian di fronte al panorama.

fantastica

Mia:”Non è strano che continuiamo a incontrarci?”
Sebastian: “Forse vuol dire qualcosa.”
Mia: “Non penso.”
Sebastian: “Sì, in effetti.”

La realtà della storia: in contrapposizione agli scenari meravigliosi, la storia tra Mia e Sebastian non è fuori dall’ordinario come sembra, né il grande amore per il quale vuole essere venduta. Fin dall’inizio, i due sembrano non piacersi, è solo il caso che continua a farli incontrare. Mia sembra attratta dall’aspetto di Sebastian e si comporta come se l’avesse puntato, ma i due non hanno molto in comune (Te lo dirò subito: io odio il jazz”, dice Mia al primo appuntamento). Ciò che li accomuna è il fatto di avere entrambi dei sogni da realizzare ed inciampano nella vita l’uno dell’altra in un momento di stasi per entrambi. Quattro stagioni scandiscono come atti il film, in una storia che dura solo un anno, seguendo appunto, volendo essere banali, le cosiddette stagioni dell’amore: quante storie durano solo un anno, seguendo le sensazioni offerte dalle belle giornate? Nella sua descrizione spietata e al contempo romantica, la storia di Mia e Sebastian acquista valore, trasformandosi da un’ordinaria relazione di un anno a qualcosa che è di un impatto visivo straordinario. La banalità della storia tra Mia e Sebastian è messa da parte dalla fotografia, ma viene puntata l’attenzione sulla realtà dei personaggi nei dialoghi, in alcuni contenuti evidenti. In estate già compaiono le prime increspature nella coppia, le primi liti. Quando le situazioni “cambiano” (Sebastian ha un buon contratto di lavoro ed è poco presente ormai, in tour con una pop band), nascono i primi veri conflitti. “Ti amerò per sempre”, dicono quando in estate si stanno già lasciando. Mia è stata richiamata dopo un provino, e molto probabilmente andrà in Francia per un film, il primo importante della sua carriera. Alle immagini poetiche si contrappone la concretezza della storia, nessuno dei due rinuncia a niente per l’altro, seguendo un modello molto americano, in cui al primo posto viene la realizzazione personale e non l’amore. Mia non segue Sebastian in tournée, lui non può andare alla prima del monologo di Mia a causa degli impegni di lavoro. D’altronde già i presagi iniziali lasciavano intendere che le cose non sarebbero perfette come il luogo spettacolare che faceva da cornice alla storia. Ma nell’immaginario di Mia e Sebastian, e del regista, la loro relazione acquista un valore inestimabile, al punto da essere ricordata a lungo, probabilmente perché legata ad un punto di svolta delle loro vite.

In sintesi, La La Land è davvero bellissimo, in ogni suo aspetto. Un film ricco, ma senza mai appesantire.

la-la-land-2

Altri film con Emma Stone: Crazy Stupid Love e Gangster Squad, con Ryan Gosling, le commedie americane La rivolta delle ex ed Easy Girl, i comic movie The Amazing Spider Man 1 e 2. Emma Stone trova la sua migliore collocazione in film come Birdman e La La Land. Era anche in The Help, e Irrational Man e Magic in the Moonlight di Woody Allen.

Ryan Gosling and Emma Stone having fun in "La La Land"

Ryan Gosling: abbandonato in Blue Valentine, in Come un tuono, in La la land. Triste e solo in Lars e una ragazza tutta sua. Un duro dal cuore tenero, un bravo ragazzo che non piange, dotato di dignità e rassegnazione. Altri suoi film, ancora: Le pagine della nostra vita, Love & Secrets, Drive, Le idi di marzo, Solo Dio perdona, La Grande Scommessa.

 

L’unica canzone passabile di Sanremo 2017

Se siamo ancora qui vuol dire che un motivo c’è
Lascia qualcosa tra le braccia, non questa distanza che mi sputi in faccia
Se siamo ancora qui ad imparare come illuderci, a preoccuparci della verità
Vedrai che poi il tempo non ci tradirà
Sotto un vento di libeccio che dall’Africa soffia lieve su di noi la sua sabbia
Lo so che riusciremo a dare ancora un nome a tutte le paure che ci fan tremare
E troveremo il nome per dimenticare la noia, l’abitudine, la delusione
Vedrai che i desideri si riaccenderanno e costruiremo il luogo in cui poi vivranno
Perché noi siamo l’unica benedizione, l’unica tragedia, l’unica ambizione

