Crash e il feticismo per gli incidenti stradali: vi sfido a trovare una cosa più malata di questa.

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crash-cronenberg

Di film malati ne ho visti parecchi, ma questo credo sia quello che vince proprio la palma. E’ incentrato sul feticismo degli incidenti stradali. Ok, direte voi, perché scandalizzarsi? In fondo ne abbiamo sentite, negli anni, di cotte e di crude: ci sono addirittura persone che amano leccare le maniglie, a quanto pare. Ma il feticismo degli incidenti stradali a mio parere è un po’ più complesso.

Il film, Crash (ora capite meglio il titolo, in mezzo a tante pellicole omonime?) è tratto da un libro del famoso J.G.Ballard, che in effetti non ha mai brillato in quanto a spensieratezza di contenuti. Per chi non lo conoscesse, Ballard è un autore di fantascienza che ha scritto diversi libri anche più o meno recenti, come Super Cannes (2000). Io, personalmente, di Ballard ne ho letto solo uno: il brevissimo Gioco di bambini, comprato al Libraccio ad un prezzo affare.

Una caratteristica degli autori di fantascienza, si sa, è quella di anticipare il futuro (è l’uomo a modellare la sua evoluzione seguendo la sua immaginazione, nel corso degli anni) e purtroppo Ballard, con le sue descrizioni asettiche e personaggi privi di sentimenti, un po’ mostra sul serio un tipo di società verso la quale stiamo andando. Perciò,anche il feticismo degli incidenti stradali potrebbe essere una mezza realtà. Di fatto, non è così difficile prendere delle fissazioni, così come venir coinvolti da quelle di altri: quello che succede alla coppia di protagonisti di Crash.

Ballard, che ha scritto il libro nel 1973, pare abbia preso un po’ le distanze dal film, affermando che i personaggi di Cronenberg sono più coinvolti in tale psicosi sessuale rispetto alle descrizioni nel suo libro, in cui voleva far risultare che fossero più che altro delle vittime di un fenomeno sfuggito al loro controllo.

Beh, io direi che comunque il libro di Ballard non lo leggerò, e la mia esperienza col feticismo degli incidenti stradali finirà qui, quindi torniamo a parlare del film.

Ad aprire la storia è una coppia: un regista (il suo nome è proprio Ballard), e sua moglie, i quali hanno una relazione aperta e per tenere vivo il rapporto si raccontano le reciproche esperienze con altre persone. E fin qui, non molto di nuovo in quanto a perversioni.

Tutto però cambia quando Ballard viene coinvolto in un incidente stradale e conosce uno strano individuo, Vaughan, che ha la passione di ricreare incidenti stradali famosi avvalendosi di stuntman. Tra gli altri personaggi del film, c’è anche una ragazza che vive con lui (insieme alla moglie) abbigliata in modo sexy e che presenta delle vistose protesi alle gambe.

Inizia così per la coppia Ballard-moglie un crescendo di perversioni assurde, quali la masturbazione in gruppo vedendo video di incidenti stradali, le protesi sono viste come feticci erotici e molti altri strani interessi.

Perché, ci si chiederebbe.
La risposta è che, secondo Vaughan, quando avviene un incidente stradale l’energia sessuale delle persone morte viene trasferita a quelli che restano in vita.

Ad un certo punto si parla anche di Camus (morto in un incidente nel 1960, la sua macchina era Facel Vega FV3B
) e di James Dean (morto nel 1955 mentre era al volante della sua  Porsche 550 Spyder), di cui Vaughan vorrebbe ricreare le dinamiche dell’incidente.

Nel film non ci si fa mancare niente e c’è anche qualche scena omosessuale, tatuaggi a tema incidenti stradali e gran finale con inseguimento in auto e sesso post incidente con macchina in fiamme. Un’altra perversione è ovviamente andare in un cimitero di auto incidentate di notte.

Sicuramente un ottimo film da vedere – neanche a volerlo fare apposta – nello stesso giorno dell’incidente sull’autostrada per Bologna.

Di cattivissimo gusto insomma, e per stomaci forti, ma meritevole d’esser visto per la sua atipicità.

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Vari film su Mymovies: Easy, Love&Secrets, Hysteria, I 400 Colpi, The Story of Film

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La mia esperienza con Mymovies

Vodafone continua a regalarmi cose nella speranza che non cambi gestore: Infinity, Mymovies, Now TV, quindi adesso dopo Infinity vi parlo di Mymovies, prima che i film che ho visto negli ultimi giorni si perdano nel nulla dimenticati per sempre.

Purtroppo ci sono poche cose che mi mandano più in tilt della scelta fra cose simili: di Love & Secrets avevo scritto delle righe di commento due volte, e non sapendo cosa scegliere, ho rimandato la pubblicazione di questo post per mesi. Direte voi: “e che ce ne frega? non ce ne siamo neanche accorti”. Eh, avete ragione, ma a me non piace che il numero delle bozze cresca a dismisura. Anche se è un processo inevitabile, specie quando avete questa maledetta abitudine di voler scrivere e memorizzare sempre quello che vi accade o vi viene in mente, processo/perversione che rischierebbe di andare a discapito della vita vera, se non fosse che la vita vera reclama sempre il suo spazio (col cavolo che si possa star seduti per giorni a scrivere senza far nient’altro). Piccolo sfogo a parte – che poi in questo mondo reale converrebbe sempre mantenersi il più impersonali possibili e io ormai da un po’ non lo faccio – veniamo a Mymovies e ai film, che sono l’unica cosa interessante di questo sito.

Mymovies è migliore di Infinity: i titoli sono veramente belli, nonostante non siano presenti poi in gran numero. Ma quelli che ci sono, sono decisamente meno commerciali dei film di Infinity.

Il primo che ho visto è stato Easy. Mi capita davanti proprio dopo che mi è stato consigliato e lo vedo subito. Film italiano su un quasi handicappato che deve partire per l’Est Europa con l’intento di consegnare una salma ai suoi familiari. La pellicola è del 2017 e non sembra di gusto italiano, indubbiamente originale, trasuda malessere nei suoi 90 minuti fatti di molti silenzi, senza però riuscire ad appassionare. Easy vuole parlare senza parlare, il tutto per immagini, mostrando una storia decisamente triste.

easy

Love & Secrets

locandina

Cerco allora qualcosa di più leggero, e mi imbatto in Love & Secrets che credo una commedia sentimentale con Ryan Gosling. Anche questo volevo vederlo da un po’, come tutti i film di Ryan Gosling da un po’ di anni a questa parte (finiti quelli con Johnny Depp e Jim Carrey, dovevo passare a qualcun’altro). Love & Secrets parte come un film romantico indie – davvero indie – strepitoso, ma si trasforma progressivamente in uno psycho thriller alla Gone Girl. Per la serie “non sposate miliardari che sembrano perfetti”, è ispirato a degli avvenimenti davvero accaduti intorno al 1982 in America. Robert Dust ha ucciso un po’ di persone e a quanto leggo dalla sparizione della moglie ad oggi è stato spesso a piede libero, cavandosela in 2 o 3 processi. La moglie è interpretata da Kirsten Dunst.
Sebbene questo film non spicchi in originalità nella trama – ce ne sono molti, di simili a questo – ha diversi pregi:

1) Fascino e atmosfere indie
2) Tiene benissimo la tensione
3) E’ ispirato a fatti reali.

Quindi vi invito a preferirlo rispetto a qualche fiction televisiva a caso, tipo Carabinieri.

Davvero bello, del 2010.

Hysteria

hysteria

Quando questo film uscì, nel 2011, ne rimasi davvero colpita: mai film con una trama così bizzarra ed un genere tanto difficile avevo visto distribuito nelle sale. Credo che sia più facile recensire un porno, o scandalizzarsi meno di fronte alla volgarità di commedie americane alla American Pie. Hysteria affianca il perbenismo inglese a riflessioni morali e questioni d’emancipazione sociale, in un mix complicato. Commedia? Commedia romantica? Film intelligente? Hysteria fa arrossire un po’, narrando la storia dell’invenzione del vibratore, in un modo leggero e assolutamente non pornografico ma da far venire i brividi. Ne parla in senso quasi medico, infatti il protagonista è un medico della fine del 1800 che, deluso dai metodi antiquati che adottava la medicina dell’epoca (molti dei suoi colleghi non ritenevano neanche opportuno lavarsi le mani, la conoscenza dei batteri e della loro diffusione era scarsissima), decide di lavorare in uno studio privato dove viene curata l’isteria femminile, con metodi però alquanto ambigui (pur negando che la cosa sia in qualche modo legata al piacere sessuale). Anche l’isteria, “malattia non malattia”  che riguardava fondamentalmente ricche signore annoiate, non aveva un’univoca cura, e ognuno faceva un po’ a modo suo. In mezzo a questioni morali sull’utilità della professione di medico, e se su sia meglio salvare davvero delle vite o arricchirsi in uno studio privato in mezzo a signore che non hanno alcun reale problema, se non molta insoddisfazione sessuale e qualche ansia psicologica, alla fine il giovane medico – che non ne può più di crampi alla mano e polsi bloccati a causa delle terapie – decide di velocizzare il suo lavoro con l’invenzione del vibratore. Sullo sfondo, la storia con la figlia del medico con cui lavora, di cui s’innamora per la perfezione di comportamenti e per la castità. Si tratta infatti di una fanciulla che rispetta tutti i canoni della bellezza inglese. La ragazza ha una sorella – che è tutto il contrario di lei – che lavora in un ricovero per poveri, istintiva e passionale e dal rapporto conflittuale col padre, che non accetta l’impegno nel sociale della figlia.

