Elfen Lied

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Elfen Lied Tomo 01 x narubl
Finalmente è giunta alla conclusione anche in Italia la serie “Elfen Lied”, 12 volumi editi da Panini Comics che sin dalla prima uscita avevano destato non poca attenzione per le bustine colorate nei quali sono confezionati, al fine di preservare i più piccoli (almeno finché sono in fumetteria) dai contenuti “non adatti ai minori”. Eppure Elfen Lied non è di certo osceno: è solo che il fanservice è una costante in tutti e 12 i volumi del manga, un fanservice che in fondo è parte integrante della storia e dello stile del fumetto, che a me personalmente non ha mai dato fastidio e che in qualche modo credo abbia avvalorato la serie, già di per sé molto bella. Più che imbarazzare le nudità contribuiscono a mettere in risalto l’umanità dei personaggi. Anche se non si può propriamente parlare di capolavoro, Elfen Lied riassume in sé tutte quegli aspetti positivi e negativi dell’universo manga da far sì che esso risulti una chiara e rara gemma discostandosi nettamente dal commerciale. Il valore di Elfen Lied è dovuto sia al fatto d’esser stato uno dei primi anime diffusi in Italia ad affiancare con completa disinvoluta splatter e kawaii, sia perché, al di là di tutto, si tratta di una storia che riesce a reggere ben 12 volumi senza mai cadere in fallo né annoiare il lettore o semplicemente scadere nel banale. E’ vero, dopo i primi volumi risulta chiaro con quale andamento procederà la serie e lo stile che manterrà, ma l’autore riesce in continuazione ad introdurre nuovi elementi e nuovi personaggi sempre ben caratterizzati, utilizzando idee diverse che mantengono viva l’attenzione.

Credo senza dubbio che Elfen Lied sia una serie che meriti di essere posseduta e di essere letta, ovviamente io scrivo ciò in quanto Elfen Lied incarna da anni la mia personale idea di “storia che mi piace”, dove si uniscono tenerezza, splatter, fantascienza, genetica, scene di sesso, horror ed una cascata di buoni sentimenti come solo nei manga si possono trovare.
Tra l’altro Elfen Lied porta con sé contenuti niente affatto leggeri o d’evasione (anche se nel complesso risulta come uno shonen d’evasione) e affrontati in maniera accurata: la paura del diverso, l’emarginazione, l’amore incondizionato tra genitore e figlio; alcuni di questi temi sono gli stessi che incontriamo nelle storie degli X-Men Marvel: d’altronde in Elfen Lied il tema centrale è l’esistenza dei Diclonius, una mutazione spontanea degli esseri umani. Tale esistenza sembra minacciare il genere umano, ed è per questo che vengono istituiti due centri di ricerca nei quali i Diclonius sono rinchiusi e soggetti a studi.

(Spoiler.)

