La la land, largo ai sognatori

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“Dedicato ai folli e ai sognatori”

Mia insegue il sogno di diventare un’attrice, Sebastian quello di diventare un pianista jazz.
Il jazz ritorna nel secondo film di Damien Chazelle e avvalora la colonna sonora di La La Land. Damien Chazelle è un giovane regista che con il suo primo film del 2014, Whiplash, aveva riscosso moltissimo successo. Con Whiplash, Chazelle, poco più di trent’anni, parlava della storia di un batterista jazz portando a casa tre Oscar. Sorte simile e ancor migliore per La La Land: presentato in anteprima a settembre al Festival di Venezia, dove Emma Stone ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, La la land è il film che attualmente più fa parlare di sé. Senza eccessi, si potrebbe tranquillamente ammettere che sia il miglior film del 2016 ed anche del 2017 (è nelle sale italiane solo dal 26 gennaio 2017). Finito subito al primo posto in classifica al box office, ha ricevuto 7 Golden Globe ed è candidato a 14 Premi Oscar, record che negli ultimi sessant’anni aveva avuto solo Titanic.

Ma qual è la cosa migliore di La La Land? Fotografia, attori, colonna sonora? Profondità e intensità dei personaggi? E’ molto difficile scegliere, La La Land è perfetto su tutti i fronti. E ciò non dipende così tanto dalle proprie preferenze: si potrebbe odiare il genere al quale La La Land appartiene (musical, romantico, etc.) ma non riuscire ugualmente a stroncarlo. Sicuramente la colonna sonora di La La Land è impacchettata così perfettamente da non poter ricevere critiche, ricorrono City Of Stars ed il pezzo che Sebastian suona all’inizio e alla fine del film, anche se il film trova probabilmente il suo massimo nella scena dell’audizione con The Fools Who Dream, cantata dalla stessa Emma Stone. 

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Here’s to the ones who dream
Foolish as they may seem
Here’s to the hearts that ache
Here’s to the mess we make
(The Fools Who Dream)
La La Land potrebbe essere un musical, ma non lo è davvero. E’ un film ibrido in cui le canzoni ed i balli non vanno a formare il musical ma qualcosa di nuovo, in un intreccio che tende al capolavoro. La storia non è nuova, le ambientazioni nemmeno, ricordano alcuni film di Woody Allen ed anche la trama è simile a quella dell’ultimo Cafè Society. Ma questa raffinatezza americana, intelligente, Damien Chazelle sembra l’unico attualmente a saperla maneggiare senza incorrere in nessun errore. Il panorama di Los Angeles, le inquadrature, gli abiti anni ’50, le realtà immaginate, rendono La La Land un gioiello e non il solito il film romantico/d’autore/raffinato dimenticabile in quattro settimane, i due protagonisti, Emma Stone e Ryan Gosling, sono incastonati nel film in maniera perfetta. Ryan Gosling è un attore che apprezzo in particolar modo e che compare nei film spesso in un ruolo di cane ferito che si ripete, ma ancor più straordinaria in La La Land è l’interpretazione di Emma Stone, racchiudendo in sé l’attrice nell’attrice. Un accorgimento che era anche in un altro film recente, Birdman del messicano Inarritu, in cui Michael Keaton interpretava un attore decaduto dedito alla realizzazione di un film nel film, ed Emma Stone faceva da ciliegina sulla torta nella scena finale, tant’è che ebbe diversi premi e una nomination all’Oscar per l’interpretazione.

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“E’ orribile.” dicono Mia e Sebastian di fronte al panorama.

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Mia:”Non è strano che continuiamo a incontrarci?”
Sebastian: “Forse vuol dire qualcosa.”
Mia: “Non penso.”
Sebastian: “Sì, in effetti.”