Insomma, il film punta attenzione sulla scarsa conoscenza della sessualità femminile dei tempi (addirittura, si credeva che le donne non potessero neanche godere). Un film che fa vergognare – non si sa se più per il fatto che un tempo si vivesse così – o per il fatto che riesce a sbatterti tutte queste verità in modo così irriverente, e che è allo stesso tempo senza troppe pretese, se non quella di far divertire lo spettatore e un po’ stuzzicarlo.

La regista è Tanya Wexler, laureata in psicologia dei generi sessuali.

A chi consigliare questo film? Eh non lo so. A chi è in cerca di qualcosa di strano, veramente strano e un po’ imbarazzante.

Truffaut – I quattrocento colpi

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La storia di un bambino, Antoine, che viene continuamente sgridato dai genitori e non è molto bravo a scuola. Antoine decide di scappare. Per compensare una lacuna sul grande Truffaut, mi ritrovo a vedere questo film d’altri tempi tanto interessante quanto lento e un po’ pesante da vedere. Rimangono in testa le musiche.

The Story of Film

story of film

15 episodi davvero ben fatti sulla storia del cinema. Nei primi episodi partono dall’invenzione della macchina da presa e sulle prime tecniche cinematografiche sperimentate: la corsa fantasma, il montaggio, il controcampo, il punctum (un dettaglio che rende “vera” la scena, come il planare di una falena mentre una ragazza di sera è intenta a scrivere seduta alla sua scrivania). Si parla di Florence Lawrence, la prima movie star, che si suicidò nel 1938 con del veleno, prima di lei gli attori erano degli sconosciuti e nessuno ricordava i loro nomi. Nei primi episodi s’insiste particolarmente su Il ladro di Bagdad, film considerato un capolavoro per la ricchezza delle scenografie.

Nasceva infatti in quel periodo Hollywood, una catena di produzione di sogni, una vera e propria industria: l’obiettivo di tutti era di fare soldi, ma nonostante questo pratico e volgare intento, si realizzavano meraviglie.

“La regia: una bugia per dire la verità. E’ l’arte di farci sentire come se fossimo lì.”

 

Tokyo Ghoul: un film sui disturbi alimentari + The Shape of Water

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tokyo ghoul

Tokyo Ghoul è come le elezioni, non sai per chi parteggiare. Ghoul? Esseri umani?
Piangono e vomitano tutto il tempo. Live action ispirato all’omonimo anime di 12 episodi, manga 14 volumi. Vi dirò: era da tempo che non vedevo un film COSI’ brutto. Se anche risulta molto più curato di altri live action visti (come quelli di Death Note e Nana), questo era visivamente disgustoso e la sceneggiatura completamente priva di modi per far interessare a ciò che sta succedendo. Piatto e orribile. Sala vuota con 5-6 uomini ed io l’unica ragazza presente. Scusate, ora devo andare a mettergli 1 su IMDB.

theshapeofwater

Un mix di E.T. ed Amelie.

La forma dell’acqua: un misto di E.T. ed Amélie che incalza preciso mostrando cose orrende con l’atmosfera di una fiaba. Disabilità, mostri con cui accoppiarsi e gatti sbranati. Uffici disorganizzati e cattivi maniaci (Micheal Shannon). Dita mozzate, amici gay e storie d’amore. La forma dell’acqua merita gli Oscar presi. Elisa Esposito (Sally Hawkins) ha un volto molto interessante, l’ambientazione, questo buio laboratorio, sembra uscito da un sogno di quelli che non fanno paura. Non credo sarà uno di quei film che mi cambieranno la vita, ma non si può dire che non sia originale e sopra la media. Regia di Guillermo del Toro (Hellboy, Crimson Peak).

The Place: un film oscuro, con un cast italiano

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the place bar

– Sei un mostro.
– Diciamo che do da mangiare ai mostri.

Non credevo in effetti sarei mai andata al cinema a vedere un film di Paolo Genovese (Immaturi, Tutta colpa di Freud). Il film è ambientato in The Place, un misterioso bar in cui un uomo senza nome, interpretato da Valerio Mastandrea (Notturno Bus, Il Caimano, Nine) incontra e parla per tutto il tempo con delle persone, annotando ogni volta il risultato delle loro conversazioni in un’agenda. Anche se non si comprende bene come queste persone siano giunte in The Place e da quest’uomo, perché non è spiegato, ciascuna di esse ha per lui una richiesta, che verrà esaudita se accetteranno di compiere alcune azioni che quest’uomo commissiona, pescandole apparentemente a caso dall’agenda. Il segnalibro posto lì in mezzo non pare in realtà mai muoversi e le azioni sembrano essere assegnate senza alcun filo logico. Nonostante l’uomo, Mastandrea, si limiti a parlare (o meglio ad ascoltare e a volte a fare domande), e non venga mai chiarita esplicitamente la sua figura, si tratta di un’ambigua incarnazione del diavolo; pur non influenzando mai davvero le persone e mantenendosi imparziale nei confronti delle cose, propone loro di attuare dei comportamenti quasi sempre riprovevoli.

L’uomo non rivela interesse nei confronti di ciò che accade o che propone, come se ne fosse abituato, né tantomeno mostra delle emozioni. E’ freddo, anche se tutto sommato pare triste e annoiato del suo lavoro. Quelli che propone sono quasi sempre atti orribili, come uccidere una bambina innocente, far lasciare una coppia, fare una rapina, mettere una bomba in un locale affollato. Le persone con cui Mastandrea parla reagiscono in modo diverso: alcune inizialmente rifiutano, altre accettano subito, molte, dopo aver iniziato, tentennano, altre ancora ci prendono gusto nella cosa e continuano il compito assegnatogli oltre il periodo del contratto. Gli obiettivi finiscono per intrecciarsi e influenzarsi fra loro. L’uomo dice di “non dare mai obiettivi impossibili”, ma alcuni si complicano o cambiano progressivamente, influenzati dall’operato di altri persone. Le stesse richieste di alcuni personaggi cambiano nel corso del film, come cambia la loro valutazione delle cose, delle cattive azioni e del loro senso di sé.

Il tutto è intervallato, a più riprese, dai dialoghi con una Ferilli che lavora in The Place. A forza di vedere Mastandrea in quel ristorante, la Ferilli crede che si tratti di un uomo solo, magari divorziato, forse uno psicologo. Non gli fa alcuna richiesta esplicita, ma cerca di approcciarlo, di farsi raccontare qualcosa, senza riuscirci.

E’ un film tutto incentrato sui personaggi e sui dialoghi, che purtroppo non brillano ma sono comunque molto efficaci alla costruzione della storia, come in un dramma teatrale. L’unica vera ambientazione è The Place, anche se nella mente si riescono ad immaginare gli altri luoghi di cui si parla, o dei personaggi che in realtà non compaiono mai.

Gli attori sono tutti italiani,  e anche la recitazione è “molto italiana” , poco emozionante, fatta eccezione per Suor Chiara (Alba Rorhwacher) che spicca per il modo in cui calza nel personaggio, mettendosi al di sopra degli altri. Non convince poi tanto Alessandro Borghi, nel difficile ruolo di un cieco che dovrà violentarla, abbastanza brava e bella Vittoria Puccini (Elisa di Rivombrosa, ma presente anche in diversi film come Paz!, Ma quando arrivano le ragazze? di Pupi Avati e Tutta colpa di Freud dello stesso Genovese), gradevole ed azzeccata la romana Silvia d’Amico (era in Non essere cattivo di Claudio Caligari), una cattiva ragazza che pur di diventare “più bella” accetta di derubare una sua amica.

Elemento di richiamo in The Place è Silvio Muccino, che citando una frase non mia, è ormai come Johnny Depp nei film in cui non è protagonista: appare per pochissimo tempo, fa la parte del cattivo ragazzo e ciò basta per attrarre in sala più donne possibili.

Il personaggio di Muccino spaccia acidi ed è complice di Silvia, ma dopo aver fatto l’amore con lei piange, insomma, il solito duro dal cuore tenero. Difficile il rapporto con il padre, che qui è Marco Giallini.

Altri nomi noti: Rocco Papaleo che è un meccanico che vorrebbe passare una notte con Amanda, una ragazza/attrice/pornoattrice della quale ha un poster in officina. Solo una notte e non di più, perché una relazione non saprebbe gestirla. Perciò gli viene commissionato di sorvegliare una bambina che non conosce, la stessa che Vinicio Marchioni (era in To Rome With Love) dovrà uccidere. Ma l’elemento chiave di The Place è senz’altro Giulia Lazzarini (la madre di Nanni Moretti in Mia madre, 83 anni), non proseguo oltre per non rivelarvi il finale.

