Never let me go

Film super deprimente del 2010 rimasto nei cinema tendenzialmente 4 giorni e poi tolto via.

Il regista è Mark Romanek. Il film è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore britannico/giapponese Kazuo Ishiguro del 2005. Il film è del 2010, gli interpreti sono Keira Knightley, Carey Mulligan e Andrew Garfield. Riassunto: ci sono questi tre bambini in un collegio di bambini che sono stati fatti nascere per donare i loro organi. La vita di questi individui è predestinata: arrivati alla maggiore età, avranno inizio le donazioni, e le loro esistenze arriveranno a completamento intorno alla terza/quarta donazione. Il film è abbastanza disgustoso: l’idea di far nascere degli esseri umani solo per morire e per far vivere più a lungo altri esseri umani (chi decide il perché alcuni esseri umani debbano vivere più a lungo e altri, dotati anch’essi di una mente, dei pensieri, un cuore, morire invece a trent’anni? qual’è la differenza tra di essi?), l’idea che questi individui sappiano fin dal principio di essere nati solo per morire, per donare la loro vita agli altri, è ingiusta e opprimente. Il triangolo al centro della storia non aiuta. Due bambine, cresciute insieme, Kathy e Ruth e un terzo bambino, Tommy. Una è una stronza, l’altra una santarellina stracciapalle e noiosa, entrambe van dietro a Tommy, che a dirla tutta sembra anche gay. Ma Tommy sta con Ruth, pur preferendo Kathy. Solo dopo vent’anni, quando muore Ruth, Tommy e Kathy stanno insieme per due settimane, prima di morire anche loro. Allegria.

Gradevole la canzone che si sente all’inizio del film, Never let me go dell’immaginaria cantante Judy Bridgewater, di cui si parla anche nel libro: Kathy la ascoltava di continuo pensando a Tommy.

http://www.youtube.com/watch?v=tMgyKNr-Vbk

In sintesi: un film depressivo. Non fa nemmeno piangere, ma tagliarsi direttamente le vene. Se fossi stata uno di quei tre personaggi mi sarei impiccata subito e la storia non sarebbe mai esistita.

Sono passate due settimane da quando l’ho perduto. Vengo quì e immagino il luogo dove sia raccolto tutto ciò che ho perso fin dagli anni dell’infanzia. Se fosse così, non faccio altro che ripeterlo, forse, in fondo al campo, all’orizzonte, apparirebbe una figura, dapprima minuscola e poi sempre piu grande… Fino a che non riconoscerei Tommy… Tommy che mi saluta, che mi chiama. Ma non voglio che la fantasia prenda il sopravvento, non posso permetterlo. Continuo a ripetermi che comunque sono stata fortunata a passare del tempo con lui, quello di cui non sono sicura è che le nostre vite siano tanto diverse da quelle delle persone che salviamo… Tutti completiamo un ciclo. Forse nessuno ha compreso veramente la propria vita, né sente di aver vissuto abbastanza.

 

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