Café Society, l’ultimo film di Woody Allen


Ultimo film di Woody Allen, che avevamo lasciato un anno fa con il buon Irrational Man incentrato sulla relazione tra un professore di filosofia ed una sua studentessa, in Cafè Society Allen ritorna ancora una volta ad indagare sulle relazioni sbilanciate, tra un uomo molto più grande e di successo ed una ragazza giovane, interpretata questa volta da Kristen Stewart (la Bella di Twilight). A 81 anni, Woody Allen continua a realizzare storie con il ritmo costante di un film all’anno, ritmo più che sostenibile data la leggerezza delle pellicole, sempre nello stesso stile, inconfondibile e raffinato, ma quasi esattamente lo stesso di quei suoi film degli anni ’70-’80 che l’hanno reso celebre. Il lavoro di Allen è sempre quello di mescolare le carte, le stesse carte, le stesse suggestioni. Stesse suggestioni che se vogliamo muoverci a ritroso, si ripetono in Magic in the Moonlight, Blue Jasmine, To Rome With Love, Midnight in Paris, You will meet a tall dark stranger, Basta che funzioni, che sono i i suoi ultimi lavori. Possiamo citare invece Io e Annie o Manhattan, se vogliamo andare davvero molto indietro, fino alle storie che meglio rappresentano Woody e che da allora di poco sono cambiate. Passando per alti e bassi, per titoli vistosi, come Match Point, ed altri più leggeri e trascurabili che sono finiti presto nel dimenticatoio come To Rome With Love, ed altri ancora straordinariamente arguti, come Basta che funzioni / Whatever Works.

Café Society è un buon film. Non sarò di certo io a stroncarlo: nel suo essere una riproposta di storie già viste, rappresenta però una descrizione intelligente dei rapporti interpersonali, dell’amore, di come funzionano i rapporti umani. Ognuno ci veda pure quello che vuole, ecco cosa ci ho visto io:


Vonnie – Kristen Stewart

Tutto il film ruota fondamentalmente intorno al personaggio di Vonnie, una ragazza che sembra come tutte le altre, ma che è in realtà dotata di un fascino magnetico, forse dato dalla giovinezza, o dal suo essere ingenua e spietata al tempo stesso. Vonnie viene presentata come un angelo, ma è in realtà una donna che intrattiene una relazione con uomo molto più grande di lei, sposato, delle cui conseguenze in un primo momento non si preoccupa affatto. E’ strano vedere Kristen Stewart in un ruolo diverso da quello di Bella nella saga di Twilight, ma vi assicuro che le facce che fa sono assolutamente le stesse, specialmente nelle scene d’amore: le stesse facce che abbiamo visto mille volte nei video di Acuto (per chi non le conoscesse, se le vada a cercare, non mi assumo responsabilità per l’indignazione). Kristen Stewart mostra una predisposizione ad indossare abiti anni ’40 e a mostrarli in pose stoiche come una modella dell’epoca. Bobby (Jesse Eisenberg), un giovane ragazzo non molto sveglio che è giunto a Hollywood sperando di trovare un buon lavoro con l’aiuto di suo zio Phil, si innamora subito di lei. Ma Vonnie è già l’amante proprio di Phil, sposato e molto più grande di lei. Vonnie intensifica la frequentazione con Bobby nel momento in cui viene lasciata, e com’è più naturale che sia, l’amore tra Bobby e Vonnie, che sono coetanei, sboccia e i due stanno per sposarsi. Solo che il ritorno di Phil che ha lasciato la moglie e vuole sposare Vonnie, mette la ragazza di fronte a una scelta, la quale ovviamente sceglie, com’è tipico dell’animo umano, l’opzione in cui ci sono più soldi e sicurezza economica. Rimane colpita quando anni dopo reincontra Bobby che gestisce un locale di successo, il Cafè Society, e che aveva fatto soldi anche lui grazie ad un fratello mafioso.


Bobby – Jesse Eisenberg

Jesse Eisenberg ha già lavorato con Allen nel 2012, in To Rome With Love. Bobby non sembra molto intelligente. Insieme a Vonnie, formano una coppia perfetta, nel loro apparire giovani, puri. Nei film di Woody Allen ricorrono queste situazioni, in cui un uomo più grande viene sostituito da un ragazzo giovane. Potere, fascino, cultura, soldi, richiamano l’attenzione dei suoi personaggi femminili e ne influenzano le scelte, Allen sembra non fare altro che sottolineare come poi queste situazioni scivolino verso unioni più naturali, un po’ come facevano i personaggi di Goethe nelle sue Affinità Elettive, in cui aveva paragonato le relazioni umane ai legami tra gli elementi chimici, che naturalmente evolvono verso la sostanza più stabile, quella formata dagli elementi che presentano maggiori affinità.


Veronika – Blake Lively

Terzo personaggio che è il caso di citare, quello di un’altra Veronika (Vonnie è il diminutivo di Veronika), interpretata da Blake Lively (attrice resa famosa dalla serie tv Gossip Girl) il cui ruolo è in realtà marginale. Dopo la rottura con Vonnie, Bobby conosce Veronika nel suo Cafè Society. Veronika ha già divorziato una volta, il marito la tradiva infatti con la sua migliore amica, perché “più brava a letto”.  Veronika aveva scoperto dopo che le sarebbe bastato drogarsi per essere anche lei “brava a letto”. Fisicamente, Veronika è notevolmente più vistosa di Vonnie, e sembra non avere nulla che non va (così come non aveva nulla che non andava la moglie di Phil, tradita con Vonnie), eppure i pensieri di suo marito Bobby, quando reincontra la sua ex, finiscono sempre altrove, e sono anche ricambiati.

Café Society, che non sarebbe in teoria condensabile solo in questo banale triangolo, e che non manca mai di mettere in evidenza le contraddizioni degli esseri umani, il loro opportunismo, l’interessato rapporto con la religione, e di come la morale sia in fondo qualcosa sulla quale fare finta di niente (con ingenuità o con malafede, a scelta), si chiude in apparenza come un innocente film romantico, sul quale invece c’è molto da riflettere ed in particolare sul fatto che non sempre l’essere umano è fatto per pensare, per ragionare, per comportarsi correttamente e per non seguire ciò che prova, e sul fatto che la vita umana in fondo è sempre un ibrido tra il desiderio di controllo, il calcolo, l’obiettività e il sogno.

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Altre visioni

Midori-ko

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Spaventoso. Un film d’animazione del 2010, grottesco, inquietante, confuso. Disturbante. Immaginate Eraserhead di Lynch unito alla Città Incantata di Miyazaki. E’ un bel prodotto, ma non so fino a che punto consigliarlo, è per cultori del genere. E’ sicuramente molto interessante, ma non mi ha trasmesso così tante emozioni, in ogni caso, si tratta di un prodotto fuori dal comune e già per questo merita attenzione. Di Keita Kurosaka.

