Guida sentimentale della Campania: Napoli nelle pagine di Milo Manara – I Borgia

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Non tutti sapranno che in alcune pagine dei Borgia di Milo Manara la storia si svolge a Napoli.

La discesa in Italia di Carlo VIII di Francia, forte oppositore dei Borgia (data di inizio: 3 settembre 1494) continuò infatti fino a Napoli, dove, tanto per cambiare, i soldati entrarono senza incontrare praticamente alcuna opposizione. Era il 22 febbraio 1495, l’allora re di Napoli, Ferdinando II di Napoli detto Ferrandino, abbandonò immediatamente la situazione bollente rifugiandosi a Ischia e poi a Messina.
Paradossalmente la vittoria a Napoli segnò la disfatta di Carlo VIII, perché la presa di Napoli suscitò nelle altre nazioni la necessità di ostacolare l’espansione francese.Già a maggio il re Ferrandino, aiutato da suo cugino Ferdinando II d’Aragona re di Spagna e di Sicilia, ebbe modo di riorganizzarsi e di riconquistare Napoli, risalendo da Messina a Reggio e da Reggio a Napoli. Entrato a febbraio, Carlo VIII, dopo neanche tre mesi, fu costretto a lasciare la città riconsegnandola al sovrano filo-spagnolo.

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Insomma, anche se per poche pagine, in questo volume ritroviamo Milo Manara a disegnare la città di Napoli.

Realizzato in quattro parti tra il 2004 e il 2011 e successivamente edito in volume unico, I Borgia è incentrato sugli efferati intrecci che ruotano intorno alla figura di papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia), osservati attraverso la fitta sceneggiatura del regista/scrittore/psicomago cileno Alejandro Jodorowsky, per il quale Milo Manara ha prestato la mano.

Il volume dei loro Borgia si conclude proprio così, dopo anni di attesa, con la discesa di Carlo VIII a Napoli che “chiude” la storia. Così la presa di Napoli non segna solo la disfatta del re francese, ma anche l’epilogo del volume in questione; i nuovi equilibri che si andranno a formare in seguito a questa sconfitta non fanno più parte dell’opera Manara/Jodorowsky, attualmente impegnati in altri lavori: Manara in una serie su Caravaggio (è uscito il primo volume Caravaggio – La tavolozza e la spada nel 2015) e Jodorowsky con le sue robe jodorowskiane, poco adatte alle masse.

Le pagine di “commiato”, in netto contrasto con quelle vivissime e veloci nella parte centrale del volume smorzano bene un finale che avrebbe potuto sembrarci per certi versi ripido. Ogni personaggio riceve la sua definitiva collocazione nel giro di qualche pagina, dopo uno sperpetuo di sangue e avvelenamenti durato un intero volume.
Per quanto precipitoso, un finale del genere è decisamente giustificato dal crescendo di eventi che portano ad un punto di non ritorno e lascia anche una sorta di malinconia polverosa: la storia (del volume) è finita, anche se la storia (quella vera) continua, con altri 500 anni di guerre e di intrighi assurdi prima di arrivare ad oggi.

Come ben sappiamo la storia non si ferma mai. Ad ogni guerra ne succede sempre un’altra, ad ogni regnante un successore, ed in particolare questo periodo storico mostra una notevole complessità degli intrecci familiari tra i vari sovrani delle potenze del tempo, senza i quali non si sarebbe mosso quasi niente.

È un fumetto che non consiglierei a tutti. È terribile. Penultimo uscito di Manara, era uno dei pochi che non avevo ancora letto, pur possedendo l’intera produzione.
Un’altra sua opera, molto recente, che mi ero procurata appena uscì, è X-Men – Ragazze in fuga (2009). Ma i Borgia ha raggiunto la sua conclusione solo dopo il 2009, e pur vedendolo da anni ed anni in libreria, mi ritrovo a leggerlo solo ora.

La sceneggiatura è di Jodorowsky ed è quindi terribile in un modo diverso: l’erotico si confonde nell’horror storico, degno appunto solo dei film di Jodorowsky.
Jodorowsky è un regista cileno che ho sempre molto apprezzato. Il suo film più famoso è sicuramente La montagna sacra (1973), un cult che vidi in una torrida estate del 2008, ma il primo suo film al quale mi avvicinai fu El Topo, un altro dei più famosi.
Il primo impatto con El Topo non fu semplice. El Topo ai tempi mi sembrava un film così disturbato che inizialmente non compresi perché avrei dovuto sottopormi alla tortura di una tale visione.

Ma alla fine i suoi film li ho visti tutti ed è diventato uno dei miei registi preferiti di sempre.

Anche se ricordo El Topo come il titolo più estremo, iniziare da The Holy Mountain non sarebbe stato meglio. E infatti, in The Holy Mountain/La montagna sacra, ci sono testicoli in barattolo come i peni raccolti dai Borgia. Ma se le immagini di un film si susseguono in modo rapido, nelle tavole di Manara esse sono fisse e immobili nella loro atrocità. Visiva e morale. Innocenti guardiani di cani squartati in quattro parti. Cadaveri di gatti usati per bagnare di sangue gli umani. Necrofilia. Incesti, incesti in continuazione. Anche le donne, non sono immuni alla crudeltà: oche ammazzate per gioco in convento. Ma la violenza è specialmente sugli umani. Dopo un primo impatto, il lettore, stordito, pensa: vabbè è Jodorowsky, che mi aspettavo? e prende l’opera per quello che è, senza lasciarsi scalfire, e l’opera è una visione della storia, vista da due talenti, Manara e Jodorowsky, vorticosa, cruda, coinvolgente, ricca di pathos, nuova. Una visione che riporta i fatti, una moltitudine, e di personaggi, ancora di più, senza mai renderli comparse, vuoti o immotivati. Nessuna crudeltà è fine se stessa. È come un frenetico gioco, ed in effetti così è la storia. E’ un frenetico gioco, proprio come la storia dell’umanità.

Attenzione, però. I Borgia di Manara/Jodorowsky non sono fedeli alla storia, anche se di certo i due non ci vanno tanto lontano: i due maestri ci hanno un po’ fantasticato su, con abbastanza coerenza, dopotutto. Se proprio volete, con le dovute correzioni, I Borgia non va così male per ripetere per le interrogazioni del liceo.

