Vittoria e Abdul, l’amicizia più sorprendente della storia

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Locandina di Vittoria e Abdul

Stephen Frears è un regista che mi è sempre stato simpatico dai tempi di Alta Fedeltà, uno dei film più belli degli ultimi 17 anni e che avevo visto in un periodo in cui abitavo sola, un po’ di tempo fa. Questo film era così buono specialmente per il fatto di avere una delle colonne sonore migliori di sempre: provate ad ascoltare Love – Always see your face e poi mi direte. All’epoca, quando vidi High Fidelity, ero in una stanza in affitto e risentivo Always see your face in continuazione, insieme a Gennaio dei Diaframma, che forse alla fine mi portò sfortuna (e fortuna allo stesso tempo):

Gennaio diceva più o meno così:

Parte dei soldi li spesi in assoluta allegria
quella stessa con cui li avevo guadagnati
ci voleva del fegato per ammettere
che come erano entrati così erano usciti

[…]

Nessun senso di colpa, non è importante per me.
Tu non stare in pensiero è solo un finto cuore.

Alla fine decisi di prendere casa in affitto
sempre meglio che vagare a lavarsi i panni al diurno.
La mia stanza era, entrando sulla sinistra
quella di Barbara a destra: c’eravamo rivolti,
a nostra insaputa, alla stessa agenzia.


Beh, in Vittoria e Abdul c’è veramente poco di Alta Fedeltà, che era tratto dal romanzo di Nick Hornby e seguiva le vicende sentimentali di Rob Gordon, il proprietario di un negozio di dischi.

Si ritrova un po’ di Alta Fedeltà nel fumetto La distanza di Baronciani-Colapesce (nella scena nel negozio di dischi, luogo nel quale il protagonista conosce due ragazze in mezzo a miratissime citazioni musicali) e se ne ritrova ancora un po’ nella mia vita di quegli anni, in cui uscivo con un giovane giornalista musicale, più piccolo di me, prima di scaricarlo e mettermi con un altro.

Ma di certo non si ritrova niente di Alta Fedeltà in Vittoria e Abdul. Ok, ammetto di conoscere veramente poco Stephen Frears, ma una cosa è certa: le figure femminili di un certo spessore sono qualcosa di ricorrente nei suoi film.

Philomena, con Judi Dench, nel 2013 aveva fatto abbastanza parlare di sé, ma anche The Queen (2006) non era passato inosservato. In Vittoria e Abdul, ritroviamo Judi Dench, un’eccellente attrice che tutti riconoscerete, prendendola in simpatia, e in cui sicuramente troverete anche voi una certa somiglianza con vostra nonna. E’ questa la chiave del successo di Judi Dench: è vostra nonna.

Frears ha lavorato con Judi Dench quattro volte: la prima per un film tv del 1983, “Saigon: Year of the Cat”, poi in Lady Henderson presenta (2005), Philomena nel 2013 ed ora i due ritornano insieme con Vittoria e Abdul.

Nonna Judi Dench era tra l’altro in tutti gli 007 di Daniel Craig: Casino Royale, Quantum of Solace, Skyfall, Spectre ma anche in molti altri film ben in vista che per qualche motivo necessitassero di una signora austera: Nine di Rob Marshall (ispirato ad 8 e 1/2 di Fellini), Marilyn (quello con Michelle Williams, del 2011), Orgoglio e Pregiudizio (2005), Chocolat, Shakespeare in Love (qui valso alla Dench un premio oscar come Miglior attrice non protagonista) e qualcos’altro.

Judi Dench è del ’34 e in effetti ha quasi l’età di mia nonna, insomma, ha più o meno la stessa età di un sacco di nonne. E’ la seconda volta che interpreta la regina Vittoria, dopo La mia regina/Mrs Brown nel 1997 (di John Madden, lo stesso regista di Shakespeare in Love).

Ma ritornando a Vittoria e Abdul, ecco perché vedere questo film:

  • Per avere un po’ di ripetizioni di storia. E’ ambientato in Inghilterra tra il 1887 e il 1901, quando l’impero britannico comprendeva anche le Indie.
  • Per avere una nuova interpretazione della storia che già sappiamo. Nel 2010 i diari di Abdul Karim vengono scoperti, e da qui viene estratto quanto narrato in questo film. E’ la storia dell’amicizia tra la Regina Vittoria d’Inghilterra e Abdul Karim, un servitore indiano.
  • Per scoprire e incuriosirsi su dettagli della cultura indiana così come ne era rimasta affascinata la regina Vittoria.

Ad esempio, sapete che in India, una cospicua parte della popolazione è musulmana?

O ancora, che l’hindi non è l’unica lingua parlata in India, ma quella riservata ai nobili è l’urdu? E’ infatti questo che Abdul inizialmente insegna alla regina Vittoria.

Sapete cos’è un munshi, e che Abdul diventa il munshi della regina? (Praticamente il suo maestro)

La regina Vittoria qui si presenta come una vecchia sovrana, oramai intristita ed annoiata dagli intrighi di corte e dalle inutili mansioni che deve svolgere quotidianamente (quasi tutte celebrative e prive di significato), Vittoria è rimasta sola, vedova e con dei figli interessati solo al potere, in questa vecchiaia ritrova sollievo e curiosità grazie a quest’amicizia con Abdul.

Ritratto del Munshi Abdul Karim

Diciamo che c’è anche un po’ di sospetto di gerontofilia in tutto questo film (non mancano gli apprezzamenti sull’aspetto di Abdul), ma Judi Dench in fondo è una brava nonna, e quando scopre che il suo servitore indiano è sposato, chiede subito che porti in Inghilterra anche sua moglie. Ma Abdul Karim è musulmano, e sua moglie si presenta avvolta da un velo nero proprio come le donne del Medio Oriente che siamo abituati a vedere in giro e in tv.

C’è da dire che alcune scene in particolare sono molto belle: il picnic sotto la pioggia in Scozia, con i tavolini nell’erba verde e un temporale in procinto di iniziare, ma anche il viaggio in treno a Firenze (una cosa hipsterissima, before it was cool). Non solo queste due.

C’è molto di inglese in certi paesaggi verdi che da soli valgono l’intera visione del film.

Il film però – nonostante sia molto, molto buono – bisogna ammettere che non sia adatto ai più giovani. 

E’ uno di quei film ben fatti, che non annoiano, proprio per niente, ma che vi entusiasma senza dubbio se avete dai 50 anni in su, didattico ed ideale ad essere proiettato nelle scuole. Chi è in cerca di emozioni forti, forse dovrebbe riversarsi su altro.

Ma non è forse un emozione forte anche quella di infilarsi in una sala vuota, praticamente godendosi una proiezione privata, immergendosi in una storia che se avessimo voluto cercarla o inventarla da soli non ci saremmo riusciti mai?

In fondo, Vittoria e Abdul è sicuramente un film singolare, che inserisce nell’immediato in un’atmosfera e in una poesia atipica (l’amicizia tra una vecchia signora e un negro indiano, e musulmano) senza annoiare. Senza farvi uscire dalla sala. Senza metterci del sesso o strani equivoci. Senza attori che siano attraenti. Guardate che non è poco.


Curiosità: Tratto dal libro di Shrabani Basu.
Regina Vittoria: (1819-1901)

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The Place: un film oscuro, con un cast italiano

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the place bar

– Sei un mostro.
– Diciamo che do da mangiare ai mostri.

Non credevo in effetti sarei mai andata al cinema a vedere un film di Paolo Genovese (Immaturi, Tutta colpa di Freud). Il film è ambientato in The Place, un misterioso bar in cui un uomo senza nome, interpretato da Valerio Mastandrea (Notturno Bus, Il Caimano, Nine) incontra e parla per tutto il tempo con delle persone, annotando ogni volta il risultato delle loro conversazioni in un’agenda. Anche se non si comprende bene come queste persone siano giunte in The Place e da quest’uomo, perché non è spiegato, ciascuna di esse ha per lui una richiesta, che verrà esaudita se accetteranno di compiere alcune azioni che quest’uomo commissiona, pescandole apparentemente a caso dall’agenda. Il segnalibro posto lì in mezzo non pare in realtà mai muoversi e le azioni sembrano essere assegnate senza alcun filo logico. Nonostante l’uomo, Mastandrea, si limiti a parlare (o meglio ad ascoltare e a volte a fare domande), e non venga mai chiarita esplicitamente la sua figura, si tratta di un’ambigua incarnazione del diavolo; pur non influenzando mai davvero le persone e mantenendosi imparziale nei confronti delle cose, propone loro di attuare dei comportamenti quasi sempre riprovevoli.

L’uomo non rivela interesse nei confronti di ciò che accade o che propone, come se ne fosse abituato, né tantomeno mostra delle emozioni. E’ freddo, anche se tutto sommato pare triste e annoiato del suo lavoro. Quelli che propone sono quasi sempre atti orribili, come uccidere una bambina innocente, far lasciare una coppia, fare una rapina, mettere una bomba in un locale affollato. Le persone con cui Mastandrea parla reagiscono in modo diverso: alcune inizialmente rifiutano, altre accettano subito, molte, dopo aver iniziato, tentennano, altre ancora ci prendono gusto nella cosa e continuano il compito assegnatogli oltre il periodo del contratto. Gli obiettivi finiscono per intrecciarsi e influenzarsi fra loro. L’uomo dice di “non dare mai obiettivi impossibili”, ma alcuni si complicano o cambiano progressivamente, influenzati dall’operato di altri persone. Le stesse richieste di alcuni personaggi cambiano nel corso del film, come cambia la loro valutazione delle cose, delle cattive azioni e del loro senso di sé.

Il tutto è intervallato, a più riprese, dai dialoghi con una Ferilli che lavora in The Place. A forza di vedere Mastandrea in quel ristorante, la Ferilli crede che si tratti di un uomo solo, magari divorziato, forse uno psicologo. Non gli fa alcuna richiesta esplicita, ma cerca di approcciarlo, di farsi raccontare qualcosa, senza riuscirci.

E’ un film tutto incentrato sui personaggi e sui dialoghi, che purtroppo non brillano ma sono comunque molto efficaci alla costruzione della storia, come in un dramma teatrale. L’unica vera ambientazione è The Place, anche se nella mente si riescono ad immaginare gli altri luoghi di cui si parla, o dei personaggi che in realtà non compaiono mai.