Erased

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Uno dei migliori prodotti degli ultimi anni. Forse, proprio il migliore. Solo 12 episodi, ma equilibrati, una storia ben sviluppata, originale, splendide animazioni, fondali perfetti, personaggi caratterizzati correttamente. La storia è bilanciata sotto ogni aspetto: sentimenti, horror, indagini, paranormale. Mi ha ricordato, nel finale, il film Confessions di Tetsuya Nakashima. Erased è davvero stupendo. Lo consiglio molto.

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Ascension

Ascension

Solo 6 episodi per Ascension, un telefilm sci-fi che ad un primo impatto non sembra neanche sci-fi. Ascension è morbido e curato in ogni dettaglio, intriso d’un fascino onirico, pieno di gnocche alla maniera di Twin Peaks. Ha tutti gli elementi che a me interessano, se non fosse che taglia corto negli ultimi 2 episodi rovinando una serie pilota di per sé breve, sarebbe di estremo valore.

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Tutti vogliono qualcosa, Richard Linklater

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Seguito spirituale di Dazed & Confused (La vita è un sogno, 1994), “Tutti vogliono qualcosa” è il nuovo film di Richard Linklater, nelle sale italiane dal 17 giugno.

Nel suo genere leggero, presentandosi in apparenza come una commedia americana, “Everybody wants some” – “Tutti vogliono qualcosa” è più profondo di quanto non sembri, anche se in esso non si capisce esattamente il confine tra film d’evasione e pellicola d’autore. E’ certamente una descrizione dettagliata degli anni in cui è ambientato, gli anni ’80, con rifiniture accurate, con una ricca e ricercata colonna sonora, con i flipper, i locali, con un modo proprio di raccontare quel mondo fra uomini al quale le donne non hanno tipicamente accesso, fatto di giochi goliardici e prove di forza, di ricerca di sesso, di competizione. E’ un film con un messaggio di fondo combattivo, tipicamente americano, maschio e romantico. Everybody wants some è una chiara visione del romanticismo maschile, che non è detto che sia meno puro di quella femminile. Sicuramente diverso dagli altri film di Linklater, che sono meno veloci, più intimisti, o fantascientifici (come A scanner darklyUn oscuro scrutare, 1977, con Keanu Reeves, tratto dal romanzo di Philip K. Dick, o quasi quasi anche Waking Life, pellicola interamente realizzata con la tecnica del rotoscope). In quest’ultimo film non vi sono idee originali di fondo come in Boyhood (iniziato nel 2002, gli attori di Boyhood crescono insieme ai personaggi del film) o i Before Sunrise/Sunset/Midnight (tre film girati a dieci anni l’uno dall’altro che parlano della stessa storia d’amore a intervalli di tempo di dieci anni), ma quest’ultimo lavoro di Linklater, pur rispettando lo schema classico delle commedie americane, viene riempito di contenuti molto più ricchi e dettagliati di quelli che troveremmo in un film da cassetta, esattamente come uno stesso disegno potrebbe essere riempito di colore con una tecnica elementare oppure venire prima inchiostrato e poi colorato da un professionista, ombreggiato, arricchito nelle trame degli abiti, e così via.

“Le frontiere sono dove le vedi”, recita il messaggio alla fine del film, che si conclude con il primo giorno di lezioni al college per i protagonisti, quindi con un nuovo inizio, dopo un exploit di romanticismo tipico di Linklater la cui assenza avrebbe fatto sospettare, exploit che sembra in parte ingannare dando l’idea di trasformare improvvisamente una semplice commedia in qualcosa di più. Ma non basta questo purtroppo a far scattare Tutti vogliono qualcosa al livello di capolavoro, in quanto tutte le commedie americane possiedono un messaggio buonista di fondo che tende sempre a mettere una pezza sugli scherzi, sulle cose sbagliate, sugli errori, sul sesso, sulle insicurezze dell’adolescenza. Sembra quasi che Linklater, anche in questo, si voglia tenere volutamente su un livello basso, ovvero fare un film sulla vita al college mantenendosi (o perlomeno provare a mantenersi) negli schemi del film da college, ma girandolo con una mano che comunque fa la differenza, sfaccettandolo, colorandolo, ombreggiandolo. Quindi, mettendo da parte una certa naturale diffidenza, si aggiunge per forza anche Everybody wants some alla lista di film di generi diversi che un regista come Linklater è in grado di realizzare efficacemente. Probabilmente Everybody wants some non si eleva più di tanto, ma di certo eleva Linklater ancora una volta a regista superiore, dotato di un suo carattere, di un suo pacchetto di temi ricorrenti con i quali è però capace di fare film di generi diversi sempre validi. Il suo penultimo lavoro, Boyhood, aveva una trama volutamente naturale per descrivere la storia di una persona comune. Così Everybody wants some ha una trama volutamente leggera per descrivere la vita al college in America negli anni ’80. Credo sia facile creare una sceneggiatura da una trama forte, ma sottolineare dettagli importanti della vita quotidiana, è quello che distingue molto una persona con talento da uno che non ha. E’ facile osservare la bellezza dove la vedono tutti, i dettagli sono un’altra cosa. Vedere della bellezza o dei significati dove gli altri non riescono a coglierli, ed essere in grado di spiegarli, e trasmetterli, questo fa la differenza. E Linklater tenta sempre in questo.

Vi allego i titoli dell’ottima colonna sonora del film.

Everybody wants some OST

My Sharona – The Knack
Heart Of Glass – Blondie
Take Your Time (Do It Right) – SOS Band
Heartbreaker – Pat Benatar
Alternative Ulster – Stiff Little Fingers
Every 1’s A Winner – Hot Chocolate
Everybody Wants Some! – Van Halen
Let’s Get Serious – Jermaine Jackson
Pop Muzik – M
Because The Night – Patti Smith
I Want You To Want Me  – Cheap Trick
Hand In Hand – Dire Straits
Whip It – Devo
Romeo’s Tune – Steve Forbert
Good Times Roll – The Cars
Rapper’s Delight – The Sugar Hill Gang
Rough Boys – Pete Townshend
Ain’t Talkin’ ‘Bout Love -Van Halen
Bad Girls -Donna Summer
I’m Bad (I’m Nationwide) -ZZ Top
Maybe I’m a Fool -Eddie Money
Give Up the Funk (Tear the Roof Off the Sucker) – Parliament
Driver’s Seat Cars – Sniff ‘n’ The Tears
Good Times Roll – The Cars
Rapper’s Delight – The Sugar Hill Gang