Inoltre ho molto apprezzato che Elfen Lied sia costellato da rapporti affettivi non convenzionali: il legame Kota/Yuka, che risale all’infanzia, il legame Kota/Nyu, profondo ma molto più complesso per essere gestito da Kota, lo straordinario rapporto Nana/Kurama, ma anche molti altri legami che crescono con il proseguire della storia, come quello tra Mayu e il signor Bando. Ogni personaggio di Elfen Lied è perfettamente caratterizzato e – purtroppo – dotato di una personalità e un passato difficile, essi maturano e cambiano con realismo fino alla fine. Elfen Lied riesce ad avere una gestione coerente di tanti personaggi in un prodotto che con ogni probabilità avrebbe venduto anche con meno cura, una cura che rivela quanto Lynn Okamoto abbia davvero amore per la propria storia e i propri personaggi, i quali, lo ammetto, ho temuto potessero scomparire uno ad uno da un momento all’altro, così come le prime violente pagine e i primi minuti dell’anime mi avevano insegnato a non credere nella sopravvivenza di nessuno di loro.
Ma Lynn Okamoto salva ogni personaggio al quale tiene e che nel corso della storia ha pazientemente fatto maturare e crescere.
Elfen Lied si risolve in un finale che, non so se potesse essere il migliore possibile, ma sicuramente non è stato il peggiore possibile, ed è ben strutturato in modo tale da accrescere al massimo il pathos. Un finale dove ogni cosa si risolve al bene per tutti, tranne che per Nyu/Lucy, a dimostrazione che essa era l’unica a non poter avere un posto sulla terra.
Un finale “felice”, anche troppo, dove ogni persona che abbiamo seguito – tranne Nyu – ritrova una sua dimensione ideale dove poter vivere e realizzare i propri desideri.
Un finale felice tranne che per una persona (tra l’altro proprio quella che caratterizza tutto il manga e gli dà origine) nasconde un’ingiustizia di fondo che ho apprezzato per aver reso la storia ancora più amara di quanto non fosse.
Eppure, in questo finale dolce e triste, nell’ultima tavola trovano spazio anche le due personalità di Nyu/Lucy, reincarnate in due gemelle amiche della figlia di Kota. Per quanto riguarda gli altri personaggi, vi è una risoluzione degli eventi quasi totale (anche se ognuno di loro porta con sé le ferite del proprio passato, ed è anche l’intera terra a portarle): vi è felicità per Mayu ed il signor Bando, per Nana e suo padre, si intuisce che Kota sposerà Yuka, addirittura il mostro Anna (visto poco, a dire il vero) sopravvive e ritrova il suo corpo umano.
Il mondo di Elfen Lied è un mondo dove si continua a sperare, vivere ed amare, nonostante le mutilazioni e le sevizie a lungo inflitte. Un mondo dove i personaggi non sono “puri” e sono spesso travolti da sentimenti ed eventi negativi, ma nonostante questo hanno in sé delle qualità positive che esternano lasciando fortemente colpito il lettore.

Ma chiariamo ulteriormente alcuni punti:

Per quanto riguarda le differenze tra manga ed anime, l’anime è composto da solo 12 episodi e si ferma a circa metà del manga, lasciando irrisolti buona parte degli interrogativi della storia (Nyu troverà il suo posto affianco a Kota? Che ne sarà dei Diclonius?), tutto sommato l’anime si rivela davvero un ottimo prodotto anche se incompleto.
Indubbiamente, chi ha amato l’anime, come conseguenza naturale ha quella di leggere il manga, in cui troverà molto di più.

Ritornando al fanservice, c’è da osservare che Elfen Lied è ricco di stereotipi anche per quanto riguarda le perversioni degli otaku, che forse non sono presenti tutte (anche perché di perversioni ve ne sono molte…), ma ce ne sono veramente TANTE, e che potrebbero infastidire il lettore: a me personalmente, trovando Elfen Lied un’espressione della realtà fumettistica giapponese, non hanno dato fastidio, anche se, davvero, qui di sconcerie giapponesi ce ne sono proprio tante, pannolini compresi.

In conclusione, Elfen Lied è l’unico manga che volessi davvero leggere da anni, e posso dire che mi ha pienamente soddisfatto: sapevo che cosa mi aspettavo e non mi ha deluso. Ovviamente ognuno di noi cerca qualcosa in delle storie, Elfen Lied aveva in sé tutto quello che aspettavo da anni.

[Spoiler nelle didascalie]

Yuka, rompipalle gelosona, ma in fondo una gran brava ragazza.

Yuka, rompipalle gelosona, ma in fondo una gran brava ragazza.

Mayu, la adoro. E Wanta è carinissimo.

Mayu, la adoro. E Wanta è carinissimo.

Nana, inizialmente insopportabile, poi mutilata e disabile, dopo inizio ad apprezzarla davvero molto.

Nana, inizialmente insopportabile, poi mutilata e disabile, dopo inizio ad apprezzarla davvero molto.