Se siamo ancora qui ad ignorare le difficoltà, impareremo anche a comprendere
Che esiste un buon motivo per insistere
Sotto un vento di libeccio che dall’Africa soffia lieve su di noi la sua sabbia
Vedrai che riusciremo a dare ancora un nome a tutte le paure che ci fan tremare
E troveremo il nome per dimenticare la noia, l’abitudine, la delusione
Vedrai che i desideri si riaccenderanno e costruiremo il luogo in cui poi vivranno
Perché noi siamo l’unica benedizione, l’unica tragedia, l’unica ambizione

Dovremo solo ricominciare a respirare, a navigare
Dovrai soltanto dimenticare la noia, il vuoto, la perfezione

Vedrai che riusciremo a dare ancora un nome a tutte le paure che ci fan tremare
E troveremo il nome per dimenticare la noia, l’abitudine, la delusione
Vedrai che i desideri si riaccenderanno e costruiremo il luogo in cui poi vivranno
Perché noi siamo l’unica benedizione, l’unica tragedia, l’unica ambizione

(Samuel – Vedrai)

Your Name, il nuovo film di Makoto Shinkai nelle sale italiane

your-name

Proiettato in Italia come evento speciale solo il 23-24-25 gennaio e poi in replica il 31 gennaio e 1 febbraio, Your Name è l’ultimo film di Makoto Shinkai. Giovane promessa dell’animazione giapponese, Makoto Shinkai è senza alcun dubbio uno dei miei registi preferiti, anche se quando viene definito come il nuovo Miyazaki sono tra le prime a pensare che sia un’esagerazione. Innanzitutto, con Miyazaki, Makoto Shinkai centra ben poco. I suoi lavori non sono intrisi di significati, tradizioni e scenari traboccanti di immagini come troviamo in capolavori del tipo La città incantata, Il castello errante di Howl, Principessa Mononoke. Accostare Shinkai a Miyazaki è come voler paragonare Monet a Caravaggio. Non centrano nulla. E sono anche, inevitabilmente, su livelli diversi. Ma se confrontiamo i film di Makoto Shinkai con altri lavori dello Studio Ghibli, come La collina dei papaveri di Goro Miyazaki (il figlio di Miyazaki), Arrietty, I racconti di Terramare, allora ci rendiamo conto che Makoto Shinkai non può passare inosservato e che rappresenta “il meglio” che l’animazione giapponese può offrirci, volendo discostarsi dalle vie già tracciate. Makoto Shinkai è però il meglio “in potenza” e non di diritto, gli ultimi suoi lavori, Il Giardino delle Parole e Your Name, non sono esenti da difetti, pur lasciando senza parole per quanto essi siano avanti dal punto di vista delle animazioni, dei fondali e delle idee. Già quando uscì “Voices of Distant Star” nel 2002, il suo primo lavoro realizzato con pochissimi mezzi, acerbo, pieno di difetti, il talento di Shinkai non passò inosservato. Il giovane regista, che all’epoca non aveva neanche trent’anni, espose già in quel primo OAV tutte le sue idee che poi furono sviscerate e raffinate nei film successivi: su tutti 5 cm per second, l’unico vero capolavoro che gli si possa attribuire, esente da sbavature, dalle insufficienze di un regista così complesso da risultare in effetti più di una volta confusionario, e che invece di avviarsi alla maturità negli anni sembra ritornare indietro, percorrendo forse anche qualche scorciatoia commerciale.
La distanza è uno dei temi ricorrenti di Makoto Shinkai. Egli è inevitabilmente un regista di indole romantica, ossessionato dal tema della distanza, dai cieli ampissimi e ricchi di dettagli sempre diversi, e dalle stelle. In Your Name questi concetti ritornano tutti. E’ il proseguimento di un discorso che per Shinkai non era stato sufficientemente approfondito in Voices of distant star, Beyond the clouds e 5 cm per second (in cui a mio avviso raggiunge il massimo, e da qui in poi può solo ritornare indietro) ma anche in Viaggio verso Agharta, e che egli continua a fare, come inceppato sempre sullo stesso sogno ossessivo e ricorrente. Egli lo coniuga ancora una volta, in un film visivamente ancor più straordinario ma dotato di un taglio meno sottile, una sceneggiatura più veloce, adatta al grande pubblico (anche molto giovane) nella quale però sfuggono in continuazione, irrequieti, i dettagli che fanno la differenza tra un film romantico meramente commerciale e il capolavoro. Così il capolavoro risulta imbrigliato in una sceneggiatura a tratti infantile e che va avanti troppo spesso ripetendo la stessa cosa, impiastricciato in una trama vistosa e un po’ stucchevole. Il film, che dura 107 minuti, è troppo lungo (nella necessità di dispiegare una trama che altrimente non sarebbe riuscita ad avere senso: ma sarebbe stata preferibile se lasciata con un certo fascino di storia incompiuta), forse per la paura dell’autore di non incorrere nell’errore del Giardino delle parole, che risultava, al contrario, troppo corto (46 minuti).
Le uniche cose in cui Makoto Shinkai va qui veramente avanti, sono i fondali e le animazioni, che risultano, film dopo film, sempre più straordinari. La luminosità dell’acqua, il fascino dei luoghi, la piccola cittadina di montagna di Itomori in cui vive Mitsuha.