Il sesso non è molto, addirittura accessorio, non erotico, ancora meno di altre angosciose opere di Manara, ma spesso blasfemo. A partire dal primo incontro con Vannozza, futura amante di Rodrigo Borgia (papa Alessandro VI) e madre dei suoi figli, scoperta ad adorare sessualmente la statua di un santo. I due, Rodrigo e Vannozza, consumeranno l’atto sull’altare, così come Rodrigo farà, anni dopo, con la sua stessa figlia, ad un ballo in maschera senza averla riconosciuta.
Insomma sicuramente molte libere interpretazioni, ma non inverosimili per quegli anni bui: inutile scandalizzarsi.
Libera interpretazione tra l’altro proprio per la discesa di Carlo VIII a Napoli che Jodorowsky fa morire in cima al Vesuvio, sul quale era salito dopo aver richiesto la più bella puttana del regno. Distratto da questa, Carlo VIII non si accorge di un’improvvisa eruzione del Vesuvio, e così scompaiono entrambi nella lava.
Episodio storicamente scorretto: come abbiamo già detto all’inizio, Carlo VIII, fu scacciato dopo alcuni mesi dal precedente re di Napoli, e non morì a Napoli, anche se ebbe qualche discreto problema a tornare a casa (l’esercito italiano provò a sbarrargli la strada il 6 luglio 1495 a Fornovo, in provincia di Parma) ed ebbe anche vita breve: morì solo 3 anni dopo, nel 1498, a 27 anni a causa di un incidente a cavallo.
Nei Borgia ci sono bellissime vedute anche di altre città: Roma su tutte. Ogni dettaglio è curatissimo, non solo i luoghi. A chi Napoli non bastasse (in effetti, tutto questo parlare per tre pagine di fumetto) consiglio una passeggiata nei Musei Vaticani a Roma, che comprendono, tra le innumerevoli cose, anche gli appartamenti dei Borgia, decorati dal Pinturicchio.
Sottolineo ancora che il rapido epilogo della storia (in poco tutti sono morti, tutto è risolto, tutto è spiegato) non è forzato, mostrando un’ultima difficoltà superata che consacra I Borgia al capolavoro. Atroce, ma perfetto e capolavoro.

Libri consigliati:
La danza della realtà – Autobiografia di Alejandro Jodorowsky

Film consigliati di Alejandro Jodorowksy: Fando y Lis, El Topo, La montagna sacra, Santa Sangre

Altri fumetti con la sceneggiatura di Jodorowsky: L’Incal, illustrato da un altro fuoriclasse del fumetto europeo, Moebius.

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Gli appartamenti dei Borgia a Roma, decorati dal Pinturicchio (Musei Vaticani)

Kiseiju – L’ospite indesiderato – Parasyte

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Che anime bellissimo. Kiseiju – L’ospite indesiderato mi ha dapprima attratto con la sua estetica di dubbio gusto per poi rivelarsi più profondo di quanto non sembrasse. Kiseiju non è uno shonen splatter pieno d’azione e di combattimenti come potrebbe sembrare, è una riflessione profonda sulla vita, sull’esistenza, sul pianeta. E’ incredibile come riesca a collocarsi ad un livello così elevato nonostante queste sue caratteristiche grottesche, inoltre, e forse è questo che lo rende assolutamente differente dagli altri anime del suo genere, nonostante sia una serie del 2014, è tratto da un manga degli anni ’90. Questo stile anni ’90, anche se il charachter design è rinnovato, si avverte distintamente nella storia, che ha un sapore diverso.
E’ difficile che mi appassioni ad un anime: ne ho visti così tanti che da tempo mi sembrano perlopiù tutti uguali. Kiseiju mi ha conquistato. Shinichi, e Migi, il parassita che vive nella sua mano destra, mi piacciono moltissimo. E’ incredibile riuscire ad affezionarsi così tanto a un parassita. Kiseiju è una visione inquietante e appassionante come poche. Un incubo che prende forma. Eppure, così ricco, sfaccettato e rassenerante allo stesso tempo.

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I personaggi, tutti ben confezionati. OST perfetta. Sigle di apertura e chiusura molto belle. Ah, in quest’anime così sanguinolento non mancano le storie d’amore.

Disponibile su VVVVD.

Stupendo.

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OST

Ma la mia preferita è questa, che si sente, in una versione un po’ più rapida, quando Kana guarda per la prima volta negli occhi di Shinichi e ci vede una sorta di universo:

https://www.youtube.com/watch?v=dezLzzu9QCE

Altri dei miei anime preferiti:

Higurashi No Naku Koro Ni

Elfen Lied

Per chi volesse recuperare il manga: la pubblicazione di Kiseiju in Italia è stata piuttosto travagliata, pubblicato incompleto da Magic Press (8 volumi di 10) ai tempi, è adesso edito in una perfect edition da Goen.

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Ho dormito una notte all’Emporio di Minnie

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Ovvero la dura vita tra i ghiacci e le foreste dell’America nel cinema del 2016

Stanotte ho dormito all’Emporio di Minnie. Chi ha visto The Hateful Eight mi capirà.

Abbiamo attraversato Valle Scura nella notte, illuminati solo dalla luna piena. Portavamo con noi quattro assassini, morti e vivi. Al paese vicino di Monte San Giacomo li avremmo consegnati alle autorità (lo sceriffo di Monte San Giacomo) e dopo processo, sarebbero stati messi alla forca. Ma non è andata così. La neve e la notte fonda ci hanno richiamato a loro. In fondo abbiamo legato con gli assassini. Richiamati dalla notte, abbiamo risalito la valle dell’Acqua che suona e siamo arrivati al rifugio, all’Emporio di Minnie.

Minnie non c’era. Dicevano che era partita per andare a trovare la madre, insieme a Sweet Dave. Quattro persone si erano sostituite a lei, tra cui un messicano.
Il messicano, Oswaldo, Joe Gage il boia, il generale Sanford Smithers, erano tutti già nel rifugio. Minnie dov’era? C’era solo il suo stufato, buonissimo, come sempre. Con ceci e verza. Ma Minnie non avrebbe mai messo la verza. Minnie non badava a spese. Lei metteva solo carne, carne a volontà. Qualcosa non quadrava.

Ma forse è il caso di ripartire dall’inizio.