La realtà della storia: in contrapposizione agli scenari meravigliosi, la storia tra Mia e Sebastian non è fuori dall’ordinario come sembra, né il grande amore per il quale vuole essere venduta. Fin dall’inizio, i due sembrano non piacersi, è solo il caso che continua a farli incontrare. Mia sembra attratta dall’aspetto di Sebastian e si comporta come se l’avesse puntato, ma i due non hanno molto in comune (Te lo dirò subito: io odio il jazz”, dice Mia al primo appuntamento). Ciò che li accomuna è il fatto di avere entrambi dei sogni da realizzare ed inciampano nella vita l’uno dell’altra in un momento di stasi per entrambi. Quattro stagioni scandiscono come atti il film, in una storia che dura solo un anno, seguendo appunto, volendo essere banali, le cosiddette stagioni dell’amore: quante storie durano solo un anno, seguendo le sensazioni offerte dalle belle giornate? Nella sua descrizione spietata e al contempo romantica, la storia di Mia e Sebastian acquista valore, trasformandosi da un’ordinaria relazione di un anno a qualcosa che è di un impatto visivo straordinario. La banalità della storia tra Mia e Sebastian è messa da parte dalla fotografia, ma viene puntata l’attenzione sulla realtà dei personaggi nei dialoghi, in alcuni contenuti evidenti. In estate già compaiono le prime increspature nella coppia, le primi liti. Quando le situazioni “cambiano” (Sebastian ha un buon contratto di lavoro ed è poco presente ormai, in tour con una pop band), nascono i primi veri conflitti. “Ti amerò per sempre”, dicono quando in estate si stanno già lasciando. Mia è stata richiamata dopo un provino, e molto probabilmente andrà in Francia per un film, il primo importante della sua carriera. Alle immagini poetiche si contrappone la concretezza della storia, nessuno dei due rinuncia a niente per l’altro, seguendo un modello molto americano, in cui al primo posto viene la realizzazione personale e non l’amore. Mia non segue Sebastian in tournée, lui non può andare alla prima del monologo di Mia a causa degli impegni di lavoro. D’altronde già i presagi iniziali lasciavano intendere che le cose non sarebbero perfette come il luogo spettacolare che faceva da cornice alla storia. Ma nell’immaginario di Mia e Sebastian, e del regista, la loro relazione acquista un valore inestimabile, al punto da essere ricordata a lungo, probabilmente perché legata ad un punto di svolta delle loro vite.

In sintesi, La La Land è davvero bellissimo, in ogni suo aspetto. Un film ricco, ma senza mai appesantire.

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Altri film con Emma Stone: Crazy Stupid Love e Gangster Squad, con Ryan Gosling, le commedie americane La rivolta delle ex ed Easy Girl, i comic movie The Amazing Spider Man 1 e 2. Emma Stone trova la sua migliore collocazione in film come Birdman e La La Land. Era anche in The Help, e Irrational Man e Magic in the Moonlight di Woody Allen.

Ryan Gosling and Emma Stone having fun in "La La Land"

Ryan Gosling: abbandonato in Blue Valentine, in Come un tuono, in La la land. Triste e solo in Lars e una ragazza tutta sua. Un duro dal cuore tenero, un bravo ragazzo che non piange, dotato di dignità e rassegnazione. Altri suoi film, ancora: Le pagine della nostra vita, Love & Secrets, Drive, Le idi di marzo, Solo Dio perdona, La Grande Scommessa.

 

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L’unica canzone passabile di Sanremo 2017

Se siamo ancora qui vuol dire che un motivo c’è
Lascia qualcosa tra le braccia, non questa distanza che mi sputi in faccia
Se siamo ancora qui ad imparare come illuderci, a preoccuparci della verità
Vedrai che poi il tempo non ci tradirà
Sotto un vento di libeccio che dall’Africa soffia lieve su di noi la sua sabbia
Lo so che riusciremo a dare ancora un nome a tutte le paure che ci fan tremare
E troveremo il nome per dimenticare la noia, l’abitudine, la delusione
Vedrai che i desideri si riaccenderanno e costruiremo il luogo in cui poi vivranno
Perché noi siamo l’unica benedizione, l’unica tragedia, l’unica ambizione

Se siamo ancora qui ad ignorare le difficoltà, impareremo anche a comprendere
Che esiste un buon motivo per insistere
Sotto un vento di libeccio che dall’Africa soffia lieve su di noi la sua sabbia
Vedrai che riusciremo a dare ancora un nome a tutte le paure che ci fan tremare
E troveremo il nome per dimenticare la noia, l’abitudine, la delusione
Vedrai che i desideri si riaccenderanno e costruiremo il luogo in cui poi vivranno
Perché noi siamo l’unica benedizione, l’unica tragedia, l’unica ambizione