Il lago di Itomori sul quale il paese si affaccia è ispirato al lago Suwa (prefettura di Nagano), ma prendeva in realtà come primo modello il lago Matsubara della città di Koumi, 5700 abitanti, paese di origine di Makoto Shinkai.

itomori-night

Il paese di Itomori nel film

z–KŽs‚ÌŒ©‚Ç‚±‚ë

Il lago Suwa, nella prefettura di Nagano

14716366_634898443359827_2260312125333307392_n

Itomori mi ha ricordato il piccolo paese in cui era ambientato Higurashi no naku koro ni, ma il luogo in cui si svolge la scena finale, sulle montagne alle spalle di Itomori, ricorda inevitabilmente il finale del Castello Errante di Howl. Seppur diversi essi sono dei luoghi che rappresentano “il mondo interiore” dei personaggi, in cui il tempo appare immobile ed è possibile riflettere. In questo forse si accomunano Miyazaki e Shinkai: le loro ambientazioni sono così vive da dare la sensazione di esserci già stati, non solo nel film, ma nella realtà. Le strade di campagna di Beyond the clouds e le sue nuvole, la scuola di Voices of Distant Star, i petali di ciliegio ed i passaggi a livello di 5 cm per second, i suoi treni, ed infine anche il paese di Itomori, sono luoghi dove io sono stata e che mi appartengono, come un lungo sogno che ho fatto più volte per anni e che alla fine Shinkai ha messo in un film. In questo Shinkai è incredibilmente moderno, rappresentazione del fascino di una generazione straziata dalla distanza, straziata da cieli straordinari che si accostano al malessere dei telefoni cellulari, di strade vorticose, ripiegati su se stessi in un “non essere”. La protagonista di Your Name, Mitsuha, residente a Itomori, vive una vita che è il contrario di quella di Taki, un ragazzo di Tokyo. Mitsuha è chiusa in un paese di 1500 abitanti in cui non esiste nemmeno una caffetteria, dedita – per costrizione della nonna – all’arte dell’intreccio. Si intrecciano così i fili del destino, in uno scambio tra i due ragazzi che avviene con una modalità simile a quella del sogno, ma che lascia effetti visibili nella realtà. Senza averlo deciso, almeno due o tre volte a settimana, Mitsuha si sveglia nel corpo di Taki, a Tokyo, e Taki nel corpo di Mitsuha.

Come dicevo, questa è solo una diversa coniugazione di 5 cm per second, un’allegoria di una storia che avrebbe potuto esistere anche privata dell’elemento fantastico, e di come Shinkai giri intorno “sempre alla stessa cosa”. Shinkai si tradisce, quando parla di “amici virtuali”, e di come i due si lasciassero in continuazione messaggi sul cellulare pur non potendo mai vedersi. Gli amici di Taki prendono in giro Taki quando lo accompagnano alla ricerca di Mitsuha, di cui il ragazzo in effetti non sa niente. Per Taki e Mitshua è come se si fossero scambiati le loro vite, pur non sapendo niente l’uno dell’altro, qualcosa di tipico quando la distanza ed il tempo separano due persone e c’è solo il racconto di una vita immaginata, che si vive momento per momento, ma resta distante. Anche in 5 cm per second c’era questo, e in Voices of distant star anche: i continui messaggi attraverso il cellulare di due persone che non potevano mai incontrarsi. Come in 5 cm per second, si ripresenta la consapevolezza che la vita debba scorrere in un modo giusto (Taki ha un appuntamento con una ragazza che gli piace, nella sua stessa città, appuntamento organizzato da Mitsuha, nonostante ne scateni la sua tristezza e gelosia) e contemporaneamente l’impossibilità di metterla in pratica, a causa di un legame con una persona lontana che mantiene in un limbo in cui non accade nulla. Il finale di 5 cm per second e Your Name si assomigliano, con una differenza però sostanziale: mentre in 5 cm per second i due protagonisti sembrano continuare a perdersi per tutta la vita, Your name rappresenta una versione spensierata e felice del problema della perdita (seppur un malessere di fondo accompagni sempre un film ricco di elementi divertenti); nel finale i due si riconoscono incrociandosi mentre camminavano in direzioni opposte.
Ci sarebbe ancora molto da dire. Come in Voices of distant star (e non  in 5 cm per second), in Your Name le linee temporali dei due personaggi sono sfalsate: egli vivono e si conoscono “a 3 anni di distanza”. Taki conosce la Mitsuha di 3 anni prima, come se a separarli non fosse solo la presenza fisica, la diversità dei luoghi, ma anche il tempo. Ed inoltre, essi non riescono, quasi mai, a ricordare i loro nomi, da cui il titolo “Your name“.
Il regista giustifica queste scelte in un messaggio ai fan italiani all’inizio del film, dicendo che da qualche parte per tutti c’è una persona importante che dobbiamo ancora incontrare, e che spera che il film lasci in noi una sensazione di felicità. Ma sembra lui stesso ingarbugliarsi tra passato e futuro, nei tre anni indietro, nel portarci indietro e poi avanti, in continuazione, in mondi che ha creato e poi rubato (Itomori è ispirato al suo paese natale, Koumi), in qualcosa che abbiamo già incontrato. Forse l’amore per Shinkai è una sorta di déjà vu, un’appartenenza che non si recide mai, che esiste ancora prima di iniziare.