Il film potrebbe essere letto a più livelli: in un’interpretazione meno ovvia, Mastandrea, che continua a essere nel bar anche oltre l’orario di chiusura, potrebbe essere un’invenzione della solitudine della Ferilli, la quale continua ad osservare il viavai di persone con i loro problemi, dall’esterno, e gli atti casuali, in teoria commissionati, potrebbero essere invece dettati da una sorta di destino (un destino legato al caso) senza che nessun uomo “fisico” li abbia mai davvero proposti. Ad esempio, la gelosia della Puccini per la fedeltà del suo vicino di casa nei confronti della moglie potrebbe aver scatenato la cattiveria di cui è stata capace: fingere che lui abbia tradito la moglie con lei, al fine di farli litigare, pure se l’atto sessuale non era stato consumato davvero. La stessa perdita di fede di Suor Chiara l’avrebbe portata a voler fare l’amore con un uomo e a rimanere incinta. Così, ogni atto crudele potrebbe avere una giustificazione, tutto quadrerebbe senza troppe forzature. Forse a volte si deve sprofondare prima di aver ciò che si vuole, e mettere in discussione tutto prima di capire quale sia veramente la cosa giusta da fare, riorganizzare i propri schemi di pensiero, e infatti ogni personaggio evolve e si modifica nel corso del film. Nel finale risolutivo la Ferilli sembra “abbracciare” la professione di Mastandrea, sostituendosi a lui, che smetterebbe così di essere il diavolo. Domanda: la solitudine, e l’osservazione degli altri, portano ad essere Satana? D’altronde, non viene mai detto esplicitamente cosa accade davvero e perché tutto ciò sia possibile.

Un’altra interpretazione, che poi è quella giusta, è che Mastandrea sia il diavolo. Ma il diavolo non esiste davvero, è una costruzione dell’uomo, ed è per questo che nel film non vengono fornite vere risposte: sta a noi se crederci o no, ciò che restano sono solo le azioni, giuste o sbagliate.

Però quest’uomo di The Place è sicuramente un Satana diverso da come lo immaginiamo nell’iconografia classica. E’ solo un osservatore, e non è responsabile. Egli non tenta: qualunque persona dotata di una certa fermezza potrebbe rifiutare. Abbiamo la libera scelta su come comportarci e il diavolo non fa solo che servirci le cose su di un piatto, anzi, quello di The Place sembra quasi scoraggiarle.

Per la serie: a me non frega un cazzo, e ne ho le palle piene di quello che fate.

Il film è ispirato alla serie televisiva statunitense The Booth at the End (10 episodi).

Gli ultimi due film di Alejandro Jodorowsky – E’ possibile vivere come poetas en acciòn

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In quella realtà in cui mi sentivo straniero, tutto si intrecciava con tutto, in una trama di sofferenza e piacere. (La Danza della Realtà)

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Correva l’anno 2008 quando, dopo aver visto El Topo, Fando y Lis, La Montagna Sacra, Santa Sangre e addirittura l’evitabile Ladro dell’Arcobaleno cercavo in ogni modo di procurarmi l’ultimo suo film che mi mancava alla lista, Tusk, una pellicola del 1980 reperibile solo in francese e qualità video da vhs scassata, e che non sembrava neanche un granché in quanto a significato e sceneggiatura.

Quando poi, un bel giorno scopro, mentre mi ero distratta un attimo presa da altre cose, che dei vari progetti annunciati da Jodo negli ultimi anni non ce n’era neanche l’ombra, ma in compenso erano usciti nel 2013 e nel 2016 i primi due episodi tratti da La danza della realtà, la sua autobiografia del 2006 e che ovviamente avevo letto. La danza della realtà era un libro davvero buono, cosa piuttosto rara da verificare e poi ammettere quando si acquista un libro di un autore che non sia ancora morto. Inoltre nela trasposizione da vita vera a libro e successivamente da libro a film non si incorre nei soliti problemi che hanno i film tratti dai libri: qui autore del libro e regista del film coincidono e così anche le visioni contenute in entrambi.

Questi due film-autobiografia, dai titoli “La danza della realtà” e “Poesia senza fine” sono uno il seguito dell’altro, ma affrontano due periodi slegati dell’autore risultando così completamente indipendenti e diversi nei temi. E non coprendo affatto l’intero libro, ma solo le prime due parti, lasciano presagire che ne seguiranno altri. Per quanto visionari, essi sono anche intimi, religiosi, meno aspri e ribelli delle pellicole giovanili come El Topo e La montagna sacra. Nel bene e nel male, sono anche meno epocali e sembra che Alejandro voglia mettere la sua vita nelle nostre mani per poi tirare con noi le somme. Non sto dicendo che questi due film siano convenzionali o facili da digerire, sia chiaro: sono pieni delle bizzarrie del poeta-scrittore-psicomago cileno, ma si tratta di stranezze più malleabili, come quelle di Santa Sangre, per intenderci. Non mancano scene capaci di lasciare perplesso lo spettatore bigotto di turno, ma nel complesso i due film risultano più che comprensibili. E anche se non cambieranno la storia del cinema, sono eccellenti, al punto che dopo aver visto questi potrebbe anche passarvi la voglia di vedere dell’altro per sei mesi.

Il primo dei due, La danza della realtà (che è il titolo sia del libro che del primo film), è stato presentato al Festival di Cannes nel 2013 e copre tutta la parte dell’infanzia dell’autore. E’ immaginifico, mostra come gli occhi di un bambino possano confondere realtà e sogno, al punto da vivere, costantemente, in un mondo ibrido delle due cose. Questo è possibile e non è un escamotage letterario o cinematografico, ed è vero quanto è vero Jodorowsky. La sua città di origine, Tocopilla, è di una bruttezza che fa male, e al tempo stesso il suo malessere diventa una causa di bellezza. E’ dalla bruttezza che nascono i sogni, le aspirazioni, il tormento creativo. Quando in un cumulo di macerie, sbagliate, si riesce a vedere qualcosa di più, è lì che parte il processo della creazione.

Il secondo, Poesia senza fine (Poesia sin fin, Endless Poetry), anche questo presentato al festival di Cannes (nel 2016) è imbevuto di un’atmosfera diversa, quella cupa della notte e delle prime relazioni sentimentali di Alejandro. L’incontro con Stella, e al contempo con la poesia (Stella Dìaz Varìn è una poetessa cilena realmente esistita) è l’elemento portante della prima parte del film. Poesia sin fin suggerisce, nella sua bellezza e nella miriade di frasi degne di nota nei dialoghi, lo spunto per avvicinarsi anche ad altri due poeti cileni, Nicanor Parra e Enrique Lihn, con cui Jodorowsky strinse amicizia. Era proprio la sua Stella che aveva ispirato il famoso poema “La Vipera” di Nicanor Parra, e inizialmente Jodorowsky rimase molto colpito dal fatto di poter conoscere dal vivo Nicanor, che considerava una personalità irraggiungibile.

stella diaz varin

La poetessa cilena Stella Dìaz Varìn (1926-2006)

Nicanor Parra era della generazione precedente rispetto a Jodorowsky. Nato nel ’14 (Jodorowsky è del ’29) ed esponente dell’antipoesia, si contrapponeva alla poesia classica cilena che in quel periodo era rappresentata da Neruda. Jodorowsky, avvicinatosi all’ambiente creativo di Tocopilla tramite il cugino, conosce così il suo mito, Nicanor Parra, e la sua prima fidanzata, Stella (la quale gli dirà: “Tu sei vergine. Tu sei puro, come un pierrot romantico.”)
Nicanor, docente universitario di matematica e fisica, compare anche in una parte cruciale alla fine del film. Interpellato da Jodorowsky che lo cerca per chiedergli che cosa fare della propria vita, Nicanor gli darà un consiglio che Alejandro non ascolterà affatto. Nicanor Parra sosteneva infatti che Alejandro dovesse trovarsi un lavoro normale, come lui stesso aveva fatto: un lavoro come quello di professore che gli avrebbe permesso di sopravvivere e solo parallelamente dedicarsi alla poesia. Poesia senza fine si conclude con il rifiuto categorico di questo consiglio e con Alejandro che finalmente lascia l’oppressiva città di Tocopilla per recarsi in Europa, dove poi sappiamo che troverà numerose strade, e così la sua fortuna.

L’altro poeta cileno realmente esistito che appare in Poesia senza fine è Enrique Lihn, che diventa amico di Alejandro nella seconda parte del film, dopo la conclusione della storia con Stella. Alejandro stima moltissimo la poesia di Lihn e decide per questo di entrare in contatto con lui. Nasce una splendida amicizia dovuta ad una chiara sintonia fra i due, che ravvivano la città di Tocopilla con il loro modo di vivere e di intendere la vita: essi sono poeti, poeti in azione (“poetas en acciòn). Il loro modo estroso di agire è quello di un surrealismo che entra a far parte della quotidianità, molto simile tra l’altro a certe azioni futuriste di quel periodo. Hanno una lite solo nel momento in cui Lihn e la sua ragazza rompono. Jodorowsky, dopo averla salvata da un momento di grave sconforto, consuma un rapporto con lei. “Il sangue è sacro”, dirà, constatando che la ragazza ha le mestruazioni. Una ragazza che è affetta anche da nanosomia: la deformità è un’altra costante dei film di Jodorowsky.