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Nozumi, molto graziosa, peccato che porta i pannolini. Una delle copertine più belle, bustina compresa.

Mariko, l'unica che sia riuscita ad essermi antipatica.

Mariko, l’unica che sia riuscita ad essermi sul serio antipatica. Non vedevo l’ora che morisse.

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Anna, che appare in 5-6 pagine ma vabbé. Lasciamo stare le altre copertine.

Un'allegra scena dell'anime.

Un’allegra scena dell’anime.

Marine Blue e altri manga di Ai Yazawa

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Una dolce coincidenza uscire in una sera di nebbia e trovare in edicola, per puro caso, un inaspettato manga di Ai Yazawa di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza: Marine Blue No Kaze Ni Dakarete, in italiano “Marine Blue, Accarezzati dal vento marino”. E’ la prima serie in assoluto di una delle autrici shoujo di maggiore pregio, una delle poche che riesce a conferire alle proprie storie e ai propri personaggi sentimenti autentici e non patinati, a non scadere in cliché privi di spessore. Ai Yazawa è sempre un passo più avanti delle altre (mi riferisco alla media degli shoujo, ovvio) e raggiunge la sua massima espressività artistica in quella che è la più nota e anche la più lunga delle sue opere, Nana, complice la trasmissione in tv dell’anime che ne è stato tratto. Seppur Nana sia forse la migliore, non è l’unica opera di Ai Yazawa alla quale sono fortemente legata. Non dimenticherò mai Gokinjo Monogatari con il suo tratto acerbo e l’omonimo anime (in Italia fu chiamato Cortili del Cuore) che mi ha accompagnato in una tarda estate delle elementari, in cui il mondo dei “ragazzi grandi” degli anni ’90 sembrava così vicino e così lontano. E Paradise Kiss, visto fansub ai tempi, nel 2005, 12 episodi, seguito di Cortili del Cuore. Non dimenticherò mai la opening di Tommy Heavenly6, il personaggio di Joji ispirato a David Bowie e la frangetta di Yukari. Il tratto di Ai Yazawa era diventato molto più raffinato, già simile a quello di Nana. Ma ovviamente a catena, oltre a questi due, ho successivamente letto anche “Non sono un angelo” (altra opera giovanile di Ai Yazawa, 1992) e “Ultimi raggi di luna“. Dal secondo ne è stato tratto anche un film, che ho recensito molti anni fa: Last Quarter.

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Ma ritornando a Marine Blue, ad un primo impatto avevo giudicato questa serie in 4 volumi come una delicata opera giovanile che ancora molto si conformava ai classici stereotipi di shoujo manga. Una Ai Yazawa non ancora libera di esprimere sé stessa come ha fatto poi dopo. Ecco, in parte mi sbagliavo. In Marine Blue l’essenza di Ai Yazawa si sente tutta, e nonostante il tratto non sia ancora molto personale come è diventato poi in seguito, ma risponda piuttosto a dei canoni estetici più classici, e la storia parta da un classico triangolo, essa evolve con profondità e delicatezza rara, un risultato incredibile per una mangaka che nelle note laterali si giudica “inesperta”, chiedendo perdono per la variabilità con cui vengono disegnati i personaggi, a volte più adulti, altre volte più ragazzini. E’ vero, volendo muovere delle critiche, queste si potrebbero fare, ma trovo che sarebbero in fondo inutili. A volte l’evoluzione della storia potrebbe risultare forzata, o i gesti dei personaggi incomprensibili ad un occhio adulto. Invece no, non voglio criticare questo: i personaggi sono adolescenti ed insicuri, non conoscono ancora le direzioni giuste da prendere e le scopriranno solo crescendo. Dietro Marine Blue vi è molto delle tradizioni di un Giappone che affaccia verso l’Occidente, un modo di intendere l’amore che è così ricco e pieno come solo in un manga riesce ad essere descritto. Marine Blue è una storia d’amore in cui ancora esistono i giuramenti: quelli che nella nostra realtà cerchiamo, a volte così rari per credere che esistano davvero.
Marine Blue porta in sé molto, ed è per questo che perdono ad Haruka, Ippei ed Harikawa le loro incertezze. L’ambientazione è stupenda, è così dolce da fare male. Quegli attimi mi sembra di averli vissuti anch’io. Forse perché sono attimi che si ripetono in molte storie e in molti anni. Dolphin, un cane bianco come Soichiro di Maison Ikkoku e come Spank di Hello Spank, un amore lontano, l’estate degli anni ’90, il surf, quella spiaggia delle estati della mia infanzia. Il Tropicana, i Beach Boys, le palme, l’indecisione, gli eventi ed i baci che accadono e non lasciano nulla, perché i sentimenti ancora devono diventare adulti. Gli orecchini di Haruka, le feste, e il mare.
Il mare. E ancora il mare. Così immenso, così, da sempre, catalizzatore di emozioni.