Gli attori sono tutti italiani,  e anche la recitazione è “molto italiana” , poco emozionante, fatta eccezione per Suor Chiara (Alba Rorhwacher) che spicca per il modo in cui calza nel personaggio, mettendosi al di sopra degli altri. Non convince poi tanto Alessandro Borghi, nel difficile ruolo di un cieco che dovrà violentarla, abbastanza brava e bella Vittoria Puccini (Elisa di Rivombrosa, ma presente anche in diversi film come Paz!, Ma quando arrivano le ragazze? di Pupi Avati e Tutta colpa di Freud dello stesso Genovese), gradevole ed azzeccata la romana Silvia d’Amico (era in Non essere cattivo di Claudio Caligari), una cattiva ragazza che pur di diventare “più bella” accetta di derubare una sua amica.

Elemento di richiamo in The Place è Silvio Muccino, che citando una frase non mia, è ormai come Johnny Depp nei film in cui non è protagonista: appare per pochissimo tempo, fa la parte del cattivo ragazzo e ciò basta per attrarre in sala più donne possibili.

Il personaggio di Muccino spaccia acidi ed è complice di Silvia, ma dopo aver fatto l’amore con lei piange, insomma, il solito duro dal cuore tenero. Difficile il rapporto con il padre, che qui è Marco Giallini.

Altri nomi noti: Rocco Papaleo che è un meccanico che vorrebbe passare una notte con Amanda, una ragazza/attrice/pornoattrice della quale ha un poster in officina. Solo una notte e non di più, perché una relazione non saprebbe gestirla. Perciò gli viene commissionato di sorvegliare una bambina che non conosce, la stessa che Vinicio Marchioni (era in To Rome With Love) dovrà uccidere. Ma l’elemento chiave di The Place è senz’altro Giulia Lazzarini (la madre di Nanni Moretti in Mia madre, 83 anni), non proseguo oltre per non rivelarvi il finale.

Il film potrebbe essere letto a più livelli: in un’interpretazione meno ovvia, Mastandrea, che continua a essere nel bar anche oltre l’orario di chiusura, potrebbe essere un’invenzione della solitudine della Ferilli, la quale continua ad osservare il viavai di persone con i loro problemi, dall’esterno, e gli atti casuali, in teoria commissionati, potrebbero essere invece dettati da una sorta di destino (un destino legato al caso) senza che nessun uomo “fisico” li abbia mai davvero proposti. Ad esempio, la gelosia della Puccini per la fedeltà del suo vicino di casa nei confronti della moglie potrebbe aver scatenato la cattiveria di cui è stata capace: fingere che lui abbia tradito la moglie con lei, al fine di farli litigare, pure se l’atto sessuale non era stato consumato davvero. La stessa perdita di fede di Suor Chiara l’avrebbe portata a voler fare l’amore con un uomo e a rimanere incinta. Così, ogni atto crudele potrebbe avere una giustificazione, tutto quadrerebbe senza troppe forzature. Forse a volte si deve sprofondare prima di aver ciò che si vuole, e mettere in discussione tutto prima di capire quale sia veramente la cosa giusta da fare, riorganizzare i propri schemi di pensiero, e infatti ogni personaggio evolve e si modifica nel corso del film. Nel finale risolutivo la Ferilli sembra “abbracciare” la professione di Mastandrea, sostituendosi a lui, che smetterebbe così di essere il diavolo. Domanda: la solitudine, e l’osservazione degli altri, portano ad essere Satana? D’altronde, non viene mai detto esplicitamente cosa accade davvero e perché tutto ciò sia possibile.

Un’altra interpretazione, che poi è quella giusta, è che Mastandrea sia il diavolo. Ma il diavolo non esiste davvero, è una costruzione dell’uomo, ed è per questo che nel film non vengono fornite vere risposte: sta a noi se crederci o no, ciò che restano sono solo le azioni, giuste o sbagliate.

Però quest’uomo di The Place è sicuramente un Satana diverso da come lo immaginiamo nell’iconografia classica. E’ solo un osservatore, e non è responsabile. Egli non tenta: qualunque persona dotata di una certa fermezza potrebbe rifiutare. Abbiamo la libera scelta su come comportarci e il diavolo non fa solo che servirci le cose su di un piatto, anzi, quello di The Place sembra quasi scoraggiarle.

Per la serie: a me non frega un cazzo, e ne ho le palle piene di quello che fate.

Il film è ispirato alla serie televisiva statunitense The Booth at the End (10 episodi).

Gli ultimi due film di Alejandro Jodorowsky – E’ possibile vivere come poetas en acciòn

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In quella realtà in cui mi sentivo straniero, tutto si intrecciava con tutto, in una trama di sofferenza e piacere. (La Danza della Realtà)

dance of reality sea tocopilla

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Correva l’anno 2008 quando, dopo aver visto El Topo, Fando y Lis, La Montagna Sacra, Santa Sangre e addirittura l’evitabile Ladro dell’Arcobaleno cercavo in ogni modo di procurarmi l’ultimo suo film che mi mancava alla lista, Tusk, una pellicola del 1980 reperibile solo in francese e qualità video da vhs scassata, e che non sembrava neanche un granché in quanto a significato e sceneggiatura.

Quando poi, un bel giorno scopro, mentre mi ero distratta un attimo presa da altre cose, che dei vari progetti annunciati da Jodo negli ultimi anni non ce n’era neanche l’ombra, ma in compenso erano usciti nel 2013 e nel 2016 i primi due episodi tratti da La danza della realtà, la sua autobiografia del 2006 e che ovviamente avevo letto. La danza della realtà era un libro davvero buono, cosa piuttosto rara da verificare e poi ammettere quando si acquista un libro di un autore che non sia ancora morto. Inoltre nela trasposizione da vita vera a libro e successivamente da libro a film non si incorre poi nei soliti problemi che hanno i film tratti dai libri: qui autore del libro e regista del film coincidono, e così anche le “visioni” contenute in entrambi.

Questi due film-autobiografia, dai titoli “La danza della realtà” e “Poesia senza fine” sono uno il seguito dell’altro, ma affrontano due periodi slegati dell’autore risultando così completamente indipendenti l’uno dall’altro e diversi nei temi. E non coprendo affatto l’intero libro, ma solo le prime due parti, lasciano presagire che ne seguiranno altri. Per quanto visionari, essi sono anche intimi, religiosi, meno aspri e ribelli delle pellicole giovanili come El Topo e La montagna sacra. Nel bene e nel male, sono anche meno epocali e sembra che Alejandro voglia metterci la sua vita nelle nostre mani, per poi tirare con noi le somme. Non sto dicendo che questi due film siano convenzionali o facili da digerire, sia chiaro: sono pieni delle bizzarrie del poeta-scrittore-psicomago cileno, ma si tratta di stranezze più malleabili, come quelle di Santa Sangre, per intenderci. Non mancano scene capaci di lasciare perplesso lo spettatore bigotto di turno, ma nel complesso i due film risultano più che comprensibili. E anche se non cambieranno la storia del cinema, sono eccellenti, al punto che dopo aver visto questi potrebbe anche passarvi la voglia di vedere dell’altro per sei mesi.

Il primo dei due, La danza della realtà (che è il titolo sia del libro che del primo film), è stato presentato al Festival di Cannes nel 2013 e copre tutta la parte dell’infanzia dell’autore. E’ immaginifico, mostra come gli occhi di un bambino possano confondere realtà e sogno, al punto da vivere, costantemente, in un mondo ibrido delle due cose. Questo è possibile e non è un escamotage letterario o cinematografico, ed è vero quanto è vero Jodorowsky. La sua città di origine, Tocopilla, è di una bruttezza che fa male, e al tempo stesso il suo malessere diventa una causa di bellezza. E’ dalla bruttezza che nascono i sogni, le aspirazioni, il tormento creativo. Quando in un cumulo di macerie, sbagliate, si riesce a vedere qualcosa di più, è lì che parte il processo della creazione.

Il secondo, Poesia senza fine (Poesia sin fin, Endless Poetry), anche questo presentato al festival di Cannes (nel 2016) è imbevuto di un’atmosfera diversa, quella cupa della notte e delle prime relazioni sentimentali di Alejandro. L’incontro con Stella, e al contempo con la poesia (Stella Dìaz Varìn è una poetessa cilena realmente esistita) è l’elemento portante della prima parte del film. Poesia sin fin suggerisce, nella sua bellezza e nella miriade di frasi degne di nota nei dialoghi, lo spunto per avvicinarsi anche ad altri due poeti cileni, Nicanor Parra e Enrique Lihn, con cui Jodorowsky strinse amicizia. Era proprio la sua Stella che aveva ispirato il famoso poema “La Vipera” di Nicanor Parra, e inizialmente Jodorowsky rimase molto colpito dal fatto di poter conoscere dal vivo Nicanor, che considerava una personalità irraggiungibile.

stella diaz varin

La poetessa cilena Stella Dìaz Varìn (1926-2006)

Nicanor Parra era della generazione precedente rispetto a Jodorowsky. Nato nel ’14 (Jodorowsky è del ’29) ed esponente dell’antipoesia, si contrapponeva alla poesia classica cilena che in quel periodo era rappresentata da Neruda. Jodorowsky, avvicinatosi all’ambiente creativo di Tocopilla tramite il cugino, conosce così il suo mito, Nicanor Parra, e la sua prima fidanzata, Stella (la quale gli dirà: “Tu sei vergine. Tu sei puro, come un pierrot romantico.”)
Nicanor, docente universitario di matematica e fisica, compare anche in una parte cruciale alla fine del film. Interpellato da Jodorowsky che lo cerca per chiedergli che cosa fare della propria vita, Nicanor gli darà un consiglio che Alejandro non ascolterà affatto. Nicanor Parra sosteneva infatti che Alejandro dovesse trovarsi un lavoro normale, come lui stesso aveva fatto: un lavoro come quello di professore che gli avrebbe permesso di sopravvivere e solo parallelamente dedicarsi alla poesia. Poesia senza fine si conclude con il rifiuto categorico di questo consiglio e con Alejandro che finalmente lascia l’oppressiva città di Tocopilla per recarsi in Europa, dove poi sappiamo che troverà numerose strade, e la sua fortuna.

L’altro poeta cileno realmente esistito che appare in Poesia senza fine è Enrique Lihn, che diventa amico di Alejandro nella seconda parte del film, dopo la conclusione della storia con Stella. Alejandro stima moltissimo la poesia di Lihn, e decide per questo di entrare in contatto con lui. Fra i due nasce una splendida amicizia, dovuta ad una chiara sintonia, e ravvivano la città di Tocopilla con il loro modo di vivere e di intendere la vita: essi sono poeti, poeti in azione (“poetas en acciòn). Il loro modo estroso di agire è quello di un surrealismo che entra a far parte della quotidianità, molto simile tra l’altro a certe azioni futuriste di quel periodo. Hanno una lite solo nel momento in cui Lihn e la sua ragazza rompono. Jodorowsky, dopo averla salvata da un momento di grave sconforto, consuma un rapporto con lei. “Il sangue è sacro”, dirà, constatando che la ragazza ha le mestruazioni. Una ragazza tra l’altro, affetta anche da nanosomia: la deformità è un’altra costante dei film di Jodorowsky.