yourname

your-name-makoto-shinkai-11

koumi

Il lago Matsubara nei pressi di Koumi, paese di origine dell’autore

howl

l luogo della scena finale del Castello errante di Howl

Salva

Salva

Una delle citazioni più abusate di sempre.

volpina


In quel momento apparve la volpe.

Buongiorno – disse la volpe.
Buongiorno – rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
Sono qui, – disse la voce – sotto il melo…
Chi sei? – domandò il piccolo principe. – Sei molto carino…
Sono una volpe – disse la volpe.
Vieni a giocare con me – le propose il piccolo principe – sono cosi’ triste…
Non posso giocare con te – disse la volpe – non sono addomesticata.
Ah! Scusa – fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
Che cosa vuol dire “addomesticare”?
Non sei di queste parti, tu – disse la volpe – che cosa cerchi?
Cerco gli uomini – disse il piccolo principe.Che cosa vuol dire “addomesticare”?
Gli uomini – disse la volpe – hanno dei fucili e cacciano. E’ molto noioso! Allevano anche delle galline. E’ il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?
No – disse il piccolo principe. – Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “addomesticare”?
E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…
Creare dei legami?
Certo – disse la volpe. – Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.
Comincio a capire – disse il piccolo principe. – C’è un fiore… Credo che mi abbia addomesticato…
E’ possibile, disse la volpe. – Capita di tutto sulla Terra.
Oh! Non è sulla Terra – disse il piccolo principe.
La volpe sembro’ perplessa:
Su un altro pianeta?
Si.
– Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?
– No.
– Questo mi interessa! E delle galline?
– No.
– Non c’è niente di perfetto – sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
– La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio, perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sottoterra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai i capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano.

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
– Per favore, addomesticami – disse.

 

 

L’ultimo film di John Carney: Sing Street, l’amore e gli anni 80 a Dublino

sing-street-03

Sing Street è stato distribuito nelle sale italiane dal 9 novembre 2016 ma nella maggior parte di esse non è mai arrivato. Si tratta di uno di quei film che bisogna andare a cercare nei cinema di città o aspettare quei giorni in cui le multisale si dedicano al “cinema d’essai”, giorni che potrebbero collocarsi anche a molte settimane di distanza dalla data ufficiale d’uscita.

Il regista è John Carney, lo stesso di Once, un film del 2006 allo stesso modo non troppo capillarmente distribuito, ma che non è passato inosservato né nell’ambiente musicale né tra gli appassionati di cinema. Molto romantico, forse anche troppo, Once si distingueva dalle altre storie d’amore per il fatto che in esso non erano solo descritti dei sentimenti tra due persone, ma risultava centrale nell’intero film la musica (Premio Oscar come Miglior Canzone a Falling Slowly) e l’amore per essa. Lo stesso discorso, identico, vale per Sing Street.