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X-Men: Apocalypse

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Ennesimo film di una lunga serie, si conferma come al solito un prodotto di buona qualità in cui effetti speciali e profondità della storia raggiungono un discreto equilibrio. Continuando il discorso iniziato con X-Men – L’inizio (2011) e X-Men – Giorni di un futuro passato (2014), ritroviamo in questo capitolo gli X-Men della scuola del Professor Xavier, Magneto e l’eroina Raven Darkhölme/Mystica destinati a confrontarsi con un individuo che raccoglie in sé molti dei poteri degli X-Men e che, tanto per essere prevedibili, ha intenzione di distruggere la civiltà umana per dare spazio a una nuova era in cui i mutanti popoleranno il mondo. Se la scelta di basare X-Men – Apocalypse sulla distruzione della Terra non è del tutto originale, non manca in quest’ultimo capitolo Marvel il classico approfondimento psicologico, tipico dei film sugli X-Men e che li distingue dalle produzioni supereroistiche analoghe. E’ indagato ancora una volta ed esaurientemente il passato di Magneto, aggiungendo ancora un altro tassello alla sua storia; è esplorata poi l’iniziazione ai poteri di Ciclope, fratello di Havok. Parallelamente in Germania, fanno la loro comparsa altri due X-Men celebri, Nightcrawler e Angelo. Un altro importante personaggio che viene introdotto in X-Men – Apocalypse è quello di Phoenix, giovanissima telepate nella scuola del Professor Xavier. Interpretata da Sophie Turner, nota a chi segue le serie tv per essere Sansa Stark, principessa del regno di Grande Inverno in Game of Thrones. Si ha l’impressione con la comparsa di Phoenix di assistere ad un passaggio di testimone, esaurito infatti il controverso compito di Raven/Mystica di spiegare quanto c’è di complesso nell’universo degli X-Men, con temi come la diversità, l’accettazione, l’insicurezza, indagati a fondo con un personaggio intenso come quello di Mystica (anche in questo capitolo interpretata dalla splendida Jennifer Lawrence), è adesso il personaggio di Phoenix quello che ora più mostra il suo potenziale vergine e che nel futuro della saga cinematografica degli X-Men avrà qualcosa da aggiungere. Per quanto riguarda il resto del cast, è lo stesso dei precedenti film: l’ottimo Fassbender (Bastardi senza gloria, A Dangerous Method, Shame, Macbeth, Steve Jobs) nel ruolo di MagnetoJames McAvoy nei panni del Professor Xavier, ancora Nicholas Hoult ad interpretare Bestia. Nuovi il giovane Tye Sheridan / Ciclope (che aveva esordito nel 2011 nell’acclamato Tree of Life di Malick) e Kodi Smit-McPhee / Nightcrawler. Già era apparso invece in Giorni di un futuro passato Evan Peters – Pietro / Quicksilver, protagonista tra l’altro di una delle migliori scene di questo film, quella accompagnata da Sweet Dreams degli Eurythmics e che ha richiesto un notevole tempo di realizzazione, rivedremo sicuramente anche Pietro.

 Kodi Smit-McPhee / Nightcrawler

 Evan Peters – Pietro / Quicksilver

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Phoenix in un’illustrazione di Greg Land. Il personaggio è stato creato da Jack Kirby nel 1963

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Jean Grey-Fenice/Sophie Turner. E’ famosa per aver interpretato Sansa Stark in Game of Thrones, Principessa del Regno di Grande Inverno o come si chiama.

 

 

 

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A quanto pare Phoenix si fa le storie sia con Wolverine che con Magneto e in Apocalypse un po’ si nota.

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Phoenix in un combattimento con Magneto.

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E la storia anche con Ciclope. Nel film sembra avviata a flirtare con lui, oltre che avere un po’ troppo feeling con Xavier. Con tutti insomma.

 

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Phoenix, Cyclops e altri X-Men.

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Il solito Professor Xavier che anche se disabile e poi calvo rimane sempre uno dei personaggi più interessanti.

Ok, sembra Beautiful. Però molto più interessante perché sono tutti fighi e un po’ tristi a causa dei loro superpoteri.

Altri film sugli X-Men recensiti qui:

Mutante, e fiera di esserlo. X-Men: L’inizio (2011)

Wolverine – L’immortale – Ciò che mi hanno fatto, ciò che sono, non si può cambiare.

“Sono il migliore in quello che faccio. Ma quello che faccio non è piacevole.” (Wolverine)

Perchè la luna si sente così sola?

Manca, tra le recensioni, quella di X-Men – Giorni di un futuro passato, che è uno dei miei preferiti e anche migliore di Apocalisse.

In sintesi, gli X-Men sono veramente fighi. E per quanto i film di supereroi Marvel e DC abbiano nel tempo decisamente iniziato a rompere al punto anche di saltarne diversi, gli X-Men fanno eccezione. Vedeteli. (Se vi piace il genere)

 

 

 

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Anteprima Cinema: Eddie The Eagle – Il Coraggio della Follia

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Eddie The Eagle – Il coraggio della follia, presentato al Sundance a gennaio del 2016, è già uscito negli Stati Uniti il 26 Febbraio 2016 e in Gran Bretagna il 1° Aprile 2016.

In Italia non è ancora uscito e sarà nelle sale solo a partire dal 2 Giugno 2016, tuttavia è stato possibile assistere al film in anteprima il 2 Maggio, esattamente un mese prima della sua data ufficiale di uscita, perciò posso qui parlarvene in anticipo.

E’ un film molto interessante, per almeno tre motivi:

1) E’ una storia vera, e dalle storie vere si impara sempre qualcosa. Per certi versi si ha più interesse a seguirle di quanto non lo siano quelle completamente inventate. Considerate i vantaggi della cosa: anche se il film non vi piacerà, almeno accrescerete la vostra conoscenza su qualcosa di reale, o perlomeno ne saprete l’esistenza. Ad esempio, con Eddie The Eagle potreste venire a sapere che nel 1988 le Olimpiadi Invernali si sono tenute a Calgary, cosa che probabilmente non sapevate se nel 1988 non eravate nemmeno nati o stavate andando su e giù per la casa all’interno di un girello.

2) E’ pieno di messaggi positivi. Se sarete in grado di raccoglierli, spaccherete il mondo. E anche questi sono tutti veri. Ma non solo, Eddie The Eagle è anche uno spunto per osservare una delle mille sfaccettature che può assumere l’animo umano: il profilo di una persona capace di un impegno continuo e dotata di un’assoluta determinazione, un ragazzino sicuramente ingenuo e forse poco talentuoso, ma mosso dal sogno che aveva da bambino, che poi, ricordiamocelo, a volte sono proprio i sogni a modificare le cose. Qualcuno di questi sogni si realizza, qualcun altro no, qualcuno a metà, ma intanto le nostre vite cambiano.

3) L’estetica anni ’80. Hugh Jackman. Eye of the Tiger. Li metto tutti insieme, tanto sono motivi futili. Ma più trainanti che mai.