Quando studiavo Kant.

A parte il buongiorno che si vede dal mattino con un il computer fisso che non s’avvia (errori di compatibilità con il monitor, evidentemente i driver che avevo messo pensando di far meglio non gli sono piaciuti), il mio ragazzo lasciandomi a casa il suo fisheye mi ha sollevato un problema che volevo ignorare da tempo: non so davvero dove appoggiare le cose, se non a cataste per terra. Ma non mi sembrava neanche il caso di appoggiare il suo fisheye a terra, né i miei oggetti più amati a terra (portatile, Ipad, lettore cd, macchina fotografica) nel tentativo di interagire con il monitor spostandoli da scrivania ad un altro luogo che non esiste, così forzatamente ho deciso di eliminare un po’ di libri e dvd dalla libreria per fare spazio a oggetti più importanti che effettivamente non trovano posto.

Così ho deciso di mandare a fanculo un po’ di libri e di manga già letti o in fondo mai letti, o recuperati da non si sa dove, ma poiché voglio loro bene ho deciso di tenerne traccia qui.

Ovviamente non ho tempo e spazio di trascrivere tutti i titoli delle cose che sto portando via meritano una citazione.

Kant

TU TE NE VAI A FANCULO. TU.
Anche se ti citano i Baustelle e Maria Antonietta costretta allo studio quando in realtà aveva voglia di scopare.

Spoon River

E ANCHE TU. BASTA CON DE ANDRE’ E QUESTE COSE DEPRIMENTI E I CIMITERI E I SUOI FAN CHE SONO MORTI DAVVERO.

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MA COME HO POTUTO COMPRARE POCAHONTAS? E provare a leggerlo pure. Ok, costava un euro ma. E’ pur vero che era l’anno di Avatar…

Poi…

Bakunin, biografia. Non ho più 14 anni e le borchie al collo. Il libro di riferimento della mia giovinezza.

Ossi di seppia, Montale. Elegante. Troppo.

Uno, nessuno e centomila. Bellissimo ma dopo 15 anni ha rotto il cazzo.

Il muro – Jean Paul Sartre. Non posso rimanere attaccata sempre agli stessi depressi di merda.

Niccolò Macchiavelli – Il Principe. Ma chi l’ha mai letto. Odio gli utilitaristi.

I racconti di Moravia. Basta Moravia.

Rimbaud - Il battello ebbro

Ho sempre amato Rimbaud ma quest’edizione è indecente solo a vederla.

Per quanto riguarda i manga da portar via:

Love me knight. No, mi sento in colpa. E’ bellissimo ç_ç Lo lancio in uno spazio tra I”s e Video Girl Ai e lo tengo vicino al mio cuore.

Mancano dei volumi solo perché erano da un'altra parte e mi scocciavo di rifare la foto.

Mancano dei volumi solo perché erano da un’altra parte e mi scocciavo di rifare la foto. In effetti non è neanche a fuoco.