Sia di Nicanor Parra che di Lihn, tradotto in italiano non è reperibile quasi nulla. Sembra che la poesia cilena in Italia non vada molto oltre Neruda, a meno che non ci si voglia dedicare in autonomia alle traduzioni dallo spagnolo. Neanche di Stella Diaz Varìn non è facilmente reperibile niente.

L’unico libro disponibile attualmente in commercio nelle librerie convenzionali è un volume di Medusa Edizioni di Nicanor Parra, “Le Montagne Russe“.

“Io ti perdono, padre, tu mi hai dato la forza di sopportare questo mondo dove non esiste la poesia.”

Forse Jodorowsky aveva ragione, dobbiamo sopportare un mondo dove non esiste la poesia, accettare esso e le sue mancanze, così come la mancanza della poesia cilena nelle librerie. La poesia non esiste, è fittizia. Ma se la realtà imposta è priva di poesia, non per questo è necessario vivere in essa. Non è necessario abbandonare il nostro mondo, quello che ci è più congeniale, che abbiamo creato, al quale sentiamo di appartenere. E’ un mondo che anche se non esiste davvero, come la poesia, straborda all’esterno. Anche se si trattasse solo di un sogno, di un limbo tra la realtà e l’immaginario, questo mondo alla fine va a contaminare in maniera tangibile il reale.

Siamo poetas en acciòn. Basta sceglierlo. La realtà è quella che creiamo, quella che vogliamo.

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casa ukraina 2


Vi lascio con alcune frasi ed immagini tratte dai due film:

La danza della realtà

Un guerriero si disfa delle sue illusioni.

realidad skull

« Per te, io non esisto ancora. Per me, tu non esisti più. Alla fine del tempo, quando la materia prende il cammino del ritorno al punto di origine, tu e io saremo stati solo ricordi, mai realtà. Qualcosa ci sta sognando. Abbraccia l’illusione! Vivi! »

danza de la realidad alejandrito

 el porvenir


Poesia sin fin – Endless Poetry

Tutto sembrava magico, senza esserlo.

stella alejandro

“Tu sei vergine. Tu sei puro, come un pierrot romantico.” (Stella ad Alejandro)

“Non ho bisogno di deglutirti: tu sei la mia anima.”

Sono diventato uno specchio che riflette solo la tua immagine, non voglio vivere nel caos che crei. (Alejandro a Stella)

Perchè sei invisibile, io ti disprezzo, diamante perfetto.

The death I am running, runs without running at my side.


stella poesia sin fin

Dialogo tra Alejandro ed Enrique:

Alejandro: Tutto questo bellissimo lavoro verrà perso.

Enrique: Tutto verrà perso! Le nostre anime verranno perse. Non importa. Anche i sogni si perdono, e noi stessi, poco a poco, ci dissolviamo. La poesia, come un’ombra di un’aquila in volo, non lascia traccia sulla terra. Un poema raggiunge la perfezione solo quando è consumato.
Alejandro: Non posso vedere un bel lavoro consumato.

– Ho paura di contrariare gli altri.
– Non sei colpevole di vivere come sei. Potresti essere colpevole di vivere come gli altri vogliono che tu viva.
– Qual è il significato della vita?
– La vita!
– Il cervello fa domande, il cuore dà risposte.
– La vita non ha nessun significato, devi solo viverla. Fottila!

La vita è un gioco
Possiamo ridere anche delle cose peggiori
Soffrire è inutile
Non sono un pagliaccio
Sono un poeta.
Non dandomi niente, mi hai dato tutto.
Mi hai insegnato la necessità dell’amore
Negandomi dio, mi hai insegnato il valore della vita.
Io ti perdono, padre, tu mi hai dato la forza di sopportare questo mondo dove non esiste la poesia.
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Omicidio all’italiana, perché il Molise è veramente come Maccio Capatonda lo descrive e perché vale la pena di farci una passeggiata

omicidio all'italiana

Secondo film per Maccio Capatonda, dopo Italiano Medio nel 2015 che fu accolto tiepidamente dal pubblico: i suoi non sono film che sbancano al botteghino, seguiti dal popolo di internet più abituato a youtube che a recarsi in sala, siamo perciò lontani dagli incassi di Checco Zalone, eppure queste due pellicole di Maccio risultano notevolissime, molto più di quanto ci si potrebbe aspettare ad un primo impatto da un paio di film comici.

Il timore poi che Maccio ricicli sempre gli stessi personaggi e le stesse battute (cosa che effettivamente fa, ma con una grande abilità e finalmente unendo il tutto con un unico filo conduttore) ha fatto sì che i suoi film fossero lasciati in secondo piano anche dai suoi fan. Ed è questo un altro motivo per cui non tutti hanno passato le loro serate di primavera a parlare di Omicidio all’Italiana, scartato per dedicarsi ad altre uscite più vistose.Distribuito dal 2 Marzo 2017 al cinema, Omicidio all’Italiana è disponibile in dvd dal 22 Giugno. Anche se non è quello il suo intento primario, Maccio/Marcello Macchia, originario di Vasto, ci fornisce di nuovo una descrizione delle abitudini italiane e dei meccanismi nascosti all’interno della televisione. Non andando per niente lontano dalla realtà, passa da “Mastervip” a “Chi l’acciso“, programmi televisivi parodia della tv italiana che appaiono rispettivamente in Italiano Medio e Omicidio all’Italiana. Se Italiano Medio era stato un capolavoro di saggezza, poco gradito proprio agli italiani medi da Macchia descritti e che ricercano solitamente nei film una comicità che non li porti a riflettere (sì ai cinepanettoni, e no ai film che puntano il dito sui problemi, presentando come comiche situazioni che sono assolutamente vere), il secondo film di Maccio si concentra invece su situazioni molto più circoscritte, essendo ambientato ad Acitrullo, ipotetico paese del Molise di soli 16 abitanti.

Omicidio all’Italiana si presenta più adatto al grande pubblico rispetto al suo gemello (si tratta, ovviamente, di gemelli eterozigoti) Italiano Medio, comprendendo in sé temi meno gravosi ma non per questo meno reali: il Molise, luogo che “non esiste”, è al centro della storia e se vi è mai capitato di fare un giro per alcune zone centrali d’Italia vi renderete conto di come il paese di Acitrullo creato da Maccio sia verosimile, con le sue discese e le sue salite, le strade disagiate e impercorribili, qui Campobasso e i suoi apericena sono visti come sogni quasi irraggiungibili, che in confronto la vita sulla 7bis Nolana, che un po’ noi discriminiamo, sembra quella della California. Infatti da paesi come Acitrullo anche solo raggiungere Isernia e Campobasso può diventare un’impresa, e la descrizione di questo viaggio è proprio il modo in cui inizia il film, con protagonista un corriere che cerca di raggiungere il paese per consegnare un computer ed un modem 56k.

Anche se ufficialmente Acitrullo è collocato in Molise, in realtà il film è stato girato a Corvara, in provincia di Pescara, 269 abitanti. In effetti Abruzzo e Molise in alcuni aspetti sono molto affini e guarda caso qualche tempo fa un amico aveva per me girato dei numerosi video-documentari della sua vita in Abruzzo. Tra i paesi che mi mostrava con perplessità mentre andava in auto a Pescara per il sushi-apericena accompagnato da cover band di dubbia qualità di Rihanna e Pink Floyd, c’era proprio Corvara che avrei rivisto più avanti nel film di Maccio.

Il mio amico faceva 100 km per un sabato sera “decente”, mentre qui ci lamentiamo con snobismo della scelta dei bar.

La metropoli di Pescara, centro più vicino a Corvara, dove è stato girato il nuovo film di MaccioLa metropoli di Pescara, centro più vicino a Corvara, dove è stato girato il nuovo film di Maccio

La metropoli di Pescara, centro più vicino a Corvara, dove è stato girato il nuovo film di Maccio

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La metropoli di Pescara, centro più vicino a Corvara, dove è stato girato il nuovo film di Maccio

In pratica le giornate degli abitanti di questi paesi molisani-abruzzesi oscillano tra un’esistenza lenta e il sogno di una civiltà lontana.

Una civiltà che risulta comunque non essere mai alla loro portata e si ferma a città di media grandezza (50 000 abitanti per Campobasso, 120 000 per Pescara, 21 000 per Isernia) ma che perlomeno offrono dei bar e delle gelaterie. Non a caso, quando nel film l’ispettrice Pertinente dice di venire da Roma, Herbert Ballerina le risponde: “Ah, estero.”