Ma veniamo alla trama. Basato su una storia vera, Eddie The Eagle narra di Eddie Edwards, giovane ragazzo ossessionato dall’idea di partecipare alle Olimpiadi.
Dopo essersi dedicato a molti sport senza successo, in ultimo lo sci, Eddie ha l’intuizione di potersi cimentare nel salto con gli sci: il fatto che l’Inghilterra non abbia una squadra di salto con gli sci e che non aggiorni le regole del gioco da 52 anni lascia infatti ben sperare al ragazzo di avere qualche possibilità di essere ammesso alle Olimpiadi Invernali di Calgary del 1988.
Infatti l’idea di base di Eddie è solo quella di di partecipare alle Olimpiadi, non di vincerle o di classificarsi in una buona posizione, cosa che gli risulterebbe tra l’altro impossibile dato che un saltatore con gli sci professionista inizia a saltare dall’età di 5 o 6 anni mentre Eddie si approccia alla disciplina quando ne ha già 25. Determinato però a realizzare il suo obiettivo, Eddie si reca in Germania per iniziare a dedicarsi al salto.

E qui entra in gioco la vera stella del film, Hugh Jackman, che qui è un ex campione di salto con gli sci ora alcolizzato. Il personaggio di Jackman, con una carriera bruciata alle spalle, è dotato di una straordinario talento che non sfrutta, e si ritrova, senza volerlo, ad allenare Eddie.

Ciò che più caratterizzano il personaggio di Eddie sono l’ostinazione ed una buona dose di incoscienza. Se qualche volta, anche se per pochissimo tempo, Eddie si lascia scoraggiare dagli insuccessi, poco dopo riprende ad inseguire il suo obiettivo. Anche senza essere particolarmente dotato, egli è disposto a combattere, a rischiare, ad imparare e ad affrontare le prove che lo attendono con straordinario coraggio. Dopo ogni insuccesso Eddie si rialza sempre.

Il film, dotato in un’estetica molto anni ’80 sembra fin dall’inizio effettivamente senza troppe pretese. Non sono presenti immagini sensazionali anche se la scena si sposta tra Regno Unito, Germania, Austria, Canada, ciò nonostante è più apprezzabile così, nel suo essere naïf .

Sembra un film di fine anni ’80 realizzato negli anni ’80, ricordando un po’ nella sceneggiatura quello che ci sembrerebbe un film per la televisione. Eddie The Eagle come film ha un’apparenza superficiale, come potrebbe averla un prodotto televisivo, ma in profondità non è vuoto. La pellicola di Dexter Fletcher un’ossatura robusta, almeno nei contenuti.

Un film che risulta nel complesso leggero e spensierato, dotato di vivace scorrevolezza, in cui sono molto evidenti alcuni messaggi ultimamente più che mai tutt’altro che scontati, come quello nel dialogo finale tra Eddie Edwards, disposto a saltare su un trampolino di 90 metri per la prima volta alle Olimpiadi, e il finlandese volante, “The Flying Finn”, atleta candidato all’oro. Il finlandese volante definisce lui ed Eddie come l’1 e le 11 su un orologio, diversi ma più vicini tra loro di tutti gli altri, poiché per entrambi quello che conta non è vincere, ma aver fatto del proprio meglio.

“L’importante è partecipare” è una frase che spesso sentiamo dire o pronunciamo e che viene ripetuta spesso in questo film. Non sempre notiamo che per partecipare s’intende fare del proprio meglio, non arrendersi di fronte alle difficoltà ma rialzarsi sempre e riprovare, sfidando ogni volta i propri limiti.
Ciò che conta, alla fine di questo, non è l’effettivo risultato, ma quel risultato per noi, conta il fatto di essersi messi in gioco, sfruttando al massimo le proprie capacità.

Essere determinati, anzi, ostinati, e dotati di un sogno come quello di Eddie porta comunque a fare qualcosa, ed è quel qualcosa che una volta raccolto ci fa pensare: ehi, siamo persone migliori, lo siamo un po’ più di ieri, perché ogni giorno impariamo a fare qualcosa in più rispetto a quanto sapevamo fare il giorno prima.

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Taron Egerton e Hugh Jackman in una scena del film

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Il vero Micheal “Eddie” Edwards, che partecipò alle Olimpiadi Invernali di Calgary nel 1988.

Altri film con Hugh Jackman recensiti qui:

Scoop di Woody Allen (con Scarlett Johannson) (2006)
Australia (con Nicole Kidman) (2008)
X-Men: le origini – Wolverine (2009)
X-Men – L’inizio (2011)
X-Men: Wolverine – L’immortale (2013)

Molto bello anche X-Men – Giorni di un futuro passato (2014), che sembra abbia dimenticato di recensire.

Batman v Superman: Dawn of Justice

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I Cani vs Batman

Sabato tra il concerto dei Cani al Duel Beat e l’idea del cinema ha preso il sopravvento il cinema, così nel pomeriggio ci rechiamo al Centro Campania.

Qui, dopo aver acquistato da Tiger una casetta per gli uccelli da mettere in giardino, e acquistato un basket di pollo al Mc Donald’s e dei panini all’astice, con relativa delusione che il Mc Donald’s non sia proprio un ristorante gourmet, siamo andati al cinema.

Batman v Superman è un film di quelli che vengono attesi che però io non ho atteso.

Nonostante questo, Batman v Superman si prometteva migliore dei suoi corrispettivi Marvel come The Avengers 1 e 2, anche perché DC non è Marvel e Marvel non è DC e anche perché dopo il flop di The Dark Knight Rises non avevamo più molto da indignarci per un Batman che non è Christian Bale.

L’era del Cavaliere Oscuro di Nolan si è conclusa (anche se vediamo Nolan tra i direttori esecutivi) e così anche quella di un Batman interpretato da Christian Bale che non rivedremo più, come è giusto che sia, perché alle cose buone non bisogna abituarsi.

Sostituito da Ben Affleck, molto più simile al Batman interpretato da George Clooney, l’attore ha avuto la dignità di lasciarsi una leggera barba incolta destando meno irritazione di quanto predetto. Non ne ho mai voluto sapere niente di Batman / Ben Affleck e non ho voluto neanche pensarci, ma il risultato finale è stato migliore del previsto.

Solo che questo Batman v Superman “Lievamm a miez’ e mamm”, si potrebbe sottotitolare, a causa di una sceneggiatura degna delle risse delle scuole medie.

Niente male la Wonder Woman interpretata dalla modella iraniana Gal Gadot. Jesse Eisenberg/Lex Luthor fa il verso al Joker di Heat Ledger senza riuscirci, Henry Cavill è un buon Superman con tutti i difetti di un Superman al quale si perdona la monotonia più facilmente che a Batman.

La regia vistosa di Zack Snyder corregge i difetti di una storia e di una sceneggiatura piuttosto noiose, rendendo il film tutto sommato guardabile.

Consigliato agli appassionati del genere.

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Diana (Gal Gadot) e Bruce Wayne alla festa.