Carney è irlandese e così come Once anche Sing Street è ambientato a Dublino. E’ principalmente la storia di due giovani adolescenti e del loro avvio verso l’età adulta, in Sing Street scorrono i loro problemi familiari, le difficoltà che incontrano nel mettere insieme una band, i sogni, il dover scontrarsi con una realtà limitante. L’Inghilterra dalle coste irlandesi è vista come un luogo lontano in cui le cose sono più semplici, in cui il mondo funziona e la scena musicale è vivissima, è un’America più avvicinabile, basta solo attraversare un breve tratto di mare. Ad avere, però, i soldi per viaggiare.

Presentato quasi un anno fa al Sundance Festival 2016, di Sing Street più che la storia è interessante il modo in cui essa è raccontata: ibrido tra un musical e un film d’amore adolescenziale, il film è fatto quasi solo di canzoni, di immagini caramellate e un po’ ribelli, in pratica di videoclip. Videoclip che nascono dalla fervida fantasia del protagonista, Cosmo, e della sua band. Hanno una ragazza, Raphina (che intreccerà una strana forma di amore/amicizia con Cosmo), che fa da loro musa ispiratrice, ma da dietro le quinte è il fratello maggiore di Cosmo a indirizzarli nel verso giusto. La cultura musicale di Cosmo adolescente cresce rapidamente, tra Bowie, Cure, Duran Duran, progressive rock, Genesis. Onnivori e giovanissimi, i ragazzi della band di Cosmo miscelano i diversi generi, le diverse influenze, elevandosi, almeno ideologicamente, a qualcosa di meglio del contesto degradato in cui versano. In effetti non è ben esplorato quanto fossero bravi tecnicamente, ma ciò che si evince ed è importante è la loro capacità di immaginare e di unire elementi differenti cavalcando le mode dell’epoca. Questo sempre, sia ben chiaro, con la purezza dei quindici anni. La figura di Raphina, il cui sogno è di fare la modella e che si lascia abbindolare da quattro ragazzini che la chiamano per un videoclip (e ciò rivela quanto lei fosse in realtà ingenua, piuttosto che una vera modella) è in qualche senso determinante sia per la band che per lo stesso film. Così come colora i loro videoclip – al punto che non varrebbero niente senza di lei – così Raphina colora anche Sing Street, avvolta dalla brezza marina, dalle atmosfere indie e dai capelli cotonati.

L’impressione è quella di trovarsi davanti a un film di quelli che fanno dire “ehi, questo film è veramente, ma veramente buono”, se non fosse che contiene in sé tutta quel candore dei quindici anni non sempre digeribile in età adulta. Sing Street potrebbe finire per risultare come uno dei tanti film adolescenziali disponibili in cassetta, ma non lo fa proprio grazie a questa sua estetica indipendente e questa colonna sonora meno convenzionale del solito, piena di anni 80, fatta di Cure, Duran Duran, Hall & Oates, Spandau Ballet ed altre band che rendono la pellicola senza dubbio più ricercata, e che riesce a mascherare bene alcuni buchi nella caratterizzazione dei personaggi (buchi presenti, purtroppo, anche in Once); in sintesi Sing Street non snatura il vero e sincero obiettivo di una storia di questo tipo, cioè quello di far passare un paio d’ore altrove, con belle immagini e una bella OST.

cs611637-01a-big

  1. Rock N Roll Is A Risk (Dialogue) – Jack Reynor
  2. Stay CleanMotörhead
  3. The Riddle Of The Model – Sing Street
  4. RioDuran Duran
  5. Up – Sing Street
  6. To Find You – Sing Street
  7. Town Called MaliceThe Jam
  8. In Between DaysThe Cure
  9. A Beautiful Sea – Sing Street
  10. ManeaterHall & Oates
  11. Steppin’ OutJoe Jackson
  12. Drive It Like You Stole It – Sing Street
  13. Up (Bedroom Mix) – Sing Street
  14. Pop Muzik – M
  15. Girls – Sing Street
  16. Brown Shoes – Sing Street
  17. Go NowAdam Levine

Salva

Il concerto di capodanno con l’omaggio a Mango. Purtroppo.

Per averti pagherei un milione e anche più, anche l’ultima Marlboro darei perché tu sei oro, oro, oro. Un diamante per un sì, oro, oro, oro, oro, per averti così, distesa e pura: ma tu ci stai. Perché accetti e ci stai? E così tu cadi giù, io non ti voglio già più, inaccessibile non sei, non con gli dei, tu sei senza dei. Oro, oro, oro, quanto oro ti darei, oro, oro, oro, per averti così, distesa, pura, ma tu ci stai, perché accetti e ci stai?
Perché non ti elevi su di noi e resti lì, celeste così?
Io ti vorrei immune dal sesso, perché ti daresti anche adesso.