Anche se isolati, non è necessario guardare con giudizio negativo Acitrullo & friends, che per certi aspetti sono profondamente affascinanti per la tranquillità nella quale sono immersi. Ma noi siamo di questi centri solo osservatori esterni. Per le persone che invece sono nate e cresciute in queste zone – e che ovviamente sono state costrette a trasferirsi altrove per motivi di lavoro e di studio e guarda caso non ci sono mai più tornate – il futuro di questi paesi è un serio argomento di discussione e mi è capitato di prendere parte a volte a delle conversazioni sul futuro di paesi come Bojano o Cerro al Volturno.
C’è chi sostiene che questi centri verranno abbandonati, altri che verranno ripopolati e avranno futuro, perché sono belli. Sono belli in effetti, non mettiamo in dubbio ciò, ma ripopolare questi luoghi e trovare pure qualcosa da farci è una speranza di chi questi posti li ha amati, ci ha vissuto e poi li ha abbandonati, insomma, si tratta di discorsi mossi dai sensi di colpa, perché in fondo il mondo si muove in una direzione diversa e nonostante l’affezione alle proprie radici tutti sognano almeno un paio di gelaterie, Zara e le mutande di Tezenis.

In ogni caso, nel film di Maccio ci si sente maledettamente coinvolti. Non so come possano reagire gli abitanti di uno di questi paesi nei confronti di Omicidio all’italiana, se questo film potrebbe destare in loro irritazioni. Ma in un paese come Acitrullo non avrebbero comunque un cinema per vedere il film di Maccio e non riuscirebbero neanche a comprarsi il dvd in una Feltrinelli o una Mondadori, quindi il problema non si pone. Per chi invece in quei posti c’è solo capitato e mai abitato, scatta un immediato e assoluto feeling con tutta la storia. Sembra di essere proprio in uno di quei paesi in cui tutti abbiamo vagato, in quelle strade sterrate suggerite dal navigatore, di cui ci eravamo compiaciuti nonostante fossero sbarrate dalle mucche o dai lavori in corso. Un inverno in cui dovevamo raggiungere Campobasso le strade erano interrotte venendo praticamente da qualsiasi direzione, e alla fine, senza volerlo, nella notte, ci ritrovammo a Isernia. Sembrava di essere in una barzelletta sul Molise, e invece era realtà: ma ne valeva la pena, quel “vuoto” tra i paesi era seducente, tutta quell’erba anche e gli animali sulla strada ci guardavano con occhi rotondi e dolci, nei piccoli paesi si sentiva l’odore di case lavate e nei pochi negozi si trovavano cose che non c’erano da nessun’altra parte.

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Pecore sulla strada per Campitello Matese (CB)

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Insomma, quel che voglio dire e che continuo a ripetere, è che in Omicidio all’italiana è tutto vero.

Sembra una caricatura della realtà, ma è la realtà stessa. La contessa filantropa, i paesi con le salite e le discese, gli spostamenti in trattore, IL BABBACCHIONE – dolce tipico di Acitrullo – e altre cose, sono tutte maledettamente vere. Come anche il sogno della vita dissoluta a Campobasso. Lo sapete che Campobasso è una città universitaria? Un luogo di movida estrema. Davvero. True story.

Se non avete niente da fare, prendete la macchina e partite per un paese situato in un posto a caso in mezzo a Pescara – Campobasso – Isernia: sarà come essere nel film, come viaggiare nel tempo e nello spazio. Troverete cose che non avreste neanche immaginato potessero esistere. E comunque, avrete sempre modo di fare foto agli animali, cosa che di solito vale da sé il costo del viaggio.

Ma vediamo uno ad uno gli elementi più rilevanti e il perché sono veri

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IL BABBACCHIONE. Ricorda la mitologica Luisona del Bar Sport di Stefano Benni. In ogni bar scadente che si rispetti, esistono dei dolci che non andrebbero mai mangiati, spesso messi solo per esposizione. La Luisona di Benni fu inavvertitamente mangiata da un ignaro passante che non conosceva da quanto tempo la Luisona stesse sopravvivendo nella teca dei dolci. Il Babbacchione però è di più di una Luisona qualsiasi: è il dolce tipico di Acitrullo, da accompagnare rigorosamente con l’Amaraccio, il liquore tipico di Acitrullo. Ammettiamolo: non è realtà solo la Luisona da esposizione, ma anche questi dolci tipici che sicuramente esistono e sovente fanno pure schifo.

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Un bar a Sepino

La contessa filantropa intorno alla quale ruota l’intero film, assassinata all’inizio della storia: true story, in questi paesi ci sono contesse che riparano gli orologi della città e cose del genere, con cui andare a cena in ristoranti e castelli e che alla fine vi lasciano anche qualcosa in eredità se gli avete potato per bene il giardino.

L’apericena a Campobasso. Mi è capitato di andare a Campobasso non molto tempo fa, per una – diciamo – riunione, non specificherò di che tipo per la privacy delle persone coinvolte, le quali erano estremamente colpite dal lungo viaggio che avevamo intrapreso per loro e ci avevano definito I FORESTIERI (continuando a ripetere, colpitissimi, “I SIGNORI VENGONO DA NAPOLI!!!” come se da chissà quale posto lontano venissimo). In questa occasione Campobasso si è rivelata molto fashion, con centri commerciali ed un elegantissimo bar, ed era ovunque piena di studenti abbigliati come spagnoli ventenni in Erasmus. Da visitare: il castello Monforte e il Museo Sannitico.

La metropoli di Campobasso vista dall’alto, luogo in cui emigrano la maggior parte dei molisani in cerca di lavoroLa metropoli di Campobasso vista dall’alto, luogo in cui emigrano la maggior parte dei molisani in cerca di lavoro

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La metropoli di Campobasso vista dall’alto, luogo in cui emigrano la maggior parte dei molisani in cerca di lavoro

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Il castello Monforte di Campobasso, il cui custode, Nicola Tudino, è autore di uno splendido libro in cui descrive la sua malattia mentale: Cuore di terra – Nicola Tudino, edito da Aletti, e che vi consiglio. 

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Acitrullo-Corvara, paese in cui è stato girato il film di Maccio

– Le salite e le discese. Provate a fare un giro a Colli al Volturno, o a Bojano, o dove vi pare.

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Cerro al Volturno (IS)

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Rocchetta a Volturno (IS) – Rocchetta Alta – resti del castello e del centro abitato

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Colli al Volturno (1343 abitanti) è considerato un centro dello shopping per i paesi vicini

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Castel San Vincenzo, 516 abitanti. Il paese gode di una bellissima vista sull’omonimo lago artificiale

– Il turbamento. Per darvi un’idea di quanto sia effettivamente sperduto il Molise, vi dico che quando dovevo imbarcarmi a Termoli (CB) per le Tremiti, in circa 70 km vi era un’unica area di servizio, la Biferno, e all’ingresso del bagno, all’alba, ci ho trovato un cucciolo di pipistrello morto. L’unico altro posto sulla strada in cui ci si sarebbe potuto fermare, tendenzialmente per camionisti, era chiuso. Anche trovare i croissant nei bar non è qualcosa di scontato, e nella maggior parte dei paesi si può avere solo qualche prodotto semilavorato (che importa fare cornetti, quando c’è il BABBACCHIONE)

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La tecnologia. Il film di Maccio si apre con l’introduzione ad Acitrullo di un computer e di un modem con connessione 56k, portati dal corriere con grande difficoltà. In questi paesi in effetti a volte appaiono evidenti segni di tentativi di modernismo: il cartellone luminoso “Benvenuti a Sepino” incontrato quando andai a visitare gli scavi di Saepinum sembrava davvero di una tecnologia immane se paragonato all’offerta del resto del paese (anche se era davvero un bel paese, piacevole e perfettamente ristrutturato).

Non ha avuto la stessa sorte di “perfezione” la Civita Superiore di Bojano, completamente abbandonata a se stessa, sebbene sede di rinomati ristoranti come il Borgo Antico di Filindo, a detta del proprietario frequentato anche da Paul McCartney.

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Insomma, per non allontanarci del tutto e proseguire all’infinito con una guida rossa del Molise e ritornare al film di Maccio, posso dirvi che comunque un premio l’ha anche incassato: Nastro d’Argento a Sabrina Ferilli, che interpreta la conduttrice Donatella Spruzzone. Ci tengo a ripetere che anche se questi film ad un primo impatto pare potrebbero essere evitati, inducendoci a pensare che non ci sia niente di nuovo e venga riproposta la solita comicità, Italiano Medio e Omicidio all’Italiana non deludono e sono davvero molto più intelligenti di quel che vorrebbero sembrare: il formato “lungometraggio” conferisce a Maccio un’epicità che nei suoi prodotti brevi andava a perdersi nel tempo, mentre negli anni questi due film rimarranno, fotografia di un’Italia post 2000 che in maniera così sapiente non era stata ancora descritta.

Letture consigliate: Cuore di terra – Nicola Tudino, edito da Aletti
Film consigliati: Italiano medio – Assassinio all’italiana – Maccio Capatonda
Ristoranti consigliati: Borgo Antico – Civita Superiore di Bojano (Filindo)

Altri film con Sabrina Ferilli: The Place

Altro sul Molise: Punta Giulia, la punta più alta della Campania

 

La la land, largo ai sognatori

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“Dedicato ai folli e ai sognatori”

Mia insegue il sogno di diventare un’attrice, Sebastian quello di diventare un pianista jazz.
Il jazz ritorna nel secondo film di Damien Chazelle e avvalora la colonna sonora di La La Land. Damien Chazelle è un giovane regista che con il suo primo film del 2014, Whiplash, aveva riscosso moltissimo successo. Con Whiplash, Chazelle, poco più di trent’anni, parlava della storia di un batterista jazz portando a casa tre Oscar. Sorte simile e ancor migliore per La La Land: presentato in anteprima a settembre al Festival di Venezia, dove Emma Stone ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, La la land è il film che attualmente più fa parlare di sé. Senza eccessi, si potrebbe tranquillamente ammettere che sia il miglior film del 2016 ed anche del 2017 (è nelle sale italiane solo dal 26 gennaio 2017). Finito subito al primo posto in classifica al box office, ha ricevuto 7 Golden Globe ed è candidato a 14 Premi Oscar, record che negli ultimi sessant’anni aveva avuto solo Titanic.