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Wonder Woman / Gal Gadot: sembra un cosplay riuscito bene (e temo che questo non sia proprio un complimento)

Batman V. Superman: Dawn Of Justice

Nel cast c’è anche Amy Adams, una buona attrice che passa sempre in secondo piano a causa di sue colleghe più vistose. Era già stata la compagna di Superman in Man of Steel (2013), sempre regia di Zack Snyder

Altri film di Zack Snyder recensiti qui:

Film di primavera di 7 anni fa: Watchmen

Sucker Punch: un bel beverone

Man of Steel (una riga, non c’è nessuna recensione)

Il regno di Ga’Hoole: non so se ho mai scritto di questo film, spero di no, l’unico motivo per cui lo possiedo in dvd è che dovevo provare il 3D e mi rifiutavo di dare soldi a Coraline di Henry Selick che adesso rimpiango. Non guardatelo mai.

Altri film con Amy Adams: Big Eyes, American Hustle, Man of Steel, Her, The Master, The Fighter.

 

Ho dormito una notte all’Emporio di Minnie

Emporio di Minnie

Ovvero la dura vita tra i ghiacci e le foreste dell’America nel cinema del 2016

Stanotte ho dormito all’Emporio di Minnie. Chi ha visto The Hateful Eight mi capirà.

Abbiamo attraversato Valle Scura nella notte, illuminati solo dalla luna piena. Portavamo con noi quattro assassini, morti e vivi. Al paese vicino di Monte San Giacomo li avremmo consegnati alle autorità (lo sceriffo di Monte San Giacomo) e dopo processo, sarebbero stati messi alla forca. Ma non è andata così. La neve e la notte fonda ci hanno richiamato a loro. In fondo abbiamo legato con gli assassini. Richiamati dalla notte, abbiamo risalito la valle dell’Acqua che suona e siamo arrivati al rifugio, all’Emporio di Minnie.

Minnie non c’era. Dicevano che era partita per andare a trovare la madre, insieme a Sweet Dave. Quattro persone si erano sostituite a lei, tra cui un messicano.
Il messicano, Oswaldo, Joe Gage il boia, il generale Sanford Smithers, erano tutti già nel rifugio. Minnie dov’era? C’era solo il suo stufato, buonissimo, come sempre. Con ceci e verza. Ma Minnie non avrebbe mai messo la verza. Minnie non badava a spese. Lei metteva solo carne, carne a volontà. Qualcosa non quadrava.

Ma forse è il caso di ripartire dall’inizio.

The Hateful Eight è l’ultimo film di Quentin Tarantino, secondo western dopo Django Unchained, anche se di western non c’è poi così tanto, a parte la colonna sonora – premio Oscar – di Ennio Morricone, che ad 88 anni continua a comporre. Non è un mistero di come Quentin Tarantino sia legato ai western di Sergio Leone.
The Hateful Eight sembra un esperimento, una pièce teatrale, otto personaggi, molti dialoghi, portati avanti fino allo stremo, lo stremo è per gli Hateful Eight, gli otto pieni di odio, che porta a una risoluzione elegante quanto sanguinaria. La violenza di Tarantino non è mai gratuita, è giustificata dall’odio, dallo sporco, dalla tensione, dall’attesa, esattamente come accadeva in Bastardi senza Gloria. E dopo tanto parlare, in Hateful 8 non si può che dire: sono d’accordo, sono d’accordo. Squartatevi pure.

Se non fosse per la sua ingestibile vena efferata, Tarantino potrebbe essere consumato con più tranquillità dalle masse. Ma a parte le persone che abbandonavano la sala, e i bambini messi di fronte a luridi dialoghi su peni negri (non fraintendete: le tematiche sessuali non fanno praticamente mai parte dei film di Tarantino), Hateful può piacere a molti. Addirittura, statisticamente ho osservato che riesce a piacere molto di più ai non-fan di Tarantino che ai suoi fan. Hateful Eight è un ottimo film, ma non brilla in modo particolare in una scala in cui quasi tutti i suoi film sono considerati eccellenti. E’ vero che il panorama cinematografico è vario e non esiste solo Tarantino. Ma Tarantino piace sempre, anche a 22 anni da Pulp Fiction, 12 da Kill Bill, 7 da Bastardi senza Gloria. I suoi fan da quindicenni sono diventati trentenni. Non posso non apprezzare il suo modo di fare a pezzi le persone, psicologicamente e materialmente, la sua ossessione per la figura dei “neri” (il personaggio “nero” è ricorrente) quel vizio di creare dialoghi che non centrano niente che affiancano la barbara normalità dello stile di vita dei suoi personaggi (come quello sul Quarter Pounder di Pulp Fiction).

Nel cast di Hateful Eight: Samuel L. Jackson, Kurt Russel, Jennifer Jason Leigh, Tim Roth, Michael Madsen (Mr.Blonde), Bruce Dern.

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Il rifugio Cervati alle prime luci dell’alba

Così quando sabato 20 febbraio dopo aver risalito il sentiero dell’Acqua Che Suona alla luce della luna piena, siamo giunti in una piana innevata a 1600 metri ho pensato subito al rifugio di Hateful Eight, dove il maggiore Warren e John Ruth trovano riparo per sfuggire a una tempesta di neve.

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Sembrerà strano, ma sì, in Campania esiste un rifugio a 1600 metri, non raggiungibile in auto (al massimo con fuoristrada nel periodo da giugno a novembre) ma dotato di acqua corrente ed energia elettrica (prodotta attraverso pannelli fotovoltaici, perciò è consigliabile non abusarne, infatti alla mezzanotte viene spento tutto e vengono accese le candele). Da Monte San Giacomo, dopo 13 km in auto, il rifugio dista circa un’ora e trenta di cammino in assenza di neve. Al rifugio Cervati è possibile cenare e dormire in letti a castello, in camerata. La nuova gestione, inaugurata poco più di un anno fa (a quanto ho capito, il 25 gennaio 2015), è simile a quella dei rifugi che è possibile trovare sulle Alpi, dove la montagna è una passione molto più diffusa di quanto non sia nel profondo sud, che in fondo di Alpi non ha.

Il Monte Cervati, nel Cilento, in provincia di Salerno, ha il primato, anche se non senza qualche ambiguità, di essere il monte più alto della Campania, con i suoi 1898 m, sempre se non vogliamo considerare Punta Giulia, la parte di cima della Gallinola (1923 m) situata in Campania (sul confine con il Molise) che l’amico Carlo Pastore ha dedicato alla scomparsa compagna Giulia D’Angerio.

