Farcisentire Report @Scisciano, Stazione Circumvesuviana

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Il Farcisentire è un festival al quale sono profondamente affezionata. Forse perché mi ricorda l’estate dopo la maturità in cui uscì a sorpresa un canale televisivo sconosciuto di nome Flux, che poi cambiò nome in Qoob e velocemente venne oscurato. Mi ricorda Il Teatro degli Orrori, The Veils, The Spinto Band. Certi video di Bat for Lashes. Mi ricorda com’è essere indie in degli anni in cui la parola indie è rimasta indietro. Mi ricorda Berlino prima ancora che diventasse di moda fare le vacanze a Berlino, gli scioperi del liceo, i mercatini di orecchini fatti con materiale riciclato, le prime volte che si prendeva il treno, mi ricorda com’è densa la notte di mezza estate, con l’inceneritore di Acerra che come un mecha nel buio brilla più di tutte le altre cose. Ricorda com’è uscire la sera quand’è ancora giorno e come può essere spoglio un festival senza prato, eppure allo stesso tempo perfetto per più motivi, nel suo crescere negli anni. Un miracolo genuino nella periferia della periferia. Farcisentire risulta, secondo il mio personale parere, migliore di molti suoi corrispettivi lontani o a pagamento, perché autentico, intriso di un fascino di transizione post-adolescenziale, che mai straripa al punto da diventare farlocco, né cade come altre manifestazioni “di paese” che risultano essere solo una sfilata di band giovanissime locali che non sanno suonare. Senza niente togliere a chi s’impegna nel far fiorire festival ed eventi di questo tipo, che è sempre meglio che ci siano piuttosto che non ci siano, però il Farcisentire, che è sempre stato gratuito, nel 2014 ha portato a Scisciano, che per chi è della zona è praticamente dietro casa, artisti stranoti come i Marlene Kuntz, che possono piacere o non piacere, ma che per un piccolo festival indipendente sono sempre un gran risultato. Negli anni precedenti, tra i tanti che sono saliti sul palco del Farcisentire, ricordo Perturbazione, Il Teatro degli Orrori, A Toys Orchestra.

Però sicuramente, ciò che conferisce al Farcisentire un fascino suo, è la location. I treni, la stazione della Vesuviana. La campagna mista alla disarmonia metropolitana. Quella di un interland napoletano, di una serie di fermate che molti di noi sono, o sono stati costretti, a vedere ogni santissimo giorno con rassegnazione, con odio, con insofferenza. Ma anche con un certo amore per ciò che siamo. La location del Farcisentire rappresenta più che mai la nostra identità. Rappresenta la possibilità della crescita, ed è una veduta su di una terra che da sempre è più che prolifica sotto aspetti diversissimi. E’ una fermata della Vesuviana, quella di Scisciano, per molti sconosciuta, tra gli alberi. Dal finestrino di quei treni, è un nastro che abbiamo visto riavvolgersi mille volte, noi studenti, lavoratori, con i suoi pregi, i suoi difetti. Non rinneghiamo niente. La stazione della Vesuviana di Scisciano è come un disco di Vasco Brondi prima che decidessimo di buttare Vasco Brondi nella spazzatura pur ammettendo fosse un prodotto dei nostri tempi, prima ancora che uscissero un po’ di dischi a descrivere quelle stesse sensazioni. Farcisentire è ancora una fotografia di quel tempo. Sa di internet 56k, di fumetti d’annata, quando il cielo rosso avvolge la provincia, quando ci sembra di essere in quel futuro che credevamo fosse dei film ed invece è vero, sappiamo che anche questo è parte di noi.

La sera dell’8 Luglio, così come nelle precedenti edizioni, quando arriviamo la notte è buia e le macchine sono parcheggiate. C’è molto verde e molto niente. E’ un festival che spesso ha proposto artisti che in Campania solo col tempo si sono inflazionati. Il Teatro degli Orrori nel 2008, quando certe cose bisognava “andarsele a cercare”, Gino Fastidio prima di Made in Sud, le magliette e gli orecchini con gli uccellini e le gabbie prima che Bershka e H&M ne riempissero i centri commerciali. E’ quella capacità di annusare influenze estere lontane che non tutti hanno, in una Campania dove non sempre è semplice, dove internet a tutti è arrivato tardi, dove il torpore estivo rallenta ogni cosa, dove la musica, il cinema d’autore, le cose buone, alcuni anni fa sembravano riservate (ma non lo sono mai state, attenzione) solo a chi aveva la verve di non accontentarsi. Allora un piccolo festival come Farcisentire, a Scisciano, è sempre stato un piccolo miracolo ma di quelli fatti bene, dove non c’è niente che non va, dove anche le persone nel pubblico, poche o molte che siano, sembrano comportarsi con un’onestà non indifferente, con un rigore quasi eccessivo. E’ un festival in cui sembra giusto dare considerazione alle band, che sono selezionate con attenzione, e che sono in quest’edizione 2016, a parte gli headliner, tutte campane.