Ma qual è la cosa migliore di La La Land? Fotografia, attori, colonna sonora? Profondità e intensità dei personaggi? E’ molto difficile scegliere, La La Land è perfetto su tutti i fronti. E ciò non dipende così tanto dalle proprie preferenze: si potrebbe odiare il genere al quale La La Land appartiene (musical, romantico, etc.) ma non riuscire ugualmente a stroncarlo. Sicuramente la colonna sonora di La La Land è impacchettata così perfettamente da non poter ricevere critiche, ricorrono City Of Stars ed il pezzo che Sebastian suona all’inizio e alla fine del film, anche se il film trova probabilmente il suo massimo nella scena dell’audizione con The Fools Who Dream, cantata dalla stessa Emma Stone. 

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Here’s to the ones who dream
Foolish as they may seem
Here’s to the hearts that ache
Here’s to the mess we make
(The Fools Who Dream)
La La Land potrebbe essere un musical, ma non lo è davvero. E’ un film ibrido in cui le canzoni ed i balli non vanno a formare il musical ma qualcosa di nuovo, in un intreccio che tende al capolavoro. La storia non è nuova, le ambientazioni nemmeno, ricordano alcuni film di Woody Allen ed anche la trama è simile a quella dell’ultimo Cafè Society. Ma questa raffinatezza americana, intelligente, Damien Chazelle sembra l’unico attualmente a saperla maneggiare senza incorrere in nessun errore. Il panorama di Los Angeles, le inquadrature, gli abiti anni ’50, le realtà immaginate, rendono La La Land un gioiello e non il solito il film romantico/d’autore/raffinato dimenticabile in quattro settimane, i due protagonisti, Emma Stone e Ryan Gosling, sono incastonati nel film in maniera perfetta. Ryan Gosling è un attore che apprezzo in particolar modo e che compare nei film spesso in un ruolo di cane ferito che si ripete, ma ancor più straordinaria in La La Land è l’interpretazione di Emma Stone, racchiudendo in sé l’attrice nell’attrice. Un accorgimento che era anche in un altro film recente, Birdman del messicano Inarritu, in cui Michael Keaton interpretava un attore decaduto dedito alla realizzazione di un film nel film, ed Emma Stone faceva da ciliegina sulla torta nella scena finale, tant’è che ebbe diversi premi e una nomination all’Oscar per l’interpretazione.

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“E’ orribile.” dicono Mia e Sebastian di fronte al panorama.

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Mia:”Non è strano che continuiamo a incontrarci?”
Sebastian: “Forse vuol dire qualcosa.”
Mia: “Non penso.”
Sebastian: “Sì, in effetti.”

La realtà della storia: in contrapposizione agli scenari meravigliosi, la storia tra Mia e Sebastian non è fuori dall’ordinario come sembra, né il grande amore per il quale vuole essere venduta. Fin dall’inizio, i due sembrano non piacersi, è solo il caso che continua a farli incontrare. Mia sembra attratta dall’aspetto di Sebastian e si comporta come se l’avesse puntato, ma i due non hanno molto in comune (Te lo dirò subito: io odio il jazz”, dice Mia al primo appuntamento). Ciò che li accomuna è il fatto di avere entrambi dei sogni da realizzare ed inciampano nella vita l’uno dell’altra in un momento di stasi per entrambi. Quattro stagioni scandiscono come atti il film, in una storia che dura solo un anno, seguendo appunto, volendo essere banali, le cosiddette stagioni dell’amore: quante storie durano solo un anno, seguendo le sensazioni offerte dalle belle giornate? Nella sua descrizione spietata e al contempo romantica, la storia di Mia e Sebastian acquista valore, trasformandosi da un’ordinaria relazione di un anno a qualcosa che è di un impatto visivo straordinario. La banalità della storia tra Mia e Sebastian è messa da parte dalla fotografia, ma viene puntata l’attenzione sulla realtà dei personaggi nei dialoghi, in alcuni contenuti evidenti. In estate già compaiono le prime increspature nella coppia, le primi liti. Quando le situazioni “cambiano” (Sebastian ha un buon contratto di lavoro ed è poco presente ormai, in tour con una pop band), nascono i primi veri conflitti. “Ti amerò per sempre”, dicono quando in estate si stanno già lasciando. Mia è stata richiamata dopo un provino, e molto probabilmente andrà in Francia per un film, il primo importante della sua carriera. Alle immagini poetiche si contrappone la concretezza della storia, nessuno dei due rinuncia a niente per l’altro, seguendo un modello molto americano, in cui al primo posto viene la realizzazione personale e non l’amore. Mia non segue Sebastian in tournée, lui non può andare alla prima del monologo di Mia a causa degli impegni di lavoro. D’altronde già i presagi iniziali lasciavano intendere che le cose non sarebbero perfette come il luogo spettacolare che faceva da cornice alla storia. Ma nell’immaginario di Mia e Sebastian, e del regista, la loro relazione acquista un valore inestimabile, al punto da essere ricordata a lungo, probabilmente perché legata ad un punto di svolta delle loro vite.

In sintesi, La La Land è davvero bellissimo, in ogni suo aspetto. Un film ricco, ma senza mai appesantire.

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Altri film con Emma Stone: Crazy Stupid Love e Gangster Squad, con Ryan Gosling, le commedie americane La rivolta delle ex ed Easy Girl, i comic movie The Amazing Spider Man 1 e 2. Emma Stone trova la sua migliore collocazione in film come Birdman e La La Land. Era anche in The Help, e Irrational Man e Magic in the Moonlight di Woody Allen.

Ryan Gosling and Emma Stone having fun in "La La Land"

Ryan Gosling: abbandonato in Blue Valentine, in Come un tuono, in La la land. Triste e solo in Lars e una ragazza tutta sua. Un duro dal cuore tenero, un bravo ragazzo che non piange, dotato di dignità e rassegnazione. Altri suoi film, ancora: Le pagine della nostra vita, Love & Secrets, Drive, Le idi di marzo, Solo Dio perdona, La Grande Scommessa.

 

Your Name, il nuovo film di Makoto Shinkai nelle sale italiane

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Proiettato in Italia come evento speciale solo il 23-24-25 gennaio e poi in replica il 31 gennaio e 1 febbraio, Your Name è l’ultimo film di Makoto Shinkai. Giovane promessa dell’animazione giapponese, Makoto Shinkai è senza alcun dubbio uno dei miei registi preferiti, anche se quando viene definito come il nuovo Miyazaki sono tra le prime a pensare che sia un’esagerazione. Innanzitutto, con Miyazaki, Makoto Shinkai centra ben poco. I suoi lavori non sono intrisi di significati, tradizioni e scenari traboccanti di immagini come troviamo in capolavori del tipo La città incantata, Il castello errante di Howl, Principessa Mononoke. Accostare Shinkai a Miyazaki è come voler paragonare Monet a Caravaggio. Non centrano nulla. E sono anche, inevitabilmente, su livelli diversi. Ma se confrontiamo i film di Makoto Shinkai con altri lavori dello Studio Ghibli, come La collina dei papaveri di Goro Miyazaki (il figlio di Miyazaki), Arrietty, I racconti di Terramare, allora ci rendiamo conto che Makoto Shinkai non può passare inosservato e che rappresenta “il meglio” che l’animazione giapponese può offrirci, volendo discostarsi dalle vie già tracciate. Makoto Shinkai è però il meglio “in potenza” e non di diritto, gli ultimi suoi lavori, Il Giardino delle Parole e Your Name, non sono esenti da difetti, pur lasciando senza parole per quanto essi siano avanti dal punto di vista delle animazioni, dei fondali e delle idee. Già quando uscì “Voices of Distant Star” nel 2002, il suo primo lavoro realizzato con pochissimi mezzi, acerbo, pieno di difetti, il talento di Shinkai non passò inosservato. Il giovane regista, che all’epoca non aveva neanche trent’anni, espose già in quel primo OAV tutte le sue idee che poi furono sviscerate e raffinate nei film successivi: su tutti 5 cm per second, l’unico vero capolavoro che gli si possa attribuire, esente da sbavature, dalle insufficienze di un regista così complesso da risultare in effetti più di una volta confusionario, e che invece di avviarsi alla maturità negli anni sembra ritornare indietro, percorrendo forse anche qualche scorciatoia commerciale.
La distanza è uno dei temi ricorrenti di Makoto Shinkai. Egli è inevitabilmente un regista di indole romantica, ossessionato dal tema della distanza, dai cieli ampissimi e ricchi di dettagli sempre diversi, e dalle stelle. In Your Name questi concetti ritornano tutti. E’ il proseguimento di un discorso che per Shinkai non era stato sufficientemente approfondito in Voices of distant star, Beyond the clouds e 5 cm per second (in cui a mio avviso raggiunge il massimo, e da qui in poi può solo ritornare indietro) ma anche in Viaggio verso Agharta, e che egli continua a fare, come inceppato sempre sullo stesso sogno ossessivo e ricorrente. Egli lo coniuga ancora una volta, in un film visivamente ancor più straordinario ma dotato di un taglio meno sottile, una sceneggiatura più veloce, adatta al grande pubblico (anche molto giovane) nella quale però sfuggono in continuazione, irrequieti, i dettagli che fanno la differenza tra un film romantico meramente commerciale e il capolavoro. Così il capolavoro risulta imbrigliato in una sceneggiatura a tratti infantile e che va avanti troppo spesso ripetendo la stessa cosa, impiastricciato in una trama vistosa e un po’ stucchevole. Il film, che dura 107 minuti, è troppo lungo (nella necessità di dispiegare una trama che altrimente non sarebbe riuscita ad avere senso: ma sarebbe stata preferibile se lasciata con un certo fascino di storia incompiuta), forse per la paura dell’autore di non incorrere nell’errore del Giardino delle parole, che risultava, al contrario, troppo corto (46 minuti).
Le uniche cose in cui Makoto Shinkai va qui veramente avanti, sono i fondali e le animazioni, che risultano, film dopo film, sempre più straordinari. La luminosità dell’acqua, il fascino dei luoghi, la piccola cittadina di montagna di Itomori in cui vive Mitsuha.