Dovremo solo ricominciare a respirare, a navigare
Dovrai soltanto dimenticare la noia, il vuoto, la perfezione

Vedrai che riusciremo a dare ancora un nome a tutte le paure che ci fan tremare
E troveremo il nome per dimenticare la noia, l’abitudine, la delusione
Vedrai che i desideri si riaccenderanno e costruiremo il luogo in cui poi vivranno
Perché noi siamo l’unica benedizione, l’unica tragedia, l’unica ambizione

(Samuel – Vedrai)

Your Name, il nuovo film di Makoto Shinkai nelle sale italiane

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Proiettato in Italia come evento speciale solo il 23-24-25 gennaio e poi in replica il 31 gennaio e 1 febbraio, Your Name è l’ultimo film di Makoto Shinkai. Giovane promessa dell’animazione giapponese, Makoto Shinkai è senza alcun dubbio uno dei miei registi preferiti, anche se quando viene definito come il nuovo Miyazaki sono tra le prime a pensare che sia un’esagerazione. Innanzitutto, con Miyazaki, Makoto Shinkai centra ben poco. I suoi lavori non sono intrisi di significati, tradizioni e scenari traboccanti di immagini come troviamo in capolavori del tipo La città incantata, Il castello errante di Howl, Principessa Mononoke. Accostare Shinkai a Miyazaki è come voler paragonare Monet a Caravaggio. Non centrano nulla. E sono anche, inevitabilmente, su livelli diversi. Ma se confrontiamo i film di Makoto Shinkai con altri lavori dello Studio Ghibli, come La collina dei papaveri di Goro Miyazaki (il figlio di Miyazaki), Arrietty, I racconti di Terramare, allora ci rendiamo conto che Makoto Shinkai non può passare inosservato e che rappresenta “il meglio” che l’animazione giapponese può offrirci, volendo discostarsi dalle vie già tracciate. Makoto Shinkai è però il meglio “in potenza” e non di diritto, gli ultimi suoi lavori, Il Giardino delle Parole e Your Name, non sono esenti da difetti, pur lasciando senza parole per quanto essi siano avanti dal punto di vista delle animazioni, dei fondali e delle idee. Già quando uscì “Voices of Distant Star” nel 2002, il suo primo lavoro realizzato con pochissimi mezzi, acerbo, pieno di difetti, il talento di Shinkai non passò inosservato. Il giovane regista, che all’epoca non aveva neanche trent’anni, espose già in quel primo OAV tutte le sue idee che poi furono sviscerate e raffinate nei film successivi: su tutti 5 cm per second, l’unico vero capolavoro che gli si possa attribuire, esente da sbavature, dalle insufficienze di un regista così complesso da risultare in effetti più di una volta confusionario, e che invece di avviarsi alla maturità negli anni sembra ritornare indietro, percorrendo forse anche qualche scorciatoia commerciale.
La distanza è uno dei temi ricorrenti di Makoto Shinkai. Egli è inevitabilmente un regista di indole romantica, ossessionato dal tema della distanza, dai cieli ampissimi e ricchi di dettagli sempre diversi, e dalle stelle. In Your Name questi concetti ritornano tutti. E’ il proseguimento di un discorso che per Shinkai non era stato sufficientemente approfondito in Voices of distant star, Beyond the clouds e 5 cm per second (in cui a mio avviso raggiunge il massimo, e da qui in poi può solo ritornare indietro) ma anche in Viaggio verso Agharta, e che egli continua a fare, come inceppato sempre sullo stesso sogno ossessivo e ricorrente. Egli lo coniuga ancora una volta, in un film visivamente ancor più straordinario ma dotato di un taglio meno sottile, una sceneggiatura più veloce, adatta al grande pubblico (anche molto giovane) nella quale però sfuggono in continuazione, irrequieti, i dettagli che fanno la differenza tra un film romantico meramente commerciale e il capolavoro. Così il capolavoro risulta imbrigliato in una sceneggiatura a tratti infantile e che va avanti troppo spesso ripetendo la stessa cosa, impiastricciato in una trama vistosa e un po’ stucchevole. Il film, che dura 107 minuti, è troppo lungo (nella necessità di dispiegare una trama che altrimente non sarebbe riuscita ad avere senso: ma sarebbe stata preferibile se lasciata con un certo fascino di storia incompiuta), forse per la paura dell’autore di non incorrere nell’errore del Giardino delle parole, che risultava, al contrario, troppo corto (46 minuti).
Le uniche cose in cui Makoto Shinkai va qui veramente avanti, sono i fondali e le animazioni, che risultano, film dopo film, sempre più straordinari. La luminosità dell’acqua, il fascino dei luoghi, la piccola cittadina di montagna di Itomori in cui vive Mitsuha.