The Hateful Eight è l’ultimo film di Quentin Tarantino, secondo western dopo Django Unchained, anche se di western non c’è poi così tanto, a parte la colonna sonora – premio Oscar – di Ennio Morricone, che ad 88 anni continua a comporre. Non è un mistero di come Quentin Tarantino sia legato ai western di Sergio Leone.
The Hateful Eight sembra un esperimento, una pièce teatrale, otto personaggi, molti dialoghi, portati avanti fino allo stremo, lo stremo è per gli Hateful Eight, gli otto pieni di odio, che porta a una risoluzione elegante quanto sanguinaria. La violenza di Tarantino non è mai gratuita, è giustificata dall’odio, dallo sporco, dalla tensione, dall’attesa, esattamente come accadeva in Bastardi senza Gloria. E dopo tanto parlare, in Hateful 8 non si può che dire: sono d’accordo, sono d’accordo. Squartatevi pure.

Se non fosse per la sua ingestibile vena efferata, Tarantino potrebbe essere consumato con più tranquillità dalle masse. Ma a parte le persone che abbandonavano la sala, e i bambini messi di fronte a luridi dialoghi su peni negri (non fraintendete: le tematiche sessuali non fanno praticamente mai parte dei film di Tarantino), Hateful può piacere a molti. Addirittura, statisticamente ho osservato che riesce a piacere molto di più ai non-fan di Tarantino che ai suoi fan. Hateful Eight è un ottimo film, ma non brilla in modo particolare in una scala in cui quasi tutti i suoi film sono considerati eccellenti. E’ vero che il panorama cinematografico è vario e non esiste solo Tarantino. Ma Tarantino piace sempre, anche a 22 anni da Pulp Fiction, 12 da Kill Bill, 7 da Bastardi senza Gloria. I suoi fan da quindicenni sono diventati trentenni. Non posso non apprezzare il suo modo di fare a pezzi le persone, psicologicamente e materialmente, la sua ossessione per la figura dei “neri” (il personaggio “nero” è ricorrente) quel vizio di creare dialoghi che non centrano niente che affiancano la barbara normalità dello stile di vita dei suoi personaggi (come quello sul Quarter Pounder di Pulp Fiction).

Nel cast di Hateful Eight: Samuel L. Jackson, Kurt Russel, Jennifer Jason Leigh, Tim Roth, Michael Madsen (Mr.Blonde), Bruce Dern.

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Il rifugio Cervati alle prime luci dell’alba

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Così quando sabato 20 febbraio dopo aver risalito il sentiero dell’Acqua Che Suona alla luce della luna piena, siamo giunti in una piana innevata a 1600 metri ho pensato subito al rifugio di Hateful Eight, dove il maggiore Warren e John Ruth trovano riparo per sfuggire a una tempesta di neve.

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Sembrerà strano, ma sì, in Campania esiste un rifugio a 1600 metri, non raggiungibile in auto (al massimo con fuoristrada nel periodo da giugno a novembre) ma dotato di acqua corrente ed energia elettrica (prodotta attraverso pannelli fotovoltaici, perciò è consigliabile non abusarne, infatti alla mezzanotte viene spento tutto e vengono accese le candele). Da Monte San Giacomo, dopo 13 km in auto, il rifugio dista circa un’ora e trenta di cammino in assenza di neve. Al rifugio Cervati è possibile cenare e dormire in letti a castello, in camerata. La nuova gestione, inaugurata poco più di un anno fa (a quanto ho capito, il 25 gennaio 2015), è simile a quella dei rifugi che è possibile trovare sulle Alpi, dove la montagna è una passione molto più diffusa di quanto non sia nel profondo sud, che in fondo di Alpi non ha.

Il Monte Cervati, nel Cilento, in provincia di Salerno, ha il primato, anche se non senza qualche ambiguità, di essere il monte più alto della Campania, con i suoi 1898 m, sempre se non vogliamo considerare Punta Giulia, la parte di cima della Gallinola (1923 m) situata in Campania (sul confine con il Molise) che l’amico Carlo Pastore ha dedicato alla scomparsa compagna Giulia D’Angerio.

Così, con un mese di anticipo, prenotiamo l‘escursione in notturna organizzata dal CAI di Salerno. L’appuntamento con gli altri è a Monte San Giacomo, piccolo paese alle pendici del Monte Cervati, di 1600 abitanti. Potrebbe essere Telluride, in Colorado, che ha poco più di 2000 abitanti ed è capoluogo della Contea di San Miguel, che in tutto di abitanti ne fa 6000. E’ qui che – ten miles West of Telluride – nel Ranch Schmid sono state ospitate le riprese di Quentin Tarantino.

http://www.schmidranchtelluride.com/

Anche qui in Cilento non c’è proprio nessuno. Siamo al confine con la Basilicata e non sembra neanche Campania.

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Il Ranch Schmid in estate

Capitolo 1: L’ultima diligenza per Red Rock (L’ultima diligenza per Monte San Giacomo)

Con l’auto attraversiamo Sala Consilina: è la prima volta che ci passiamo dentro, fino ad allora era sempre stato solo un cartello sull’autostrada. Palazzoni inspiegabili. A Monte San Giacomo si ha la sensazione di essere arrivati all’ultimo paese sulla mappa. Avete presente quando si gioca ad un gdr, che la mappa viene creata via che il personaggio avanza in zone inesplorate? Oltre, solo nebbia, i contorni sono sfumati. Solo il bosco fitto ovunque intorno a noi.

Per quanto il Ranch Schmid si trovi nella realtà in Colorado, Hateful Eight è ufficialmente ambientato in Wyoming, allora ok, diciamo che siamo in Wyoming. E che dobbiamo raggiungere Red Rock, il paese che consegnerà alla forca Daisy Domergue, una feroce assassina che abbiamo catturato.

A Monte San Giacomo c’è un solo bar, stracolmo di brutti ceffi. Hanno barbe, occhi arrossati, un vociare assordante. Mentre campi stellati si affacciano dal finestrino dell’auto, ci ritroviamo alle 19 a Valle Scura e ci incamminiamo a piedi alla luce della luna piena.”Spegnete le lampade”, ci dicono alcune donne, così seguiamo solo la luna. Man mano che si avanza inizia a comparire la neve, prima sciolta e morbida, poi ghiacciata, tutt’uno con il terreno come unguento di uno stregone o come decorso naturale della sua esistenza e di tutte le cose, ovvero la morte della neve; poi inizia ad apparire di nuovo pallida e immobile come la luna che ci sta indicando la strada, fissa e sempre equidistante da noi. Seguite la luna, ci dice lo stesso spirito della foresta che ha usato la neve per i suoi unguenti, e la luna ci confonde, regina del suo regno bianco e trafitto da alberi sottilissimi e altissimi ai nostri lati. Al Piano degli Zingari la neve è molta e inaspettata: in fondo non credevamo di trovarne affatto quando eravamo partiti da Monte San Giacomo.
A febbraio il tempo era stato mite e non aveva mai piovuto.
Le ciaspole erano rimaste tutte nei bagagliai.