Fushigi Yuugi. Non mi è mai piaciuto eppure non è mai stato neanche sufficientemente brutto da farmi prendere una posizione chiara nei suoi confronti. La verità è che odio il fantasy, ma ha dei bellissimi disegni e dei bei personaggi. E ho iniziato a comprarlo solo perché lo leggevano le mie amiche. E l’ho finito solo perché ero in un periodo in cui completavo tutte le serie che avevo. Ma non so se lo leggerò mai.

Rossana. Bellissimo. Dico davvero. Solo che è così bello che non l’ho mai letto perché aspettavo il momento perfetto.

Temi d’amore. Comprato all’ultima fiera in blocco. Per poi scoprire che manca un numero. Dopo anni, perché tanto non l’ho mai letto.

Nui! Molto carino, davvero. Recensito tempo fa.

Koudelka. 3 volumi, comprati nel 2003. Una miniserie che non è mai interessata a nessuno oltre a me. (Forse neanche a me…)

Lei, l’arma finale. Anche questo completato solo per non averlo a metà. Al numero 5 decisi che non mi piaceva, anzi, mi angosciava, per l’ingenuità dei personaggi. In realtà è molto bello, ma non ho mai finito di leggerlo.

Con questo la smetto perché mi rendo conto che sarebbe effettivamente una lista infinita e continuo un altro giorno. Nel frattempo ho fatto sufficiente spazio per appoggiare le cose importanti da qualche parte in modo che non ci crescano su piantine di basilico e siano al riparo da unghiette feline.

E poi ci sono i nati nell’87.

I nati nell’89 hanno reflex digitali e mettono su Flickr belle foto in bianco e nero. I nati nel ’69 fanno i camerieri al centro e scrivono racconti, ne hanno pubblicati due.

Le velleità ti aiutano a dormire quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero.

I nati nel ’79 suonano in almeno due o tre gruppi e fanno musica datata. I nati nel ’59 tengono corsi di teatro e quando va bene si rimorchiano le allieve.

Le velleità ti aiutano a scopare quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero.

I critici musicali ora hanno il blog. Gli artisti in circolo al Circolo degli Artisti. I falsi nerd con gli occhiali da nerd. I radical chic senza radical. Nichilisti col cocktail in mano che sognano di essere famosi come Vasco Brondi, che appoggiato sul muro parla con la ragazza di qualcuno. Anoressiche alla moda, anoressiche fuori moda, bulimiche si occupano di moda. Mentre aspiranti DJ aspirano coca aspiranti attrici sospirano languide con gli autori tv, gli stagisti alla Fox, i registi di clip. I falliti, i delusi, i depressi, i frustrati. Gli emo riciclati.
I gruppi hipster, indie, hardcore, punk, electro-pop. I Cani.
I gruppi hipster, indie, hardcore, punk, electro-pop. I Cani.
I gruppi hipster, indie, hardcore.

Le velleità ti aiutano a scopare quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero.

Le velleità ti aiutano a campare quando mancano sei giorni all’analista ed è tutto così facile, o così difficile, nell’altro divanetto che non paghi per intero.

(I Cani, Velleità)

Capire Spotify e Settembre

Diciamo che stamattina stavo ascoltando musica su Spotify e la pubblicità mi suggeriva di pubblicare brani e playlist sulla mia pagina. Quindi pubblico questa playlist perché voglio provare. Questa playlist l’avevo intitolata “Capire settembre” ed era privata perché in fondo non mi piace condividere playlist. In fondo non mi piace condividere niente. Non si direbbe, vero? Ovviamente la playlist era relativa al mese di settembre, e adesso siamo ad ottobre. Anzi, quasi novembre.

Vorrei sottolineare che non mi piace Dente. Ma per una volta ci stava.

Se l’esperimento mi soddisfa credo che pubblicherò qualche playlist qui, anche se di playlist e consigli di musica ne è già pieno il mondo…