Il lago di Itomori sul quale il paese si affaccia è ispirato al lago Suwa (prefettura di Nagano), ma prendeva in realtà come primo modello il lago Matsubara della città di Koumi, 5700 abitanti, paese di origine di Makoto Shinkai.

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Il paese di Itomori nel film

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Il lago Suwa, nella prefettura di Nagano

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Itomori mi ha ricordato il piccolo paese in cui era ambientato Higurashi no naku koro ni, ma il luogo in cui si svolge la scena finale, sulle montagne alle spalle di Itomori, ricorda inevitabilmente il finale del Castello Errante di Howl. Seppur diversi essi sono dei luoghi che rappresentano “il mondo interiore” dei personaggi, in cui il tempo appare immobile ed è possibile riflettere. In questo forse si accomunano Miyazaki e Shinkai: le loro ambientazioni sono così vive da dare la sensazione di esserci già stati, non solo nel film, ma nella realtà. Le strade di campagna di Beyond the clouds e le sue nuvole, la scuola di Voices of Distant Star, i petali di ciliegio ed i passaggi a livello di 5 cm per second, i suoi treni, ed infine anche il paese di Itomori, sono luoghi dove io sono stata e che mi appartengono, come un lungo sogno che ho fatto più volte per anni e che alla fine Shinkai ha messo in un film. In questo Shinkai è incredibilmente moderno, rappresentazione del fascino di una generazione straziata dalla distanza, straziata da cieli straordinari che si accostano al malessere dei telefoni cellulari, di strade vorticose, ripiegati su se stessi in un “non essere”. La protagonista di Your Name, Mitsuha, residente a Itomori, vive una vita che è il contrario di quella di Taki, un ragazzo di Tokyo. Mitsuha è chiusa in un paese di 1500 abitanti in cui non esiste nemmeno una caffetteria, dedita – per costrizione della nonna – all’arte dell’intreccio. Si intrecciano così i fili del destino, in uno scambio tra i due ragazzi che avviene con una modalità simile a quella del sogno, ma che lascia effetti visibili nella realtà. Senza averlo deciso, almeno due o tre volte a settimana, Mitsuha si sveglia nel corpo di Taki, a Tokyo, e Taki nel corpo di Mitsuha.

