Marine Blue e altri manga di Ai Yazawa

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Una dolce coincidenza uscire in una sera di nebbia e trovare in edicola, per puro caso, un inaspettato manga di Ai Yazawa di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza: Marine Blue No Kaze Ni Dakarete, in italiano “Marine Blue, Accarezzati dal vento marino”. E’ la prima serie in assoluto di una delle autrici shoujo di maggiore pregio, una delle poche che riesce a conferire alle proprie storie e ai propri personaggi sentimenti autentici e non patinati, a non scadere in cliché privi di spessore. Ai Yazawa è sempre un passo più avanti delle altre (mi riferisco alla media degli shoujo, ovvio) e raggiunge la sua massima espressività artistica in quella che è la più nota e anche la più lunga delle sue opere, Nana, complice la trasmissione in tv dell’anime che ne è stato tratto. Seppur Nana sia forse la migliore, non è l’unica opera di Ai Yazawa alla quale sono fortemente legata. Non dimenticherò mai Gokinjo Monogatari con il suo tratto acerbo e l’omonimo anime (in Italia fu chiamato Cortili del Cuore) che mi ha accompagnato in una tarda estate delle elementari, in cui il mondo dei “ragazzi grandi” degli anni ’90 sembrava così vicino e così lontano. E Paradise Kiss, visto fansub ai tempi, nel 2005, 12 episodi, seguito di Cortili del Cuore. Non dimenticherò mai la opening di Tommy Heavenly6, il personaggio di Joji ispirato a David Bowie e la frangetta di Yukari. Il tratto di Ai Yazawa era diventato molto più raffinato, già simile a quello di Nana. Ma ovviamente a catena, oltre a questi due, ho successivamente letto anche “Non sono un angelo” (altra opera giovanile di Ai Yazawa, 1992) e “Ultimi raggi di luna“. Dal secondo ne è stato tratto anche un film, che ho recensito molti anni fa: Last Quarter.

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Ma ritornando a Marine Blue, ad un primo impatto avevo giudicato questa serie in 4 volumi come una delicata opera giovanile che ancora molto si conformava ai classici stereotipi di shoujo manga. Una Ai Yazawa non ancora libera di esprimere sé stessa come ha fatto poi dopo. Ecco, in parte mi sbagliavo. In Marine Blue l’essenza di Ai Yazawa si sente tutta, e nonostante il tratto non sia ancora molto personale come è diventato poi in seguito, ma risponda piuttosto a dei canoni estetici più classici, e la storia parta da un classico triangolo, essa evolve con profondità e delicatezza rara, un risultato incredibile per una mangaka che nelle note laterali si giudica “inesperta”, chiedendo perdono per la variabilità con cui vengono disegnati i personaggi, a volte più adulti, altre volte più ragazzini. E’ vero, volendo muovere delle critiche, queste si potrebbero fare, ma trovo che sarebbero in fondo inutili. A volte l’evoluzione della storia potrebbe risultare forzata, o i gesti dei personaggi incomprensibili ad un occhio adulto. Invece no, non voglio criticare questo: i personaggi sono adolescenti ed insicuri, non conoscono ancora le direzioni giuste da prendere e le scopriranno solo crescendo. Dietro Marine Blue vi è molto delle tradizioni di un Giappone che affaccia verso l’Occidente, un modo di intendere l’amore che è così ricco e pieno come solo in un manga riesce ad essere descritto. Marine Blue è una storia d’amore in cui ancora esistono i giuramenti: quelli che nella nostra realtà cerchiamo, a volte così rari per credere che esistano davvero.
Marine Blue porta in sé molto, ed è per questo che perdono ad Haruka, Ippei ed Harikawa le loro incertezze. L’ambientazione è stupenda, è così dolce da fare male. Quegli attimi mi sembra di averli vissuti anch’io. Forse perché sono attimi che si ripetono in molte storie e in molti anni. Dolphin, un cane bianco come Soichiro di Maison Ikkoku e come Spank di Hello Spank, un amore lontano, l’estate degli anni ’90, il surf, quella spiaggia delle estati della mia infanzia. Il Tropicana, i Beach Boys, le palme, l’indecisione, gli eventi ed i baci che accadono e non lasciano nulla, perché i sentimenti ancora devono diventare adulti. Gli orecchini di Haruka, le feste, e il mare.
Il mare. E ancora il mare. Così immenso, così, da sempre, catalizzatore di emozioni.

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