Sia di Nicanor Parra che di Lihn tradotto in italiano non è reperibile quasi nulla. Sembra che la poesia cilena in Italia non vada molto oltre Neruda, a meno che non ci si voglia dedicare in autonomia alle traduzioni dallo spagnolo. Neanche di Stella Diaz Varìn non è facilmente reperibile niente. L’unico libro disponibile attualmente in commercio nelle librerie convenzionali è un volume di Medusa Edizioni di Nicanor Parra, “Le Montagne Russe“.

“Io ti perdono, padre, tu mi hai dato la forza di sopportare questo mondo dove non esiste la poesia.”

Forse Jodorowsky aveva ragione, dobbiamo sopportare un mondo dove non esiste la poesia, accettare esso e le sue mancanze, così come la mancanza della poesia cilena nelle librerie. La poesia non esiste, è fittizia. Ma se la realtà imposta è priva di poesia, non per questo è necessario vivere in essa. Non è necessario abbandonare il nostro mondo, quello che ci è più congeniale, che abbiamo creato, al quale sentiamo di appartenere. E’ un mondo che anche se non esiste davvero, come la poesia, straborda all’esterno. Anche se si trattasse solo di un sogno, di un limbo tra la realtà e l’immaginario, questo mondo alla fine va a contaminare in maniera tangibile il reale.

Siamo poetas en acciòn. Basta sceglierlo.
La realtà è quella che creiamo, quella che vogliamo.


Vi lascio con alcune frasi ed immagini tratte dai due film:

La danza della realtà

Un guerriero si disfa delle sue illusioni.

realidad skull

« Per te, io non esisto ancora. Per me, tu non esisti più. Alla fine del tempo, quando la materia prende il cammino del ritorno al punto di origine, tu e io saremo stati solo ricordi, mai realtà. Qualcosa ci sta sognando. Abbraccia l’illusione! Vivi! »

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Poesia sin fin – Endless Poetry

Tutto sembrava magico, senza esserlo.

“Tu sei vergine. Tu sei puro, come un pierrot romantico.” (Stella ad Alejandro)

Non ho bisogno di deglutirti: tu sei la mia anima.

Sono diventato uno specchio che riflette solo la tua immagine, non voglio vivere nel caos che crei. (Alejandro a Stella)

Perchè sei invisibile, io ti disprezzo, diamante perfetto.


 

The death I am running, runs without running at my side.


 

Dialogo tra Alejandro ed Enrique:

 

Alejandro: Tutto questo bellissimo lavoro verrà perso.
Enrique: Tutto verrà perso! Le nostre anime verranno perse. Non importa. Anche i sogni si perdono, e noi stessi, poco a poco, ci dissolviamo. La poesia, come un’ombra di un’aquila in volo, non lascia traccia sulla terra. Un poema raggiunge la perfezione solo quando è consumato.
Alejandro: Non posso vedere un bel lavoro consumato

– Ho paura di contrariare gli altri.
– Non sei colpevole di vivere come sei.
– Potresti essere colpevole di vivere come gli altri vogliono che tu viva.
– Qual è il significato della vita?
– La vita!
– Il cervello fa domande, il cuore dà risposte.
– La vita non ha nessun significato, devi solo viverla. Fottila!
————-
La vita è un gioco
Possiamo ridere anche delle cose peggiori
Soffrire è inutile
Non sono un pagliaccio
Sono un poeta.
Non dandomi niente, mi hai dato tutto.
Mi hai insegnato la necessità dell’amore
Negandomi dio, mi hai insegnato il valore della vita.
Io ti perdono, padre, tu mi hai dato la forza di sopportare questo mondo dove non esiste la poesia.

stella poesia sin fin

stella alejandro
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Omicidio all’italiana, perché il Molise è veramente come Maccio Capatonda lo descrive e perché vale la pena di farci una passeggiata

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omicidio all'italiana

Secondo film per Maccio Capatonda, dopo Italiano Medio nel 2015 che fu accolto tiepidamente dal pubblico: i suoi non sono film che sbancano al botteghino, seguiti dal popolo di internet più abituato a youtube che a recarsi in sala, siamo perciò lontani dagli incassi di Checco Zalone, eppure queste due pellicole di Maccio risultano notevolissime, molto più di quanto ci si potrebbe aspettare ad un primo impatto da un paio di film comici. Il timore poi che Maccio ricicli sempre gli stessi personaggi e le stesse battute (cosa che effettivamente fa, ma con una grande abilità e finalmente unendo il tutto con un unico filo conduttore) ha fatto sì che i suoi film fossero lasciati in secondo piano anche dai suoi fan. Ed è questo un altro motivo per cui non tutti hanno passato le loro serate di primavera a parlare di Omicidio all’Italiana, scartato per dedicarsi ad altre uscite più vistose. Distribuito dal 2 Marzo 2017 al cinema, Omicidio all’Italiana è disponibile in dvd dal 22 Giugno. Anche se non è quello il suo intento primario, Maccio/Marcello Macchia, originario di Vasto, ci fornisce di nuovo una descrizione delle abitudini italiane e dei meccanismi nascosti all’interno della televisione. Non andando per niente lontano dalla realtà, passa da “Mastervip” a “Chi l’acciso“, programmi televisivi parodia della tv italiana che appaiono rispettivamente in Italiano Medio e Omicidio all’Italiana. Se Italiano Medio era stato un capolavoro di saggezza, poco gradito proprio agli italiani medi da Macchia descritti e che ricercano solitamente nei film una comicità che non li porti a riflettere (sì ai cinepanettoni, e no ai film che puntano il dito sui problemi, presentando come comiche situazioni che sono assolutamente vere), il secondo film di Maccio si concentra invece su situazioni molto più circoscritte, essendo ambientato ad Acitrullo, ipotetico paese del Molise di soli 16 abitanti.

Omicidio all’Italiana si presenta più adatto al grande pubblico rispetto al suo gemello (si tratta, ovviamente, di gemelli eterozigoti) Italiano Medio, comprendendo in sé temi meno gravosi ma non per questo meno reali: il Molise, luogo che “non esiste”, è al centro della storia e se vi è mai capitato di fare un giro per alcune zone centrali d’Italia vi renderete conto di come il paese di Acitrullo creato da Maccio sia verosimile, con le sue discese e le sue salite, le strade disagiate e impercorribili, qui Campobasso e i suoi apericena sono visti come sogni quasi irraggiungibili, che in confronto la vita sulla 7bis Nolana, che un po’ noi discriminiamo, sembra quella della California. Infatti da paesi come Acitrullo anche solo raggiungere Isernia e Campobasso può diventare un’impresa, e la descrizione di questo viaggio è proprio il modo in cui inizia il film, con protagonista un corriere che cerca di raggiungere il paese per consegnare un computer ed un modem 56k.

Anche se ufficialmente Acitrullo è collocato in Molise, in realtà il film è stato girato a Corvara, in provincia di Pescara, 269 abitanti. In effetti Abruzzo e Molise in alcuni aspetti sono molto affini e guarda caso qualche tempo fa un amico aveva per me girato dei numerosi video-documentari della sua vita in Abruzzo. Tra i paesi che mi mostrava con perplessità mentre andava in auto a Pescara per il sushi-apericena accompagnato da cover band di dubbia qualità di Rihanna e Pink Floyd, c’era proprio Corvara che avrei rivisto più avanti nel film di Maccio. Il mio amico faceva 100 km per un sabato sera “decente”, mentre qui ci lamentiamo con snobismo della scelta dei bar.

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La metropoli di Pescara, centro più vicino a Corvara, dove è stato girato il nuovo film di Maccio

In pratica le giornate degli abitanti di questi paesi molisani-abruzzesi oscillano tra un’esistenza lenta e il sogno di una civiltà lontana. Una civiltà che risulta comunque non essere mai alla loro portata e si ferma a città di media grandezza (50 000 abitanti per Campobasso, 120 000 per Pescara, 21 000 per Isernia) ma che perlomeno offrono dei bar e delle gelaterie. Non a caso, quando nel film l’ispettrice Pertinente dice di venire da Roma, Herbert Ballerina le risponde: “Ah, estero.”

Anche se isolati, non è necessario guardare con giudizio negativo Acitrullo & friends, che per certi aspetti sono profondamente affascinanti per la tranquillità nella quale sono immersi. Ma noi siamo di questi centri solo osservatori esterni. Per le persone che invece sono nate e cresciute in queste zone – e che ovviamente sono state costrette a trasferirsi altrove per motivi di lavoro e di studio e guarda caso non ci sono mai più tornate – il futuro di questi paesi è un serio argomento di discussione e mi è capitato di prendere parte a volte a delle conversazioni sul futuro di paesi come Bojano o Cerro al Volturno. C’è chi sostiene che questi centri verranno abbandonati, altri che verranno ripopolati e avranno futuro, perché sono belli. Sono belli in effetti, non mettiamo in dubbio ciò, ma ripopolare questi luoghi e trovare pure qualcosa da farci è una speranza di chi questi posti li ha amati, ci ha vissuto e poi li ha abbandonati, insomma, si tratta di discorsi mossi dai sensi di colpa, perché in fondo il mondo si muove in una direzione diversa e nonostante l’affezione alle proprie radici tutti sognano almeno un paio di gelaterie, Zara e le mutande di Tezenis.

In ogni caso, nel film di Maccio ci si sente maledettamente coinvolti. Non so come possano reagire gli abitanti di uno di questi paesi nei confronti di Omicidio all’italiana, se questo film potrebbe destare in loro irritazioni. Ma in un paese come Acitrullo non avrebbero comunque un cinema per vedere il film di Maccio e non riuscirebbero neanche a comprarsi il dvd in una Feltrinelli o una Mondadori, quindi il problema non si pone. Per chi invece in quei posti c’è solo capitato e mai abitato, scatta un immediato e assoluto feeling con tutta la storia. Sembra di essere proprio in uno di quei paesi in cui tutti abbiamo vagato, in quelle strade sterrate suggerite dal navigatore, di cui ci eravamo compiaciuti nonostante fossero sbarrate dalle mucche o dai lavori in corso. Un inverno in cui dovevamo raggiungere Campobasso le strade erano interrotte venendo praticamente da qualsiasi direzione, e alla fine, senza volerlo, nella notte, ci ritrovammo a Isernia. Sembrava di essere in una barzelletta sul Molise, e invece era realtà: ma ne valeva la pena, quel “vuoto” tra i paesi era seducente, tutta quell’erba anche e gli animali sulla strada ci guardavano con occhi rotondi e dolci, nei piccoli paesi si sentiva l’odore di case lavate e nei pochi negozi si trovavano cose che non c’erano da nessun’altra parte.