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Telluride, Colorado

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Monte San Giacomo, UGUALE.

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Un’altra vista di Monte San Giacomo, ehm, Telluride

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Capitolo 2: Figlio d’un cane (Figlia di volpe)

Il sentiero dell’Acqua che suona prende questo nome perché costeggia un ruscello, e perciò è accompagnato costantamente dalla sua melodia. In breve tempo, siamo all’Emporio di Minnie ovvero al Rifugio Cervati, che è circondato da una timida neve e dal cielo della notte, ricco di stelle. Tornerò a vederlo, penso, ma in fondo non uscirò più, se non per pochi minuti, senza cappotto, per dare da mangiare a una volpe. “E’ una volpe addomesticata” dice un ragazzo affianco a me di cui non ricordo il volto, e penso alla Volpe del Piccolo Principe, ma in realtà la volpe a me sembrava timida e scontrosa, considerando che in fondo le volpi un po’ s’avvicinano sempre.

(Sappiate che mi sto odiando da sola per questa banale citazione)

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L’emporio di Minnie in Hateful Eight – Ranch Schmid, Telluride, Colorado

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Capitolo 3: L’emporio di Minnie

Stasera si mangia: Gnocchetti paesani di Minnie con patate, verza, ceci. Secondo: Salsiccia, pancetta, broccoli, tarallini, formaggi, salumi, numerosi bicchieri di vino.
Il messicano ci invita a scrivere il nostro nome sul bicchiere e ci spiega a voce alta come funziona il rifugio. Non abbiamo bisogno di inchiodare la porta rotta come in Hateful Eight, ma ci servirà farlo il giorno dopo, che veniva continuamente aperta facendo entrare il freddo mentre stavamo pranzando, a causa del continuo via vai del secondo gruppo di viaggiatori.
I nostri cavalli – gli scarponi – sono rimasti all’ingresso, subito l’ambiente nel rifugio viene diviso in sezioni, diversi tavoli, ognuno sceglie la divisione con le persone di cui sente più di potersi fidare. Nordisti o sudisti? Noi siamo a una lunga tavolata, e i bicchieri di vino vengono riempiti uno dopo l’altro.

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Noi sediamo al tavolo lungo.

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Le salsicce cotte dal messicano e dalle altre persone che ci hanno accolto al rifugio non sono cotte come avrebbe fatto Minnie: ma ci pensa uno dei nostri cacciatori di taglie a correggere il tiro.

E’ tutto piuttosto buono e ci complimentiamo con il messicano e tutti gli altri, addirittura anche il colonnello vegano, che al suo ritorno avrebbe preso servizio come sceriffo di Red Rock, rinuncia ad essere vegano per mezz’ora e si ciba, a sua detta, di cadaveri. “Amo i sapori vegetali, sono avvantaggiato”, ci dice più volte, e come non volergli bene, anche se io i cavolfiori non li toccherei mai e ho guardato con invidia Leonardo Di Caprio cibarsi di carne di bufalo cruda in The Revenant .
Nel frattempo c’è qualcuno che continua a riempire a tutti bicchieri di vino: è uno dei più spietati di cacciatori di taglie del Wyoming, ma ha un buon cuore.

“Vado a trovare mia madre per il suo compleanno, sono qui di passaggio”, ci dice invece il vaccaro, e lì inizia il nostro sospetto: non sembri un tipo che va a trovare sua madre per il suo compleanno, gli diciamo. Sembri uno che neanche ce l’ha la famiglia.
A fine cena ci portano il caffè con un biscotto fatto a mano da una signora del Wyoming, il messicano urla a gran voce, e gli altri ci servono il caffè. Che sia avvelenato? ci chiediamo, ma se non fosse stato per il rifugio avremmo dormito all’addiaccio nella neve o perlomeno avremmo dovuto dormire al rifugio Panormo senza la cura di nessuno e cucinarci da soli.

All’improvviso, mentre facevamo amicizia con il nuovo sceriffo di Red Rock e con il riempitore di bicchieri seriale, vengono spente le luci. ORA SI DORME! Urla il messicano. Senza se e senza ma. E’ finita la festa, veniamo cacciati. Ci sono 3 stanze. Una è di sole donne. Tra di loro c’è di sicuro anche Daisy, l’assassina, ma non so dove dorme, oramai tutte le luci sono spente e non vedo più niente. Per cercare il pigiama devo usare la lampada frontale. Quando arrivo nella stanza sono già quasi tutte nel letto, con le coperte tirate fin sopra la testa, e non ho idea di se e come loro siano riuscite a mettere il pigiama al buio. Metto il mio pigiama in pile enorme con i pinguini che niente centra con un posto del genere, e mi infilo anche io sotto le coperte. Noto due sottilissime strisce di luce tra le imposte di legno della finestra sopra il mio letto ed intuisco la neve, la luna, gli alberi al di là del vetro. Dormiamo 3 o 4 ore con gli occhi sbarrati, con gli occhi aperti. Nessuna dice una parola. Alle 4 tutte si alzano per salire in cima al Cervati all’alba, fanno un’ora di fila per andare in bagno, solo una di loro rimane a dormire senza uscire all’alba, oltre me, che però mi alzo, e scendo giù dove c’è il camino ad osservare l’aria che tira. Io salirò in mattinata, come da programma.

Capitolo 4: Daisy ha un segreto

Li vedo armarsi, partire, con il buio fuori dalla porta. C’è il caffè, c’è il camino acceso. Qualcuno torna indietro, qualcun altro ha dimenticato parte dell’armamentario, vorremmo rimanere intorno al camino a parlare della guerra tra nordisti e sudisti, ma il messicano ci dice di andare via, di andare a dormire, che le luci devono essere spente. Sono le 6 passate, ormai, ci sembrava sufficientemente tardi per essere in montagna, ma dobbiamo di nuovo sgombrare il campo.

Quando inizia ad esserci la luce apro un po’ la finestra della camerata, ormai quasi vuota, ed è come immaginavo. C’è un mondo stupendo e deserto al di là del vetro.