Come dicevo, questa è solo una diversa coniugazione di 5 cm per second, un’allegoria di una storia che avrebbe potuto esistere anche privata dell’elemento fantastico, e di come Shinkai giri intorno “sempre alla stessa cosa”. Shinkai si tradisce, quando parla di “amici virtuali”, e di come i due si lasciassero in continuazione messaggi sul cellulare pur non potendo mai vedersi. Gli amici di Taki prendono in giro Taki quando lo accompagnano alla ricerca di Mitsuha, di cui il ragazzo in effetti non sa niente. Per Taki e Mitshua è come se si fossero scambiati le loro vite, pur non sapendo niente l’uno dell’altro, qualcosa di tipico quando la distanza ed il tempo separano due persone e c’è solo il racconto di una vita immaginata, che si vive momento per momento, ma resta distante. Anche in 5 cm per second c’era questo, e in Voices of distant star anche: i continui messaggi attraverso il cellulare di due persone che non potevano mai incontrarsi. Come in 5 cm per second, si ripresenta la consapevolezza che la vita debba scorrere in un modo giusto (Taki ha un appuntamento con una ragazza che gli piace, nella sua stessa città, appuntamento organizzato da Mitsuha, nonostante ne scateni la sua tristezza e gelosia) e contemporaneamente l’impossibilità di metterla in pratica, a causa di un legame con una persona lontana che mantiene in un limbo in cui non accade nulla. Il finale di 5 cm per second e Your Name si assomigliano, con una differenza però sostanziale: mentre in 5 cm per second i due protagonisti sembrano continuare a perdersi per tutta la vita, Your name rappresenta una versione spensierata e felice del problema della perdita (seppur un malessere di fondo accompagni sempre un film ricco di elementi divertenti); nel finale i due si riconoscono incrociandosi mentre camminavano in direzioni opposte.
Ci sarebbe ancora molto da dire. Come in Voices of distant star (e non  in 5 cm per second), in Your Name le linee temporali dei due personaggi sono sfalsate: egli vivono e si conoscono “a 3 anni di distanza”. Taki conosce la Mitsuha di 3 anni prima, come se a separarli non fosse solo la presenza fisica, la diversità dei luoghi, ma anche il tempo. Ed inoltre, essi non riescono, quasi mai, a ricordare i loro nomi, da cui il titolo “Your name“.
Il regista giustifica queste scelte in un messaggio ai fan italiani all’inizio del film, dicendo che da qualche parte per tutti c’è una persona importante che dobbiamo ancora incontrare, e che spera che il film lasci in noi una sensazione di felicità. Ma sembra lui stesso ingarbugliarsi tra passato e futuro, nei tre anni indietro, nel portarci indietro e poi avanti, in continuazione, in mondi che ha creato e poi rubato (Itomori è ispirato al suo paese natale, Koumi), in qualcosa che abbiamo già incontrato. Forse l’amore per Shinkai è una sorta di déjà vu, un’appartenenza che non si recide mai, che esiste ancora prima di iniziare.

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Il lago Matsubara nei pressi di Koumi, paese di origine dell’autore

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l luogo della scena finale del Castello errante di Howl

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Una delle citazioni più abusate di sempre.

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In quel momento apparve la volpe.

Buongiorno – disse la volpe.
Buongiorno – rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
Sono qui, – disse la voce – sotto il melo…
Chi sei? – domandò il piccolo principe. – Sei molto carino…
Sono una volpe – disse la volpe.
Vieni a giocare con me – le propose il piccolo principe – sono cosi’ triste…
Non posso giocare con te – disse la volpe – non sono addomesticata.
Ah! Scusa – fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
Che cosa vuol dire “addomesticare”?
Non sei di queste parti, tu – disse la volpe – che cosa cerchi?
Cerco gli uomini – disse il piccolo principe.Che cosa vuol dire “addomesticare”?
Gli uomini – disse la volpe – hanno dei fucili e cacciano. E’ molto noioso! Allevano anche delle galline. E’ il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?
No – disse il piccolo principe. – Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “addomesticare”?
E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…
Creare dei legami?
Certo – disse la volpe. – Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.
Comincio a capire – disse il piccolo principe. – C’è un fiore… Credo che mi abbia addomesticato…
E’ possibile, disse la volpe. – Capita di tutto sulla Terra.
Oh! Non è sulla Terra – disse il piccolo principe.
La volpe sembro’ perplessa:
Su un altro pianeta?
Si.
– Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?
– No.
– Questo mi interessa! E delle galline?
– No.
– Non c’è niente di perfetto – sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
– La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio, perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sottoterra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai i capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano.

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
– Per favore, addomesticami – disse.

 

 

L’ultimo film di John Carney: Sing Street, l’amore e gli anni 80 a Dublino

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Sing Street è stato distribuito nelle sale italiane dal 9 novembre 2016 ma nella maggior parte di esse non è mai arrivato. Si tratta di uno di quei film che bisogna andare a cercare nei cinema di città o aspettare quei giorni in cui le multisale si dedicano al “cinema d’essai”, giorni che potrebbero collocarsi anche a molte settimane di distanza dalla data ufficiale d’uscita.

Il regista è John Carney, lo stesso di Once, un film del 2006 allo stesso modo non troppo capillarmente distribuito, ma che non è passato inosservato né nell’ambiente musicale né tra gli appassionati di cinema. Molto romantico, forse anche troppo, Once si distingueva dalle altre storie d’amore per il fatto che in esso non erano solo descritti dei sentimenti tra due persone, ma risultava centrale nell’intero film la musica (Premio Oscar come Miglior Canzone a Falling Slowly) e l’amore per essa. Lo stesso discorso, identico, vale per Sing Street.