Così, con un mese di anticipo, prenotiamo l‘escursione in notturna organizzata dal CAI di Salerno. L’appuntamento con gli altri è a Monte San Giacomo, piccolo paese alle pendici del Monte Cervati, di 1600 abitanti. Potrebbe essere Telluride, in Colorado, che ha poco più di 2000 abitanti ed è capoluogo della Contea di San Miguel, che in tutto di abitanti ne fa 6000. E’ qui che – ten miles West of Telluride – nel Ranch Schmid sono state ospitate le riprese di Quentin Tarantino.

http://www.schmidranchtelluride.com/

Anche qui in Cilento non c’è proprio nessuno. Siamo al confine con la Basilicata e non sembra neanche Campania.

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Il Ranch Schmid in estate

Capitolo 1: L’ultima diligenza per Red Rock (L’ultima diligenza per Monte San Giacomo)

Con l’auto attraversiamo Sala Consilina: è la prima volta che ci passiamo dentro, fino ad allora era sempre stato solo un cartello sull’autostrada. Palazzoni inspiegabili. A Monte San Giacomo si ha la sensazione di essere arrivati all’ultimo paese sulla mappa. Avete presente quando si gioca ad un gdr, che la mappa viene creata via che il personaggio avanza in zone inesplorate? Oltre, solo nebbia, i contorni sono sfumati. Solo il bosco fitto ovunque intorno a noi.

Per quanto il Ranch Schmid si trovi nella realtà in Colorado, Hateful Eight è ufficialmente ambientato in Wyoming, allora ok, diciamo che siamo in Wyoming. E che dobbiamo raggiungere Red Rock, il paese che consegnerà alla forca Daisy Domergue, una feroce assassina che abbiamo catturato.

A Monte San Giacomo c’è un solo bar, stracolmo di brutti ceffi. Hanno barbe, occhi arrossati, un vociare assordante. Mentre campi stellati si affacciano dal finestrino dell’auto, ci ritroviamo alle 19 a Valle Scura e ci incamminiamo a piedi alla luce della luna piena.”Spegnete le lampade”, ci dicono alcune donne, così seguiamo solo la luna. Man mano che si avanza inizia a comparire la neve, prima sciolta e morbida, poi ghiacciata, tutt’uno con il terreno come unguento di uno stregone o come decorso naturale della sua esistenza e di tutte le cose, ovvero la morte della neve; poi inizia ad apparire di nuovo pallida e immobile come la luna che ci sta indicando la strada, fissa e sempre equidistante da noi. Seguite la luna, ci dice lo stesso spirito della foresta che ha usato la neve per i suoi unguenti, e la luna ci confonde, regina del suo regno bianco e trafitto da alberi sottilissimi e altissimi ai nostri lati. Al Piano degli Zingari la neve è molta e inaspettata: in fondo non credevamo di trovarne affatto quando eravamo partiti da Monte San Giacomo.
A febbraio il tempo era stato mite e non aveva mai piovuto.
Le ciaspole erano rimaste tutte nei bagagliai.

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Telluride, Colorado

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Monte San Giacomo, UGUALE.

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Un’altra vista di Monte San Giacomo, ehm, Telluride

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Capitolo 2: Figlio d’un cane (Figlia di volpe)

Il sentiero dell’Acqua che suona prende questo nome perché costeggia un ruscello, e perciò è accompagnato costantamente dalla sua melodia. In breve tempo, siamo all’Emporio di Minnie ovvero al Rifugio Cervati, che è circondato da una timida neve e dal cielo della notte, ricco di stelle. Tornerò a vederlo, penso, ma in fondo non uscirò più, se non per pochi minuti, senza cappotto, per dare da mangiare a una volpe. “E’ una volpe addomesticata” dice un ragazzo affianco a me di cui non ricordo il volto, e penso alla Volpe del Piccolo Principe, ma in realtà la volpe a me sembrava timida e scontrosa, considerando che in fondo le volpi un po’ s’avvicinano sempre.

(Sappiate che mi sto odiando da sola per questa banale citazione)

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L’emporio di Minnie in Hateful Eight – Ranch Schmid, Telluride, Colorado

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Capitolo 3: L’emporio di Minnie

Stasera si mangia: Gnocchetti paesani di Minnie con patate, verza, ceci. Secondo: Salsiccia, pancetta, broccoli, tarallini, formaggi, salumi, numerosi bicchieri di vino.
Il messicano ci invita a scrivere il nostro nome sul bicchiere e ci spiega a voce alta come funziona il rifugio. Non abbiamo bisogno di inchiodare la porta rotta come in Hateful Eight, ma ci servirà farlo il giorno dopo, che veniva continuamente aperta facendo entrare il freddo mentre stavamo pranzando, a causa del continuo via vai del secondo gruppo di viaggiatori.
I nostri cavalli – gli scarponi – sono rimasti all’ingresso, subito l’ambiente nel rifugio viene diviso in sezioni, diversi tavoli, ognuno sceglie la divisione con le persone di cui sente più di potersi fidare. Nordisti o sudisti? Noi siamo a una lunga tavolata, e i bicchieri di vino vengono riempiti uno dopo l’altro.

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Noi sediamo al tavolo lungo.

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Le salsicce cotte dal messicano e dalle altre persone che ci hanno accolto al rifugio non sono cotte come avrebbe fatto Minnie: ma ci pensa uno dei nostri cacciatori di taglie a correggere il tiro.

E’ tutto piuttosto buono e ci complimentiamo con il messicano e tutti gli altri, addirittura anche il colonnello vegano, che al suo ritorno avrebbe preso servizio come sceriffo di Red Rock, rinuncia ad essere vegano per mezz’ora e si ciba, a sua detta, di cadaveri. “Amo i sapori vegetali, sono avvantaggiato”, ci dice più volte, e come non volergli bene, anche se io i cavolfiori non li toccherei mai e ho guardato con invidia Leonardo Di Caprio cibarsi di carne di bufalo cruda in The Revenant .
Nel frattempo c’è qualcuno che continua a riempire a tutti bicchieri di vino: è uno dei più spietati di cacciatori di taglie del Wyoming, ma ha un buon cuore.

“Vado a trovare mia madre per il suo compleanno, sono qui di passaggio”, ci dice invece il vaccaro, e lì inizia il nostro sospetto: non sembri un tipo che va a trovare sua madre per il suo compleanno, gli diciamo. Sembri uno che neanche ce l’ha la famiglia.
A fine cena ci portano il caffè con un biscotto fatto a mano da una signora del Wyoming, il messicano urla a gran voce, e gli altri ci servono il caffè. Che sia avvelenato? ci chiediamo, ma se non fosse stato per il rifugio avremmo dormito all’addiaccio nella neve o perlomeno avremmo dovuto dormire al rifugio Panormo senza la cura di nessuno e cucinarci da soli.