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Scendo di nuovo al pianterreno, esco senza scarpe e rimango sulla soglia, in calzini, per qualche attimo ad osservare lo spettacolo. Poi mi do una mossa, mi vesto, recupero i cavalli (le scarpe) ed esco fuori. Fa abbastanza freddo, i monti alle spalle del rifugio si tingono di rosa, il sole sorge. Gli alberi come coda di volpe al sole vengono increspati da carezze contropelo. Si scioglie altra neve, e iniziano a scorrere microscopici ruscelli, nascono sentieri che si svolgono tra grovigli di rami, abbassandosi, contraendosi fra i raggi di luce che scoprono la loro esistenza. Non c’è più traccia della volpe, né di quella luna che regale dominava la notte, solo la sua impronta, uno spettro tra le tracce dei lupi in lontananza.

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La colazione al rifugio

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Discussioni sulla guerra civile americana davanti al camino alle 6 del mattino.

Capitolo 5: I viaggiatori

Il rifugio Cervati fu costruito inizialmente come ricovero per pastori. I ragazzi del CAI Salerno ci raccontano che l’ultima volta che erano saliti al Cervati in notturna, un paio d’anni prima, avevano dormito al rifugio Panormo, del quale avevano preso in consegna le chiavi. Qui nessuno ad accoglierli, niente fuoco acceso, un sacco di neve da spalare e a loro il compito di cucinare. Il rifugio Cervati non esisteva. Purtroppo non sappiamo niente di Minnie.

Poiché John Ruth e il maggiore Warren non escono mai dall’emporio per farsi un giretto, la parte dell’ascesa al Cervati non avrebbe nessun ruolo nella storia.

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Si sale da qui.

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Arrivati qui inizia il percorso lungo le creste: un vento di pazzi. Potevo volare via.

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Un dinosauro di pietra dorme sul profilo dopo essersi abbeverato al ghiacciaio. Si ciba di divinità, di Madonne, di vento e di pietre.

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La prima cima, Capo di Testa

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La chiesa della Madonna della Neve in lontananza

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Cima del Cervati

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Mi accingo a firmare il libro di vetta dopo aver estratto dalla cassetta un libro e una penna completamente bagnati.

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Si prosegue verso la Madonna della Neve, dopo aver improvvisato tra i circhi glaciali, ci ricongiungiamo ad un sentiero ben tracciato.

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Infine, la discesa per Chiaia AmaraIMG_5550

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Dall’alto già vediamo il nostro rifugio: la discesa per Chiaia Amara è velocissima

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Al ritorno, la neve intorno al rifugio si è completamente sciolta.

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Per un po’ non possiamo entrare al rifugio, nonostante dovessimo pranzare: tengono in ostaggio un altro gruppo, il cui pranzo era prenotato alle 12, mentre il nostro alle 14.
Ad aver prenotato il pranzo alle 12 sono le stesse persone che abbiamo incontrato in cima al Cervati.

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Dei motociclisti malvisti dai viaggiatori.

Capitolo 6, ultimo capitolo: Uomo nero, inferno bianco (L’ammutinamento)

La storia sembrerebbe conclusa dopo l’ascesa al Cervati e il ritorno al rifugio, dove un altro pranzo attendeva i viaggiatori, ma in realtà restava ancora di riscendere all’auto per il sentiero dell’Acqua che suona. E qui il gruppo – che mostrava già qualche divergenza – si è scisso, una parte avrebbe proseguito per visitare un altro sito, i Gravittoni, e una parte molto più numerosa sarebbe discesa direttamente a Valle Scura. Ma qui, la trappola: ci ritroviamo tutti ai Gravittoni, a tradimento. E’ insurrezione generale. Per fortuna si sfugge alla trappola dei Gravittoni (per principio) e ritorniamo alla macchina, dove ci salutiamo, felici.

Prossima escursione: The Revenant (e lì sono cazzi)

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Per evitare equivoci, esplicito che la quasi totalità delle cose scritte ha solo il fine di creare un parallelo tra l’emporio di Minnie e il Rifugio Cervati: il caffè non era velenoso, anzi, piuttosto buono e l’ospitalità ottima, ancora di più considerando che si tratta di un rifugio “in quota”. Mi auguro che sempre più persone ne facciano utilizzo, anche spinte da un po’ di sana curiosità, in modo da poterlo trovare sempre aperto ogni volta che mi troverò al Cervati.

Ciao Emporio di Minnie!

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Foto di Chowen Photography

Altri articoli di questo tipo, in cui sono abbinati film a luoghi reali: Quando c’era Marnie – Sila Sound  e Stealin’ Beauty (con il vero set del film)

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“Tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i grandi bastardi sono quelli che impiccano.”

John “Il Boia” Ruth

 

Altri film di Quentin Tarantino sottomano: Jackie Brown, True Romance (sceneggiatura di Tarantino), Reservoir Dogs (Le Iene), Django Unchained (non sapete quante volte ho rischiato di scrivere Django Unchained al posto di Hateful Eight in quest’articolo)

 

Elfen Lied

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Finalmente è giunta alla conclusione anche in Italia la serie “Elfen Lied”, 12 volumi editi da Panini Comics che sin dalla prima uscita avevano destato non poca attenzione per le bustine colorate nei quali sono confezionati, al fine di preservare i più piccoli (almeno finché sono in fumetteria) dai contenuti “non adatti ai minori”. Eppure Elfen Lied non è di certo osceno: è solo che il fanservice è una costante in tutti e 12 i volumi del manga, un fanservice che in fondo è parte integrante della storia e dello stile del fumetto, che a me personalmente non ha mai dato fastidio e che in qualche modo credo abbia avvalorato la serie, già di per sé molto bella. Più che imbarazzare le nudità contribuiscono a mettere in risalto l’umanità dei personaggi. Anche se non si può propriamente parlare di capolavoro, Elfen Lied riassume in sé tutte quegli aspetti positivi e negativi dell’universo manga da far sì che esso risulti una chiara e rara gemma discostandosi nettamente dal commerciale. Il valore di Elfen Lied è dovuto sia al fatto d’esser stato uno dei primi anime diffusi in Italia ad affiancare con completa disinvoluta splatter e kawaii, sia perché, al di là di tutto, si tratta di una storia che riesce a reggere ben 12 volumi senza mai cadere in fallo né annoiare il lettore o semplicemente scadere nel banale. E’ vero, dopo i primi volumi risulta chiaro con quale andamento procederà la serie e lo stile che manterrà, ma l’autore riesce in continuazione ad introdurre nuovi elementi e nuovi personaggi sempre ben caratterizzati, utilizzando idee diverse che mantengono viva l’attenzione.