Carney è irlandese e così come Once anche Sing Street è ambientato a Dublino. E’ principalmente la storia di due giovani adolescenti e del loro avvio verso l’età adulta, in Sing Street scorrono i loro problemi familiari, le difficoltà che incontrano nel mettere insieme una band, i sogni, il dover scontrarsi con una realtà limitante. L’Inghilterra dalle coste irlandesi è vista come un luogo lontano in cui le cose sono più semplici, in cui il mondo funziona e la scena musicale è vivissima, è un’America più avvicinabile, basta solo attraversare un breve tratto di mare. Ad avere, però, i soldi per viaggiare.

Presentato quasi un anno fa al Sundance Festival 2016, di Sing Street più che la storia è interessante il modo in cui essa è raccontata: ibrido tra un musical e un film d’amore adolescenziale, il film è fatto quasi solo di canzoni, di immagini caramellate e un po’ ribelli, in pratica di videoclip. Videoclip che nascono dalla fervida fantasia del protagonista, Cosmo, e della sua band. Hanno una ragazza, Raphina (che intreccerà una strana forma di amore/amicizia con Cosmo), che fa da loro musa ispiratrice, ma da dietro le quinte è il fratello maggiore di Cosmo a indirizzarli nel verso giusto. La cultura musicale di Cosmo adolescente cresce rapidamente, tra Bowie, Cure, Duran Duran, progressive rock, Genesis. Onnivori e giovanissimi, i ragazzi della band di Cosmo miscelano i diversi generi, le diverse influenze, elevandosi, almeno ideologicamente, a qualcosa di meglio del contesto degradato in cui versano. In effetti non è ben esplorato quanto fossero bravi tecnicamente, ma ciò che si evince ed è importante è la loro capacità di immaginare e di unire elementi differenti cavalcando le mode dell’epoca. Questo sempre, sia ben chiaro, con la purezza dei quindici anni. La figura di Raphina, il cui sogno è di fare la modella e che si lascia abbindolare da quattro ragazzini che la chiamano per un videoclip (e ciò rivela quanto lei fosse in realtà ingenua, piuttosto che una vera modella) è in qualche senso determinante sia per la band che per lo stesso film. Così come colora i loro videoclip – al punto che non varrebbero niente senza di lei – così Raphina colora anche Sing Street, avvolta dalla brezza marina, dalle atmosfere indie e dai capelli cotonati.

L’impressione è quella di trovarsi davanti a un film di quelli che fanno dire “ehi, questo film è veramente, ma veramente buono”, se non fosse che contiene in sé tutta quel candore dei quindici anni non sempre digeribile in età adulta. Sing Street potrebbe finire per risultare come uno dei tanti film adolescenziali disponibili in cassetta, ma non lo fa proprio grazie a questa sua estetica indipendente e questa colonna sonora meno convenzionale del solito, piena di anni 80, fatta di Cure, Duran Duran, Hall & Oates, Spandau Ballet ed altre band che rendono la pellicola senza dubbio più ricercata, e che riesce a mascherare bene alcuni buchi nella caratterizzazione dei personaggi (buchi presenti, purtroppo, anche in Once); in sintesi Sing Street non snatura il vero e sincero obiettivo di una storia di questo tipo, cioè quello di far passare un paio d’ore altrove, con belle immagini e una bella OST.

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  1. Rock N Roll Is A Risk (Dialogue) – Jack Reynor
  2. Stay CleanMotörhead
  3. The Riddle Of The Model – Sing Street
  4. RioDuran Duran
  5. Up – Sing Street
  6. To Find You – Sing Street
  7. Town Called MaliceThe Jam
  8. In Between DaysThe Cure
  9. A Beautiful Sea – Sing Street
  10. ManeaterHall & Oates
  11. Steppin’ OutJoe Jackson
  12. Drive It Like You Stole It – Sing Street
  13. Up (Bedroom Mix) – Sing Street
  14. Pop Muzik – M
  15. Girls – Sing Street
  16. Brown Shoes – Sing Street
  17. Go NowAdam Levine

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Il concerto di capodanno con l’omaggio a Mango. Purtroppo.