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Pecore sulla strada per Campitello Matese (CB)

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Insomma, quel che voglio dire e che continuo a ripetere, è che in Omicidio all’italiana è tutto vero. Sembra una caricatura della realtà, ma è la realtà stessa. La contessa filantropa, i paesi con le salite e le discese, gli spostamenti in trattore, IL BABBACCHIONE – dolce tipico di Acitrullo – e altre cose, sono tutte maledettamente vere. Come anche il sogno della vita dissoluta a Campobasso. Lo sapete che Campobasso è una città universitaria? Un luogo di movida estrema. Davvero. True story.

Se non avete niente da fare, prendete la macchina e partite per un paese situato in un posto a caso in mezzo a Pescara – Campobasso – Isernia: sarà come essere nel film, come viaggiare nel tempo e nello spazio. Troverete cose che non avreste neanche immaginato potessero esistere. E comunque, avrete sempre modo di fare foto agli animali, cosa che di solito vale da sé il costo del viaggio.

Ma vediamo uno ad uno gli elementi più rilevanti e il perché sono veri

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IL BABBACCHIONE. Ricorda la mitologica Luisona del Bar Sport di Stefano Benni. In ogni bar scadente che si rispetti, esistono dei dolci che non andrebbero mai mangiati, spesso messi solo per esposizione. La Luisona di Benni fu inavvertitamente mangiata da un ignaro passante che non conosceva da quanto tempo la Luisona stesse sopravvivendo nella teca dei dolci. Il Babbacchione però è di più di una Luisona qualsiasi: è il dolce tipico di Acitrullo, da accompagnare rigorosamente con l’Amaraccio, il liquore tipico di Acitrullo. Ammettiamolo: non è realtà solo la Luisona da esposizione, ma anche questi dolci tipici che sicuramente esistono e sovente fanno pure schifo.

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Un bar a Sepino

La contessa filantropa intorno alla quale ruota l’intero film, assassinata all’inizio della storia: true story, in questi paesi ci sono contesse che riparano gli orologi della città e cose del genere, con cui andare a cena in ristoranti e castelli e che alla fine vi lasciano anche qualcosa in eredità se gli avete potato per bene il giardino.

L’apericena a Campobasso. Mi è capitato di andare a Campobasso non molto tempo fa, per una – diciamo – riunione, non specificherò di che tipo per la privacy delle persone coinvolte, le quali erano estremamente colpite dal lungo viaggio che avevamo intrapreso per loro e ci avevano definito I FORESTIERI (continuando a ripetere, colpitissimi, “I SIGNORI VENGONO DA NAPOLI!!!” come se da chissà quale posto lontano venissimo). In questa occasione Campobasso si è rivelata molto fashion, con centri commerciali ed un elegantissimo bar, ed era ovunque piena di studenti abbigliati come spagnoli ventenni in Erasmus. Da visitare: il castello Monforte e il Museo Sannitico.

DSC00358La metropoli di Campobasso vista dall’alto, luogo in cui emigrano la maggior parte dei molisani in cerca di lavoro

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Il castello Monforte di Campobasso, il cui custode, Nicola Tudino, è autore di uno splendido libro in cui descrive la sua malattia mentale: Cuore di terra – Nicola Tudino, edito da Aletti, e che vi consiglio. 

Corvara

Acitrullo-Corvara, paese in cui è stato girato il film di Maccio

– Le salite e le discese. Provate a fare un giro a Colli al Volturno, o a Bojano, o dove vi pare.

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Cerro al Volturno (IS)

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Rocchetta a Volturno (IS) – Rocchetta Alta – resti del castello e del centro abitato

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Colli al Volturno (1343 abitanti) è considerato un centro dello shopping per i paesi vicini

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Castel San Vincenzo, 516 abitanti. Il paese gode di una bellissima vista sull’omonimo lago artificiale

– Il turbamento. Per darvi un’idea di quanto sia effettivamente sperduto il Molise, vi dico che quando dovevo imbarcarmi a Termoli (CB) per le Tremiti, in circa 70 km vi era un’unica area di servizio, la Biferno, e all’ingresso del bagno, all’alba, ci ho trovato un cucciolo di pipistrello morto. L’unico altro posto sulla strada in cui ci si sarebbe potuto fermare, tendenzialmente per camionisti, era chiuso. Anche trovare i croissant nei bar non è qualcosa di scontato, e nella maggior parte dei paesi si può avere solo qualche prodotto semilavorato (che importa fare cornetti, quando c’è il BABBACCHIONE)

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La tecnologia. Il film di Maccio si apre con l’introduzione ad Acitrullo di un computer e di un modem con connessione 56k, portati dal corriere con grande difficoltà. In questi paesi in effetti a volte appaiono evidenti segni di tentativi di modernismo: il cartellone luminoso “Benvenuti a Sepino” incontrato quando andai a visitare gli scavi di Saepinum sembrava davvero di una tecnologia immane se paragonato all’offerta del resto del paese (anche se era davvero un bel paese, piacevole e perfettamente ristrutturato).

Non ha avuto la stessa sorte di “perfezione” la Civita Superiore di Bojano, completamente abbandonata a se stessa, sebbene sede di rinomati ristoranti come il Borgo Antico di Filindo, a detta del proprietario frequentato anche da Paul McCartney.

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Insomma, per non allontanarci del tutto e proseguire all’infinito con una guida rossa del Molise e ritornare al film di Maccio, posso dirvi che comunque un premio l’ha anche incassato: Nastro d’Argento a Sabrina Ferilli, che interpreta la conduttrice Donatella Spruzzone. Ci tengo a ripetere che anche se questi film ad un primo impatto pare potrebbero essere evitati, inducendoci a pensare che non ci sia niente di nuovo e venga riproposta la solita comicità, Italiano Medio e Omicidio all’Italiana non deludono e sono davvero molto più intelligenti di quel che vorrebbero sembrare: il formato “lungometraggio” conferisce a Maccio un’epicità che nei suoi prodotti brevi andava a perdersi nel tempo, mentre negli anni questi due film rimarranno, fotografia di un’Italia post 2000 che in maniera così sapiente non era stata ancora descritta.

Letture consigliate: Cuore di terra – Nicola Tudino, edito da Aletti
Film consigliati: Italiano medio – Assassinio all’italiana – Maccio Capatonda
Ristoranti consigliati: Borgo Antico – Civita Superiore di Bojano (Filindo)

 

Tutti vogliono qualcosa, Richard Linklater

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Seguito spirituale di Dazed & Confused (La vita è un sogno, 1994), “Tutti vogliono qualcosa” è il nuovo film di Richard Linklater, nelle sale italiane dal 17 giugno.

Nel suo genere leggero, presentandosi in apparenza come una commedia americana, “Everybody wants some” – “Tutti vogliono qualcosa” è più profondo di quanto non sembri, anche se in esso non si capisce esattamente il confine tra film d’evasione e pellicola d’autore. E’ certamente una descrizione dettagliata degli anni in cui è ambientato, gli anni ’80, con rifiniture accurate, con una ricca e ricercata colonna sonora, con i flipper, i locali, con un modo proprio di raccontare quel mondo fra uomini al quale le donne non hanno tipicamente accesso, fatto di giochi goliardici e prove di forza, di ricerca di sesso, di competizione. E’ un film con un messaggio di fondo combattivo, tipicamente americano, maschio e romantico. Everybody wants some è una chiara visione del romanticismo maschile, che non è detto che sia meno puro di quella femminile. Sicuramente diverso dagli altri film di Linklater, che sono meno veloci, più intimisti, o fantascientifici (come A scanner darklyUn oscuro scrutare, 1977, con Keanu Reeves, tratto dal romanzo di Philip K. Dick, o quasi quasi anche Waking Life, pellicola interamente realizzata con la tecnica del rotoscope). In quest’ultimo film non vi sono idee originali di fondo come in Boyhood (iniziato nel 2002, gli attori di Boyhood crescono insieme ai personaggi del film) o i Before Sunrise/Sunset/Midnight (tre film girati a dieci anni l’uno dall’altro che parlano della stessa storia d’amore a intervalli di tempo di dieci anni), ma quest’ultimo lavoro di Linklater, pur rispettando lo schema classico delle commedie americane, viene riempito di contenuti molto più ricchi e dettagliati di quelli che troveremmo in un film da cassetta, esattamente come uno stesso disegno potrebbe essere riempito di colore con una tecnica elementare oppure venire prima inchiostrato e poi colorato da un professionista, ombreggiato, arricchito nelle trame degli abiti, e così via.

“Le frontiere sono dove le vedi”, recita il messaggio alla fine del film, che si conclude con il primo giorno di lezioni al college per i protagonisti, quindi con un nuovo inizio, dopo un exploit di romanticismo tipico di Linklater la cui assenza avrebbe fatto sospettare, exploit che sembra in parte ingannare dando l’idea di trasformare improvvisamente una semplice commedia in qualcosa di più. Ma non basta questo purtroppo a far scattare Tutti vogliono qualcosa al livello di capolavoro, in quanto tutte le commedie americane possiedono un messaggio buonista di fondo che tende sempre a mettere una pezza sugli scherzi, sulle cose sbagliate, sugli errori, sul sesso, sulle insicurezze dell’adolescenza. Sembra quasi che Linklater, anche in questo, si voglia tenere volutamente su un livello basso, ovvero fare un film sulla vita al college mantenendosi (o perlomeno provare a mantenersi) negli schemi del film da college, ma girandolo con una mano che comunque fa la differenza, sfaccettandolo, colorandolo, ombreggiandolo. Quindi, mettendo da parte una certa naturale diffidenza, si aggiunge per forza anche Everybody wants some alla lista di film di generi diversi che un regista come Linklater è in grado di realizzare efficacemente. Probabilmente Everybody wants some non si eleva più di tanto, ma di certo eleva Linklater ancora una volta a regista superiore, dotato di un suo carattere, di un suo pacchetto di temi ricorrenti con i quali è però capace di fare film di generi diversi sempre validi. Il suo penultimo lavoro, Boyhood, aveva una trama volutamente naturale per descrivere la storia di una persona comune. Così Everybody wants some ha una trama volutamente leggera per descrivere la vita al college in America negli anni ’80. Credo sia facile creare una sceneggiatura da una trama forte, ma sottolineare dettagli importanti della vita quotidiana, è quello che distingue molto una persona con talento da uno che non ha. E’ facile osservare la bellezza dove la vedono tutti, i dettagli sono un’altra cosa. Vedere della bellezza o dei significati dove gli altri non riescono a coglierli, ed essere in grado di spiegarli, e trasmetterli, questo fa la differenza. E Linklater tenta sempre in questo.