All’improvviso, mentre facevamo amicizia con il nuovo sceriffo di Red Rock e con il riempitore di bicchieri seriale, vengono spente le luci. ORA SI DORME! Urla il messicano. Senza se e senza ma. E’ finita la festa, veniamo cacciati. Ci sono 3 stanze. Una è di sole donne. Tra di loro c’è di sicuro anche Daisy, l’assassina, ma non so dove dorme, oramai tutte le luci sono spente e non vedo più niente. Per cercare il pigiama devo usare la lampada frontale. Quando arrivo nella stanza sono già quasi tutte nel letto, con le coperte tirate fin sopra la testa, e non ho idea di se e come loro siano riuscite a mettere il pigiama al buio. Metto il mio pigiama in pile enorme con i pinguini che niente centra con un posto del genere, e mi infilo anche io sotto le coperte. Noto due sottilissime strisce di luce tra le imposte di legno della finestra sopra il mio letto ed intuisco la neve, la luna, gli alberi al di là del vetro. Dormiamo 3 o 4 ore con gli occhi sbarrati, con gli occhi aperti. Nessuna dice una parola. Alle 4 tutte si alzano per salire in cima al Cervati all’alba, fanno un’ora di fila per andare in bagno, solo una di loro rimane a dormire senza uscire all’alba, oltre me, che però mi alzo, e scendo giù dove c’è il camino ad osservare l’aria che tira. Io salirò in mattinata, come da programma.

Capitolo 4: Daisy ha un segreto

Li vedo armarsi, partire, con il buio fuori dalla porta. C’è il caffè, c’è il camino acceso. Qualcuno torna indietro, qualcun altro ha dimenticato parte dell’armamentario, vorremmo rimanere intorno al camino a parlare della guerra tra nordisti e sudisti, ma il messicano ci dice di andare via, di andare a dormire, che le luci devono essere spente. Sono le 6 passate, ormai, ci sembrava sufficientemente tardi per essere in montagna, ma dobbiamo di nuovo sgombrare il campo.

Quando inizia ad esserci la luce apro un po’ la finestra della camerata, ormai quasi vuota, ed è come immaginavo. C’è un mondo stupendo e deserto al di là del vetro.

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Scendo di nuovo al pianterreno, esco senza scarpe e rimango sulla soglia, in calzini, per qualche attimo ad osservare lo spettacolo. Poi mi do una mossa, mi vesto, recupero i cavalli (le scarpe) ed esco fuori. Fa abbastanza freddo, i monti alle spalle del rifugio si tingono di rosa, il sole sorge. Gli alberi come coda di volpe al sole vengono increspati da carezze contropelo. Si scioglie altra neve, e iniziano a scorrere microscopici ruscelli, nascono sentieri che si svolgono tra grovigli di rami, abbassandosi, contraendosi fra i raggi di luce che scoprono la loro esistenza. Non c’è più traccia della volpe, né di quella luna che regale dominava la notte, solo la sua impronta, uno spettro tra le tracce dei lupi in lontananza.

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La colazione al rifugio

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Discussioni sulla guerra civile americana davanti al camino alle 6 del mattino.

Capitolo 5: I viaggiatori

Il rifugio Cervati fu costruito inizialmente come ricovero per pastori. I ragazzi del CAI Salerno ci raccontano che l’ultima volta che erano saliti al Cervati in notturna, un paio d’anni prima, avevano dormito al rifugio Panormo, del quale avevano preso in consegna le chiavi. Qui nessuno ad accoglierli, niente fuoco acceso, un sacco di neve da spalare e a loro il compito di cucinare. Il rifugio Cervati non esisteva. Purtroppo non sappiamo niente di Minnie.

Poiché John Ruth e il maggiore Warren non escono mai dall’emporio per farsi un giretto, la parte dell’ascesa al Cervati non avrebbe nessun ruolo nella storia.

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Si sale da qui.

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Arrivati qui inizia il percorso lungo le creste: un vento di pazzi. Potevo volare via.

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Un dinosauro di pietra dorme sul profilo dopo essersi abbeverato al ghiacciaio. Si ciba di divinità, di Madonne, di vento e di pietre.

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La prima cima, Capo di Testa

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The Hateful Eight

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La chiesa della Madonna della Neve in lontananza

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Cima del Cervati

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Mi accingo a firmare il libro di vetta dopo aver estratto dalla cassetta un libro e una penna completamente bagnati.

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Si prosegue verso la Madonna della Neve, dopo aver improvvisato tra i circhi glaciali, ci ricongiungiamo ad un sentiero ben tracciato.

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Infine, la discesa per Chiaia AmaraIMG_5550

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Dall’alto già vediamo il nostro rifugio: la discesa per Chiaia Amara è velocissima

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Al ritorno, la neve intorno al rifugio si è completamente sciolta.

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Per un po’ non possiamo entrare al rifugio, nonostante dovessimo pranzare: tengono in ostaggio un altro gruppo, il cui pranzo era prenotato alle 12, mentre il nostro alle 14.
Ad aver prenotato il pranzo alle 12 sono le stesse persone che abbiamo incontrato in cima al Cervati.

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Dei motociclisti malvisti dai viaggiatori.

Capitolo 6, ultimo capitolo: Uomo nero, inferno bianco (L’ammutinamento)

La storia sembrerebbe conclusa dopo l’ascesa al Cervati e il ritorno al rifugio, dove un altro pranzo attendeva i viaggiatori, ma in realtà restava ancora di riscendere all’auto per il sentiero dell’Acqua che suona. E qui il gruppo – che mostrava già qualche divergenza – si è scisso, una parte avrebbe proseguito per visitare un altro sito, i Gravittoni, e una parte molto più numerosa sarebbe discesa direttamente a Valle Scura. Ma qui, la trappola: ci ritroviamo tutti ai Gravittoni, a tradimento. E’ insurrezione generale. Per fortuna si sfugge alla trappola dei Gravittoni (per principio) e ritorniamo alla macchina, dove ci salutiamo, felici.

Prossima escursione: The Revenant (e lì sono cazzi)

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Per evitare equivoci, esplicito che la quasi totalità delle cose scritte ha solo il fine di creare un parallelo tra l’emporio di Minnie e il Rifugio Cervati: il caffè non era velenoso, anzi, piuttosto buono e l’ospitalità ottima, ancora di più considerando che si tratta di un rifugio “in quota”. Mi auguro che sempre più persone ne facciano utilizzo, anche spinte da un po’ di sana curiosità, in modo da poterlo trovare sempre aperto ogni volta che mi troverò al Cervati.

Ciao Emporio di Minnie!

Telluride

Foto di Chowen Photography

Altri articoli di questo tipo, in cui sono abbinati film a luoghi reali: Quando c’era Marnie – Sila Sound  e Stealin’ Beauty (con il vero set del film)

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“Tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i grandi bastardi sono quelli che impiccano.”