Credo senza dubbio che Elfen Lied sia una serie che meriti di essere posseduta e di essere letta, ovviamente io scrivo ciò in quanto Elfen Lied incarna da anni la mia personale idea di “storia che mi piace”, dove si uniscono tenerezza, splatter, fantascienza, genetica, scene di sesso, horror ed una cascata di buoni sentimenti come solo nei manga si possono trovare.
Tra l’altro Elfen Lied porta con sé contenuti niente affatto leggeri o d’evasione (anche se nel complesso risulta come uno shonen d’evasione) e affrontati in maniera accurata: la paura del diverso, l’emarginazione, l’amore incondizionato tra genitore e figlio; alcuni di questi temi sono gli stessi che incontriamo nelle storie degli X-Men Marvel: d’altronde in Elfen Lied il tema centrale è l’esistenza dei Diclonius, una mutazione spontanea degli esseri umani. Tale esistenza sembra minacciare il genere umano, ed è per questo che vengono istituiti due centri di ricerca nei quali i Diclonius sono rinchiusi e soggetti a studi.

(Spoiler.)

Inoltre ho molto apprezzato che Elfen Lied sia costellato da rapporti affettivi non convenzionali: il legame Kota/Yuka, che risale all’infanzia, il legame Kota/Nyu, profondo ma molto più complesso per essere gestito da Kota, lo straordinario rapporto Nana/Kurama, ma anche molti altri legami che crescono con il proseguire della storia, come quello tra Mayu e il signor Bando. Ogni personaggio di Elfen Lied è perfettamente caratterizzato e – purtroppo – dotato di una personalità e un passato difficile, essi maturano e cambiano con realismo fino alla fine. Elfen Lied riesce ad avere una gestione coerente di tanti personaggi in un prodotto che con ogni probabilità avrebbe venduto anche con meno cura, una cura che rivela quanto Lynn Okamoto abbia davvero amore per la propria storia e i propri personaggi, i quali, lo ammetto, ho temuto potessero scomparire uno ad uno da un momento all’altro, così come le prime violente pagine e i primi minuti dell’anime mi avevano insegnato a non credere nella sopravvivenza di nessuno di loro.
Ma Lynn Okamoto salva ogni personaggio al quale tiene e che nel corso della storia ha pazientemente fatto maturare e crescere.
Elfen Lied si risolve in un finale che, non so se potesse essere il migliore possibile, ma sicuramente non è stato il peggiore possibile, ed è ben strutturato in modo tale da accrescere al massimo il pathos. Un finale dove ogni cosa si risolve al bene per tutti, tranne che per Nyu/Lucy, a dimostrazione che essa era l’unica a non poter avere un posto sulla terra.
Un finale “felice”, anche troppo, dove ogni persona che abbiamo seguito – tranne Nyu – ritrova una sua dimensione ideale dove poter vivere e realizzare i propri desideri.
Un finale felice tranne che per una persona (tra l’altro proprio quella che caratterizza tutto il manga e gli dà origine) nasconde un’ingiustizia di fondo che ho apprezzato per aver reso la storia ancora più amara di quanto non fosse.
Eppure, in questo finale dolce e triste, nell’ultima tavola trovano spazio anche le due personalità di Nyu/Lucy, reincarnate in due gemelle amiche della figlia di Kota. Per quanto riguarda gli altri personaggi, vi è una risoluzione degli eventi quasi totale (anche se ognuno di loro porta con sé le ferite del proprio passato, ed è anche l’intera terra a portarle): vi è felicità per Mayu ed il signor Bando, per Nana e suo padre, si intuisce che Kota sposerà Yuka, addirittura il mostro Anna (visto poco, a dire il vero) sopravvive e ritrova il suo corpo umano.
Il mondo di Elfen Lied è un mondo dove si continua a sperare, vivere ed amare, nonostante le mutilazioni e le sevizie a lungo inflitte. Un mondo dove i personaggi non sono “puri” e sono spesso travolti da sentimenti ed eventi negativi, ma nonostante questo hanno in sé delle qualità positive che esternano lasciando fortemente colpito il lettore.

Ma chiariamo ulteriormente alcuni punti:

Per quanto riguarda le differenze tra manga ed anime, l’anime è composto da solo 12 episodi e si ferma a circa metà del manga, lasciando irrisolti buona parte degli interrogativi della storia (Nyu troverà il suo posto affianco a Kota? Che ne sarà dei Diclonius?), tutto sommato l’anime si rivela davvero un ottimo prodotto anche se incompleto.
Indubbiamente, chi ha amato l’anime, come conseguenza naturale ha quella di leggere il manga, in cui troverà molto di più.

Ritornando al fanservice, c’è da osservare che Elfen Lied è ricco di stereotipi anche per quanto riguarda le perversioni degli otaku, che forse non sono presenti tutte (anche perché di perversioni ve ne sono molte…), ma ce ne sono veramente TANTE, e che potrebbero infastidire il lettore: a me personalmente, trovando Elfen Lied un’espressione della realtà fumettistica giapponese, non hanno dato fastidio, anche se, davvero, qui di sconcerie giapponesi ce ne sono proprio tante, pannolini compresi.

In conclusione, Elfen Lied è l’unico manga che volessi davvero leggere da anni, e posso dire che mi ha pienamente soddisfatto: sapevo che cosa mi aspettavo e non mi ha deluso. Ovviamente ognuno di noi cerca qualcosa in delle storie, Elfen Lied aveva in sé tutto quello che aspettavo da anni.

[Spoiler nelle didascalie]

Yuka, rompipalle gelosona, ma in fondo una gran brava ragazza.

Yuka, rompipalle gelosona, ma in fondo una gran brava ragazza.

Mayu, la adoro. E Wanta è carinissimo.

Mayu, la adoro. E Wanta è carinissimo.

Nana, inizialmente insopportabile, poi mutilata e disabile, dopo inizio ad apprezzarla davvero molto.

Nana, inizialmente insopportabile, poi mutilata e disabile, dopo inizio ad apprezzarla davvero molto.

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Nozumi, molto graziosa, peccato che porta i pannolini. Una delle copertine più belle, bustina compresa.

Mariko, l'unica che sia riuscita ad essermi antipatica.

Mariko, l’unica che sia riuscita ad essermi sul serio antipatica. Non vedevo l’ora che morisse.

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Anna, che appare in 5-6 pagine ma vabbé. Lasciamo stare le altre copertine.

Un'allegra scena dell'anime.

Un’allegra scena dell’anime.

Elfen Lied Volume 1

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Pensereste mai che dietro questa copertina si nasconde un manga splatter?