Vi allego i titoli dell’ottima colonna sonora del film.

Everybody wants some OST

My Sharona – The Knack
Heart Of Glass – Blondie
Take Your Time (Do It Right) – SOS Band
Heartbreaker – Pat Benatar
Alternative Ulster – Stiff Little Fingers
Every 1’s A Winner – Hot Chocolate
Everybody Wants Some! – Van Halen
Let’s Get Serious – Jermaine Jackson
Pop Muzik – M
Because The Night – Patti Smith
I Want You To Want Me  – Cheap Trick
Hand In Hand – Dire Straits
Whip It – Devo
Romeo’s Tune – Steve Forbert
Good Times Roll – The Cars
Rapper’s Delight – The Sugar Hill Gang
Rough Boys – Pete Townshend
Ain’t Talkin’ ‘Bout Love -Van Halen
Bad Girls -Donna Summer
I’m Bad (I’m Nationwide) -ZZ Top
Maybe I’m a Fool -Eddie Money
Give Up the Funk (Tear the Roof Off the Sucker) – Parliament
Driver’s Seat Cars – Sniff ‘n’ The Tears
Good Times Roll – The Cars
Rapper’s Delight – The Sugar Hill Gang

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Ho dormito una notte all’Emporio di Minnie

Emporio di Minnie

Ovvero la dura vita tra i ghiacci e le foreste dell’America nel cinema del 2016

Stanotte ho dormito all’Emporio di Minnie. Chi ha visto The Hateful Eight mi capirà.

Abbiamo attraversato Valle Scura nella notte, illuminati solo dalla luna piena. Portavamo con noi quattro assassini, morti e vivi. Al paese vicino di Monte San Giacomo li avremmo consegnati alle autorità (lo sceriffo di Monte San Giacomo) e dopo processo, sarebbero stati messi alla forca. Ma non è andata così. La neve e la notte fonda ci hanno richiamato a loro. In fondo abbiamo legato con gli assassini. Richiamati dalla notte, abbiamo risalito la valle dell’Acqua che suona e siamo arrivati al rifugio, all’Emporio di Minnie.

Minnie non c’era. Dicevano che era partita per andare a trovare la madre, insieme a Sweet Dave. Quattro persone si erano sostituite a lei, tra cui un messicano.
Il messicano, Oswaldo, Joe Gage il boia, il generale Sanford Smithers, erano tutti già nel rifugio. Minnie dov’era? C’era solo il suo stufato, buonissimo, come sempre. Con ceci e verza. Ma Minnie non avrebbe mai messo la verza. Minnie non badava a spese. Lei metteva solo carne, carne a volontà. Qualcosa non quadrava.

Ma forse è il caso di ripartire dall’inizio.

The Hateful Eight è l’ultimo film di Quentin Tarantino, secondo western dopo Django Unchained, anche se di western non c’è poi così tanto, a parte la colonna sonora – premio Oscar – di Ennio Morricone, che ad 88 anni continua a comporre. Non è un mistero di come Quentin Tarantino sia legato ai western di Sergio Leone.
The Hateful Eight sembra un esperimento, una pièce teatrale, otto personaggi, molti dialoghi, portati avanti fino allo stremo, lo stremo è per gli Hateful Eight, gli otto pieni di odio, che porta a una risoluzione elegante quanto sanguinaria. La violenza di Tarantino non è mai gratuita, è giustificata dall’odio, dallo sporco, dalla tensione, dall’attesa, esattamente come accadeva in Bastardi senza Gloria. E dopo tanto parlare, in Hateful 8 non si può che dire: sono d’accordo, sono d’accordo. Squartatevi pure.

Se non fosse per la sua ingestibile vena efferata, Tarantino potrebbe essere consumato con più tranquillità dalle masse. Ma a parte le persone che abbandonavano la sala, e i bambini messi di fronte a luridi dialoghi su peni negri (non fraintendete: le tematiche sessuali non fanno praticamente mai parte dei film di Tarantino), Hateful può piacere a molti. Addirittura, statisticamente ho osservato che riesce a piacere molto di più ai non-fan di Tarantino che ai suoi fan. Hateful Eight è un ottimo film, ma non brilla in modo particolare in una scala in cui quasi tutti i suoi film sono considerati eccellenti. E’ vero che il panorama cinematografico è vario e non esiste solo Tarantino. Ma Tarantino piace sempre, anche a 22 anni da Pulp Fiction, 12 da Kill Bill, 7 da Bastardi senza Gloria. I suoi fan da quindicenni sono diventati trentenni. Non posso non apprezzare il suo modo di fare a pezzi le persone, psicologicamente e materialmente, la sua ossessione per la figura dei “neri” (il personaggio “nero” è ricorrente) quel vizio di creare dialoghi che non centrano niente che affiancano la barbara normalità dello stile di vita dei suoi personaggi (come quello sul Quarter Pounder di Pulp Fiction).

Nel cast di Hateful Eight: Samuel L. Jackson, Kurt Russel, Jennifer Jason Leigh, Tim Roth, Michael Madsen (Mr.Blonde), Bruce Dern.

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Il rifugio Cervati alle prime luci dell’alba

Così quando sabato 20 febbraio dopo aver risalito il sentiero dell’Acqua Che Suona alla luce della luna piena, siamo giunti in una piana innevata a 1600 metri ho pensato subito al rifugio di Hateful Eight, dove il maggiore Warren e John Ruth trovano riparo per sfuggire a una tempesta di neve.

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Sembrerà strano, ma sì, in Campania esiste un rifugio a 1600 metri, non raggiungibile in auto (al massimo con fuoristrada nel periodo da giugno a novembre) ma dotato di acqua corrente ed energia elettrica (prodotta attraverso pannelli fotovoltaici, perciò è consigliabile non abusarne, infatti alla mezzanotte viene spento tutto e vengono accese le candele). Da Monte San Giacomo, dopo 13 km in auto, il rifugio dista circa un’ora e trenta di cammino in assenza di neve. Al rifugio Cervati è possibile cenare e dormire in letti a castello, in camerata. La nuova gestione, inaugurata poco più di un anno fa (a quanto ho capito, il 25 gennaio 2015), è simile a quella dei rifugi che è possibile trovare sulle Alpi, dove la montagna è una passione molto più diffusa di quanto non sia nel profondo sud, che in fondo di Alpi non ha.

Il Monte Cervati, nel Cilento, in provincia di Salerno, ha il primato, anche se non senza qualche ambiguità, di essere il monte più alto della Campania, con i suoi 1898 m, sempre se non vogliamo considerare Punta Giulia, la parte di cima della Gallinola (1923 m) situata in Campania (sul confine con il Molise) che l’amico Carlo Pastore ha dedicato alla scomparsa compagna Giulia D’Angerio.

Così, con un mese di anticipo, prenotiamo l‘escursione in notturna organizzata dal CAI di Salerno. L’appuntamento con gli altri è a Monte San Giacomo, piccolo paese alle pendici del Monte Cervati, di 1600 abitanti. Potrebbe essere Telluride, in Colorado, che ha poco più di 2000 abitanti ed è capoluogo della Contea di San Miguel, che in tutto di abitanti ne fa 6000. E’ qui che – ten miles West of Telluride – nel Ranch Schmid sono state ospitate le riprese di Quentin Tarantino.

http://www.schmidranchtelluride.com/

Anche qui in Cilento non c’è proprio nessuno. Siamo al confine con la Basilicata e non sembra neanche Campania.

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Il Ranch Schmid in estate

Capitolo 1: L’ultima diligenza per Red Rock (L’ultima diligenza per Monte San Giacomo)

Con l’auto attraversiamo Sala Consilina: è la prima volta che ci passiamo dentro, fino ad allora era sempre stato solo un cartello sull’autostrada. Palazzoni inspiegabili. A Monte San Giacomo si ha la sensazione di essere arrivati all’ultimo paese sulla mappa. Avete presente quando si gioca ad un gdr, che la mappa viene creata via che il personaggio avanza in zone inesplorate? Oltre, solo nebbia, i contorni sono sfumati. Solo il bosco fitto ovunque intorno a noi.

Per quanto il Ranch Schmid si trovi nella realtà in Colorado, Hateful Eight è ufficialmente ambientato in Wyoming, allora ok, diciamo che siamo in Wyoming. E che dobbiamo raggiungere Red Rock, il paese che consegnerà alla forca Daisy Domergue, una feroce assassina che abbiamo catturato.

A Monte San Giacomo c’è un solo bar, stracolmo di brutti ceffi. Hanno barbe, occhi arrossati, un vociare assordante. Mentre campi stellati si affacciano dal finestrino dell’auto, ci ritroviamo alle 19 a Valle Scura e ci incamminiamo a piedi alla luce della luna piena.”Spegnete le lampade”, ci dicono alcune donne, così seguiamo solo la luna. Man mano che si avanza inizia a comparire la neve, prima sciolta e morbida, poi ghiacciata, tutt’uno con il terreno come unguento di uno stregone o come decorso naturale della sua esistenza e di tutte le cose, ovvero la morte della neve; poi inizia ad apparire di nuovo pallida e immobile come la luna che ci sta indicando la strada, fissa e sempre equidistante da noi. Seguite la luna, ci dice lo stesso spirito della foresta che ha usato la neve per i suoi unguenti, e la luna ci confonde, regina del suo regno bianco e trafitto da alberi sottilissimi e altissimi ai nostri lati. Al Piano degli Zingari la neve è molta e inaspettata: in fondo non credevamo di trovarne affatto quando eravamo partiti da Monte San Giacomo.
A febbraio il tempo era stato mite e non aveva mai piovuto.
Le ciaspole erano rimaste tutte nei bagagliai.

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Telluride, Colorado

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Monte San Giacomo, UGUALE.