Il lago di Itomori sul quale il paese si affaccia è ispirato al lago Suwa (prefettura di Nagano), ma prendeva in realtà come primo modello il lago Matsubara della città di Koumi, 5700 abitanti, paese di origine di Makoto Shinkai.

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Il paese di Itomori nel film

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Il lago Suwa, nella prefettura di Nagano

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Itomori mi ha ricordato il piccolo paese in cui era ambientato Higurashi no naku koro ni, ma il luogo in cui si svolge la scena finale, sulle montagne alle spalle di Itomori, ricorda inevitabilmente il finale del Castello Errante di Howl. Seppur diversi essi sono dei luoghi che rappresentano “il mondo interiore” dei personaggi, in cui il tempo appare immobile ed è possibile riflettere. In questo forse si accomunano Miyazaki e Shinkai: le loro ambientazioni sono così vive da dare la sensazione di esserci già stati, non solo nel film, ma nella realtà. Le strade di campagna di Beyond the clouds e le sue nuvole, la scuola di Voices of Distant Star, i petali di ciliegio ed i passaggi a livello di 5 cm per second, i suoi treni, ed infine anche il paese di Itomori, sono luoghi dove io sono stata e che mi appartengono, come un lungo sogno che ho fatto più volte per anni e che alla fine Shinkai ha messo in un film. In questo Shinkai è incredibilmente moderno, rappresentazione del fascino di una generazione straziata dalla distanza, straziata da cieli straordinari che si accostano al malessere dei telefoni cellulari, di strade vorticose, ripiegati su se stessi in un “non essere”. La protagonista di Your Name, Mitsuha, residente a Itomori, vive una vita che è il contrario di quella di Taki, un ragazzo di Tokyo. Mitsuha è chiusa in un paese di 1500 abitanti in cui non esiste nemmeno una caffetteria, dedita – per costrizione della nonna – all’arte dell’intreccio. Si intrecciano così i fili del destino, in uno scambio tra i due ragazzi che avviene con una modalità simile a quella del sogno, ma che lascia effetti visibili nella realtà. Senza averlo deciso, almeno due o tre volte a settimana, Mitsuha si sveglia nel corpo di Taki, a Tokyo, e Taki nel corpo di Mitsuha.

Come dicevo, questa è solo una diversa coniugazione di 5 cm per second, un’allegoria di una storia che avrebbe potuto esistere anche privata dell’elemento fantastico, e di come Shinkai giri intorno “sempre alla stessa cosa”. Shinkai si tradisce, quando parla di “amici virtuali”, e di come i due si lasciassero in continuazione messaggi sul cellulare pur non potendo mai vedersi. Gli amici di Taki prendono in giro Taki quando lo accompagnano alla ricerca di Mitsuha, di cui il ragazzo in effetti non sa niente. Per Taki e Mitshua è come se si fossero scambiati le loro vite, pur non sapendo niente l’uno dell’altro, qualcosa di tipico quando la distanza ed il tempo separano due persone e c’è solo il racconto di una vita immaginata, che si vive momento per momento, ma resta distante. Anche in 5 cm per second c’era questo, e in Voices of distant star anche: i continui messaggi attraverso il cellulare di due persone che non potevano mai incontrarsi. Come in 5 cm per second, si ripresenta la consapevolezza che la vita debba scorrere in un modo giusto (Taki ha un appuntamento con una ragazza che gli piace, nella sua stessa città, appuntamento organizzato da Mitsuha, nonostante ne scateni la sua tristezza e gelosia) e contemporaneamente l’impossibilità di metterla in pratica, a causa di un legame con una persona lontana che mantiene in un limbo in cui non accade nulla. Il finale di 5 cm per second e Your Name si assomigliano, con una differenza però sostanziale: mentre in 5 cm per second i due protagonisti sembrano continuare a perdersi per tutta la vita, Your name rappresenta una versione spensierata e felice del problema della perdita (seppur un malessere di fondo accompagni sempre un film ricco di elementi divertenti); nel finale i due si riconoscono incrociandosi mentre camminavano in direzioni opposte.
Ci sarebbe ancora molto da dire. Come in Voices of distant star (e non  in 5 cm per second), in Your Name le linee temporali dei due personaggi sono sfalsate: egli vivono e si conoscono “a 3 anni di distanza”. Taki conosce la Mitsuha di 3 anni prima, come se a separarli non fosse solo la presenza fisica, la diversità dei luoghi, ma anche il tempo. Ed inoltre, essi non riescono, quasi mai, a ricordare i loro nomi, da cui il titolo “Your name“.
Il regista giustifica queste scelte in un messaggio ai fan italiani all’inizio del film, dicendo che da qualche parte per tutti c’è una persona importante che dobbiamo ancora incontrare, e che spera che il film lasci in noi una sensazione di felicità. Ma sembra lui stesso ingarbugliarsi tra passato e futuro, nei tre anni indietro, nel portarci indietro e poi avanti, in continuazione, in mondi che ha creato e poi rubato (Itomori è ispirato al suo paese natale, Koumi), in qualcosa che abbiamo già incontrato. Forse l’amore per Shinkai è una sorta di déjà vu, un’appartenenza che non si recide mai, che esiste ancora prima di iniziare.

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Il lago Matsubara nei pressi di Koumi, paese di origine dell’autore

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l luogo della scena finale del Castello errante di Howl

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L’ultimo film di John Carney: Sing Street, l’amore e gli anni 80 a Dublino

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Sing Street è stato distribuito nelle sale italiane dal 9 novembre 2016 ma nella maggior parte di esse non è mai arrivato. Si tratta di uno di quei film che bisogna andare a cercare nei cinema di città o aspettare quei giorni in cui le multisale si dedicano al “cinema d’essai”, giorni che potrebbero collocarsi anche a molte settimane di distanza dalla data ufficiale d’uscita.

Il regista è John Carney, lo stesso di Once, un film del 2006 allo stesso modo non troppo capillarmente distribuito, ma che non è passato inosservato né nell’ambiente musicale né tra gli appassionati di cinema. Molto romantico, forse anche troppo, Once si distingueva dalle altre storie d’amore per il fatto che in esso non erano solo descritti dei sentimenti tra due persone, ma risultava centrale nell’intero film la musica (Premio Oscar come Miglior Canzone a Falling Slowly) e l’amore per essa. Lo stesso discorso, identico, vale per Sing Street.

Carney è irlandese e così come Once anche Sing Street è ambientato a Dublino. E’ principalmente la storia di due giovani adolescenti e del loro avvio verso l’età adulta, in Sing Street scorrono i loro problemi familiari, le difficoltà che incontrano nel mettere insieme una band, i sogni, il dover scontrarsi con una realtà limitante. L’Inghilterra dalle coste irlandesi è vista come un luogo lontano in cui le cose sono più semplici, in cui il mondo funziona e la scena musicale è vivissima, è un’America più avvicinabile, basta solo attraversare un breve tratto di mare. Ad avere, però, i soldi per viaggiare.