Finalmente, dopo anni di attesa, è uscito in Italia edito da Planet Manga il manga di Elfen Lied. Il primo di 12 volumi, per una serie che ci accompagnerà per tutto l’anno (o un po’ più di un anno, se si considera qualche ritardo). Avvolto nella sua bustina rosa, non ha mancato di fare scandalo, infatti, per i contenuti erotici e violenti, Elfen Lied è stato imbustato in modo che in negozio nessun bambino possa inavvertitamente sfogliarlo e vedere gente senza mani e senza gambe. Più che altro, si tratta di un modo per attirare l’attenzione. La bustina rosa attrae tra tanti altri volumi oltre che lo fa sembrare, più che violento… un manga porno. Resta ancora irrisolto l’interrogativo sui volumi successivi: la bustina ci sarà ancora? E sarà sempre intonata alla copertina di ogni volume? Se è così, mese prossimo bustina verdina, esattamente come quella degli assorbenti senza ali. Aspettiamo intrepidi la bustina viola. In ogni caso, la bustina è un’idea molto graziosa. La conservo e penso che ogni collezionista lo farà.

Per quanto riguarda il manga, l’edizione è fatta molto bene, con pagine a colori e vale la pena d’essere acquistata. Il manga l’avevo già letto e me ne son ricordata solo dopo averlo letto. Credo che il tratto dell’autrice, sebbene molto acerbo, sia perfettamente capace di descrivere una storia come quella di Elfen Lied, anzi, la avvalora e le dà ancor più personalità.
Elfen Lied è una serie che non può deludere gli amanti dell’anime e che sicuramente non mancherà di raccogliere nuovi fan.

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Su ogni copertina una ragazza gnoccherellina che non mancherà di mostrare le tette.

Anno: 2002
Storia e disegni: Lynn Okamoto
Genere: seinen, pubblico adulto

Silent Hill Revelation

Uscito il 31 Ottobre, non mi aspettavo di vederlo così presto, sia perché credevo che venisse proiettato ovunque solo in 3d, sia perché di titoli interessanti al momento ce ne sono un bel po’: uno su tutti il tanto atteso film di 007 Skyfall, a 4 anni di distanza dall’ultimo capitolo Quantum of Solace.

Silent Hill – Revelation è il sequel del primo film di Silent Hill, uscito nella lontana estate del 2006. E’ una pellicola alla quale sono molto legata, per più motivi. Ho visto il primo film solo alla fine dell’estate del 2007, al ritorno di una vacanza particolarmente felice. Il cielo azzurro si stagliava su di me, la cenere di Silent Hill appariva così attraente. Ma oltre a questo, la colonna sonora dei numerosi capitoli di Silent Hill (mi riferisco stavolta ai videogiochi) mi ha accompagnato per molti anni, praticamente dalla fine del liceo fino ad ora. Theme of Laura è stato in repeat per settimane e mi capita ancora che lo sia. Per il resto, non ho mai giocato in prima persona a Silent Hill, ma ripescai le colonne sonore ricordando le lunghe estati a casa di mia nonna con i miei cugini, fatte di sole, gelati e continui acquisti di giochi per la PS1 da parte dei miei cugini. Allora, il più grande giocava, io e gli altri restavamo a guardare. Li conoscevo già tutti, i mostri di Silent Hill, prima del film. La tensione di quel gioco bellissimo. Ricordo ancora, era sempre un’estate, a casa di una mia amica, entrai nella sua stanza e trovai un lenzuolo sul quale era dipinto di rosso un enorme cerchio con una strana simbologia: era quello che in Revelation viene chiamato il sigillo di Metatron. Ricorre l’estate in questi miei ricordi. Ma veniamo al film.

Premetto ancora che i film, se paragonati ai videogiochi, sono da tutti considerati molto deludenti in quanto a trama, ma per quanto riguarda le ambientazioni sono fedeli e perciò meritano la visione. Anche chi non ha mai giocato a Silent Hill troverà le trame di questi due film abbastanza banali, tipiche trame da film horror: non fa niente. Quello che fa differenza tra Silent Hill e un altro film horror qualsiasi sono le ambientazioni e i mostri. Mostri bellissimi. Eh, ok, mostri bellissimi non ha senso, ma è così. C’è, in effetti, molto della cultura giapponese in questi film, non a caso Silent Hill è una saga di videogiochi sviluppata dalla Konami, un’azienda di Osaki. Le musiche sono di Akira Yamaoka, eccezionali.

Rispetto al primo capitolo, Revelation è stato girato in 3d e il regista (Micheal J.Bassett, lo stesso di Solomon Kane, e la cosa non era per niente una garanzia) ha dichiarato di aver puntato a rendere il film maggiormente “pauroso” rispetto al precedente. In effetti in Revelation non c’è un attimo di tregua per la povera Adelaide Clemens e mostri fantastici si alternano in una frenetica composizione splatter (ma mai fastidiosa, sempre molto gradevole).

Nel complesso, Silent Hill Revelation (così come il primo capitolo di Silent Hill) non è un capolavoro del cinema ma si lascia guardare con molto molto piacere per appassionati del genere e di videogiochi.

Ah, per come si conclude Revelation risulta praticamente d’obbligo un terzo capitolo (viene quasi annunciato) e ciò non mi dispiace.

Chiaramente il mio è un giudizio soggettivo e come al solito in queste cose i fan si divideranno tra quelli che non ammettono le profanazioni (la trama, ripeto, ha subito un bel po’ di variazioni) e quelli che accettano con piacere ciò che il cinema americano (lo sappiamo, per soldi) fa cadere fra le mani degli appassionati. Questa mania, ecco, di trasformare qualsiasi cosa (libri, videogiochi, fumetti, etc.) in film più o meno commerciali.

The Raven

Dal regista di V per Vendetta, The Raven, adesso nelle sale, è un omaggio allo scrittore Edgar Allan Poe, non so se insincero, ma sicuramente interessato. Sulla scia di Sherlock Holmes e Sherlock Holmes – Gioco di ombre, spunta fuori un altro prodotto commercialmente ben realizzato, l’ideale per passare la serata ma che non lascia niente di più di un po’ d’intrattenimento. Le atmosfere noir, le scene cruente che tanto piacciono agli adolescenti, dettagli simpatici come un procione di casa che mangia un cuore umano capitato di lì per caso, tutte cose che sono alla moda. Non abbiamo Robert Downey Jr. ma John Cusack con una barba simile (Essere John Malkovich, Alta Fedeltà), la protagonista femminile, Alice Eve, non mi piaceva affatto, poi Luke Evans (Scontro tra titani, Immortals). Insomma, un film abbastanza mediocre con lo stile dei film fighi. Da vedere con piacere a 15 anni in seconda serata dopo il McDonald’s.
Consigliato per sentirvi giovani ;) ;) ;)

Non volevo distruggerlo tanto, non so perché l’ho fatto. Mi dispiace. La fotografia era buona. Le citazioni tante. Ma un vero fan di Poe si sentirebbe male.