Per averti pagherei un milione e anche più, anche l’ultima Marlboro darei perché tu sei oro, oro, oro. Un diamante per un sì, oro, oro, oro, oro, per averti così, distesa e pura: ma tu ci stai. Perché accetti e ci stai? E così tu cadi giù, io non ti voglio già più, inaccessibile non sei, non con gli dei, tu sei senza dei. Oro, oro, oro, quanto oro ti darei, oro, oro, oro, per averti così, distesa, pura, ma tu ci stai, perché accetti e ci stai?
Perché non ti elevi su di noi e resti lì, celeste così?
Io ti vorrei immune dal sesso, perché ti daresti anche adesso.

Paramnesia

paramnesia, ovvero un ricordo errato o inesatto ed impropriamente localizzato nella dimensione spazio-temporale.

3. Teoria attenzionale. Una interruzione (un “black out” o un “reset“) nella continuità dell’attenzione causerebbe un riprocessamento dell’informazione. L’interruzione ne avrebbe fatto dimenticare la presenza e non è consapevole; la percezione – o meglio la sensazione della percezione – invece permarrebbe attraverso un altro canale non cosciente. Da qui la sensazione di familiarità (“l’ho già visto un attimo prima”).

4. Teorie amnestiche. All’interno del campo di attenzione ci sarebbe un elemento appartenente a un ricordo realmente memorizzato (e probabilmente avvenuto); questo elemento però, a causa di un errore di memoria per cui non si riesce a richiamare anche il contesto complessivo, sarebbe sufficiente a richiamare la sensazione di familiarità (“c’è qualcosa in questa situazione che mi ricorda… no, ho già vissuto questo giorno/situazione”).

Passengers nei cinema, l’ultimo film con Jennifer Lawrence e Chris Pratt

L’amore unico trionfa benissimo in assenza di possibilità di scelta

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Un po’ di cinismo su un film che vorrebbe essere romantico, ma che rivela come l’amore trionfi benissimo in assenza di scelta. Si tratta di Passengers, l’ultimo film con Jennifer Lawrence e Chris Pratt. Il regista è norvegese, il suo nome è Morten Tyldum e nel 2014 ha vinto l’Oscar con The Imitation Game (miglior sceneggiatura non originale), che narrava la storia vera del matematico Alan Turing durante la seconda guerra mondiale e la ricerca del modo per decriptare il famoso codice Enigma usato nelle comunicazioni tedesche.
Con solo poche pellicole all’attivo, Morten Tyldum si cimenta adesso con lo sci-fi, creando una singolare unione tra la freddezza dello spazio e i sentimenti umani. Le asettiche ambientazioni dell’astronave Avalon, premio originalità per il nome, in cui è ambientato l’intero film, non sono malissimo e Jennifer Lawrence e Chris Pratt funzionano in modo palese da acchiappa pubblico, fin troppo. In Passengers i passeggeri sono due, e non essendoci altre possibilità di richiamo, questa carta il regista se l’è giocata abbastanza bene, puntando su due ottimi attori “del futuro”: sono facce da sci-fi per forza, Jennifer Lawrence è Mystica per tre volte negli X-Men e protagonista della saga Hunger Games, anche se alterna questi ruoli con personaggi più di nicchia come quelli dei film di David O.Russell (Il Lato Positivo, American Hustle, Joy). Chris Pratt anche, con il suo faccino pulito, con un po’ di episodi di telefilm all’attivo (Everwood, Parks and Recreation), è diventato un volto molto più noto con film commercialoni come Jurassic World e I Guardiani della Galassia. Un’unione perfetta insomma. In Passengers Aurora e Jim sono bloccati su di un’astronave in un viaggio lungo 120 anni verso un pianeta nuovo, Homestead II, insieme ad altre migliaia di persone. Aurora e Jim, però, si sono svegliati dopo appena 30 anni dall’ibernazione a causa di un errore del sistema e restano loro altri 90 anni di viaggio senza la possibilità di ibernarsi ancora, in pratica consumeranno la loro intera vita senza mai giungere a destinazione. Si tratta di un buon soggetto, anche se con qualche peccato originale, cioè l’essere in fondo decisamente scarno; risulta così difficile reggere un intero film con quest’unica idea al punto da dividerlo solo in due possibilità: o il capolavoro o il film di cassetta evitabilissimo. Purtroppo Passengers risulta essere la seconda, non riuscendo mai a raggiungere una in qualche modo ricercata profondità e rimanendo sempre incentrato per tutte e due le ore su di una storia d’amore sviluppata a suon di cliché (“Ti fidi di me?”, anelli con brillanti soap opera, etc.), come se ci trovassimo di fronte ad un Titanic siderale, ma senza l’intensità ed il budget di James Cameron.
Il film inizia con una certa serietà e fermezza, ma ci si rende conto presto, ancora prima di metà, della vera natura del film; le scene sono un crescendo di amore, sesso e ridicolo, e nonostante i riferimenti colti e ossequiosi a  Kubrick (non solo la freddezza di 2001: Odissea nello spazio ma anche la scena con il barman-androide che ricorda inevitabilmente quella di Shining), Passengers diventa un 50 Sfumature di Spazio che non ha più alcuna possibilità di ripresa nonostante qualche barbosa scena d’avaria della nave che serve solo ad allungare il brodo in modo “action”. Passengers risulta così uno sci-fi per donne, in cui lo spazio diventa fatto di stelle e stelline e in cui sembra impossibile annoiarsi per una vita intera quando c’è l’amore. Volendo chiedersi dunque quale sia lo scopo del film, che appare nascere almeno in principio da un’idea pura, da un sogno poi però sviluppato in modo leggero (e ripeto, peccato), si può di poco dubitare che lo scopo risulti commerciale ed atto a soddisfare coppie sentimentali che vanno al cinema insieme, in cui lui può vedere un film di fantascienza e lei, che non ama la fantascienza, grazie al lato romantico e all’iconica presenza di Jennifer Lawrence (sostenitrice delle donne dichiarata), è disposta ad accompagnarlo. Oppure al contrario, è lui che accompagna lei, sempre sperando che lui non abbia letto la trama del film. Insomma, si accompagnano a vicenda, andando a vedere un film che non piace a nessuno.