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Un’altra vista di Monte San Giacomo, ehm, Telluride

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Capitolo 2: Figlio d’un cane (Figlia di volpe)

Il sentiero dell’Acqua che suona prende questo nome perché costeggia un ruscello, e perciò è accompagnato costantamente dalla sua melodia. In breve tempo, siamo all’Emporio di Minnie ovvero al Rifugio Cervati, che è circondato da una timida neve e dal cielo della notte, ricco di stelle. Tornerò a vederlo, penso, ma in fondo non uscirò più, se non per pochi minuti, senza cappotto, per dare da mangiare a una volpe. “E’ una volpe addomesticata” dice un ragazzo affianco a me di cui non ricordo il volto, e penso alla Volpe del Piccolo Principe, ma in realtà la volpe a me sembrava timida e scontrosa, considerando che in fondo le volpi un po’ s’avvicinano sempre.

(Sappiate che mi sto odiando da sola per questa banale citazione)

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L’emporio di Minnie in Hateful Eight – Ranch Schmid, Telluride, Colorado

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Capitolo 3: L’emporio di Minnie

Stasera si mangia: Gnocchetti paesani di Minnie con patate, verza, ceci. Secondo: Salsiccia, pancetta, broccoli, tarallini, formaggi, salumi, numerosi bicchieri di vino.
Il messicano ci invita a scrivere il nostro nome sul bicchiere e ci spiega a voce alta come funziona il rifugio. Non abbiamo bisogno di inchiodare la porta rotta come in Hateful Eight, ma ci servirà farlo il giorno dopo, che veniva continuamente aperta facendo entrare il freddo mentre stavamo pranzando, a causa del continuo via vai del secondo gruppo di viaggiatori.
I nostri cavalli – gli scarponi – sono rimasti all’ingresso, subito l’ambiente nel rifugio viene diviso in sezioni, diversi tavoli, ognuno sceglie la divisione con le persone di cui sente più di potersi fidare. Nordisti o sudisti? Noi siamo a una lunga tavolata, e i bicchieri di vino vengono riempiti uno dopo l’altro.

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Noi sediamo al tavolo lungo.

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Le salsicce cotte dal messicano e dalle altre persone che ci hanno accolto al rifugio non sono cotte come avrebbe fatto Minnie: ma ci pensa uno dei nostri cacciatori di taglie a correggere il tiro.

E’ tutto piuttosto buono e ci complimentiamo con il messicano e tutti gli altri, addirittura anche il colonnello vegano, che al suo ritorno avrebbe preso servizio come sceriffo di Red Rock, rinuncia ad essere vegano per mezz’ora e si ciba, a sua detta, di cadaveri. “Amo i sapori vegetali, sono avvantaggiato”, ci dice più volte, e come non volergli bene, anche se io i cavolfiori non li toccherei mai e ho guardato con invidia Leonardo Di Caprio cibarsi di carne di bufalo cruda in The Revenant .
Nel frattempo c’è qualcuno che continua a riempire a tutti bicchieri di vino: è uno dei più spietati di cacciatori di taglie del Wyoming, ma ha un buon cuore.

“Vado a trovare mia madre per il suo compleanno, sono qui di passaggio”, ci dice invece il vaccaro, e lì inizia il nostro sospetto: non sembri un tipo che va a trovare sua madre per il suo compleanno, gli diciamo. Sembri uno che neanche ce l’ha la famiglia.
A fine cena ci portano il caffè con un biscotto fatto a mano da una signora del Wyoming, il messicano urla a gran voce, e gli altri ci servono il caffè. Che sia avvelenato? ci chiediamo, ma se non fosse stato per il rifugio avremmo dormito all’addiaccio nella neve o perlomeno avremmo dovuto dormire al rifugio Panormo senza la cura di nessuno e cucinarci da soli.

All’improvviso, mentre facevamo amicizia con il nuovo sceriffo di Red Rock e con il riempitore di bicchieri seriale, vengono spente le luci. ORA SI DORME! Urla il messicano. Senza se e senza ma. E’ finita la festa, veniamo cacciati. Ci sono 3 stanze. Una è di sole donne. Tra di loro c’è di sicuro anche Daisy, l’assassina, ma non so dove dorme, oramai tutte le luci sono spente e non vedo più niente. Per cercare il pigiama devo usare la lampada frontale. Quando arrivo nella stanza sono già quasi tutte nel letto, con le coperte tirate fin sopra la testa, e non ho idea di se e come loro siano riuscite a mettere il pigiama al buio. Metto il mio pigiama in pile enorme con i pinguini che niente centra con un posto del genere, e mi infilo anche io sotto le coperte. Noto due sottilissime strisce di luce tra le imposte di legno della finestra sopra il mio letto ed intuisco la neve, la luna, gli alberi al di là del vetro. Dormiamo 3 o 4 ore con gli occhi sbarrati, con gli occhi aperti. Nessuna dice una parola. Alle 4 tutte si alzano per salire in cima al Cervati all’alba, fanno un’ora di fila per andare in bagno, solo una di loro rimane a dormire senza uscire all’alba, oltre me, che però mi alzo, e scendo giù dove c’è il camino ad osservare l’aria che tira. Io salirò in mattinata, come da programma.

Capitolo 4: Daisy ha un segreto

Li vedo armarsi, partire, con il buio fuori dalla porta. C’è il caffè, c’è il camino acceso. Qualcuno torna indietro, qualcun altro ha dimenticato parte dell’armamentario, vorremmo rimanere intorno al camino a parlare della guerra tra nordisti e sudisti, ma il messicano ci dice di andare via, di andare a dormire, che le luci devono essere spente. Sono le 6 passate, ormai, ci sembrava sufficientemente tardi per essere in montagna, ma dobbiamo di nuovo sgombrare il campo.

Quando inizia ad esserci la luce apro un po’ la finestra della camerata, ormai quasi vuota, ed è come immaginavo. C’è un mondo stupendo e deserto al di là del vetro.

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Scendo di nuovo al pianterreno, esco senza scarpe e rimango sulla soglia, in calzini, per qualche attimo ad osservare lo spettacolo. Poi mi do una mossa, mi vesto, recupero i cavalli (le scarpe) ed esco fuori. Fa abbastanza freddo, i monti alle spalle del rifugio si tingono di rosa, il sole sorge. Gli alberi come coda di volpe al sole vengono increspati da carezze contropelo. Si scioglie altra neve, e iniziano a scorrere microscopici ruscelli, nascono sentieri che si svolgono tra grovigli di rami, abbassandosi, contraendosi fra i raggi di luce che scoprono la loro esistenza. Non c’è più traccia della volpe, né di quella luna che regale dominava la notte, solo la sua impronta, uno spettro tra le tracce dei lupi in lontananza.

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La colazione al rifugio

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Discussioni sulla guerra civile americana davanti al camino alle 6 del mattino.

Capitolo 5: I viaggiatori

Il rifugio Cervati fu costruito inizialmente come ricovero per pastori. I ragazzi del CAI Salerno ci raccontano che l’ultima volta che erano saliti al Cervati in notturna, un paio d’anni prima, avevano dormito al rifugio Panormo, del quale avevano preso in consegna le chiavi. Qui nessuno ad accoglierli, niente fuoco acceso, un sacco di neve da spalare e a loro il compito di cucinare. Il rifugio Cervati non esisteva. Purtroppo non sappiamo niente di Minnie.

Poiché John Ruth e il maggiore Warren non escono mai dall’emporio per farsi un giretto, la parte dell’ascesa al Cervati non avrebbe nessun ruolo nella storia.

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Si sale da qui.

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Arrivati qui inizia il percorso lungo le creste: un vento di pazzi. Potevo volare via.

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Un dinosauro di pietra dorme sul profilo dopo essersi abbeverato al ghiacciaio. Si ciba di divinità, di Madonne, di vento e di pietre.

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La prima cima, Capo di Testa

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The Hateful Eight

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La chiesa della Madonna della Neve in lontananza

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Cima del Cervati

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Mi accingo a firmare il libro di vetta dopo aver estratto dalla cassetta un libro e una penna completamente bagnati.

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Si prosegue verso la Madonna della Neve, dopo aver improvvisato tra i circhi glaciali, ci ricongiungiamo ad un sentiero ben tracciato.

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Infine, la discesa per Chiaia AmaraIMG_5550

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Dall’alto già vediamo il nostro rifugio: la discesa per Chiaia Amara è velocissima

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Al ritorno, la neve intorno al rifugio si è completamente sciolta.

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Per un po’ non possiamo entrare al rifugio, nonostante dovessimo pranzare: tengono in ostaggio un altro gruppo, il cui pranzo era prenotato alle 12, mentre il nostro alle 14.
Ad aver prenotato il pranzo alle 12 sono le stesse persone che abbiamo incontrato in cima al Cervati.

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Dei motociclisti malvisti dai viaggiatori.

Capitolo 6, ultimo capitolo: Uomo nero, inferno bianco (L’ammutinamento)

La storia sembrerebbe conclusa dopo l’ascesa al Cervati e il ritorno al rifugio, dove un altro pranzo attendeva i viaggiatori, ma in realtà restava ancora di riscendere all’auto per il sentiero dell’Acqua che suona. E qui il gruppo – che mostrava già qualche divergenza – si è scisso, una parte avrebbe proseguito per visitare un altro sito, i Gravittoni, e una parte molto più numerosa sarebbe discesa direttamente a Valle Scura. Ma qui, la trappola: ci ritroviamo tutti ai Gravittoni, a tradimento. E’ insurrezione generale. Per fortuna si sfugge alla trappola dei Gravittoni (per principio) e ritorniamo alla macchina, dove ci salutiamo, felici.

Prossima escursione: The Revenant (e lì sono cazzi)

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Per evitare equivoci, esplicito che la quasi totalità delle cose scritte ha solo il fine di creare un parallelo tra l’emporio di Minnie e il Rifugio Cervati: il caffè non era velenoso, anzi, piuttosto buono e l’ospitalità ottima, ancora di più considerando che si tratta di un rifugio “in quota”. Mi auguro che sempre più persone ne facciano utilizzo, anche spinte da un po’ di sana curiosità, in modo da poterlo trovare sempre aperto ogni volta che mi troverò al Cervati.

Ciao Emporio di Minnie!

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Foto di Chowen Photography

Altri articoli di questo tipo, in cui sono abbinati film a luoghi reali: Quando c’era Marnie – Sila Sound  e Stealin’ Beauty (con il vero set del film)

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“Tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i grandi bastardi sono quelli che impiccano.”