Presentato quasi un anno fa al Sundance Festival 2016, di Sing Street più che la storia è interessante il modo in cui essa è raccontata: ibrido tra un musical e un film d’amore adolescenziale, il film è fatto quasi solo di canzoni, di immagini caramellate e un po’ ribelli, in pratica di videoclip. Videoclip che nascono dalla fervida fantasia del protagonista, Cosmo, e della sua band. Hanno una ragazza, Raphina (che intreccerà una strana forma di amore/amicizia con Cosmo), che fa da loro musa ispiratrice, ma da dietro le quinte è il fratello maggiore di Cosmo a indirizzarli nel verso giusto. La cultura musicale di Cosmo adolescente cresce rapidamente, tra Bowie, Cure, Duran Duran, progressive rock, Genesis. Onnivori e giovanissimi, i ragazzi della band di Cosmo miscelano i diversi generi, le diverse influenze, elevandosi, almeno ideologicamente, a qualcosa di meglio del contesto degradato in cui versano. In effetti non è ben esplorato quanto fossero bravi tecnicamente, ma ciò che si evince ed è importante è la loro capacità di immaginare e di unire elementi differenti cavalcando le mode dell’epoca. Questo sempre, sia ben chiaro, con la purezza dei quindici anni. La figura di Raphina, il cui sogno è di fare la modella e che si lascia abbindolare da quattro ragazzini che la chiamano per un videoclip (e ciò rivela quanto lei fosse in realtà ingenua, piuttosto che una vera modella) è in qualche senso determinante sia per la band che per lo stesso film. Così come colora i loro videoclip – al punto che non varrebbero niente senza di lei – così Raphina colora anche Sing Street, avvolta dalla brezza marina, dalle atmosfere indie e dai capelli cotonati.

L’impressione è quella di trovarsi davanti a un film di quelli che fanno dire “ehi, questo film è veramente, ma veramente buono”, se non fosse che contiene in sé tutta quel candore dei quindici anni non sempre digeribile in età adulta. Sing Street potrebbe finire per risultare come uno dei tanti film adolescenziali disponibili in cassetta, ma non lo fa proprio grazie a questa sua estetica indipendente e questa colonna sonora meno convenzionale del solito, piena di anni 80, fatta di Cure, Duran Duran, Hall & Oates, Spandau Ballet ed altre band che rendono la pellicola senza dubbio più ricercata, e che riesce a mascherare bene alcuni buchi nella caratterizzazione dei personaggi (buchi presenti, purtroppo, anche in Once); in sintesi Sing Street non snatura il vero e sincero obiettivo di una storia di questo tipo, cioè quello di far passare un paio d’ore altrove, con belle immagini e una bella OST.

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  1. Rock N Roll Is A Risk (Dialogue) – Jack Reynor
  2. Stay CleanMotörhead
  3. The Riddle Of The Model – Sing Street
  4. RioDuran Duran
  5. Up – Sing Street
  6. To Find You – Sing Street
  7. Town Called MaliceThe Jam
  8. In Between DaysThe Cure
  9. A Beautiful Sea – Sing Street
  10. ManeaterHall & Oates
  11. Steppin’ OutJoe Jackson
  12. Drive It Like You Stole It – Sing Street
  13. Up (Bedroom Mix) – Sing Street
  14. Pop Muzik – M
  15. Girls – Sing Street
  16. Brown Shoes – Sing Street
  17. Go NowAdam Levine

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Café Society, l’ultimo film di Woody Allen


Ultimo film di Woody Allen, che avevamo lasciato un anno fa con il buon Irrational Man incentrato sulla relazione tra un professore di filosofia ed una sua studentessa, in Cafè Society Allen ritorna ancora una volta ad indagare sulle relazioni sbilanciate, tra un uomo molto più grande e di successo ed una ragazza giovane, interpretata questa volta da Kristen Stewart (la Bella di Twilight). A 81 anni, Woody Allen continua a realizzare storie con il ritmo costante di un film all’anno, ritmo più che sostenibile data la leggerezza delle pellicole, sempre nello stesso stile, inconfondibile e raffinato, ma quasi esattamente lo stesso di quei suoi film degli anni ’70-’80 che l’hanno reso celebre. Il lavoro di Allen è sempre quello di mescolare le carte, le stesse carte, le stesse suggestioni. Stesse suggestioni che se vogliamo muoverci a ritroso, si ripetono in Magic in the Moonlight, Blue Jasmine, To Rome With Love, Midnight in Paris, You will meet a tall dark stranger, Basta che funzioni, che sono i i suoi ultimi lavori. Possiamo citare invece Io e Annie o Manhattan, se vogliamo andare davvero molto indietro, fino alle storie che meglio rappresentano Woody e che da allora di poco sono cambiate. Passando per alti e bassi, per titoli vistosi, come Match Point, ed altri più leggeri e trascurabili che sono finiti presto nel dimenticatoio come To Rome With Love, ed altri ancora straordinariamente arguti, come Basta che funzioni / Whatever Works.

Café Society è un buon film. Non sarò di certo io a stroncarlo: nel suo essere una riproposta di storie già viste, rappresenta però una descrizione intelligente dei rapporti interpersonali, dell’amore, di come funzionano i rapporti umani. Ognuno ci veda pure quello che vuole, ecco cosa ci ho visto io:


Vonnie – Kristen Stewart

Tutto il film ruota fondamentalmente intorno al personaggio di Vonnie, una ragazza che sembra come tutte le altre, ma che è in realtà dotata di un fascino magnetico, forse dato dalla giovinezza, o dal suo essere ingenua e spietata al tempo stesso. Vonnie viene presentata come un angelo, ma è in realtà una donna che intrattiene una relazione con uomo molto più grande di lei, sposato, delle cui conseguenze in un primo momento non si preoccupa affatto. E’ strano vedere Kristen Stewart in un ruolo diverso da quello di Bella nella saga di Twilight, ma vi assicuro che le facce che fa sono assolutamente le stesse, specialmente nelle scene d’amore: le stesse facce che abbiamo visto mille volte nei video di Acuto (per chi non le conoscesse, se le vada a cercare, non mi assumo responsabilità per l’indignazione). Kristen Stewart mostra una predisposizione ad indossare abiti anni ’40 e a mostrarli in pose stoiche come una modella dell’epoca. Bobby (Jesse Eisenberg), un giovane ragazzo non molto sveglio che è giunto a Hollywood sperando di trovare un buon lavoro con l’aiuto di suo zio Phil, si innamora subito di lei. Ma Vonnie è già l’amante proprio di Phil, sposato e molto più grande di lei. Vonnie intensifica la frequentazione con Bobby nel momento in cui viene lasciata, e com’è più naturale che sia, l’amore tra Bobby e Vonnie, che sono coetanei, sboccia e i due stanno per sposarsi. Solo che il ritorno di Phil che ha lasciato la moglie e vuole sposare Vonnie, mette la ragazza di fronte a una scelta, la quale ovviamente sceglie, com’è tipico dell’animo umano, l’opzione in cui ci sono più soldi e sicurezza economica. Rimane colpita quando anni dopo reincontra Bobby che gestisce un locale di successo, il Cafè Society, e che aveva fatto soldi anche lui grazie ad un fratello mafioso.


Bobby – Jesse Eisenberg

Jesse Eisenberg ha già lavorato con Allen nel 2012, in To Rome With Love. Bobby non sembra molto intelligente. Insieme a Vonnie, formano una coppia perfetta, nel loro apparire giovani, puri. Nei film di Woody Allen ricorrono queste situazioni, in cui un uomo più grande viene sostituito da un ragazzo giovane. Potere, fascino, cultura, soldi, richiamano l’attenzione dei suoi personaggi femminili e ne influenzano le scelte, Allen sembra non fare altro che sottolineare come poi queste situazioni scivolino verso unioni più naturali, un po’ come facevano i personaggi di Goethe nelle sue Affinità Elettive, in cui aveva paragonato le relazioni umane ai legami tra gli elementi chimici, che naturalmente evolvono verso la sostanza più stabile, quella formata dagli elementi che presentano maggiori affinità.


Veronika – Blake Lively

Terzo personaggio che è il caso di citare, quello di un’altra Veronika (Vonnie è il diminutivo di Veronika), interpretata da Blake Lively (attrice resa famosa dalla serie tv Gossip Girl) il cui ruolo è in realtà marginale. Dopo la rottura con Vonnie, Bobby conosce Veronika nel suo Cafè Society. Veronika ha già divorziato una volta, il marito la tradiva infatti con la sua migliore amica, perché “più brava a letto”.  Veronika aveva scoperto dopo che le sarebbe bastato drogarsi per essere anche lei “brava a letto”. Fisicamente, Veronika è notevolmente più vistosa di Vonnie, e sembra non avere nulla che non va (così come non aveva nulla che non andava la moglie di Phil, tradita con Vonnie), eppure i pensieri di suo marito Bobby, quando reincontra la sua ex, finiscono sempre altrove, e sono anche ricambiati.

Café Society, che non sarebbe in teoria condensabile solo in questo banale triangolo, e che non manca mai di mettere in evidenza le contraddizioni degli esseri umani, il loro opportunismo, l’interessato rapporto con la religione, e di come la morale sia in fondo qualcosa sulla quale fare finta di niente (con ingenuità o con malafede, a scelta), si chiude in apparenza come un innocente film romantico, sul quale invece c’è molto da riflettere ed in particolare sul fatto che non sempre l’essere umano è fatto per pensare, per ragionare, per comportarsi correttamente e per non seguire ciò che prova, e sul fatto che la vita umana in fondo è sempre un ibrido tra il desiderio di controllo, il calcolo, l’obiettività e il sogno.