Per venerdì 8 Luglio prima del toscano Francesco Motta ci sono Bludiklein, BluDiMetilene, La Rue Catalana. Sabato 9 Luglio 7Parsec, i salernitani Terzo Piano, i vivaci Kafka sulla Spiaggia e sul tardi il sardo Jacopo Incani, in arte Iosonouncane, originario di Buggerru. Il festival inizia tardi, tra le 22 e le 22.30. Per quanto non fossi particolare fan né di Motta né di Iosonouncane, il festival in quanto a programma fin da subito non mi sembra male.

Così venerdì, verso le 22.30, raggiungiamo in auto la stazione della Vesuviana di Scisciano.

In primis una persona, che non centrava moltissimo con il festival, ma la cui presenza in fondo va ancora va bene, ci chiede se vogliamo un braccialetto, di quelli luminosi da discoteca. Poi all’ingresso, a offerta libera, ci viene chiesto cosa vogliamo. Ci sono dei braccialetti verdi di gomma del Farcisentire, accendini del Farcisentire, magliette e tutte queste cose tipiche dei festival, quindi la raccolta braccialetti da festival continua.

Come dicevo prima, La rue catalana, Bludimetilene, Bludiklein “aprono” il concerto di Francesco Motta. Sono tutti bravi. La qualità del suono è ottima. I Bludiklein a fine esibizione distribuiscono materialmente il loro disco al pubblico. E’ un gesto gentile, onesto, questo di offrire il loro disco, sarò stata fortunata, ma tutti i dischi che ho ricevuto regalati a dei concerti da artisti “sconosciuti” che volevano pubblicizzarsi, erano belli. Quando non c’è la pretesa di vendere, ma la sicurezza di essere apprezzati anche senza essere noti, beh, di solito è qualcosa di positivo.

Sul tardi, l’esibizione di Francesco Motta. Motta, ammettiamolo, è il nome del momento. Si presenta come un ragazzino ma ha 30 anni. Prima de “La fine dei vent’anni“, prodotto da Riccardo Sinigallia, ha pubblicato due album con la sua band livorno-pisana, i Criminal Jokers. Dotato di una grande forza e di una voce tagliente (graffiante è la parola più abusata ma anche la prima che viene inevitabilmente in mente, Motta potrebbe farne da esempio sul dizionario), ha all’attivo diverse collaborazioni, come quelle con Nada, Giovanni Truppi, Zen Circus. E’ dotato di una bravura che segna un distacco dagli altri artisti giovani con la quale teoricamente condivide il mercato. Sembra qualcosa a metà fra tuo cugino più piccolo e un vero artista. Si atteggia a star senza darlo un po’ a vedere, un po’ come tuo cugino, quando alle domande dei genitori sulla ragazza rispondeva “fatti miei”. L’ego, la bravura di Francesco Motta, non danno fastidio, ma sono giusti come quelli di chi ci sa fare. E’ la prima volta che suona al di sotto di Roma, ma s’incarta sul palco contraddicendosi più di una volta. La sua inesperienza sembra essere solo quella di parlare sul palco, cosa che gli conferisce tenerezza. Alla fine, dedica un momento a quelli che nel pubblico “non si sono avvicinati”. A palco spento, sembra di essere tornati ai momenti di occupazione del liceo, ricreando un’atmosfera non male. L’unico neo che posso osservare in Motta, live, è quello di rappresentare un’Italia che recepisce influenze forse perdendo qualcosa di sé per la strada, non mantenendo la propria integrità. In questo recepire, riuscendoci con talento, ricreando alla perfezione, il rock italiano sfrutta ogni sua arma, rincorre un sogno senza innovazioni.

2° giorno. Il festival sembra molto più tranquillo del giorno prima. Questo, prima di Iosonouncane. E’ un festival strano, un festival astemio, nonostante la presenza del birrificio Okorei, è un pubblico che non beve, non fuma, non sorride. Iniziano i 7Parsec, molto bravi, che cullano il Farcisentire in quest’atmosfera di nichilismo. Poi i Terzo Piano da Salerno, i Kafka Sulla Spiaggia riescono a smuovere un pubblico tranquillo e forse un po’ freddo, sfoderando delle capacità di intrattenimento vere, le prime che osserviamo dall’inizio del Farcisentire. Prima di Iosonouncane vi sono i vari ringraziamenti, agli sponsor, al sindaco, alle associazioni coinvolte.
Dopo, con l’arrivo di Iosonouncane si sente finalmente forte la sensazione che sia sabato. E’ qui che il Farcisentire cambia veste, sfoderando la sua carta più attiva. Viene trascinato in una nuova dimensione, si affolla, la musica pervade ogni cosa, diventa adulto. E io forse solo adesso ne rimango delusa, perché ciò che amo, del Farcisentire, è quella vena romantica del 2000 che rimpiange gli anni 90 che a sua volta ha nostalgia degli ’80.

Quell’essere ingabbiati in una storia di Brizzi e non riuscire a uscirne più fuori.

(Valentina Guerriero)

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