John “Il Boia” Ruth

 

Altri film di Quentin Tarantino sottomano: Jackie Brown, True Romance (sceneggiatura di Tarantino), Reservoir Dogs (Le Iene), Django Unchained (non sapete quante volte ho rischiato di scrivere Django Unchained al posto di Hateful Eight in quest’articolo)

 

Dio esiste e vive a Bruxelles

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In una stagione in cui l’offerta cinematografica risulta tutto sommato pacata, i titoli migliori peccano di una distribuzione non efficiente. Titoli come The Lobster, o Dio esiste e vive a Bruxelles sono in poche sale e più che altro solo nelle grandi città. D’altronde, chi vedrebbe mai Dio esiste e vive a Bruxelles, pellicola etichettata come una commedia, di Jaco Van Dormael, regista belga il cui titolo migliore, Mr.Nobody, non è mai stato tradotto in Italia? Altri suoi titoli, altrettanto pregevoli, come Toto le héros o L’ottavo giorno che ha per tema la sindrome di down, non sono più noti di Mr.Nobody, e ti lasciano la sensazione di aver incontrato, forse per puro caso, dei piccoli gioielli di un regista singolare e specialmente fuori dagli schemi, con molto da dire, tante idee, e che a volte le mette insieme in modo confusionario ma assolutamente efficace.
Dio esiste e vive a Bruxelles non è confuso, è un film molto ordinato e angoscioso, che parla di morte e di religione combinandola con la fantascienza, e di commedia ha ben poco. Fonde questi elementi con l’epicità di una storia suddivisa in capitoli, ciascuno dedicato ad un nuovo apostolo della religione cristiana, e alcuni di essi si rivelano personaggi straordinari. Potrebbe far rabbrividire qualcuno l’idea di un dio crudele che lavora al computer nel suo appartamento a Bruxelles (guarda caso, il film esce in un periodo poco felice per la capitale belga), di una sua figlia segregata in casa intenzionata a costituire un “nuovo Nuovo Testamento”, raccogliendo a sé sei nuovi apostoli sulla terra, sotto consiglio del fratello JC. La bambina, figlia di Dio, giunge a Bruxelles attraverso una lavanderia automatica, trovo incredibile come il gusto di Jaco Van Dormael mi sia affine (da anni quando sono all’estero rimango affascinata dalle lavanderie automatiche, da quando mi colpì una che fotografai nel 2008 al nord della Francia).
Un film blasfemo e cupo, ma originale ed intelligente come se ne vedono pochi, e dotato di un’estetica e di una cura per le fotografia che lo rendono nel finale un po’ simile a quei film francesi dall’estetica romantica e buffa che o si amano o si odiano (vedi Jean-Pierre Jeunet o Gondry).

Molto bello.

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Quando c’era Marnie

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Alla fine non avevo parlato di “Quando c’era Marnie”, lungometraggio dello studio Ghibli che ci ha atteso al ritorno delle vacanze, alla fine dell’estate.

“Quando c’era Marnie” è bellissimo, e non finiremo mai di ripeterlo.
Studio Ghibli, regia di Hirosama Yonebayashi (lo stesso di Arrietty), animatore di Princess Mononoke, Ponyo e molti altri validi film dello Studio Ghibli.
Narra di Anna, problematica ragazzina di 12 anni alla soglia dell’adolescenza.
Il film si apre con Anna che disegna, dicendo, se la memoria non mi tradisce:

“Le persone sono dentro un cerchio. Io sono al di fuori.”

Anna si sente diversa, è orfana, non riesce ad accettare se stessa e il rapporto con sua madre adottiva, che dopo molti anni chiama ancora “zietta”.
Sarà durante le vacanze estive in un paese dell’Hokkaido in visita da alcuni zii che Anna farà pace con se stessa e con il suo modo di essere, che percepisce irrazionalmente come brutto e sgradevole.

Al di là dei dettagli della storia che è raccontata in Marnie, che si prestano a più interpretazioni, si tratta d’un film bellissimo perché, come tipico dello studio Ghibli, racconta di un viaggio. Un viaggio che è la crescita (come ne La città incantata, ad esempio) rappresentato per mezzo di figure soprannaturali attraverso le quali i personaggi Ghibli prendono consapevolezza di sé. Ed è un grande film anche perché al di là di questo presenta un intreccio adatto alle famiglie, adatto anche ad interpretazioni più leggere in cui semplicemente vi sono dei personaggi, uno spazio e un luogo dove si tesse una storia.

[Pericolosi spoiler che però potrebbero indurvi a vederlo]

Per me “Quando c’era Marnie” è un chiaro manifesto gay ed un viaggio d’introduzione ad  un’omosessualità, che insieme all’essere adottata rendono Anna diversa, ai suoi occhi, dalle altre bambine, scatenando così l’irrazionale rifiuto di se stessa e dei rapporti con gli altri. Eppure il film, come dicevo, lascia la scappatoia per le famiglie. E’ un film che si presta a molte interpretazioni, e ognuna di esse è giusta, e questo fa di “Quando c’era Marnie” un film bellissimo. Oltre che ad essere animato magistralmente, non presenta buchi nella sceneggiatura, è delicato, non annoia ed è ricco di eventi per tutta la sua durata. Ho sentito in giro per questo film utilizzare il termine “criptolesbiche“, e direi che è giusto. Ma anche qui, per quanto riguarda l’omosessualità, non è necessario banalizzare, non importa veramente quale sia l’orientamento sessuale di Anna, non più del fatto che essa in un’estate, quella dei 12 anni, compie un primo piccolo passo verso la maturità e verso la consapevolezza del suo modo di essere, e ciò è bellissimo. Se poi sia Anna veramente sia lesbica, non deve importare così tanto allo spettatore. Anche se io preferisco che lo sia, e il suo modo di essere non lascia dubbi.

Per quanto riguarda la mia interpretazione, appunto, è molto precisa: Anna incontra Marnie, che è frutto della sua mente, che Marnie si tratti di una persona “non reale” è evidentemente simboleggiato dal fatto che spesso prima o dopo averla incontrata, Anna si addormenta. Nei suoi sogni Anna fantastica su quest’amiciza con una bellissima ragazzina che vive nella casa abbandonata sulla laguna, circondata dagli agi ma in realtà molto sola.
E’ evidente da come è descritto il rapporto (e non tanto dal doppiaggio, che all’improvviso recita tra le due un “Ti amo”, forse un abuso di traduzione, ma in fondo non così errato), che le due provano un’attrazione romantica l’una verso l’altra che va al di là di una semplice amicizia tra bambine.

Esse si corteggiano, sono a volte intimidite, si sfiorano remando insieme in barca e hanno degli appuntamenti come una vera coppia di fidanzate. Si aggiunge a questo un momento di gelosia che Anna prova nei confronti di un pretendente di Marnie, che balla con lei alla festa rubandola ad Anna.

Nella parte successiva del film il motivo dell’esistenza del “fantasma di Marnie” si svela. Marnie, così si scopre da un diario ritrovato nella casa sulla laguna (che è in realtà disabitata, e abitata solo nei sogni di Anna) vi abitava molti anni prima e davvero conduceva la vita così come Marnie la descrive ad Anna.
Anna fa amicizia con la nuova bambina che si è trasferita con la sua famiglia nella casa sulla laguna, una bambina normalissima, molto incuriosita dalla storia del diario, che ha trovato nella sua stanza.

Nel diario non si parla mai di Anna: si scopre successivamente che Marnie era in realtà la nonna di Anna, che aveva vissuto nella casa sulla laguna e aveva condotto una vita molto triste, tra le altre cose, anche a causa della morte della figlia, che è proprio la madre di Anna, con la quale non aveva mai avuto un buon rapporto.

Negli ultimi anni della sua vita, Marnie si era occupata della piccola Anna, in fasce, oramai rimasta orfana, e cullandola le aveva raccontato spesso delle storie, in particolare di quando viveva nella casa della laguna e molti altri dettagli del tempo, come di quando conobbe il nonno. Anna così, avrebbe memorizzato le informazioni e avrebbe ricreato quei sogni e quegli appuntamenti con Marnie per sfuggire alla solitudine, in quel luogo che era lo stesso descritto dalla nonna.

E’ qui proprio la sottigliezza che tanto amo di “Quando c’era Marnie”. Anna utilizza le storie che ha ascoltato e le riforgia a sua somiglianza, è così che in quello scenario legato al suo passato crea un amore immaginario con Marnie, la bambina che abita al di là della laguna (e da una scena si evince che Marnie assomiglia ad una bambola che Anna stringeva da piccola, scena che mi ha spezzato il cuore). Marnie è la sua amica, e finalmente con lei Anna è meno sola, e con questa prima fantasia omosessuale probabilmente trova una spiegazione al perché si sentisse al di fuori del cerchio.

E’ messo spesso in risalto infatti anche come lei sia scortese con le altre ragazze, in generale, ma dopo aver conosciuto Marnie non ha più problemi a instaurare un’amicizia con la nuova bambina che abita nella casa, un’amicizia normalissima.

Il problema dell’amore/amicizia tra Anna e Marnie sorge specialmente nel momento in cui viene trovato il diario, infatti di Anna non c’è traccia in quel diario, perché Marnie sposò poi il nonno di Anna. Più volte Marnie prova a lasciare Anna, probabilmente perché è solo una fantasia e raggiunto il suo scopo deve andare via, e la vera Marnie in realtà non aveva incontrato Anna.
E’ un momento complesso di cui non ricordo esattamente i dettagli perché ho visto oramai il film un mese fa, ma è evidente che le Marnie siano due, la vera, che ama Anna e che l’ha cullata quando era in fasce, e la Marnie delle fantasie di Anna, che l’ha aiutata nel percorso di crescita e che non la dimenticherà mai (così, come la nonna). Le due Marnie si sovrappongono in maniera sottile.

Se così non fosse, d’altronde, Anna si sarebbe fatta la storia con la nonna, e questo forse non è proprio elegante.

Bellissimo.

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Vorrei aggiungere, tra le altre cose, alcune mie foto di quest’agosto di un luogo che s’è rivelato incredibilmente simile agli scenari di “Quando c’era Marnie”.

Quando ci siamo stati non avevamo ancora visto il film, che ci aspettava dopo pochi giorni al cinema al nostro ritorno, ed è stato veramente bello pensare di essere stati lì, dove c’erano Anna e Marnie. E’ il nostro modo di fantasticare.

Quando c'era Marnie

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Il posto, che è in realtà molto diverso, è Lorica, in provincia di Cosenza, in Calabria, e il bacino d’acqua nelle foto non è mare ma è dato dal lago Arvo. L’edificio sullo sfondo, che ricorda una chiesa, o una villa di strana fattura, è un famoso (così perlomeno dicevano) centro di canottaggio. E’ stato un posto strano dove io e il mio fidanzato siamo rimasti due giorni, per la curiosità di scoprire che cosa ci fosse sulle montagne della Sila, la verità è che abbiamo scoperto un posto strano poco diverso – ma in versione “montana” – di ciò che la Calabria offre sulla costa. Poco rispetto per la natura e molto cibo pesantissimo e strane feste in cui i giovani si divertono con niente (fondamentalmente anche solo con pane e salsiccia).