Le tematiche di riflessione nella storia  ci sono e sono molte, ma sono esposte purtroppo attraverso personaggi senza spessore: Aurora è una giornalista in viaggio verso nuovo pianeta nella speranza di scrivere qualcosa di interessante che possa farla uscire dall’ombra del padre, e Jim, ingegnere meccanico senza troppa mente o troppe pretese, o perlomeno pretese non indagate. Le domande da porsi e alle quali Jim e Aurora ci rispondono, sono almeno due:

1) E’ giusto rinunciare al proprio pianeta in cambio di un futuro nuovo ma incerto, raggiungibile solo dopo 120 anni di ibernazione (equivalente alla “morte” nel proprio mondo di origine)? Risposta: La risposta è ovviamente no, visto che l’astronave va in avaria dopo nemmeno trent’anni, e se non fosse stato per un po’ di fortuna non si sarebbe salvato nessuno. Infatti i due si fanno furbi e non ci tornano in ibernazione, pensando sia meglio passare una vita a fare sesso da soli, cioè in due.

2) E’ possibile vivere in un’astronave tutta la vita in compagnia di una persona sola? Risposta: Beh, sicuramente possibilità di tradimento non ce ne sono. E neanche possibilità di alternative pratiche, vista l’inaffidabilità dell’astronave, quindi l’amore vince benissimo quando è l’unica soluzione possibile.

E questo dovrebbe dirla lunga sul fatto di come il romanticismo in questa storia sia fuori luogo e incapace di emozionare, poiché legato a logiche di sopravvivenza e convenienza, e non alla libera scelta.

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Ricetta per creare dei topi

Lascia una camicia sporca o degli stracci in un contenitore, come una pentola o un barile, aperto contenente alcuni chicchi di grano o mangime e in 21 giorni appariranno dei topi. Vi saranno esemplari maschi e femmine adulti e in grado di accoppiarsi e riprodurre altri topi.

(Sull’origine della vita, Jean Baptiste van Helmond, XVII secolo)