John “Il Boia” Ruth

 

Altri film di Quentin Tarantino sottomano: Jackie Brown, True Romance (sceneggiatura di Tarantino), Reservoir Dogs (Le Iene), Django Unchained (non sapete quante volte ho rischiato di scrivere Django Unchained al posto di Hateful Eight in quest’articolo)

 

Star Wars – Il risveglio della forza

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Ovviamente non potevo sottrarmi ad un evento epocale come Star Wars al cinema. Dopo un obbligatorio rewatch di tutti e 6 capitoli della saga, stavolta in ordine cronologico, e non di uscita, ovvero: I – II – III – IV – V – VI, ordine che forse non condivideranno i fan “puristi” ma che ho trovato assolutamente efficace se si riesce ad andare oltre La minaccia fantasma senza sentirsi completamente male, mi sono approcciata al primo capitolo di questa nuova trilogia (facendo prima passare accuratamente una decina di giorni), che si colloca dopo Episodio VI ed è quindi propriamente un episodio VII. Il film è stato ovviamente prodotto per far gioire i fan nerdissimi degli anni passati, nonne, bambini, etc, riuscendoci perfettamente.
Il regista, J.J.Abrams, lo stesso di due film di Star Trek che ho particolarmente apprezzato (ne trovate le recensioni qui e qui), sceneggiatore di Lost e di altre serie tv random (Alias, Fringe), si potrebbe eleggere cavaliere del “commerciale che non fa schifo” e ne dà prova in Star Wars – Il risveglio della forza, il cui compito di regia, oscillando tra le effettive possibilità di guadagno facile e disastro incalcolabile, risulta tranquillamente migliore di Episodio I, Episodio II e forse anche della prima metà di Episodio III, almeno visivamente.
Chiariamoci, però: Il risveglio della forza nasce per celebrare e non per cambiare la storia del cinema. I fasti di Episodio IV – Episodio V – Episodio VI non torneranno più. Questo è Star Wars prodotto nel 2015, e ci sono Harrison Ford e Carrie Fisher ad ammiccare ai fan. Ci sono nuovi personaggi ed un plot che non nasconde il più spavaldo dell’autocitazionismo.
Ma non pretendete niente e riceverete.
Non pretendete da ciò che è d’evasione per definizione.
E poi J.J.Abrams gioca sporco mettendo un tenero droide come BB-8 fin dall’inizio del film. Sarà questo che influenza tutto. E’ CARINISSIMO.
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(Qualche spoiiler qua e là che però non influisce sulla qualità della visione)

Per quanto riguarda il cast, come anticipavo, Harrison Ford e Carrie Fisher (Han Solo e Leia Organa della trilogia classica) ripetono un cliché in cui avevo già visto Harrison Ford, quando Indiana Jones reincontra Marion / Karen Allen nel poco riuscito film del 2008 Indiana Jones e il teschio di cristallo, quarto film di un’altra trilogia storica di George Lucas. Storia d’amore tra vecchi che si reincontrano, e quando si tratta di Harrison Ford e delle sue pupe, invece di inorridire – come giustamente dovremmo fare – siamo FELICI. Anche qui, Harrison Ford e la sua bambolina con la pensione, hanno un figlio, che è però diventato CATTIVO, Ben Solo, bamboccione buono a nulla piuttosto irascibile. Anche se nessuno sarà mai più come Darth Vader e Ben Solo non vale un decimo del suo charme, i cattivi sono sempre la cosa migliore del film.

La mia scena preferita? Il discorso del Primo Ordine, in divise nere.

Per quanto riguarda incassi e critica, Il risveglio della forza sta ovviamente sbancando, e batterà probabilmente i record di tutti i tempi, avendo già superato Jurassic World e si prevede superi anche gli incassi di Avatar (che non mi è piaciuto, e trovate recensito qui). Non vorrei scrivere incorrettezze, anche perché le cose cambiano di giorno in giorno, tireremo le somme quando Il risveglio della forza verrà tolto dalle sale (fra quanti mesi?), di certo i risultati ottenuti nel primo weekend sono stati spettacolari.
La critica l’ha accolto positivamente, e anche i fan, giustamente scettici, sono in gran parte convinti. Almeno a grandi linee. Ma vedremo nel tempo cosa resterà della nuova trilogia di Star Wars oltre al bellissimo merchandising che ci invade ovunque. (Già in mio possesso: una penna rossa lato oscuro e una felpa)

In sintesi, la domanda che in molti si pongono: vedere questo film, sì o no? Non so, non chiedetelo a me. Il rapporto che ogni fan o profano ha con Star Wars è qualcosa di intimo e personale. Non so come potreste reagire. Ma i dati parlano chiaro. E poi non importa. Ci siamo già sciroppati La minaccia fantasma più volte. E’ Star Wars.

Gem Boy – Cattivo

Dio esiste e vive a Bruxelles

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In una stagione in cui l’offerta cinematografica risulta tutto sommato pacata, i titoli migliori peccano di una distribuzione non efficiente. Titoli come The Lobster, o Dio esiste e vive a Bruxelles sono in poche sale e più che altro solo nelle grandi città. D’altronde, chi vedrebbe mai Dio esiste e vive a Bruxelles, pellicola etichettata come una commedia, di Jaco Van Dormael, regista belga il cui titolo migliore, Mr.Nobody, non è mai stato tradotto in Italia? Altri suoi titoli, altrettanto pregevoli, come Toto le héros o L’ottavo giorno che ha per tema la sindrome di down, non sono più noti di Mr.Nobody, e ti lasciano la sensazione di aver incontrato, forse per puro caso, dei piccoli gioielli di un regista singolare e specialmente fuori dagli schemi, con molto da dire, tante idee, e che a volte le mette insieme in modo confusionario ma assolutamente efficace.
Dio esiste e vive a Bruxelles non è confuso, è un film molto ordinato e angoscioso, che parla di morte e di religione combinandola con la fantascienza, e di commedia ha ben poco. Fonde questi elementi con l’epicità di una storia suddivisa in capitoli, ciascuno dedicato ad un nuovo apostolo della religione cristiana, e alcuni di essi si rivelano personaggi straordinari. Potrebbe far rabbrividire qualcuno l’idea di un dio crudele che lavora al computer nel suo appartamento a Bruxelles (guarda caso, il film esce in un periodo poco felice per la capitale belga), di una sua figlia segregata in casa intenzionata a costituire un “nuovo Nuovo Testamento”, raccogliendo a sé sei nuovi apostoli sulla terra, sotto consiglio del fratello JC. La bambina, figlia di Dio, giunge a Bruxelles attraverso una lavanderia automatica, trovo incredibile come il gusto di Jaco Van Dormael mi sia affine (da anni quando sono all’estero rimango affascinata dalle lavanderie automatiche, da quando mi colpì una che fotografai nel 2008 al nord della Francia).
Un film blasfemo e cupo, ma originale ed intelligente come se ne vedono pochi, e dotato di un’estetica e di una cura per le fotografia che lo rendono nel finale un po’ simile a quei film francesi dall’estetica romantica e buffa che o si amano o si odiano (vedi Jean-Pierre Jeunet o Gondry).

Molto bello.

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