Odiosa e rifatta.

Ci posso fare pure la recensione!

La Casa dei 1000 Corpi è un film del 2003 di Rob Zombie. Ricordo i tempi di irc in cui le persone dei canali un po’ metallari dicevano “vado a vedere il film di Rob Zombie! che figata!” Rob Zombie era anche il leader della band alternative metal White Zombie. Ma di tutto questo non ci importa un caz. E nemmeno del film.
Non sono riuscita a capire la trama, me la sono fatta spiegare e ho continuato a non capirla. Sembrava troppo stupida e scontata per essere considerata una trama.
About Rob Zombie e delle sue esperienze da regista si potrebbe parlare anche del sequel La casa del diavolo (2005) e dell’inutile remake Halloween – The Beginning (2007) visto al cinema nei tempi belli di una volta. Seguiva Halloween 2 (2009), ovviamente perso.

Mi è stato suggerito, per comprendere a pieno questo film, di vederlo 5 volte con disattenzione, la cosa porta infatti ad un’equivalenza con una sola visione attenta.

The Doom Generation

Allora, vedendo spezzoni su youtube di Ichi The Killer noto il trailer di quest’altro film, The Doom Generation (1995), anch’esso molto splatter e molto dark. Poi scopro di averlo già tra i miei film, insieme ad un’inconsueta COLLEZIONE DI FILM DI PIERINO sulla cui provenienza ho molti dubbi (ricordavo di FANTOZZI, ma PIERINO da dove esce?). Insomma The Doom Generation era già qui.

Film mediano della Teenage Apocalypse Trilogy di Gregg Araki, comprendente:
1) Totally Fucked Up
2) The Doom Generation
3) Ecstasy Generation

Non vedrò gli altri due. The Doom Generation è praticamente un film porno privato delle inquadrature ai genitali e intervallato di tanto in tanto da scene splatter. Può essere una buona lista di idee per zozzoni annoiati. L’atmosfera è a metà tra quella di un videoclip emocore/indie e il set del Corvo 2. La storia è ingiustificata e senza senso esattamente come quella di un film porno. Amy e Jordan sono due binbiminchia con l’hobby di drogarsi, ma non copulano. Jordan ha tendenze gay e indossa una maglietta dei Ministry, io l’ho sempre detto che l’industrial fa schifo. Quando incontrano Xavier, Amy e Jordan decidono di portarselo dietro. Xavier ha un tatuaggio sul pene (rappresentante un demone, ma non lo fanno mai vedere) ed è un simpatico assassino e maniaco. Nonostante Jordan non sembri molto portato per il sesso, Xavier gradisce la possibilità di osservarlo accoppiarsi per la prima volta con Amy nella vasca da bagno, poi lecca il suo stesso sperma. Amy tradisce Jordan con Xavier. Anche Jordan, sebbene dispiaciuto, la osserva con Xavier, e per aiutarsi nel soddisfacimento utilizza uno yo-yo da appendere al suo membro. Investono un cane in auto, e se ne dispiacciono tanto. Uccidono un commesso ed altre persone a caso, e non se ne importa nessuno. Dopo qualche sessione di sesso a tre ed esperienze anali (con dito) alla fine del film a Jordan viene tagliato il pene ed Amy e Xavier rimangono soli a mangiare Doritos. Meglio, no?

In conclusione, un ménage a trois per generazioni di falliti. Inoltre i ragazzi non azzeccano un congiuntivo nemmeno per sbaglio e non c’è una frase che non comprenda le parole cazzo, figa o stronzo. Su IMDb c’è scritto Action/Comedy/Crime. Assolutamente senza senso.
Un porno alternativo che non fa arrapare.

Consigliato a: nessuno.

Sympathy 4 Mr.Vengeance

Partenza sottotono per il regista coreano Park Chan-wook e la sua nota trilogia della vendetta composta da:

1 – Mr.Vendetta (Simpathy for Mr.Vengeance) – 2002
2 – Old Boy – 2003
3 – Lady Vendetta – 2005

in un crescendo di sensazionalità e raffinatezza. Il mio preferito resta Old Boy (tratto dall’omonimo manga di altri due autori di cui non vi riporto il nome) seguito a ruota da Lady Vendetta e colloco solo in coda Mr.Vendetta.

Mr.Vendetta è la storia di un ragazzo sordomuto che per assicurare cure mediche alla sorella malata, viene truffato dai trafficanti di organi e abbandonato nudo e senza un rene in un parcheggio. La sua ragazza, anarchica e terrorista (e non sordomuta) gli suggerisce, per procurarsi il denaro necessario per salvare la vita della sorella, di rapire la figlia dell’uomo che l’ha licenziato. Gli eventi non vanno come sperato. La sorella di Ryu si suicida, la bambina rapita annega a causa di un incidente. E’ ora il padre della bambina a cercare vendetta, prima torturando fino alla morte la ragazza Yeong-Mi e poi lasciando annegare Ryu. Verrà ucciso dopo poco dall’organizzazione terrorista di Yeong-mi, la quale l’aveva avvertito che non sarebbe vissuto a lungo comportandosi così.

Strana la scena di sesso tra Ryu e Yeong Mi, durante la quale si parlano con il linguaggio dei sordomoti, lei su di lui.

– Tu sapevi che saremmo finiti a questo?
– Dal primo momento che ti ho visto.
– Sei una formica!
– Perché?!
– Le formiche hanno un grandissimo intuito. Prevedono i terremoti e le inondazioni.

Il film consta di pochi dialoghi e svolge la sua trama lentamente. La storia è fredda, la violenza non efferata. Non c’è senso di giustizia o di errore assoluto. La miseria si confonde con la crudeltà dell’uomo e la giustifica. E’ un film dove perdono tutti. E solo la morte infine dà un colpo di spugna su tutto ciò che è accaduto.

Dello stesso regista: I’m a cyborg but that’s ok, Three Extremes (tre episodi splatter/horror da tre registi diversi, Fruit-chan, Takashi Miike e Park Chan-wook), Thirst (film sui vampiri), il resto della Trilogia della Vendetta (Old Boy, Lady Vendetta)