Una veduta del Lago Cecita

Una veduta del Lago Cecita

La gioventù sulla Sila è ferma agli anni '90

La gioventù sulla Sila è ferma agli anni ’90

Lago Cecita

Un’altra vista del lago Cecita

Sila

Un rapace in volo sul lago

Una festa giovane a Camigliatello Silano, ben diversa dalla festa a casa di Marnie

Una festa giovane a Camigliatello Silano, ben diversa dalla festa a casa di Marnie

Il battello sul lago

Il battello sul lago

Due sposi si fanno fare le foto di nozze sul lago di Lorica (lago Arvo)

Due sposi si fanno fare le foto di nozze sul lago di Lorica (lago Arvo)

Un veloce giro per Cosenza

Un veloce giro per Cosenza

Un veloce giro per Cosenza

Ciò che ci resta di Cosenza

Ciò che ci resta di Cosenza

Ciò che ci resta di Cosenza.

Ok, lo so, voi stavate leggendo una recensione di Marnie e all’improvviso vi trovate le foto delle vacanze di una, lo so, non è bello, è un po’ come quando vi invitavano a cena negli anni ’90 e all’improvviso partiva la proiezione forzata delle diapositive delle vacanze che nessuno voleva vedere. Vi sarà capitato, credo. E’ che stasera, dopo aver risposto a dei commenti di 5 anni fa (sì, c’è da dire che curo molto i miei ospiti), e ad alcuni commenti più recenti, ho rivisto un intervento che avevo scritto per Stealin’Beauty in cui c’erano dei collegamenti per ritrovare i luoghi del film, e le mie foto lì. (L’articolo potete trovarlo qui: Bernardo Bertolucci – Stealin’ Beauty)

E poi, c’è un progetto in partenza, anche se non ancora rifinito del tutto, di cui sicuramente inserirò qui l’indirizzo appena sarà pronto, di un blog fotografico in cui inserire le foto scattate insieme al mio fidanzato, che sono davvero moltissime e che ritraggono luoghi molto diversi da loro, e quest’insieme di foto ne è un assaggio. Una sorta di pagina molto più personale di un sito di recensioni di anime/film, ma allo stesso tempo lontana dalla banalizzazione dei social network come Facebook o anche di piattaforme fotografiche come Flickr.
E poi, alla fine di tutto, queste foto ce le possiamo anche guardare solo noi, un po’ com’è la filosofia anche di questa pagina che continuo a curare sebbene non abbia nessuno scopo.

Ciao a tutti!

Linus

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Dopo molti giorni di assenza, ritorno con diverse novità. Sono stati e sono ancora giorni molto caldi, che mi riportano alla mente l’estate del 2011 in cui stoicamente giravo per Ravenna determinata a visitare ogni monumento, cattedrale o mausoleo, anche se intorno a me c’erano 40 gradi calati da un cielo tremendamente azzurro dal sole splendente. Ecco, l’atmosfera adesso è più o meno quella: non si sa dove andare, non si sa cosa fare, si è irrequieti e dall’interno il mondo sembra così vivo da volerlo esplorare tutto. L’interno è ovviamente è il vostro luogo dotato di un condizionatore. Stamattina ad esempio, sono andata alla ricerca di un’interessante ristampa proposta da Repubblica: Linus, me ne ritorno con il numero 3, due cornetti in busta ed un caffè da portare via. E’ una fotografia del giugno 1965, la copertina rossa, Snoopy recante in bocca una mazza da baseball. 300 lire. I miei ricordi di Linus sono legati alle estati degli anni ’90, e ai viaggi in treno agli inizi del 2000. E’ un giornale, quello del 1965, piuttosto diverso da come è diventato poi. L’ho solamente sfogliato, ma è schietto, sincero, non pretenzioso, forse solo successivamente s’è giunti all’equazione “fumettisti = di sinistra”. Anche il tabaccaio sembrava emozionato. “Questo è speciale.” Eh, lo so, ho i brividi addosso. Pensando alle bancarelle nel paese del mare sul Gargano, negli anni ’90, al tramonto, la spiaggia era una striscia di sabbia fine lontana qualche decina di metri al di là di uno steccato di legno, sulla quale si appoggiava una striscia di mare e poi il sole rosso del tramonto, le collanine e i braccialetti. C’era un enorme discrezione in queste serate al mare. Non come oggi che mi appare tutto così rumoroso e volgare. C’era una dignità che nelle vacanze al mare non ho più ritrovato. C’erano i fuochi sul mare, le gonne bianche e i vestiti estivi, le biciclette, il caldo che non impediva niente. I pareo. Su queste bancarelle c’erano anche dei vecchi numeri di Linus, in copertina c’era quasi sempre Snoopy. Li leggevo la sera a casa, mentre dal soffitto mi guardavano i gechi. Fuori l’erba continuava ad essere verde anche di notte e le lumache arrivavano a centinaia dopo i giorni di pioggia, e con mio cugino le mettevano tutte in dei secchielli e poi dopo le liberavamo. Ma su Linus non c’erano solo i Peanuts, ma anche molti altri fumetti che non conoscevo: alcuni li leggevo quando non ero vista da nessuno, con la non totale comprensione di una bambina di 6 anni, ma da qui discende il mio grande amore per il fumetto erotico. Su Linus c’era Valentina di Crepax. Questa ragazza che portava il mio nome, che era quasi sempre nuda, (ricordo la scena in una doccia), con il suo pelo pubico fitto e nero, di quelle pagine caotiche in cui apparivano mani, seni, dialoghi onirici, non pretendevo di comprenderne a pieno il senso, ma io leggevo tutto quel giornale, dall’inizio alla fine. Valentina era una fotografa, aveva il mio stesso taglio di capelli, ma era grande, e io non ero ancora grande. Poi sono passati dieci anni.

Nei viaggi in treno, specialmente quelli lunghi, ho sempre comprato Linus. Per il semplice motivo che nelle edicole delle stazioni Linus si trova sempre, al contrario delle sfornite edicole di paese. Nel 2005 costa circa 5€, è mensile, è fortemente politicizzato. Lo leggevo andando e tornando da Roma, ma anche in altre occasioni. Non lo compravo sempre, mi ricordavo di comprarlo nelle stazioni. Mi piaceva, ma assumeva maggiore valore soltanto se ero in viaggio, non avrebbe avuto lo stesso fascino, temo, se l’avessi preso nell’edicola davanti casa e poi letto nella mia stanza. Linus riusciva a farmi compagnia anche per molte ore. Alternavo la lettura con gli sguardi dal finestrino, ricordo ogni dettaglio, ogni campo verde del tragitto Napoli-Firenze, ma anche moltissimo di ciò che si vede continuando fino a Milano, ricordo le strisce, gli articoli, i miei pensieri su un taccuino.
Devo averlo detto qui sicuramente almeno una volta, ma io amo e ho sempre amato i treni.

Dopo aver molto divagato su Linus, vi accenno a un’altra uscita. Comprare qualcosa in edicola è come un fidanzamento per qualche tempo. Appuntamenti settimanali per qualche mese, poi qualcuno tronca la relazione. Mi è capitato di nuovo prima di Natale, per l’appunto (dopo Manara a colori l’anno prima), c’era l’edizione di Crepax di Mondadori Comics, ancora in uscita, ora è arrivata al 30° volume. E’ l’opera integrale ed è un’edizione davvero fatta molto bene e allo stesso tempo economica. Le ristampe di opere come Justine, o Venere in Pelliccia, che in libreria o in fumetteria costerebbero un bel po’ di quattrini (sui 30€), Mondadori le propone a 9.90€, e si trovano facilmente adesso anche in libreria.
Non era la prima volta che compravo dei volumi interamente dedicati Valentina, girano qui, a pochi soldi (sempre le famose bancarelle), dei volumi che uscivano abbinati con qualche giornale in edicola.

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Cambiando totalmente argomento, non ho avuto in questi ultimi dieci giorni occasione di vedere molti film di quelli che mi ero prefissata di vedere. Ma diversi in televisione. La televisione è per me qualcosa di mistico, affascinante e che non conosco, mi capita di vederla così raramente che ogni volta che la accendo me ne stupisco.

E poi sarà l’estate, sarà il fascino dei tardi anni ’80, ma la parte finale di “I Cammelli” (1988) mi ha emozionato: un giovane di Carpi (Paolo Rossi), nel viaggio di ritorno verso Milano, incontra una ragazza, Anna, che gli chiede di fingere di avere una relazione segreta davanti al fidanzato e ai genitori, determinata ad annullare il vicinissimo matrimonio. E come dicevo prima, il fascino dei treni. Dei dialoghi pazzeschi. Alla fine, anche un inaspettato Abatantuono. E io che mi chiedo: dov’ero, quand’ero a casa, perché mi ostino a voler vedere Jurassic Park 4 al cinema per noia, quando esistono cose così.

Ma la sera prima avevo già avuto occasione di vedere un’altra pellicola interessante: Labbra di lurido blu (il cui titolo non può che portarmi alla mente la canzone dei Diaframma), 1975, genere erotico, regia di Giulio Petroni, con Lisa Gastoni e Corrado Pani. La ninfomania di Elli e l’omosessualità di Marco li porta ad un punto di incontro, nel quale hanno la speranza, con il matrimonio, di mitigare i loro caratteri. Anche questo film è una fotografia dell’epoca, delle storie comuni degli anni ’70 (Marco ed i suoi compagni vengono iniziati al sesso da una laida vecchia), di ciò che era erotico: anche solo le gambe nude e le gonne corte delle ragazze della banda alla festa del paese. Musiche di Ennio Morricone.

Terzo film pescato a caso: Il sommergibile più pazzo del mondo, 1982, qui si ritorna alla commedia in un film decisamente imbarazzante, si ritorna al gioco degli equivoci che il cinema italiano non ha mai smesso di utilizzare per fare film da vendere, con Annamaria Rizzoli, Enzo Cannavale, BOMBOLO. Non c’è bisogno di aggiungere molto.

Quarto film pescato a caso: Dove vai tutta nuda? – 1969, produzione Mario Cecchi Gori, con Vittorio Gassman, Tomas Milian, Maria Grazia Buccella, Angela Luce.

Potrei parlare ancora, ma forse è meglio dare un’occhiata al mondo fuori, che purtroppo è alla temperatura di almeno 37 gradi. Buona estate a tutti.

i cammelli

I Cammelli

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